C’è un rumore assordante nel clima

Non è chiasso, né baccano e tanto meno confusione. Ma è un rumore che può annientare i sensi nella loro espressione collettiva, che dovrebbe mettere in condizione di comprendere quello che accade. Qualcuno starà anche pensando che deve esserci stato molto, troppo sole nei posti che ho frequentato di recente. In effetti ce n’era, ma non abbastanza…

Il rumore nel clima è, di norma, l’appellativo con il quale viene “liquidata” nelle discussioni sull’evoluzione del sistema la variabilità di breve medio periodo, quella di poche decadi, l’unica che conti davvero per i discorsi di adattamento e di correzione della rotta. Non a caso, negli ultimi anni, quando il rallentamento del global warming è diventato palese, in quasi tutte le decine di ipotesi di attribuzione di questo rallentamento si è fatto cenno proprio all’imprevedibilità delle dinamiche di breve e medio periodo.

Ma questo è un paradosso nell’atteggiamento di quanti prevedono che il clima sia in disfacimento, ammesso che questo modo di dire abbia un senso (e non lo ha), perché davvero non si può pensare di prevedere il clima di dopodomani senza conoscere quello di domani.

Capita infatti che sia stato appena pubblicato il report di un workshop tenutosi circa un anno fa in cui si è affrontato proprio il tema della variabilità decadale e multidecadale del clima. Dinamiche atmosferiche e oceaniche, fattori di forcing esogeni ed endogeni, punti fermi (o quasi) ed elementi di incertezza, cercando di fare un punto di situazione che forse non aggiunge molto in termini di conoscenza scientifica, ma certamente mette il risalto una questione fondamentale: siamo decisamente lontani dall’aver capito come funziona realmente il sistema.

Frontiers in Decadal Climate Variability: Proceedings of a Workshop

Tanto lontani che le ovvie premesse anche di questo report non trovano giustificazione, ma si collocano, come sempre, nel necessario tributo da pagare al mainstream:

  • Il sistma pianeta pianeta continua stabilmente a scaldarsi in risposta all’aumento della concentrazione di gas serra;
  • Un rallentamento del trend positivo delle temperature di superficie non equivale ad un rallentamento del global warming.
  • I trend di lungo periodo delle temperature riflettono largamente l’aumento delle emissioni di gas serra di origine antropica.

Ok, tassa pagata, ora il report che, negli higlights, riporta:

Il rallentamento delle temperature globali superficiali dell’inizio degli anni 2000 ha innescato molta ricerca con l’obbiettivo di identificare elementi di variabilità nelle osservazioni e nei modelli, così come meccanismi di attribuzione:

  • Quali meccanismi fisici possono spiegare la variabilità decadale recente e passata?
  • Quanta parte della variabilità nei trend più recenti del riscaldamento superficiale è dovuta a variabilità naturale di origini interne piuttosto che a forcing esterni e come varia nel tempo questa attribuzione?
  • Cosa si può dire sul futuro a breve e medio termine in base a ciò che sapiamo oggi?
  • Le accelerazioni e i rallentamenti sono prevedibili?
  • Quali osservazioni, sintesi dei dati e miglioramenti nei modelli potrebbero essere utili per dare risposte tangibili a questi quesiti?
  • Infine, qual è il modo migliore per “misurare” l’influenza dei gas serra di origine umana sul clima?
  • Le temperature superficiali lo sono?

Alcuni aspetti in cui sussiste ancora grande incertezza:

  • Se la variabilità decadale nel Pacifico è una combinazione di differenti fattori, come possono essere separati?Qual è il ruolo di ognuno? Qual è il meccanismo che ne regola ognuno?
  • Sebbene la NAO (Oscillazione del Nord Atlantico) sembri regolare la variabilità multidecadale dell’Atlantico, cosa influenza la variabilità multidecadale della NAO?

Oppure:

  • Il legame tra la perdita di ghiaccio artico e il tempo delle medie latitudini, con i conseguenti effetti regionali;
  • Il ruolo e la quantificazione della stratificazione delle profondità dell’Oceano Meridionale;
  • L’importanza di processi atmosferici e oceanici a carattere casuale e la loro influenza su processi di lungo periodo (in che modo il tempo a scala regionale produce dei forcing a scala decadale?)
  • Il calore assorbito dagli oceani come sarà trasportato negli strati più profondi nelle prossime una o due decadi?

Qui, sul blog di Judith Curry per saperne di più di un livello di conoscenza che qualcuno ancora definisce sufficiente. Continuando a ignorare le…previsioni sbagliate!

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Author: Guido Guidi

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3 Comments

  1. Non era il minimo di Dalton, chiedo scusa, ma si tratta dei cicli che hanno preceduto il leggero raffreddamento (globale o solo emisfero nord ?) degli anni successivi.

    Quella diminuzione di temperature riempì giornali e riviste scientifiche con previsioni di una prossima piccola era glaciale e disastri collegati, ci fu anche chi suggerì di immettere CO2 nell’atmosfera.

    Poi sono intervenuti i cicli solari più intensi da quando se ne fanno misurazioni e adesso stiamo tornando, purtroppo, alla normalità: bassa attività solare e freschetto.

    “Purtroppo” perchè (e questo c’è su CM) piccoli incrementi di temperatura fanno bene all’agricoltura e ai vecchietti come me che invece soffrono, e non poco, quando le temperature si abbassano.

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  2. Non leggo qui commentirecenti sull’andamento del ciclo solare 24, il più debole da qualche centinaio d’anni, con previsioni per un ciclo 25 ancora più debole.

    da solen.info un confronto coi cicli del minimo di Dalton:

    http://www.solen.info/solar/images/comparison_similar_cycles.png

    oltre ai massimi è interessante l’integrale della curva.

    Nel mio piccolo, da semplice appassionato, da tempo (2002, in tempi non sopetti) ho lasciato ai miei nipoti due consigli:

    1 – quando sentite blaterare di prossime catastrofi naturali state attenti al portafoglio, perchè è lì che vogliono arrivare;
    2 – fra dieci-venti anni o forse anche prima farà freddino, se andate a Londra d’inverno portatevi i pattini da giaccio: sul Tamigi sarà divertente

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  3. Un elenco spaventosamente lungo di incertezze e dubbi che la dice lunga circa il livello di conoscenza del sistema climatico terrestre. Ognuno dei punti elencati da G. Guidi nel suo post è sviluppato in decine di articoli scientifici che ogni tanto commentiamo su queste pagine e ogni articolo giunge a conclusioni diverse da quelle degli altri. Detto in altri termini la strada da percorrere è ancora molto lunga prima di poter dire di aver capito cosa bolle nella pentola del clima. Nel frattempo una sola sembra essere la certezza che domina il mondo della ricerca climatologica: non siamo in grado di declinare il paradigma climatico a livello regionale e nel breve periodo, ma siamo in grado di farlo con incrollabile certezza (entro un intervallo di qualche decimo di grado, per la temperatura, ad esempio) di qui a un secolo. Non conosciamo la fisica del sistema, ma la matematica riesce a supplire a questa deficienza in quanto ci consente di trovare i risultati esatti nel lungo periodo e, quindi, di individuare le tendenze del clima anche nel medio periodo.
    Responsabile di questa magia è l’equilibrio radiativo al TOA che dipende esclusivamente dai gas serra di origine antropica: tutto il resto è nulla. La conclusione paradossale cui giungiamo è che i fattori che determinano il clima nel breve periodo sono poco conosciuti e ciò ci impedisce di ottenere previsioni climatiche corrette tanto alla scala regionale che alla scala decadale, ma il clima nel lungo periodo è prevedibile perché non è determinato dai fattori che determinano quello a breve periodo. A me sembra tanto una str*****, ma color che sanno (tutto) dicono che non è così e…. va bene così! 🙂
    Ciao, Donato.

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  1. C’è un rumore assordante nel clima : Attività Solare ( Solar Activity ) - […] Autore: Guido GuidiData di pubblicazione: 09 Agosto 2016Fonte originale: http://www.climatemonitor.it/?p=41969 […]

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