Global Warming: la pausa parla Italiano

pausaSi è fermato o no il Global Warming? La questione, di cui anche sulle nostre pagine ma più in generale nel mondo scientifico, si continua a discutere molto, è di fatto ancora in sospeso. Per una semplice ragione, la robustezza statistica dei dati è come il vino, migliora con il passare del tempo. Quindi, si dirà, bisogna aspettare, specialmente se si vuole dare il giusto peso non tanto alla parola warming, quanto piuttosto a quella che la precede, global. Già, perché se poi si passa a qualcosa di più tangibile, di più prossimo, si scopre che passando da global a local, il riscaldamento si è fermato eccome. Nulla vieta che possa riprendere, ovviamente, ma credo sia giusto che si sappia in giro, chissà che non se ne accorga anche qualche climatologo nostrano ;-).

Vi lascio al post di Franco Zavatti, al quale ho già rubato troppi bit. Buona lettura,
gg

 

Temperature italiane: spettri e pausa

In questo articolo utilizzo le temperature italiane nella forma che hanno nel sito di Sergio Pinna e cioè medie mensili e medie annuali di città del nord, centro e sud Italia. Ho quindi tre file (nord, centro, sud) che contengono rispettivamente le medie di Torino, Milano, Verona, Venezia, Trieste, Genova, Piacenza, Bologna; quelle di Firenze, Grosseto, Falconara, Perugia, Roma, Pescara; quelle di Napoli, Brindisi, S.M. Leuca, Cagliari, Trapani, Catania. I dati che ho a disposizione sono,per ogni anno dal 1951 al 2014, le medie mensili (tra le città elencate sopra) e la media annuale delle tre macro regioni in cui Sergio Pinna ha diviso l’Italia.
Le temperature mensili e i singoli fit lineari su tutto il periodo disponibile sono in fig.1 (pdf).

 

Fig.1. Temperature medie mensili per le tre macro regioni, dal 1951 al 2014. Si osserva una crescita delle temperature comune a tutti i mesi ad un tasso compreso tra 0.03 e 0.37 °C/decade.

Fig.1. Temperature medie mensili per le tre macro regioni, dal 1951 al 2014. Si osserva una crescita delle temperature comune a tutti i mesi ad un tasso compreso tra 0.03 e 0.37 °C/decade.

Se consideriamo nel loro complesso i dati e i fit, possiamo dire che, nei 64 anni che qui interessano, tutti i mesi mostrano un aumento di temperatura; che, come è facilmente intuibile, tendono a raggrupparsi a due a due (i mesi invernali mostrano un raggruppamento di tre a nord e in centro e di quattro a sud); che non c’è traccia di El Niño 97-98 e di quello del 2010 se non in alcune oscillazioni con ritardo di 1-2 anni, completamente immerse nelle fluttuazioni dei dati e quindi del tutto opinabili.

La fig.2 (pdf) mostra però che le pendenze dei fit hanno notevoli fluttuazioni, tra 0.03 e 0.37 °C/decade e che il nord differisce dal centro e dal sud solo nei mesi invernali. Le pendenze si addensano a febbraio, settembre e dicembre per i valori minori e ad agosto -e in misura minore ad ottobre e a marzo- per i valori maggiori.

Fig.2. Pendenze dei fit lineari per tutti i mesi e per le tre macro regioni. Il nord si discosta nel periodo invernale (dicembre-marzo). I massimi e i minimi tendono a raggrupparsi solo in alcuni mesi (febbraio, agosto, settembre, ottobre).

Fig.2. Pendenze dei fit lineari per tutti i mesi e per le tre macro regioni. Il nord si discosta nel periodo invernale (dicembre-marzo). I massimi e i minimi tendono a raggrupparsi solo in alcuni mesi (febbraio, agosto, settembre, ottobre).

Gli spettri MEM di tutti i mesi sono forzatamente confusi e troppo affollati in fig.3 (pdf), anche se si può parlare di picchi, per il nord, a 6.1 anni in settembre; a 9.8 anni in agosto; a 17.1 anni in ottobre; a 19.7 anni in gennaio; oppure, per il centro, di 5.95 e 9.5 anni in febbraio e di 5.95 a febbraio, e, per il sud, di 5.95 e 2.1 anni a maggio. Proseguire su questa falsariga rende però poco chiara l’analisi. Forse è preferibile parlare di 3-4 raggruppamenti: 5-7; 8-12; 18-22; 35-42 anni dove i vari mesi, non sempre e non tutti, addensano i loro massimi spettrali. Il massimo di 9.5 anni è molto forte al centro, in febbraio. Al di fuori di questi raggruppamenti, a nord, in febbraio, si nota un massimoa circa 25 anni presente anche al centro con potenza dimezzata e al sud con potenza circa sette volte inferiore. Da notare che la firma solare negli intervalli 8-12 e 18-22 anni appare incerta e soprattutto non comune alla maggior parte dei mesi.

Fig.3. Spettri MEM dei singoli mesi sui 64 anni dei dataset delle tre macro regioni. Da notare il raggruppamento dei massimi attorno ai periodi ~6, ~10, ~20 anni e, più ampio, attorno a 40 anni. A sud il picco a 2.1 anni risulta il più alto anche se lo stesso è più potente al centro (la scala verticale del sud è diversa dalle altre).

Fig.3. Spettri MEM dei singoli mesi sui 64 anni dei dataset delle tre macro regioni. Da notare il raggruppamento dei massimi attorno ai periodi ~6, ~10, ~20 anni e, più ampio, attorno a 40 anni. A sud il picco a 2.1 anni risulta il più alto anche se lo stesso è più potente al centro (la scala verticale del sud è diversa dalle altre).

I dati mensili e annuali sono in temperatura (spero senza troppi “massaggi” e omogenizzazioni): Per avere un’idea più generale ho calcolato anche le anomalie su base 1961-1990 dei dati mensili ma non le uso qui, anche se grafici e valori numerici sono disponibili nel sito di supporto.

Ho analizzato anche le medie annuali, anch’esse divise per macro regioni. Il loro grafico è in fig.4 (pdf) insieme ai fit lineari e ai valore della pendenza.

Fig.4. Medie annuali 1951-2014 per macro regione. Sono mostrati i fit lineari e le pendenze. Questi valori appaiono superiori a quelli dei dati globali: i dati NOAA sullo stesso periodo (gennaio 1951 - aprile 2015) hanno una pendenza di (0.13±0.03)°C/decade.

Fig.4. Medie annuali 1951-2014 per macro regione. Sono mostrati i fit lineari e le pendenze. Questi valori appaiono superiori a quelli dei dati globali: i dati NOAA sullo stesso periodo (gennaio 1951 – aprile 2015) hanno una pendenza di (0.13±0.03)°C/decade.

Questi dati mostrano una pendenza che, a nord, è doppia rispetto a quella dei dati globali (terra+oceano) NOAA sullo stesso periodo e che anche nelle altre regioni è nettamente superiore. La differenza si spiega con il fatto che siamo nell’emisfero nord dove il tasso di riscaldamento è maggiore che altrove e che non abbiamo l’effetto mitigante del mare dato che le temperature sono solo terrestri (in gran parte sono città e non so di eventuali correzioni per isola di calore).

Si nota, con una semplice ispezione visuale dei dati, che a partire da circa il 2000 la pendenza quasi si azzera. Senza ripetere l’analisi descritta in questo articolo su CM, ho considerato due sezioni dei dataset, dal 1976 al 2000 e dal 2000 al 2014, da cui ho calcolato i fit lineari e le pendenze che mostro in fig.5 (pdf).

Fig.5. Medie annuali e fit lineari, con i valori delle pendenze, dei tratti 1976-2000 e 2000-2014 (estremi inclusi). Da notare come nei tratti finali l'errore sulla pendenza sia sempre maggiore della pendenza stessa.

Fig.5. Medie annuali e fit lineari, con i valori delle pendenze, dei tratti 1976-2000 e 2000-2014 (estremi inclusi). Da notare come nei tratti finali l’errore sulla pendenza sia sempre maggiore della pendenza stessa.

La figura richiede pochi commenti: l’errore sulle pendenze del secondo tratto, sempre maggiori delle pendenze, indica come valore più probabile zero, ben al di fuori dall’intervallo possibile per le pendenze dei tratti precedenti.
La conclusione è: in Italia la pausa delle temperature esiste ed è indiscutibile, anche perché, come ricordato sopra, la troviamo nell’emisfero con il maggiore tasso di riscaldamento.

In fig.6 (pdf) sono mostrati gli spettri MEM delle medie annuali nei quali si nota la totale scomparsa delle firme solari che, seppur vaghe, si intravedevano negli spettri mensili di fig.3.

Fig.6. Spettri MEM delle medie annuali per le tre macro regioni. Nel riquadro gli stessi su una scala orizzontale uguale a quella di fig.3, per confronto.

Fig.6. Spettri MEM delle medie annuali per le tre macro regioni. Nel riquadro gli stessi su una scala orizzontale uguale a quella di fig.3, per confronto.

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui
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Author: Franco Zavatti

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14 Comments

  1. Come sempre ottimo e preciso il lavoro di Franco Zavatti. Unico dubbio. Nell’ultimo grafico di elaborazione dei dati “Brunetti” il 2015 ha anomalia positiva ci circa un grado e quindi inferiore al 2014, mentre dai grafici ufficiali del sito ISAC-CNR mi sembra che ad oggi (dati ad agosto) siamo con un’anomalia di circa un grado e mezzo e quindi superiore anche al 2014. Considerando inoltre 2014 e 2015, sembra che il trend possa essere tornato positivo.
    Saluto cordialmente

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    • E’ vero, i grafici dell’isac (medie annuali) mostrano una forte risalita ma
      non so quanto pesino luglio e agosto su questa media. Io ho l’ultimo valore
      della media che dipende da 5 mesi tra cui febbraio ha un’anomalia molto
      bassa e quindi pesa molto. I dati che ci dato Guido Cioni, venendo da
      Brunetti, dovrebbero essere quelli ufficiali per cui non so cosa dire.
      Ancora: i dati dei grafici isac sembrano essere rappresentati da una media
      mobile (non so su quale finestra) che ovviamente tiene conto dei dati
      precedenti, mentre il mio fit viene fatto a partire da un punto fissato (il
      2000) e quindi l’aspetto può essere diverso. La mia scala, avendo pochi
      dati, è molto ampia, quella di Brunetti è molto inferiore.
      Una considerazione che mi viene spesso è che Brunetti disegna grafici e fa
      affermazioni (tipo luglio 2015 più caldo di sempre) senza rendere
      disponibili i dati ormai da troppi anni, dicendo che non ha tempo per
      elaborarli correttamente e, ad ogni anno che passa, cresce sempre di più il
      sospetto che usi una scusa per non rendere disponibili i dati.
      Questo sospetto è confortato anche dalla circostanza che i dati
      meteorologici dell’Osservatorio Astronomico di Bologna che erano stati
      forniti all’isac con l’accordo che, poi, i dati omogenizzati sarebbero
      stati disponibili ad un link dell’isac, scompaiono sistematicamente,
      facendo molto arrabbiare il prof. Fabrizio Bonoli che quei dati li ha dati
      all’isac personalmente, non preoccupandosi di stilare un accordo scritto.

      Per questi motivi vorrei evitare di discutere ancora sui grafici e sulle
      affermazioni dell’isac, senza avere i dati, come si dice, “nero su bianco”.
      Cordiali saluti
      Franco

  2. Ho aggiornato il sito di supporto
    qui
    con i dati che Guido Cioni ha reso disponibili (avevo scritto che avevano
    una lunghezza di 15 anni ma, evidentemente, è di 25 e mezzo). Ho calcolato
    il fit lineare di tutto, ma anche i fit dei due pezzi 1990-2000 (sicuramente
    troppo breve) e 2000-2015 (simile al tratto disponibile nei dati di Sergio
    Pinna). A occhio non si vedono particolari appiattimenti, ma i fit dicono
    che il secondo tratto ha pendenza circa 5 volte inferiore al primo. Nel sito
    di supporto i dati e i plot sono indicati come “Brunetti” visto che vengono
    da Cioni tramite Brunetti.

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  3. @Guido Cioni
    Caro Guido,
    intanto mi scuso per il ritardo della risposta ma, essendomi alzato a mezzanotte per lavorare, alle 9 sono andato a letto per riuscire a non addormentarmi oggi pomeriggio al seminario di Elio Antonello sull’archeoclimatologia.
    Grazie per i dati di Brunetti: sono solo 15 anni e senza la coda per poter apprezzare cambiamenti ma li userò. Brunetti non ha tempo per rendere disponibili i dati… la stessa risposta l’ha data a Fabrizio Bonoli quando gli chiesto i nostri dati dell’Osservatorio Astronomico omogeneizzati e Fabrizio ha penato un po’ per riuscire a riaverli (adesso li ho io). Per il sito dell’isac con i grafici, direi che Brunetti cita da millenni (o giù di lì) la pubblicazione del 2006 con i dati al 2003-2005 e forse avrebbe potuto aggiornare ancora un po’ i grafici o meglio, i valori numerici. Comunque, dal grafico di agosto (su tutta la serie che inizia dal 1850 circa e finisce appunto al 2002-2003) vedo un improvviso cambio di pendenza dopo il 2000 che sembrerebbe confermare quanto ho scritto, ma i dati sono troppo pochi per dire qualsiasi cosa.
    E sul sito isac c’è scritto che luglio scorso è stato il mese più caldo di sempre.

    Grazie anche per la tesi: la leggerò con piacere. Ma i dati del Trentino e dell’Alto Adige li trovo anche su Histalp e, avendo insegnato didattica della geografia all’università di Bolzano per 13 anni, so anche dove trovarli presso l’efficientissima provincia di Bolzano. Ancora, fino alla sua morte, ho avuto uno scambio di mail con Reihard Boehm dello ZAMG (meteo austriaco) che mi ha mandato i suoi dati (più aggiornati di quelli histalp, allora, nel 2012) su molte stazioni a cavallo delle Alpi di cui diverse italiane.
    Non sapevo del dottorato. Complimenti e auguri per il futuro.
    Franco
    Franco

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  4. “Mi sarebbe piaciuto vedere un confronto con altri data set”

    Sarebbe piaciuto anche a me! Ma non sono capace di trovare i dati: lei potrebbe fornirmi un link da cui scaricare, ad esempio, le temperature medie mensili e annuali di (tutte le) stazioni italiane? Io trovo parte di questi dati su Histalp, ma sono relativi al solo nord Italia, dato che Histalp riguarda la regione alpina un po’ allargata, e non sono recenti. Quindi uso i dati disponibili, come quelli di Sergio Pinna di cui, per inciso, non ho mai letto i libri e non saprei quali conti dovrebbe “farsi tornare”.
    Se la presenza della pausa è ormai confermata, come dice lei (ma non mi sembra una cosa tanto pacifica), non ho capito quali conclusioni affrettate io abbia tratto affermando che la pausa c’è, ovviamente sulla base dei dati che possiedo.
    Cordiali saluti
    Franco Zavatti
    PS per gli altri lettori: chiedere un link ai dati non è una provocazione. Il dott. Cioni ha una laurea specialistica in Fisica dell’Atmosfera e Meteorologia e sa sicuramente (al contrario di me) dove reperire i dati italiani.

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    • Caro Franco (possiamo darci del tu?),
      vorrei innanzitutto dire che avere una laurea specialistica in Fisica dell’Atmosfera NON significa sapere dove reperire i dati 🙂
      Purtroppo, come ben saprai, l’Italia è un paese talmente frammentato dal punto di vista meteorologico che è quasi impossibile reperire un dataset di dati omogeneo e valido per tutte le stazioni da nord a sud. E per omogeneo non intendo solo in base alla distribuzione spaziale delle stazioni. Per fare un esempio, sappiamo tutti in che condizioni versasse la stazione di Milano Linate (ricordo bene?) prima che fosse stato chiesto a gran voce un intervento per tagliare tutte le siepi che circondavano la capannina meteorologica. Insomma, in Italia quando si analizzano dati c’è da andare sempre con i piedi di piombo dato che non si sa in cosa si sta scavando. Per questo motivo di solito cerco di fidarmi solo dei dati presi dall’ISAC-CNR-hai ragione, non sono facilmente reperibili- che comprendono vari processi di omogenizzazione spaziale e temporale, processo necessario visto che molte stazioni nel corso degli anni hanno cambiato posizione/strumentazione.
      Detto ciò, il dataset di cui parlo è liberamente fruibile, ma in termini solo di grafici già prodotti, a questo sito http://www.isac.cnr.it/~climstor/climate_news.html (ma forse lo conoscerai già). I metodi di omogenizzazione sono illustrati nel paper http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1002/joc.1251/abstract. Conosco di persona Michele Brunetti, che si è occupato di questo dataset da quando lavora al CNR. Il problema è che, cito da una mail:

      “Purtroppo i dati non sono ancora in rete per mancanza di tempo.[…] il data-set è stato assemblato nell’ambito di un progetto e ha portato ad una pubblicazione uscita nel lontano 2006 con dati
      aggiornati al 2003. I dati furono messi in rete a disposizione di tutti per il periodo 1865-2003. Successivamente ho fatto una re-omogeneizzazione dell’intero data-set migliorando la parte più antica (pre-1865 più o meno) soprattutto per Tmax e Tmin e facendo un merging dei dati degli antichi osservatori con le stazioni moderne dell’aeronautica per avere un data-set aggiornabile in tempo reale (molti osservatori sono defunti e per quelli ancora in vita aggiornare i dati significa fare decine di telefonate….attività improponibile per mantenere i dati aggiornati mensilmente!) . Però questo lavoro, essendo fatto nei ritagli di tempo (non c’è un progetto che lo finanzia) non è ancora concluso, ovvero la re-omogeneizzazione non è ultimata, ci sono ancora diverse stazioni da aggiungere (alcune anche piuttosto lunghe) e non mi piace l’idea di divulgare un data-set provvisorio”.

      Quindi, per dare una risposta definitiva, non credo si possa trovare un dataset provvisorio e definitivo per l’Italia semplicemente perché non è mai stata risolta la frammentazione degli organi competenti. Questo era il senso del mio commento: fare considerazioni generali, come la presenza di hiatus, per paesi come l’Italia che hanno dati mancanti, mal conservati e gestiti da diverse persone, è fuorviante. Forse mi sono spiegato male, mi riferivo ad un hiatus a livello globale, che ormai è stato appurato e di cui si sta cercando la causa tirando in ballo forzanti anche non antropogeniche (ad esempio i Vulcani). Comunque, ho uno stralcio di una serie delle anomalie mensili per tutta Italia, sempre fornita da Michele Brunetti.. La incollo di seguito.

      1990 0.21 2.54 1.81 -0.08 0.91 0.33 0.35 0.02
      0.33 1.89 0.35 -1.93
      1991 -0.18 -1.50 1.96 -1.11 -2.88 -0.34 0.68 0.77
      1.46 -0.52 -0.34 -2.22
      1992 -0.16 -0.08 0.26 0.49 1.04 -0.75 -0.37 1.89
      0.61 0.18 1.68 0.10
      1993 0.22 -1.01 -1.01 0.58 1.29 1.20 -0.57 1.27
      -0.21 0.45 -0.49 0.94
      1994 1.37 -0.19 2.55 -0.14 0.95 0.37 1.73 2.50
      1.04 0.17 2.07 0.90
      1995 -0.63 1.87 -0.85 0.01 -0.06 -0.71 1.50 -0.54
      -1.40 1.03 -0.51 0.94
      1996 1.29 -1.22 -1.16 0.72 0.33 0.90 -0.58 -0.24
      -2.20 -0.72 1.03 0.20
      1997 1.37 1.44 1.50 -1.03 1.09 1.10 -0.28 0.12
      1.16 0.36 0.91 0.60
      1998 0.92 2.13 -0.12 0.71 0.56 1.65 1.33 1.55
      -0.19 0.13 -1.13 -1.16
      1999 0.46 -1.12 0.54 0.91 2.02 1.27 0.41 1.51
      1.40 1.17 -0.03 -0.10
      2000 -0.80 0.79 0.78 1.71 2.45 1.83 -0.33 1.35
      0.69 0.98 1.69 1.91
      2001 1.58 1.18 3.19 0.12 2.05 0.79 0.83 1.75
      -1.12 2.96 0.33 -2.06
      2002 -0.72 2.06 2.09 0.97 0.72 2.27 0.40 -0.36
      -0.82 0.44 2.49 1.24
      2003 0.68 -2.33 0.62 0.41 2.77 4.81 2.64 3.84
      0.21 -0.26 1.75 0.28
      2004 -0.49 0.49 -0.31 0.72 -1.14 0.94 0.63 0.87
      0.70 2.39 0.77 1.44
      2005 -0.72 -2.24 -0.07 0.38 1.73 1.82 1.19 -0.72
      0.63 0.61 0.31 -1.10
      2006 -1.14 -0.16 -0.34 1.76 1.24 1.18 2.27 -0.70
      1.11 2.00 1.52 1.73
      2007 2.56 2.40 1.51 3.21 1.88 1.85 1.22 0.39
      -0.59 0.07 -0.26 -0.47
      2008 1.60 0.84 0.83 1.04 1.19 1.35 0.97 1.21
      -0.24 1.27 1.08 0.02
      2009 0.25 -0.60 0.49 1.80 2.68 1.15 1.29 2.15
      1.44 -0.03 1.44 0.19
      2010 -0.68 0.11 0.07 1.39 0.11 0.74 1.83 0.31
      -0.26 -0.47 1.15 -0.86
      2011 0.30 0.69 0.51 2.62 1.33 1.23 0.01 1.45
      2.73 0.32 1.43 1.16
      2012 0.15 -2.34 2.55 1.13 0.47 2.64 2.00 2.57
      1.03 1.60 2.61 -0.39
      2013 0.72 -1.17 0.22 2.09 0.00 0.43 1.32 1.28
      0.89 2.12 1.18 1.00
      2014 2.13 2.57 1.60 1.94 0.08 1.45 -0.53 -0.01
      0.84 2.21 3.30 1.48
      2015 1.22 0.03 0.92 1.39 1.78

      Volevo sottolineare che non sono molto ferrato sull’ambito climatologico, essendomi da sempre dedicato allo sviluppo della modellistica numerica (tutt’ora sto facendo un dottorato al Max Planck Institute di Meteorologia ad Amburgo). Dunque, non mi fiderei troppo delle mie conclusioni per quanto riguarda questa branca 😉

      P.S. Le consiglio anche di leggere una recente pubblicazione di tesi (conosco l’autore, stanno lavorando su un possibile paper…) riguardo il trend di temperature per il Trentino. Hanno fatto un bel lavoro di omogenizzazione e riorganizzazione dei dati, ed i risultati sono in linea con quanto trovato a livello globale. Magari le fa comodo. http://amslaurea.unibo.it/8310/1/Squintu_Antonello_Tesi.pdf

    • Guido,
      grazie per esserti unito alla discussione. Condivido le tue considerazioni, così come appoggio in pieno il lavoro che sta facendo Franco sulle nostre pagine ormai da anni.
      Circa il fatto che i dati frammentati non consentano di dire che la pausa in Italia si vede, ci sto. A patto che, per la stessa ragione, si smetta anche di dire (e la citazione che hai fatto è al riguardo cogente), che invece si vede il riscaldamento, che si vede l’aumento degli eventi estremi, che questo o quell’altro anno sono i più caldi di sempre, che anomalie così non si erano mai viste etc etc etc…
      Nessuna, ma proprio nessuna considerazione di parametri fisici può prescindere da attenta misurazione e robusta statistica dei dati. Non abbiamo né l’una né le altre, perciò se sono tutti d’accordo, sospendiamo il discorso per una trentina d’anni almeno, a patto che quello che si sta raccogliendo ora sia presentabile…
      gg

    • Inoltre…
      A questo link, c’è la pagina che riassume i progetti di ricerca del CMCC, il Centro Euro Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici. D’accordo che in Italia di soldi per la ricerca ce ne sono pochi, però, forse, prima di studiare l’adattamento al clima che cambia sul Mediterraneo, sarebbe il caso di studiare se il clima sia cambiato nel paese che vi è immerso, incidentalmente il nostro, magari con un progetto di definizione di un dataset completo e condiviso delle osservazioni. Inutile dire che questo dovrebbe venire anche prima dello studio sulla torre radar sulla foresta pluviale ugandese, delle reti osservative in Atlantico, delle attività di supporto all’IPCC (con cosa li supportiamo se non sappiamo che succede a casa nostra?), delle strategie di adattamento climatico per un Europa sostenibile, dello studio sulle dinamiche del ghiaccio antartico, del collegamento tra clima e policy di sviluppo etc. etc. etc…
      Forse però, si sa, la scienza di base è scienza povera, meglio puntare lo sguardo in alto e, soprattutto, altrove!
      gg

  5. Mi sarebbe piaciuto vedere un confronto con altri data set, visto che quelli del gruppo di Climatologia dell’isac-CNR dicono tutt’altro (almeno così mi sembra di ricordare). Per esempio non ho mai capito da dove Sergio pinna ottenga quei dati. Ho letto tutti i suoi libri e, nonostante i ragionamenti che faccia siano ben posti , non si capisce bene che data set usi per fare le sue condiserazioni. Potrebbe venire il dubbio che se li sia scelti per farsi tornare i conti… In ogni caso, la presenza di hiatus è ormai confermata da molti studi, ma di qui a trarre conclusioni affrettate ce n’è di strada..

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  6. Voglio premettere che in questo commento farò riferimento solo alle temperature annuali e non a quelle mensili in quanto intendo fare un discorso più generale.
    In primo luogo noto che le temperature delle tre aree in cui è stato diviso il nostro Paese sono aumentate a partire dal 1950: è un fatto su cui è inutile discutere.
    Entrando nel merito della questione ho notato che il trend decadale di aumento delle temperature dell’Italia settentrionale è maggiore di quello dell’Italia centrale e di quello dell’Italia meridionale. Questi ultimi due sono, invece, confrontabili, anzi possono essere considerati quasi uguali entro i margini di incertezza. Non credo che in questo caso possiamo parlare di amplificazione latitudinale, mi sembra più realistico pensare all’isola di calore urbano visto anche che è nei mesi invernali che la differenza di tendenza è più marcata. Considerando che nella pianura Padana l’urbanizzazione è molto spinta, non mi sembra che questa ipotesi sia molto campata in aria.
    Per il resto noto che l’andamento delle temperature locali è concorde, almeno qualitativamente, con quello delle temperature globali. Nelle serie NOAA tra il 1945 circa ed il 1975 circa le temperature sono state pressoché costanti con lievissime oscillazioni intorno alla media di riferimento. A partire dal 1975 o giù di lì le temperature hanno cominciato a salire per circa 20 anni dopo di che il trend di aumento è diminuito.
    Scrive G. Fusillo che considerando dei periodi brevi a piacere si può giungere a qualsiasi conclusione e io gli do ragione. Nel nostro caso i periodi non sono scelti a piacere, ma sulla scorta di criteri del tutto generali che F. Zavatti ha ben illustrato in un suo precedente articolo citato in quello che stiamo commentando. Tali criteri consentono di stabilire in modo oggettivo il punto in cui si verifica il cambio di tendenza e sono molto simili a quelli utilizzati da altri studiosi della materia.
    In campo globale la pausa è ben visibile nelle temperature della bassa troposfera determinate dai satelliti, meno nei dataset di superficie anche grazie ai pesanti e, come nel caso di Karl et al., 2015, del tutto inopportuni aggiustamenti dei dati. Per quel che mi riguarda non posso che concordare con quanto scrive F. Zavatti:
    “… in Italia la pausa delle temperature esiste ed è indiscutibile.”
    Ciao, Donato.

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  7. @ Mario
    Non sia mai che facciamo sparire gli anni più caldi di sempre! I nostri
    amici “caldisti” potrebbero irritarsi. Ecco, quindi, che per il sud l’anno
    più caldo di sempre è il 2001 e per il centro e il nord è il 2014 (parliamo
    sempre di medie annuali su diverse città in ognuna delle macro regioni).
    Negli ultimi 14-15 anni abbiamo una stasi che ha la media più alta da quando
    ci sono le osservazioni dirette: in questa situazione è facile che le
    fluttuazioni attorno a una media alta producano valori “mai visti prima” che
    poi vengono “pompati” dai media con toni da fine del mondo.
    Il difficile è trovare anni freddi mai osservati prima: se i “caldisti” fossero
    stati “freddisti” avrebbero avuto notevoli difficoltà a fare comunicati stampa
    per il prossimo COP a Parigi. -:)

    @ Gianluca
    E’ vero che lo stesso discorso vale per i dati 60-80 (anzi, almeno sui
    dataset globali, dal ’40 al ’70). E’ uno dei periodi di 30 anni
    caratterizzati da regimi climatici diversi (stasi, diminuzione, salita
    delle temperature). Altri periodi sono dal 1910 al 1940 e dal 1970 al 2000.
    Per elaborazioni su intervalli di tempo così brevi: 1976-2000 (25 anni) e
    2000-2014 (15 anni) non mi sembrano scandalosamente brevi per evidenziare
    pendenze incompatibili. Come scrive Guido Guidi all’inizio, è chiaro che le
    temperature possono cambiare, in un verso o nell’altro, andando avanti nel
    tempo ma il trascorso è sufficiente per qualche ragionamento non troppo
    peregrino.

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    • Aggiungerei anche che dallo shift del 1975-76, quando si è invertita la tendenza, al 1997-98, super El Nino, quando poi ha iniziato a frenare il GW, gli anni sono 23, non così tanti più di 15. In pratica, tutta la sostanza del GW, posto che tanto a fine ‘800 quanto a inizio ‘900 non c’era molta CO2, è alla fine del secolo scorso.
      gg

  8. Mah…stesso discorso varrebbe per i dati dal 1960 al 1980, anzi la pendenza sembrerebbe essere, ad occhio, anche più marcatamente negativa.
    Questo mi porta alla conclusione che elaborando dati relativi ad intervalli di tempo così brevi possono far giungere a qualsiasi conclusione si voglia. In un senso o nell’altro.

    Gianluca Fusillo

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  9. E gli anni più caldi di sempre ? Spariti ? 🙂

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