Ma quanto è globale il riscaldamento globale?

Disclaimer: Quello di oggi è un titolo pericoloso, lo riconosco. Rischio seriamente di essere tacciato di negazionismo. E’ già successo e non me ne importa un fico, perché non è vero. La temperatura media superficiale del pianeta è aumentata, questo è un fatto. Sul come e quanto possiamo discutere, ma è aumentata. Come si può e si deve discutere sugli effetti che questo aumento, anzi, che la componente di questo aumento ascrivibile alle attività umane che nessuno conosce esattamente, possa aver avuto nel recente passato o avere nel prossimo futuro. Perciò, nessuna negazione nel senso letterale del termine (quello ideologico spero che un giorno si ritorca contro chi ha scelto di usare questo termine violentemente evocativo di ben altre nefandezze), quanto piuttosto voglia di capire. Fine disclaimer.

 

Quanto è globale il riscaldamento globale? Ce lo dice l’immagine qui sopra, in cui leggiamo i trend delle temperature della bassa troposfera così come misurate dalle sonde satellitari.

 

  1. Per la fascia intertropicale, cioè per il 40% del pianeta, nessun trend per gli ultimi 30 anni e passa.
  2. Per le fasce extratropicali (26+26%), sempre nessun trend apprezzabile, stesso periodo.
  3. Per il Circolo Polare Antartico (4%), niente trend.
  4. Per il Circolo Polare Artico (4%), prima un lieve raffreddamento, poi un deciso riscaldamento, poi, per gli ultimi anni, niente trend.

 

Due conti. Il 96% del pianeta (1+2+3) non ha conosciuto un trend significativo, almeno stando alle misure satellitari della temperatura della bassa troposfera. Il rimanente 4% (4), si è scaldato in circa quindici dei trenta anni di misura. Decisamente una strana prospettiva per un fenomeno di portata globale indotto da un forcing globale. Ci deve essere qualche trucco nell’immagine o da qualche altra parte…

 

NB: da qui.

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Author: Guido Guidi

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26 Comments

  1. @ Franco Zavatti
    .
    Franco, a proposito di pesatura delle misure nelle note dei file dati (nota 3) si fa riferimento alla colonna USA 48 e si specifica che la ponderazione è stata eseguita su una griglia più accurata. Se ho interpretato bene (non è detto 🙂 ) per quei dati si parla di una griglia “più” accurata per cui deduco che il resto dei dati dovrebbe essere stato ponderato su una griglia “meno” accurata.
    L’anomalia fornita nei file dati, pertanto, dovrebbe essere quella ottenuta dalla media ponderata dei valori misurati nelle singole maglie della griglia. A questo punto, se tutto ciò che ho scritto fino ad ora è corretto, l’anomalia 20°-85° N/S dovrebbe essere la media di un insieme di dati (che chiamiamo A) mentre l’anomalia 60°-85° N/S dovrebbe essere la media di un altro insieme di dati (sotto insieme di quello precedente) che chiamiamo B. L’insieme complementare di B rispetto ad A (che chiamiamo C) ha come elementi le anomalie delle griglie nella fascia 20°-60° N/S.
    Secondo me, pertanto, bisognerebbe calcolare tre anomalie distinte: una media ponderata per l’insieme A, una per l’insieme B ed una terza per l’insieme C. I dati UAH che ho visto (quelli che sono in formato .txt, ovviamente) riportano solo le anomalie medie relative agli insiemi A e B e non quelli riferiti alle singole celle. Quando noi andiamo a sottrarre dall’anomalia A, l’anomalia B calcoliamo la differenza tra l’anomalia media della fascia polare, calcolata sull’insieme di dati A e quella polare, calcolata sull’insieme di dati B. E’ questa anomalia coincidente con quella media dell’insieme C di cui non conosciamo gli elementi? Io ho qualche dubbio (comunque sto ancora riflettendo per capire dove il mio ragionamento potrebbe essere sbagliato).
    Ciao, Donato.

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    • Donato, la risposta giusta l’ho avuta su WUWT da Barry:

      Franco,

      Using your method, you’re going to get bad results. Consider this hypothetical:

      If there is trend of 0 at the equator, and we have a perfect sphere where temperature trends rise by latitude fairly evenly, then let’s say extratopical (20-85) is 0.3C/decade and an even greater trend for Polar (60-85) at 0.5C/decade. The trend from 20-60 is going to be positive but less than 0.3C/decade. However, if you subtract the NoPol trend from the Extratropical trend, you’re going to get -0.2C/decade instead of something between 0 and 0.3C.

      Do you see the problem?

      Same with anomalies.

      Look carefully at your chart and the polar one above it. They are almost perfectly inversely correlated – virtually mirror images except for the size of the variance. If you change the sign of the (20-60) anomalies you’ll get a better (but not perfect) result. Correlation will improve by nearly 100%.

      If you changed the sign of the (20-60) trend in our hypothetical, you’d have 0.2C/decade, which is a much likelier answer.

      Effettivamente non avevo notato la quasi perfetta correlazione inversa tra (20-60)°N e (60-85)°N e, avendo sottratto la pendenza maggiore da quella minore trovo i valori giusti ma i segni sbagliati. A sud va bene perché la pendenza (60-80)°S è praticamente zero.
      Adesso aggiungo al sito un altro grafico con le differenze corrette e lascio per qualche giorno ancora il grafico sbagliato.
      Per la griglia di USA48, credo che la nota si riferisca solo a quel dataset che io non ho usato. Credo che USA48 si riferisca a quello che viene anche chiamato CONUS (CONtiguous U.S.): io sto usando per altri conti le tempèerature NOAA di CONUS e probabilmente userò anche queste UAH da satellite, ma non mi preoccuperò della griglia perché, userò i dati della colonna 27 del dataset UAH, dati che tengono conto della griglia corretta.
      Ciao. Franco

    • Franco, ti confesso che l’idea di invertire il minuendo con il sottraendo mi era venuta, però, concentrato come ero sugli insiemi 🙂 l’avevo scartata a priori: è proprio vero le soluzioni più semplici a volte ti sfuggono pur avendole a portata di mano.
      Pur essendo riusciti ad ottenere un valore realistico e condivisibile per le anomalie della fascia 20°-60° N/S, in merito alle griglie ed agli insiemi, comunque, resto della mia idea 🙂 🙂 .
      Ciao, Donato.

    • Donato, alla fine avevi ragione tu. Mi ha risposto Willis con tutti i conti per pesare con le aree la zona intermedia (20-60)°

      Willis Eschenbach says:
      February 5, 2014 at 7:04 pm

      barry says:
      February 5, 2014 at 4:42 pm

      “Franco, you’re welcome. The way you had done it still seems
      intuitively correct, and I’ve kept mulling it over. My advice amonts to
      subtracting extratropical from polar, which seems intuitively incorrect.
      It’s been interesting to think about for someone with a very ordinary maths
      education.”

      barry and Franco, you can derive the individual results from the merged
      extratropical and polar sections. It’s a weighted average, done as follows.
      I’ll call the three portions polar, extratropics, and middle

      First, you need the area of the zones. UAH divides it (from memory) into
      20° to 85° for extratropics, and 60° to 85° for the poles. That makes the
      middle the zone from 20-60°.

      Next, we need the areas. The area of a latitude zone bounded by
      latitudes A and B as a fraction of the global surface is ( sin(A) – sin
      (B))/2. So their polar zone 60-85 has an area of .065, the middle zone from
      20-65° is 0.327, and the extratropics from 20-85° is the sum of those two,
      0.392.

      This means that the polar area is abut 1/6 (0.166, or 17%) of the full
      20-85° extratropics, and the middle area in between the poles and the
      tropics is about 5/6 (.834 or 83%) of the total.

      We know the average of the extratropical area 20-90°. We know the
      average of the polar area 65-90°. We know the areas. The average of the
      middle area is found from the equation:

      (1/6) * Polar average + (5/6) * Middle average = Extratropical average

      This solves to

      Middle average = (Extratropical average – .166 * polar average) / 0.833

      Regards,

      w.
      Ho rifatto i grafici e i fit (sono nel sito, evidenziati in marrone) seguendo il suo schema e il risultato sembra ragionevole, senza dover invertire il segno della sottrazione. I numeri sono leggermente diversi dai suoi perchè lui usa la fascia 20-65° mentre quella corretta è 20-60° ma il senso non cambia. L’unica cosa che continuo a non capire è perché i dati non siano pesati per l’area della singola maglia della griglia “ab origine” e mi debba preoccupare io del peso: ho provato a buttare la’ questa cosa nella mia risposta a Willis ma non spero in una sua risposta. Poi credo che dovrei essere io a capire meglio come sono fatte le misure da satellite: per esempio, lo strumento che osserva la bassa stratosfera e quello (magari è lo stesso) che osserva la bassa troposfera “vedono” aree differenti, stante la differenza di altezza degli strati e la posizione in latitudine delle maglie. Le misure che vengono date saranno pesate per queste aree oppure i pesi me li devo inventare io? E se sono già pesate, perché le devo pesare ancora? Come vedi sono molte le cose che non ho capito.
      Ciao. Franco

      ________________________
      Franco, ho corretto io il link.
      gg

  2. Franco, ho visto i tuoi grafici e mi complimento con te: sono molto più leggibili di quelli in testa al post. Essi, inoltre, confermano in maniera oggettiva quella che era stata una mia impressione soggettiva: la zona polare settentrionale e le fasce extra-tropicali (nord e sud) si sono scaldate e, in particolare, quella settentrionale si è scaldata di più di quella meridionale. I tropici ed il polo sud, invece, hanno mantenuto costante la loro temperatura. Inutile nascondere che la cosa mi ha fatto piacere: non sempre l’occhio inganna. 🙂
    Ad ogni buon conto credo che tu abbia fatto un ottimo lavoro in quanto mi ha consentito di riflettere anche in merito al sorprendente “raffreddamento” della fascia extra-tropicale settentrionale. Ho cercato di riassumere nel seguito le mie considerazioni.
    .
    Ho qualche perplessità circa l’uso della differenza tra le anomalie della fascia 20°-85° N/S e la fascia 60°-85° N/S per calcolare le anomalie della fascia 20°- 60° N/S. Se non ho interpretato male i dati (ipotesi probabile e, se è così, ti prego di dirmelo senza alcun problema) hai detratto dalle anomalie 20°-85° N/S quelle della fascia 60°-85° N/S.
    Nelle note aggiunte al set di dati mi sembra di aver letto che le anomalie sono state calcolate in modo ponderato con riferimento ad una griglia spaziale. Se è così ho l’impressione che la semplice differenza potrebbe determinare degli errori di calcolo. A mio modesto avviso credo che la struttura dell’insieme di dati non consenta di scorporare i dati polari da quelli della zona extra-tropicale a meno che non si introduca un qualche meccanismo che consenta di pesare le due anomalie. Probabilmente è meglio tener conto delle anomalie emisferiche extra-tropicali senza escludere quelle polari. In caso contrario si rischia di “raffreddare” troppo i dati in quanto le aree polari sono sicuramente meno estese di quelle extra-tropicali.
    Ciao, Donato.

    Post a Reply
    • Donato, io non ho visto nessuna nota aggiuntiva al dataset (le note in fondo
      specificano altre cose). Mi forniresti l’url?
      Nel fare la differenza (sì ho fatto come dici tu) ho dato per scontato che i
      dati fossero pesati per la latitudine allo stesso modo (1 grado di
      longitudine ha lunghezza diversa in funzione della latitudine, non in
      funzione dell’intervallo di misura), per cui una misura (diciamo a 65° di
      latutudine) è pesata nello stesso modo se sto misurando tra 60° e
      85° oppure tra 20° e 85°. Questo è il motivo per cui Willis Eschenbach può
      scegliere una griglia diversa da quella dell’UAH. Quindi ho fatto la
      sottrazione tra mele e mele e non tra mele e pere. Se però mi fossi
      sbagliato e avessi ragione tu, allora solo i primi due dei miei grafici (chiamiamoli fig.1 e
      fig.2) sarebbero validi e gli altri da buttare, ma mi piacerebbe leggere
      perché i dati polari in un caso sono mele e nell’altro pere.
      Restiamo sulle figure 1 e 2 per le quali non ci sono dubbi: hai visto come
      il picco de ElNino 97/98 è forte ai tropici e poi sfuma, fino a scomparire ai
      poli, e come l’eruzione del Pinatubo del 1993 è notevole nella fascia
      extratropicale nord e, pur sfumando, si mantiene ancora visibile fino ai
      poli? Per me è interessante verificare come gli aerosol possano avere
      effetti più estesi anche di eventi potenti come ENSO (ovviamente nel grafico
      si vedono anche i raffreddamenti de LaNina). Non mi ero mai soffermato
      prima a guardare questi confronti per fasce di latitudini e devo dire che
      sono contento di averli fatti.
      Nei vari dataset si vedono anche diversi break-point che cercherò di
      analizzare durante le prossime notti di lavoro.
      Franco

  3. Non sono riuscito a leggere il fornato NCDF con il quale Willis Eschenbach fornisce il file di dati e quindi ho preso il dataset di Spenser e Cristy all’Università dell’Alabama (UAH)
    (http://www.nsstc.uah.edu/data/msu/t2lt/uahncdc__lt__5.6.txt)
    e ho usato la loro divisione per le fasce di latitudine. Le cose che ho notato sono che nell’intervallo 1979-2013 la crescita di temperatura nella fascia che che gli autori chiamano “globale” (-85° +85°) è stata (sul trend) di poco superiore a 0.4 °C, del tutto compatibile con i circa 0.6°C delle stazioni a terra del dataset NOAA delle temperature globali (http://www.zafzaf.it/clima/uah/uahhome.html). Nelle fasce “parziali” di latitudine, noto una crescita della temperatura nella zona polare nord (60-85°N; trend 0.44+-0.03 °C/decade) ; nella zona extratropicale (20-85°N; trend 0.26+-0.01 °C/decade);; nella zona tropicale (20S-20N; trend 0.07+-0.01); nella zona extratropicale sud (60S-85S: trend 0.10+-0.01).
    Invece la zona polare sud (60S-85S) il trend risulta praticamente uguale a zero (0.00+-0.04).
    Guardando le fasce, si vede ovviamente che le fasce extratropicali e quelle polari hanno una zona di sovrapposizione (60°-85°) per cui risulta naturale sottrarre l’anomalia delle fasce polari dall’anomalia delle fasce extratropicali. Il risultato è sorprendente (e non mi è chiaro quanto sia reale). Nell’emisfero nordo praticamente tutto il riscaldamento è da attribuire alla fascia polare mentre la fascia (20°-60°) mostra un deciso raffreddameneto (trend -0.19+-0.03 °C/decade) mentre, stante il trend piatto della fascia polare sud, la fascia extratropicale sud mantiene il suo trend di 0.10+-0.01.
    Il risultato della fascia (20-60°N) è in contrasto con il secondo grafico dall’alto della figura di testa di questo post che mostra un riscaldamento (la differenza di latitudine (23-67 e 20-60°N) non dovrebbe incidere tanto da cambiare la pendenza e i dati (salvo errori) sono gli stessi. Anche il fatto che Eschenbach usi la versione precedente del dataset (al KNMI è disponibile la 5.5 invece della 5.6) non dovrebbe avere alcuna influenza. Allora, o non è possibile sottrarre un’anomalia da un’altra anomalia oppure c’è qualcosa che non capisco bene. Le perplessità già espresse da altri sono anche le mie.

    Post a Reply
    • Si potrebbero esporre le perplessità all’autore?

    • Franco, Maurizio ha posto una domanda comprensibile. te la sentiresti di provare?
      g

    • Si, proverò a scrivere un commento su WUWT. Come sai ho poco tempo e riesco a lavorare solo la notte.

    • Fatto. Ho mandato il commento a WUWT

  4. Mah, io condivido perfettamente le perplessità di Donato in merito alla vera rappresentatività dei grafici in questione. A parte il fatto che in ordinata (asse Y) è stata dimenticata la definizione della grandezza (gradi? decimi di grado? Celsius? Fahrenheit?) e come dice Donato la banda di errore. E poi i valori rappresentati mi sembrano decisamente in controtendenza e molto sottostimati rispetto ai valori di riscaldamento globale effettivamente misurati e condivisi dalla comunità scientifica. Ad occhio mediando questi grafici si ottengono si e no 1 o 2 decimi al massimo di aumento, mentre i dati a nostra disposizione parlano di un aumento di circa mezzo grado nello stesso periodo considerato (sia dati da stazione meteo che dati satellitari). Non so se è possibile riuscire ad identificare gli estremi del lavoro riguardo la pubblicazione (peer-review, quale rivista ecc.).
    Saluto sempre tutti cordialmente.

    Post a Reply
  5. Il riscaldamento come il raffreddamento sono presenze su scale regionali o ancor meglio aree come spaccati di puzzle

    Post a Reply
  6. Meravigliosa la neve di plastica! L inventore e un genio assoluto. Ci si può sciare d estate visto che non si scioglie? ..

    Post a Reply
  7. L’autore dei grafici commentati nel post, spesso, si scaglia contro gli studiosi che, a suo dire, “torturano i dati” allo scopo, evidentemente, di “estorcergli” qualcosa. 🙂
    In genere i trattamenti statistici sui dati vengono effettuati per tentare di individuare tracce di regolarità, ciclicità o altre relazioni che leghino quella particolare grandezza fisica (nel caso degli argomenti di cui ci occupiamo su questo blog: temperatura, concentrazione di CO2, superficie glaciale marina e non, livello del mare, ecc., ecc.) ad altre grandezze fisiche (tempo, per esempio). I grafici di cui tratta il post, invece, sono stati assoggettati ad un trattamento minimo: l’elaborazione con il pacchetto R ha consentito di ottenere il grafico azzurro che interpola i dati grezzi e, infine, la rappresentazione grafica degli stessi. I diagrammi, tranne quello relativo alle aree artiche (ad occhio 🙂 ), non evidenziano alcuna tendenza statisticamente significativa. Ad occhio, però :-).
    Se entriamo un po’ più nel dettaglio, però, ci rendiamo conto che le anomalie di temperatura sono state plottate su di una griglia verticale compresa tra -3°C e + 3°C: grossomodo gli estremi dell’insieme delle anomalie. Fino a qui nulla di male, ma ciò che io critico è la scala utilizzata per rappresentare le temperature. Mi spiego meglio. Quando si rappresentano grandezze che oscillano in campi di ampiezza molto differente è opportuno usare scale diverse: in ascissa una scala a grande denominatore, in ordinata una scala a basso denominatore. In questo caso volevamo evidenziare le anomalie di temperatura che, ovviamente, sono molto più piccole degli intervalli temporali utilizzati sull’asse delle ascisse. Utilizzando scale opportune avremmo visto delle anomalie molto più evidenti invece di una linea continua pressoché orizzontale: del resto stiamo cercando anomalie di qualche decimo di grado, non di due o tre gradi. Non avendo effettuato calcoli o dato intervalli di variazione, l’unico modo per leggere il grafico è quello di “guardarlo” oppure replicarlo con lo stesso codice e lo stesso set di dati. A costo di passare per “maligno” mi viene da dire che l’autore dei grafici non “tortura i dati”, ma li avvolge in una cortina fumogena. 🙂
    .
    Guardando con attenzione il grafico, però, nonostante la premessa di cui sopra, devo notare che nel periodo preso in esame si nota un aumento delle temperature sia nel 4% delle aree artiche, sia nel 26% delle aree temperate dell’emisfero nord e, non vorrei sbagliarmi, anche nel 26% delle aree temperate dell’emisfero sud (pur se estremamente lieve e inferiore a quello rilevabile per la stessa area dell’emisfero nord). In altre parole mi verrebbe da precisare che, rispetto a trenta e passa anni fa, nel 30% del globo le temperature sono aumentate, nel 26% sono probabilmente (ad occhio 🙂 ) aumentate e, nella restante parte del pianeta sono restate costanti. Globalmente le temperature sono aumentate: ma questo già lo sapevamo e, quindi, ho fatto la scoperta dell’acqua…. calda! 🙂
    .
    Un’ultima, ma non per importanza, considerazione riguarda la mancanza di qualsiasi banda di incertezza: la scienza non è mai certa anche (soprattutto mi viene da dire) quando si ha a che fare con le misure. 🙂
    Ah come è bello criticare il lavoro degli altri. 🙂
    .
    Disclaimer: questo è un commento pericoloso, lo riconosco. Rischio seriamente di essere tacciato di allarmismo e di “numerologo” o “ciclista”. E’ già successo e non me ne importa un fico, perché non è vero. La temperatura media superficiale del pianeta è aumentata, questo è un fatto. Sul come e quanto possiamo discutere, ma è aumentata. 🙂 🙂 🙂
    Ciao, Donato.

    Post a Reply
    • Donato io sapevo che qualcuno di voi avrebbe commentato scrivendo qualcosa del genere. La scala ‘ampia’ adottata per spianare le curve è ben evidente. Se ci fai caso ho chiuso il post scrivendo che doveva esserci un trucco nell’immagine o da qualche altra parte. Ecco, penso che sia in entrambe. In quella che giustamente definisci cortina fumogena sui dati e nel valore intrinseco degli stessi. Si parla di pochi decimi di grado che, se correlati di opportuna banda d’errore sono ancora meno (in termini di certezza). Qual è il loro effetto? Una scala che mostrasse oscillazioni più ampie avrebbe reso meglio l’idea o raccontato meglio la storia delle ‘pericolose’ variazioni della temperatura?
      A mio parere questo grafico è un trick, ma chi di trucco ferisce di trucco perisce, perché con l’Hockey stick, che adottava lo stesso trucco ma al contrario, ci hanno costruito su un problema ancora tutto da dimostrare.
      gg

    • Guido, il signor W. Eschenbach (autore dei grafici) a volte mi dà ai nervi in quanto si erge a giudice di questo o quello e distribuisce voti e pagelle. Fino a che lo fa sull’oggetto del lavoro che commenta, nulla quaestio, però, molte volte, le sue considerazioni investono la persona e questo mi infastidisce parecchio.
      Ultimamente, per esempio, lui e tutto lo staff di WUWT si sono scagliati a piedi uniti sulla vicenda della rivista di Copernicus chiusa in 24 ore. Il loro livore nei riguardi degli autori degli articoli apparsi sulla rivista, a loro dire, si giustificava con il fatto che operando come gli scienziati pro AGW, screditavano TUTTI gli scettici!
      In questo caso egli si è comportato quasi come M. Mann (come tu hai fatto giustamente notare) “truccando” un po’ i grafici (in senso opposto, ovviamente 🙂 ).
      Volendo usare il suo stesso metro di giudizio dovremmo additarlo al pubblico ludibrio perché scredita tutto l’ambiente scettico comportandosi come quelli che critica costantemente? Lungi da me, ma qualche puntino sugli “i” bisogna pure metterlo: ecco spiegato il perché del mio commento ed il tono ironico ed un po’ polemico. 🙂
      Ciao, Donato.

    • Donato ti capisco e condivido. Ma mettiamola così: se si riporta il problema ad una dimensione commensurabile, sia per l’intervallo di misura della grandezza in questione, la temperatura, che comunque si misura in centesimi solo a suon di bit, sia per quello che chi non è del mestiere ha la possibilità di cogliere, lo stesso problema appare molto meno tale. Giusto perseguire la correttezza scientifica e la precisione, ma non dimentichiamo che quanto ‘danno’ può fare un presunto (in termini quantitativi) forcing antropico ad un sistema così grande e complesso ancora non lo sa proprio nessuno.
      gg

  8. … Dimenticavo, quando nel 1998 o giù di lì uscì sull’International Journal o Climatology un articolo di Christy corredato da un planisfero con i trend delle temperature globali ricavati da dati MSU, mi capitò di commentarlo con un amico, il compianto professor Ezio Rosini, il quale guardando il planisfero disse le seguenti parole: “questo non è un fenomeno globale”. Tanto per dirti che sei/siamo in buona compagnia…

    Post a Reply
  9. Caro Guido, credo che sia del tutto ragionevole attendersi che gli effetti di un forcing globale (es: maggior forcing solare o maggior forcing da CO2 o ….) siano diversificati in funzione della fascia latitudinale e ciò in quanto il sistema è governato da tre grandi celle latitudinali (Hadley, Ferrel e Polare) che sono alle radici del trasporto latitudinale del calore.
    Aggiungo che oggi abbiamo sotto i nostri occhi i seguenti fatti:
    1. come sottolinei tu, la fascia intertropicale (quella che ha più problemi di sottosviluppo e che dunque dovrebbe essere più sensibile al cambiamento climatico) non si riscalda
    2. i deserti delle fasce subtropicali stanno arretrando (ci sono i dati da satellite a dircelo in modo incontrovertibile e su CM ne abbiamo parlato più volte)
    3. per effetto del forcing da CO2 i GCM mostrano spesso un futuro incremento della piovosità nella fascia intertropicale, il che dovrebbe rivelarsi positivo riducendo ulteriormente le grandi aree desertiche (preciso che personalmente nutro un mare di dubbi sulle “previsioni” dei GCM ma chi crede nell’AGW di dubbi non dovrebbe averne).
    Queste sono notizie positive che i media si guardano bene dal divulgare. Perché? Io credo che ciò sia frutto di tre fattori :
    1. l’informazione è schiava dell’ignoranza diffusa su temi scientifici che affligge i giornalisti (che vengono in gran parte da studi umanistici)
    2. il mondo dell’informazione è servo di interessi molto più grandi di lui (green economy).
    3. i giornalisti sono in gran parte free-lance, il che li induce ad esporsi sempre meno su temi non “politically correct” (se scrivono articoli su temi fuori dal coro nessuno glie li compra, il che è un deterrente formidabile rispetto all’esercizio della libertà d’opinione).

    Post a Reply
    • Luigi, certo che è ragionevole, ma allora sarebbe anche opportuno interrogarsi sul perché nessuno parli mai di circolazione piuttosto che di temperature. La risposta è semplice, perché se guardi da quella parte (come faremo con il tuo post di lunedì), ti accorgi che c’è qualcosa che non torna nella profezia di disastro climatico…
      gg

  10. La neve globale è ancora “la NEVE”?
    *NEVE CHIMICA IN ROMANIA E IN TUTTA LA TERRA
    Pubblicato in data 31/gen/2014
    *LA NEVE NON E FATTA DI ACQUA MA DI PLASTICA.
    http://youtu.be/CKff8NrrUM0
    Georgia Fake Snow!!!!
    Pubblicato in data 29/gen/2014
    http://youtu.be/WnTJTP-_uYw
    Scherzi, o la geoingegneria esiste?

    Post a Reply
    • Non c’è più religione, se tutta la plastica la usano per fare la neve, non rimarrà plastica per altri usi 😀
      Questo fenomeno mi ricorda i cerchi sul grano….
      che poi si scoprì che erano fatti da dei burloni…

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