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Mirror Posting da Svipop: Ghiacci e deserti, i dati inducono all’ottimismo

Il 25 settembre (cfr. GR1, ore 7) è stato annunciato che il servizio segreto statunitense ed il Pentagono hanno creato una task force per indagare sugli effetti del cambiamento climatico sulle economie, ed in particolare della desertificazione e dello scioglimento dei ghiacci che conseguiranno all’aumento di 4°C delle temperature previsto entro la fine di questo secolo. Questi i tratti salienti della notizia che è stata poi dottamente commentata da un climatologo dell’Enea.

Il fondamento di tali infauste previsioni sono modelli matematici, i cui livelli di incertezza sono spesso elevatissimi. Tuttavia oggi disponiamo anche di strumenti di misura enormemente potenti (satelliti, radar, stazioni di misura automatiche, ecc.) che dovrebbero quantomeno servire per verificare se gli scenari proposti dai modelli o dalle proprie ideologie trovano riscontro nella realtà. Cosa ci dicono allora le misure rispetto ai deserti ed alle lande ghiacciate polari tirate in causa dalla notizia sopra riportata?

Degradazione del suolo in arretramento.

La desertificazione è intesa a livello internazionale come degradazione del suolo in aree aride, semiaride e subumide, che porti all’impossibilità per la vegetazione di svilupparsi. In fatto di desertificazione il passato ci insegna che l’agente primario del fenomeno è l’uomo e che il clima si rivela il più delle volte solo un fattore accessorio. Allora, se si pensa che l’evoluzione sociale porta verso sempre più alti tassi di inurbamento, è quantomeno ipotizzabile che la vegetazione riprenda il sopravvento in vaste aree fino a poco tempo fa’ soggette ad elevate pressioni antropiche. Questo ovviamente in teoria. Andiamo allora a vedere se la teoria è confortata dalle misure.

Secondo elaborazioni eseguite su dati Istat, in Italia le superfici forestali sono passate dai 4.5 milioni di ettari del 1910 ai 6.9 milioni di ettari del 2000; ciò sembrerebbe confortare quanto sopra detto; tuttavia l’Italia non è il mondo e anzi, per la precisione, ne è solo la 1700esima parte.

Passiamo allora al livello globale e per fare ciò un grande aiuto ci viene dai dati riportati nell’articolo “Regional desertification: A global synthesis”1 uscito sull’autorevole rivista scientifica Global and Planetary Change nel numero di dicembre 2008. I due autori, Hellden e Tottrup, geografi che operano rispettivamente alle Università di Lund e Copenhagen, analizzano i dati del sensore satellitare Modis della Nasa dal 1981 al 2003 con riferimento alle aree che a livello globale appaiono oggi più esposte al rischio di desertificazione (bacino del Mediterraneo, Sahel dall’Atlantico al Mar Rosso, le grandi aree aride dell’Africa Meridionale, della Cina – Mongolia e del Sud America).

Dal lavoro emerge la seguente conclusione: nelle aree in esame si nota un progressivo aumento della biomassa vegetale nel corso del periodo indagato. Le carte riportate nell’articolo sono più che mai eloquenti indicando tendenze estese e ben consolidate all’incremento della biomassa vegetale in tute le aree in esame. Gli autori in particolare scrivono che “Rinverdimento a parte, è stupefacente il fatto che tutte le aree in esame siano caratterizzate dall’assenza di crescita sistematica dei fenomeni di degradazione del suolo e desertificazione espressi in termini di declino della produttività dei vegetali o della copertura vegetale su aree estese”. Ovviamente risultati di questo tipo contrastano con l’idea dominante del “vogliamo il disastro, e lo vogliamo subito” e pertanto non trovano buona stampa.

Ghiacci in buona salute.

Come del resto buona stampa non trovano i dati sulle coperture glaciali in Antartide  ed Artide che sono diffusi in tempo reale dall’Università dell’Illinois. In proposito segnalo che circa lo scioglimento delle coperture glaciali occorre essere più che mai prudenti, nel senso che nessuno ha una visione d’insieme sugli spessori del ghiaccio e dunque la visione che abbiamo con i satelliti, legata quasi unicamente alle estensioni, è comunque parziale, anche se di gran lunga più efficace di quella che si aveva prima dell’avvento dei satelliti (1979) e che era affidata alle osservazioni a vista effettuate da navi.

Dai dati satellitari aggiornati a pochi giorni fa e riferiti ai soli ghiacci marini (che poi sono quelli che variano di più in quanto le superfici delle due grandi calotte groenlandese e antartica sono grossomodo stazionarie) emerge quanto segue:

  1. La persistente anomalia positiva della superficie marina ghiacciata in Antartide.
  2. L’arresto della tendenza al decremento delle superficie marina ghiacciata in Artide che aveva avuto inizio nel 1998 e che si è interrotta due anni orsono.

In complesso nel 1979 avevamo valori medi annui di superficie dei ghiacci marini che era di 19 milioni di km quadrati di ghiaccio (circa 63 volte la superficie dell’Italia) ed oggi ne abbiamo grossomodo 18 (60 volte la superficie dell’Italia), con una superficie che al 15 settembre 2009 era pari a 19.5 milioni di km quadrati. In conclusione i dati che ho presentato, tutti prodotti da fonti ufficiali, collidono in modo irrimediabile con l’informazione divulgata da gran parte dei media.

Il timore è che si stia oggi creando un corto circuito fra politica ed informazione con un sostanziale effetto ansiogeno sulla collettività e una pesante interferenza nel meccanismo delle decisioni. Un tale fenomeno, in un mondo ormai connesso in tempo reale, rischia di avere effetti (questi sì) catastrofici, nel senso che l’esperienza ci insegna – ahimè – che sbagliare la diagnosi significa quasi inevitabilmente sbagliare la cura.

Morale: occorrerebbe ritornare alla vecchia ricetta secondo cui le decisioni politiche si devono prendere in base a dati statistici di buona qualità ed acquisiti con regolarità. Avranno i nostri governanti la saggezza di operare secondo tale elementare criterio? Speriamo.

NB: Questo articolo è uscito su Svipop  il 27 settembre 2009.

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  1. La desertificazione regionale: una sintesi globale – Hellden e Tottrup 2008  []
Published inAmbienteAttualitàNewsVoce dei lettori

31 Comments

    • Ciao Max,
      ho letto purtroppo solo l’abstract del lavoro pubblicato su Science cui si rifà l’articolo che hai linkato. Sembra interessante e mi riprometto di leggerlo interamente appena possibile. Una prima considerazione al riguardo non credo però possa cambiare leggendolo: Questa ennesima prova di adattamento del sistema ad uno stato termico differente, cosa dice esattamente sulle cause di questo riscaldamento? Niente. Naturale o antropico che possa essere il forcing, temo che almeno finchè non culminerà l’interglaciale, è probabile che la massa glaciale complessiva sul pianeta continui a diminuire non credi?
      gg

  1. […] di riordinarlo appunto. Qualche giorno fa Luigi Mariani è intervenuto sia qui su CM  che su Svipop  per segnalare che la firma del riscadamento globale è tutt’altro che […]

  2. Gentili colleghi,
    si insistiamo in modo da riprovare quella emozione da uscita del purgatorio……” e tornammo a rivedere le stelle”.
    Saranno anche necessari ma quanto è difficile vedere la verità chiaramente nel torbido di tante discussioni/dibattiti sul “clima e dintorni”, quando invece mi sembra la natura è li che chiede solo di essere osservata in silenzio e stupore.
    un bioclimatologo
    Alfonso

    • Luigi Mariani

      Concordo!
      Occorre avere occhi nuovi per leggere la natura ed i suoi comportamenti, e la capacità di stupirsi è una dote di cui dobbiamo riappropriarci. E qui il cantico delle creature di San Francesco può essere un ottimo viatico:
      “Laudato si’, mi’ Signore, per frate Vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento”.

  3. Luigi Mariani

    Come contributo alla discussione sui trend delle grandi aree glaciali segnalo le carte con i trend delle grandi calotte (groenlandese e antartica) registrati nel periodo 2003-2007 dal satellite ICESAT che con un radar altimetro misura i livelli del ghiaccio. Le carte provengono da una recente Letter pubblicata su Nature (Pritchard, H.D., Arthern, R.J., Vaghan, D.G., and Edwards, L.A., 2009, September 23. Extensive dynamic thinning on the margins of the Greenland and Antarctic ice sheets. Nature, doi.10.1038/nature08471) e sono visibili al sito http://earthobservatory.nasa.gov/IOTD/view.php?id=40569&src=eoa-iotd.
    Il 2003-2007 (come detto in precedenza) è un momento critico per l’area artica e ce lo dimostra la consistente contrazione dei ghiacci marini artici, tendenza che che nel 2008 e 2009 si è invertita. Nonostante ciò si osserva che la calotta groenlandese all’interno manifesta un ispessimento mentre lo scioglimento si limita alla costa e non è generalizzato come ci si potrebbe immaginare. Anche l’Antartide manifesta zone di ispessimento e zone di scioglimento.
    A fronte una realtà così intricata mi pare interessante rilevare l’apoditticità del titolo del comunicato stampa del British Antarcic Survey (http://www.antarctica.ac.uk/press/press_releases/press_release.php?id=989).

    • Sembra ci sia una difficoltà intrinseca a discutere delle cose in modo asettico, dando semplicemente delle informazioni. La tentazione di strizzare l’occhio al disastro imminente è troppo forte evidentemente.
      gg

    • Luigi Mariani

      Piccolo aneddoto personale: in una conferenza tenuta un paio d’anni fa la mia relazione fu seguita anche da un noto giornalista che si occupa di divulgazione scientifica. Dato che il giornalista esprimeva interesse per i dati sui trend delle coperture glaciali che avevo portato, lo invitai caldamente ad utilizzarli indicandogli anche il fatto che provenivano da fonti ufficiali (nulla di eretico, dunque). La risposta fu che nessuno avrebbe acquistato e tantomeno pubblicato un suo articolo che parlasse di stazionarietà o anomalia positiva delle coperture glaciali. Da allora ho maturato l’idea (magari parziale o frutto di preconcetti -> vorrei con tutto il cuore che qualcuno me ne dimostrasse la falsità) che non si può andar contro le linee editoriali dei quotidiani e dei mezzi di comunicazione, linee che sono in genere improntate alla logica della “catastrofe imminente”.
      Da parte mia amo pensare che se ognuno coltivasse con amore e attenzione il proprio giardino, il mondo diverrebbe qualcosa di molto più bello e gradevole per tutti (…è la morale del Candido di Voltaire) e cerco un mezzo d’informazione interessato a veicolare questa “rivoluzionaria” idea.
      Luigi

    • Luigi che dire? Insistiamo!
      gg

  4. Tempo perso? Non vi pare di non fare onore alla vostra intelligenza? C’e gente europea che si farà due anni filati in nave per misurare questo pericolo, pronto a documentare e spiegare su Nova-Sole-24 Ore. Su ritorniamo a un dibattito civile, almeno qui, prego.
    Guidi ha comunque risposto, come poteva. E io, come potevo, l’ho riprtoato sul mio blog. Un po’ di umiltà, prego.

    • Luigi Mariani

      Anche se ad essere chiamato in causa è Guido, provo ad anticiparlo con la seguente considerazione che mi deriva dalla lettura del post http://blogs.it/0100206/2009/10/04.html#a8934:

      Circa l’acidificazione degli oceani potrebbe in effetti trattarsi di un problema grave, anche se sono in grado di esprimere un giudizio sulla questione perchè conosco troppo poco sulla chimica degli oceani.
      In termini del tutto generali posso solo rilevare che da una lato c’è la CO2 e dall’altro una quantità vastissima di fenomeni (molti dei quali positivi) quali:
      – meteorologia e clima
      – fotosintesi degli ecosistemi terrestri ed acquatici
      – respirazione degli esseri viventi
      – fertilità dei suoli
      – ecc.
      In questa lista ci si sta occupando di CO2 e clima, e su questo penso sia bene dibattere. A tale proposito non mi è per nulla chiara l’idea secondo cui il pH degli oceani sarebbe una “pistola fumante” e dunque una prova.
      Prova di cosa? Forse del fatto che la CO2 sta aumentando in atmosfera? Ma su questo non ci sono dubbi.
      O forse del fatto che l’aumento delle temperature globali è causato da CO2? Su questo i dubbi ci sono e restano, comunque vada il pH degli oceani.

    • FAbio Malaspina

      Sono d’accordo con Luigi, la concentrazione di anidride carbonica cresca è un dato di fatto. Che variazione di concentrazione del pH e della C02 siano contemporanei può essere (non conosco bene la serie storica del pH dei mari), che uno sia la conseguenza dell’altro è tutto da dimostrare scientificamente in quanto le variabili in gioco e l’interconnesione oceano-atmosfera sono tra le cose più complesse da studiare. Una volta feci la stessa domanda ad un chimico famoso, mi rispose che a causa delle “effetto tampone” delle conseguenze di quella variazione non si sarebbe visto nulla (sempre premettendo il “secondo me”).
      Saluti
      Fabio Malaspina

    • L’autore della domanda a Guidi (oggi rispondiamo tutti al posto suo) ha le idee confuse e accoppia in maniera incestuosa l’eventuale abbassamento del pH con l’eventuale riscaldamento del sistema climatico. Le due cose sono scorrelate, per quanto possono avere la stessa causa, e possono accadere l’una indipendentemente dall’altra.
      Il professore della conferenza di Barcellona è altrettanto confuso.
      Pur non essendo un esperto del settore, come c’insegna l’amico Mariani (giusto?), le piante ringraziano, si fa per dire, per questo surplus alimentare in atmosfera. Poiché anche la vita nell’oceano si è sviluppata in periodi con altre e alte concentrazioni di CO2, mi sembra incredibile il diffondersi di questa psicosi sugli effetti nelle acque.

    • Concordo, tempo perso a quanto pare. Comunque ho risposto sull’altro post.
      gg

  5. Roberto

    ma per caso qualcuno ha mai detto che i ghiacciai della Groenlandia e dell’Antartide si scioglieranno entro il 2030?
    che scommessa è? penso che nemmeno il piu catastrofista sarebbe disposto ad accettare tale scommessa.

    • Caro Roberto mi sa che ti devo smentire. Lo ha detto Gerd Leipold, portavoce di Greenpeace, salvo poi essere costretto ad ammettere che non sarà così, ma che comunque aggiungere un po’ di “emozione” al messaggio che si vuole trasmettere è utile alla ricezione da parte di chi ascolta. Ne abbiamo parlato qui http://www.climatemonitor.it/?p=3626.
      Saluti.
      gg

    • Roberto

      caro Guido, mi sa che devo smentire la sua smentita 🙂
      Conosco bene l’associazione e so bene quello che dicono. Purtroppo in quell’intervista Leipold si è fatto letteralmente “prendere in giro”(certamente è stato ingenuo e poco attento e di questo, secondo me, dovrebbe asumersene le responsabilità) perchè Greenpeace non ha mai detto che tutti i ghiacci dell’Artico, compresa la Groenlandia, si sarebbero sciolti entro il 2030.
      Semplicemente, riportando uno studio della Nasa, ha espresso una sua preoccupazione limitatamente ai ghiacci marini, l’ARTIC SEA ICE.
      Il giornalista ha preso un comunicato di Greenpeace, ha falsificato il contenuto e ha chiesto poi di spiegare tali dichiarazioni da lui falsificate.

      qui potete leggere la risposta di Greenpeace:
      http://www.greenpeace.org.uk/blog/climate/greenpeace-admits-bbc-got-it-wrong-about-arctic-sea-ice-melting-20090820#

      sono andato a controllare il comunciato incriminato ed effettivamente GP non ha mai parlato di Groenlandia….

    • Luigi Mariani

      Quando lei scrive “Il giornalista ha preso un comunicato di Greenpeace, ha falsificato il contenuto…” pone in evidenza una della cose per me più aberranti nell’odierna macchina dell’informazione, e cioè il fatto che qualunque dato passi attraverso questa macchina venga il più delle volte moltiplicato per 3.14 ovvero per 6.28…
      In sostanza è un’operazione di disinformazione permanente che paghiamo tutti noi, anche in virtù di quel corto-circuito fra politica e informazione (ed economia) cui accennavo nel mio scritto.
      Faccio un esempio che sarà fuori tema ma che mi colpisce sempre: è mai possibile che nei dati di partecipazione alle manifestazioni (tipo quella di ieri sulla libertà di stampa) ci sia sempre una forbice enorme fra le stime della questura e quelle diffuse degli organizzatori e che poi i media diffondono a tutti noi? Ieri la questura parlava di 60.000 partecipanti e gli organizzatori (che guarda a caso erano giornalisti) di 300.000. E badi che chiunque di noi, partendo dal fatto che in 1 m2 non ci possono stare più di tante persone, può giungere ad un dato assai vicino alla realtà.
      Ecco, queste sono cose che non capirò mai e che a mio avviso sono fra le cause che spingono alla disaffezione dei cittadini per il mondo dell’informazione. Quanti di noi, e sono tanti, hanno un’esperienza professionale in un dato settore, colgono con immediatezza questi vizi, finiscono per associare al concetto di giornalisti quello di cacciapalle e si disamorano del tutto ….

    • Roberto

      sono d’accordo in gran parte con quello che dice.
      Per quanto riguarda i dati dei partecipanti alle manifestazioni, giusto una considerazione, senza addentrarci in altre questioni inutilmente. Per esperienza personale posso dire che effettivamente gli organizzatori spesso (soprattutto in grandi manifestazioni) gonfiano i dati, ma è anche vero che le valutazioni della Questura sono anch’esse molto aleatorie. Dopo diverse manifestazioni a cui ho assistito e anche partecipato, mi sono fatto l’idea che la verità è sempre nel mezzo.
      Cmq il suo ragionamento sul giornalismo sento di condividerlo e vale sia per chi esagera in un senso che nell’altro(parlando di cambiamenti climatici, ma anche di altri argomenti importanti).

    • FAbio Malaspina

      La notizia della scomparsa dei ghiacci dell’Artico nel 2030 credo che sia stata diffusa in seguito ad una dichiarazione di Ban Ki-Moon ripresa praticamente da tutti i mass-media nazionali:
      http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200909articoli/47570girata.asp
      http://www.corriere.it/esteri/09_settembre_22/clima-summit-onu-ban-ki-moon_ba66365c-a77e-11de-84dd-00144f02aabc.shtml
      http://quotidianonet.ilsole24ore.com/esteri/2009/09/22/234879-clima_allarme_moon_obama.shtml
      La sua fonte scientifica citata è una missione da lui effettuata nei giorni precedenti. Non aggiungerei altro.
      Fabio Malaspina

    • Roberto

      ripeto, un discorso è dire tutti i ghiacci della Groenlandia e dell’Antartide, un altro è parlare dei soli ghiacci marini. Io sono intervenuto perche è stato detto che ci fossero dichiarazioni sulla scomparsa dei giacciai greonlandesi al 2030, dichiarazioni che non ho mai letto e che evidentemnte sono state interpetate male. Di 2030 si è parlato solamente in alcuni studi e solamente per i ghiacci artici marini.

    • alessandrobarbolini

      eccome che ci sono…addirittura cera chi ipotizzava la coltivazione dei banani in valpadana nel 2020,quindi ,mi creda roberto..fanno a gara di chi la spara piu grossa ,ma mutazioni del genere necessitano centinaia e centinaia di anni …parlare di ventennali é giustificabile solamente nell,ambito dei nostri capelli

  6. alessandrobarbolini

    mi prendo la grossa responsabilita seppur in maniera VIRTUALE di fare una scommessa ….nel 2030 la groenlandia ,l,antartide e tutti i ghiacciai delle catene montuose continueranno ad avere i propri ghiacciai

    • Luigi Mariani

      Visto il numero di coloro che confidano nelle previsioni dei GCM, troverà certamente un sacco di gente pronta a raccogliere la sua scommessa. C’è da diventare ricchi….

  7. Luigi Mariani

    Il grafico da lei presentato è senza dubbio corretto. Mi permetto tuttavia di invitarla ad una lettura più complessiva dei fenomeni in questione attraverso la visione dei seguenti grafici a passo mensile tratti dal sito Cryosphere today dell’Università dell’Illinois:
    1. anomalia dei ghiacci marini artici per il periodo 1978-2009 rispetto alla media 1978-2000: http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/IMAGES/current.anom.jpg
    2. anomalia dei ghiacci marini antartici per il periodo 1978-2009 rispetto alla media 1978-2000: http://arctic.atmos.uiuc.edu/cryosphere/IMAGES/current.anom.south.jpg

    Il grafico 1 ci mostra per i ghiacci marini artici una serie di fasi successive ed in particolare un periodo stazionario 1978-1997, un brusco calo nel 1998 (è un vero e proprio breakpoint), una nuova fase stazionaria dal 1998 al 2003, un sensibile calo dal 2004 al 2007 ed una sensibile ripresa per il biennio 2008 e 2009. E quest’ultimo fenomeno che dovrebbe a mio avviso indurre ad un cauto ottimismo ed essere quantomeno comunicato ai nostri concittadini che invece dai media ricevono solo notizie di cali inarrestabili.

    Il grafico 2 mostra invece che il comportamento dei ghiacci marini antartici è assai più semplice da descrivere: si coglie infatti una tendenza graduale all’incremento che si manifesta su tutto il periodo in esame e che si accentua nell’ultimo quinquennio. Anche qui mi pare che siamo in pochissimi a conoscere l’esistenza del fenomeno.
    Il mio articolo pubblicato su SVIPOP mirava per l’appunto a mostrare anche questo lato della realtà che sfugge a gran parte dei nostri concittadini.

    Come commento alle considerazioni di Alessandro Barbolini segnalo che una valutazione ridotta alle sole superfici è comunque parziale; la cosa più corretta sarebbe considerare i volumi di ghiaccio (sia continentale sia oceanico).

    • Roberto

      interessante, molte grazie per i link, cmq rimango dell’idea che parlare di ottimismo per questi due soli anni, è ancora troppo presto.
      Saluti

  8. alessandrobarbolini

    lasciamo stare per un attimo a grafici ,simulazioni ..ma addentriamoci a osservare le immagini satellitari che documentano in assoluto come prova schiacciante che l,antartide e la groenlandia ha ancora un enorme superficie glaciale

  9. Roberto

    mi scusi se le faccio un appunto, ma parlare di arresto della tendenza al decremento credo sia sbagliato e in un discorso in cui ci si lamenta dell’informazione parziale la cosa è un po singolare.
    Se vado a guardare grafici della media del ghiaccio artico marino, noto innanzitutto una tendenza media negativa e inoltre posso notare che, anche se negli ultimi due anni c’è stato un aumento rispetto al 2007 dell’estensione del minimo, la tendenza rimane quella. Per esempio, gli anni 97 98 99, sono stati caratterizzati da un aumento continuo dell’estensione rispetto al 96, ma in un contesto di lungo periodo la cosa non ha assunto alcuna rilevanza. La tendenza negativa è rimasta, discorso analogo per gli anni successivi all’89.
    Per farmi capire meglio le posto questo grafico:

    http://nsidc.org/images/arcticseaicenews/20090504_Figure3_thumb.png

    Mi dica che ne pensa.
    Saluti

    • Luigi Mariani

      Il mio commento precedente era ovviamente relativo alle sue considerazioni (purtroppo mi sono scordato il riferimento…).
      Cordiali saluti.
      Luigi Mariani

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