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Vizi pubblici e virtù private

Un po’ di pazienza, prima di leggere fate scorrere la sequanza di immagini qui sopra. Fatto? Ok, proseguiamo. Il titolo che ho dato a questa post necessita immediatamente di un caveat. Che le virtù private si comincino a vedere è un fatto, che continuino ad esserci dei vizi pubblici è da vedersi, anche se a meno di un mese dalla pubblicazione del 5° Report IPCC il sospetto comincia ad essere forte.

 

Già perché ormai una decina di giorni fa, pare abbia circolato per le redazioni di alcune importanti testate una bozza del suddetto report. Secondo il New York Times, per esempio, ripreso anche dal National Geoghraphic, il livello di certezza che una buona parte se non tutto il riscaldamento cui è andato soggetto il pianeta nelle ultime decadi dovrebbe salire dal 90% del 4° Report IPCC al 95% nella futura pubblicazione. Altro caveat. Trattasi di bozza e di un documento che comunque deve ancora essere soggetto agli ultimi ritocchi nella plenary session in cui fra i rappresentanti dei vari governi generalmente volano le sedie, ma è difficile che cambino i numeri, più probabilmente potrà cambiare l’accento in qualche frase.

 

 

Sicché, nonostante la palese difficoltà che si sta sperimentando con le simulazioni climatiche, la cui distanza dalla realtà osservata aumenta ogni giorno che passa, la scienza è acquisita, il mondo si è scaldato e, soprattutto si scalderà ancora di più in futuro a causa delle attività umane e soltanto per quelle. Leggiamo infatti sempre dal NYT che l’attuale “pausa” del riscaldamento globale – sono ormai tre lustri e più che le tempertaure medie superficiali hanno smesso di crescere in modo statisticamente significativo – dovrebbe essere accantonata nel prossimo report come semplice oscillazione di breve periodo, dopodiché, ci aspetta l’arrosto.

 

Come già fatto più volte sulle nostre pagine si potrebbe obiettare che non è solo un problemna di temperatura, che in fondo è uno solo, benché il più gettonato, degli output dei modelli climatici. A questo non-aumento, corrispondono anche ovviamente condizioni climatiche diverse da quelle attese e quindi anche effetti diversi da quelli attesi. E 15 anni e più di cose diverse potrebbero aver significato anche e sicuramente significheranno in futuro, essersi preparati, aver speso dei soldi, aver fatto delle cose insomma per far fronte a qualcosa che non è accaduto né, presumibilmente accadrà. Ma pare che non sia questo il punto. Siccome è certo (?) che prima o poi le temperature osservate seguiranno quelle dei modelli, quella preparazione, quelle spese e quelle cose vanno comunque fatte, per esempio in ragione di quella nebulosa di concetti, se, ma e interpretazioni varie rappresentata dal principio di precauzione. Discutibile, come minimo.

 

Questi, nonostante i caveat, i vizi pubblici, rappresentati dal servizio pubblico che un panel intergovernativo che fa capo alle Nazioni Unite rende con il suo lavoro e incarnati da quanti a quel lavoro danno il loro contributo, cioè scienziati di varie discipline tra cui soprattutto quelli climatici e funzionari nominati dai governi che fanno funzionare la macchina burocratica del panel stesso.

 

Ma, dicevamo nel titolo, esistono anche le virtù private, incaranate a loro volta e paradossalmente, anche da alcuni di quegli stessi scienziati. Sull’ultimo issue di Nature Climate Change, rivista spin off della sorella maggiore Nature creata appositamente per la materia climatica, è uscito un paper di tre di loro, Fyfe, Gillett e Zwiers, il cui titolo mette in risalto la palese difficoltà dei modelli cui abbiamo accennato un po’ più su:

 

Overestimated global warming over the past 20 years Occhio che bisogna pagare per leggerlo, però qui, sul blog di Judith Curry ci sono degli estratti piuttosto lunghi.

 

Nei modelli, i tempi di ritorno di una differenza che vede il rateo di riscaldamento del pianeta essere meno della metà di quello previsto, si aggirano attorno ai cinque secoli. Se invece degli ultimi 20 si prendono in esame gli ultimi 15 anni, la differenza si raddoppia, il mondo si è scaldato 4 volte meno di quanto previsto. Secondo loro, le ragioni di questa difficoltà possono essere molteplici e, tra l’altro, ne abbiamo parlato un sacco di volte. Per riassumerle basta dire che c’è un sostanziale problema di rappresentatività delle simulazioni rispetto ad alcuni potenziali fattori climatici particolarmente significativi, sia di origine naturale che antropica. Alla faccia della scienza acquisita.

 

Vent’anni addirittura, non quindici come abbiamo detto sin qui. Vent’anni perché, così non si corre il rischio di essere confusi dal picco che le temperature hanno avuto nel 1998 in occasione del super El Nino di quell’anno, né di essere tacciati di cherry picking per la scelta di un periodo “comodo”.

 

Non so davvero come possano coesistere questi vizi pubblici e virtù private, l’opposto, lo sappiamo, sarebbe molto più semplice, ma è quasi certo che tra meno di un mese leggeremo quella percentuale del 95% anche sui cartelloni pubblicitari appesi ai grattacieli. Qualcuno, già che ci siamo, potrebbe decidere di scriverla sul tendone che coprirà il Colosseo mentre andrà soggetto a restauro. Quel giorno, se ne avrete voglia, potrete sempre riprendere questo post e far scorrere di nuovo la sequenza di immagini sopra al titolo. Rappresenta la comparazione tra quanto previsto dai modelli – su cui poggia TUTTA l’ansia moderna da global warming – e quanto osservato da tutti i dataset delle temperature disponibili, più il trend misurato per ognuno di quei dataset a partire dal 1996. Il trend di uno solo dei dataset raggiunge appena la significatività statistica (UAH), cioè ha una pendenza che esce dal margine di errore cui sono soggette le misurazioni. Può darsi che questo esercizio vi faciliti la lettura del triste futuro che ci aspetta.

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Published inAttualitàClimatologia

8 Comments

  1. A. de Orleans-B.

    Con l’ovvia cautela suggerita per ogni confronto storico, quando i “fatti percepiti” divergono dal “teorema ufficiale” — dal quale dipendono alcuni meccanismi di controllo sociale nonché il benessere di un funzionariato rilevante — si creano i presupposti per avviare un sistema inquisitivo e, purtroppo, una conseguente riduzione della libertà scientifica e del relativo tasso di innovazione. La graduale istituzione dell’Inquisizione Spagnola, un fenomeno storico di indole molto più sociale che religiosa, è un buon esempio di simili involuzioni.

    Il concetto di “libertà scientifica” è pericolosamente vago, ma in questo contesto lo applicherei al grado di effettiva indipendenza del processo di finanziamento della ricerca — quando questi processi, in un qualsiasi settore, vengono corrotti per motivi palesemente politici, si crea una infezione che rischia di estendersi opportunisticamente ad altri settori, fino a costituire una pratica predominante.

    I risultati di una scienza così “contaminata” vengono visti con molto sospetto dal sistema produttivo che li deve trasformare in innovazione tecnologica, aumentando così il benessere di tutti. La ricerca viene quindi privatizzata, segmentata e la sua comunicazione interna compressa, riducendone ulteriormente l’efficacia.

    L’intera efficienza economica di una società viene così sottilmente minata e solo quando la malattia è diventata ormai troppo palese appare una reazione, prima filosofica e spesso pericolosa per chi la manifesta, seguita da un movimento liberatorio su scala politica.

    Lascio a persone molto più esperte di me la stima di a qual punto del processo involutivo ci troviamo attualmente e quanto ci vorrà per uscirne :-))

    • luigi mariani

      Alvaro, premesso che non sono in alcun modo la persona “molto più esperta” perché più vado avanti più mi accorgo di non capire, la sua analisi per alcuni aspetti mi pare verosimile. Nello specifico con riferimento ai 4 punti da lei elencati:
      punto 1 (quando i “fatti percepiti” divergono dal “teorema ufficiale”…): lo capisco e mi torna. In proposito confesso di non aver mai analizzato il caso dell’inquisizione spagnola per cui non sono in grado di cogliere quanto il paragone regga. Un paragone che a me parrebbe più calzante (ovviamente “mutatis mutandis” è quello con la vicenda di Giagiacomo Mora e degli untori nella Milano del 600, di cui ci parla Manzoni)
      punto 2: d’accordo. Concordo anche con il fatto che il concetto di libertà scientifica sia vago ma che vada comunque adottato come strumento d’analisi (magari si potrebbe definire meglio)
      punto 3: non sono sicuro che il “sistema produttivo” sia la vittima. E se fosse in realtà il mandante dell’involuzione? (non siamo in grado d’innovare e dunque fermiamo il tempo -> un po’ come avviene con Coldiretti che rifiuta le biotecnologie in none del buon cibo di una volta.…)
      punto 4: questo mi torna e ci sarebbero parecchi esempi da citare.
      Morale: penso che se lei potesse sviluppare meglio un tale schema d’analisi potrebbe essere utile per tutti noi. Ad esempio mi domando quale sia la freccia nel tempo in un tale processo e se vi possano essere dei feed-back positivi o negativi.

    • A. de Orleans-B.

      Caro Prof. Mariani,

      Non sono in grado di offrire uno schema d’analisi solido — la mia esperienza è limitata a vent’anni di partecipazione ai consigli di due fondazioni che promuovono l’innovazione, http://www.cotec.es e http://www.cotec.it

      Posso però offrire qualche riflessione personale, sempre felice di vedermi contraddetto e poter così imparare.

      1. La relazione tra ricerca ed innovazione può essere divulgata con una “capsula giornalistica”: “la ricerca è l’uso dei soldi per creare nuova conoscenza — e l’innovazione è l’uso di questa nuova conoscenza per creare dei soldi”.

      2. Si tratta di un ciclo ricorsivo che può generare un feedback positivo autoaccelerante — com’è sicuramente successo negli ultimi 100 anni, con buona pace, per il momento, dei timori Malthusiani.

      3. Da quando l’innovazione è comparsa sul radar dei politici se ne parla e straparla moltissimo, ma non viene quasi mai apprezzata una differenza fondamentale all’interno del “ciclo ricerca ed innovazione” che concerne i rispettivi livelli di rischio — infatti, “fare innovazione” è molto, ma molto più rischioso del “fare ricerca”.

      4. Un fallimento nella ricerca tende a produrre spesso una relazione che “dimostra” la necessità di proseguire la ricerca — il ricercatore usualmente non va incontro a conseguenze esistenziali rilevanti.

      5. Per converso, un fallimento nell’innovazione può produrre un innovatore fallito o la chiusura di un programma di sviluppo, con conseguenze esistenziali anche molto rilevanti per la o le persone coinvolte.

      6. La “società mediterranea” tende a non riconoscere o a evitare questo rischio, al contrario della “società anglosassone”: se fallisce, l’innovatore Rossi rischia di perdere anche la fidanzata, l’automobile e la casa, mentre il suo omologo Smith fa un “Chapter 11”, aggiunge al suo CV “launching a start-up” e si ricicla con normalità nel mercato del lavoro. Questo, in sintesi, avviene perché il trattamento legale dell’insolvenza non dolosa è completamente diverso nelle due culture: la mediterranea considera sacro il creditore e unico colpevole il debitore, l’anglosassone li considera contrattualmente corresponsabili.

      7. Nella nostra società mediterranea vorremo tutti godere della “creazione distruttiva” Schumpeteriana dovuta all’opera degli innovatori, ma poi la pratichiamo secondo il lemma “armiamoci e partite”. Esistono importanti ammortizzatori sociali per I lavoratori coinvolti in innovazioni fallite, ma sono praticamente assenti per chi ha corso il rischio di innovare e non ha avuto successo; per l’innovatore vale, parafrasando il sindaco Giuliani, il trattamento “one strike and you’re out”.

      8. Ricordando la massima “Colpiscine uno per educarne cento”, chi vive vicino ad un innovatore fallito tocca con mano quanto possa essere negativa la relazione rischio/beneficio dell’innovazione e inibirà la propria propensione ad imprendere — “meglio essere funzionari” diventa una conclusione razionale, da trasmettere culturalmente ai propri figli.

      9. E’ possibile modificare questa profonda differenza culturale tra il mondo mediterraneo e quello anglosassone? A mio parere si, ma come tutte le svolte culturali sarà lenta, difficile e richiederà un sforzo analitico e divulgativo importante. In Spagna negli anni ’90 è stato meticolosamente sviluppato il concetto di “Sistema Nazionale di Innovazione”, inteso come “l’analisi dell’interazione tra il mondo produttivo, il mondo accademico e la pubblica amministrazione ed il conseguente impatto sul tasso di innovazione”. La Spagna, un paese che viveva con il lemma del filosofo Unamuno “…che inventino gli altri”, ha iniziato una lunga svolta culturale ancora in corso ma che, negli anni, sta manifestando risultati positivi.

      Queste sono alcune semplici riflessioni che mi permetto di contribuire e che hanno solo l’animo di stimolare una discussione sul tema.

    • Ho trovato notevole questa sua risposta, per sintesi ed efficacia. Praticamente è un post a sé.

    • Concordo. Con il permesso di Alvaro lo diventerà.
      gg

  2. Luigi Mariani

    Penso che soprattutto sarebbe interessante capire se a valle di questa presa d’atto dell’inefficacia dei modelli vi sarà una presa d’atto della sovrastima degli impatti e del fatto che il mondo è andato a rimorchio di una banderuola come gli ignavi di Dante. Putroppo il processo di revisione è in fase assai embrionale e smontare la torre di babele di numeri che è stata in questi anni costruita non è impresa da poco, anche perché chi ha contribuito a costruire una tale torre ha ovviamente una “dignità” da difendere.
    Peraltro immagino che la disputa sulle “responsabilità umane” potrà creare ulteriore intorbidamento delle acque. Come contributo di riflesione invito a vedere i proceedings del convegno internazionale “Climate and rice“ che è del 1979 e che può essere liberamente scarito dal sito http://books.google.it/books?id=3RK_rfkQCAQC&pg=PA211&lpg=PA211&dq=yoshida+rice+and+climate+irri+proceeding&source=bl&ots=55GYX2QeIP&sig=JvVrHKyiyAwM-JbflO5rTSMmQnw&hl=it&sa=X&ei=tjsgUoW0O6eC4ASOvoHoCA&ved=0CFIQ6AEwAw#v=onepage&q=yoshida%20rice%20and%20climate%20irri%20proceeding&f=false
    A pagina 46 c’è una cartina che evidenzia il global cooling in atto negli anni 50-70 e nel testo se ne discutono gli effetti negativi in atto su riso. L’autore (Huke) scrive fra l’altro:
    “In part the rapid population growth may well be a biological response to the best weather that India and the world as a whole has experienced for centuries, A number of authors including Kalnicky (1974) and Mitchell (1974) have docu mented the fact that the period 1890 to 1945 was a time of gradually rising temperatures. This increase in temperature averaged 0.9øC for the northern hemisphere as a whole and was accompanied by the most benign climate the world has experienced for at least the past 1,000 years. Beneficent climatic pattern have encouraged man to extend his cultivated area even further into areas which in previous centuries were not capable of providing adequate returns. Lanwhich should not have been put to the plow has provided modest support during the anomalous weather patterns which persisted, particularly from about 1930 to 1950.
    Since 1950 weather patterns have been changing for the worse over much of the world. Temperatures have reversed themselves and have shown the tool rapid decline ever recorded. For the northern hemisphere as a whole the decline since1950 had already averaged 0.50C by 1970.Such a decline seems almost insignificant when viewed from some perspectives, but a decrease of such magnitude can be very important. At Houghton Pond, Massachusetts, not far from my home, the persistence of winter ice cover has increased from 86 days to 102 days, according to evidence presented by Kalnicky (1974). In central Siberia the length of the frost-free period has shortened considerably, and off the coast of Iceland, sea ice which in midcentury was a problem for about 1 1/2 weeks a year, is now present for average of 4 weeks. Alexander (1974)quotes Reid Bryson, Director of the Institute of Environmental Studies at the University of Wisconsin, as saying “There is very important climate change going on right now—if it continues [it] will affect the whole human occupation of the earth—like a billion people starving.”.
    Penso che questo “a billion people starving” dovrebbe favorire una riflessione non ideologica sulla negatività o positività del “terribile global warming” che ha avuto luogo nel periodo 1976-1998.
    Per inciso agli appassionati di tematiche agronomiche e modellistiche segnalo che “Climate and rice” è ricchissimo di interventi di grande spessore culturale (es: gli scritti di micrometeorologia e fisiologia di Yoshida o la discussione finale cui ha partecipato anche il grande Monteith). A quest’ultimo proposito suggerisco ad esempio di leggere a pag 211 “Carbon dioxide and yield of rice”, tanto per apprezzare quanto dannosa sia per il riso questa terribile CO2…

    • donato

      Leggere oggi le considerazioni citate da L. Mariani è estremamente istruttivo. Spero di poter rileggere, tra un quarto di secolo, gli articoli di oggi o di un decennio addietro e confrontarli con la realtà di allora: sarà sicuramente un’esperienza sconvolgente (in un senso o nell’altro, ovviamente). 🙂
      Ciao, Donato.

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