Briffa vs McIntyre, tutti in mezzo al guado

Me compreso. Come abbiamo già detto ieri, è in corso una discussione decisamente importante, che potrebbe arrivare a far prendere un orientamento diverso dai tempi recenti al dibattito sulle presunte origini antropiche del riscaldamento globale.

Dopo i primi infuocati post pubblicati sui vari blog più o meno schierati con l’area scettica (compreso questo ed a mia firma), sono arrivate le prime risposte, segnalateci molto tempestivamente da uno dei nostri lettori. E’ intervenuto nel dibattito lo staff di RealClimate, come avevamo invocato e anche facilmente pronosticato già ieri, ed è intervenuto il protagonista principale, Keith Briffa, ovvero colui che a detta di McIntyre avrebbe deciso di usare una limitata derie di dati, tra quelli che aveva disponibili, perchè evidenziavano il riscaldamento più di quanto non avvenisse con la serie completa.

Il primo di questi interventi, oltre ad un piacevole tono più derisorio che ironico che gli stessi autori giudicano irrinunciabile al loro scopo, non aggiunge nulla di nuovo alla contesa. Il post si sofferma piuttosto sul tentativo di minimizzare l’impiego che nel tempo sarebbe stato fatto della ricostruzione di Briffa, sottraendone il risultato da alcuni studi analoghi ed evidenziando come questa operazione non comporti alcun cambiamento significativo nelle conclusioni di questi lavori. Questo non farà piacere a Briffa stesso, perchè vuol dire che il suo lavoro, seppur pubblicato e ripubblicato, usato e riusato, non è servito a molto. Sempre nel post, si registra un tentativo di intorbidire le acque, perchè si afferma che McIntyre avrebbe usato per la sua ricostruzione una serie di dubbia provenienza trovata chissà dove sul web. Non è così, il confronto portato avanti da McIntyre è avvenuto tra la serie di Briffa 2006, già comparsa in Briffa 2002 e Briffa 2000, finalmente ottenuta dopo che la rivista Philosophical Transactions of the Royal Society B (il giornale che tratta di biologia della Royal Society), ne ha obbligato la pubblicazione nel rispetto della sua policy deontologica, e la serie di dati collezionati da un ricercatore svizzero, Fritz Schweingruber, denominata “Taymir” già comparsa insieme alla serie Yamal in Briffa 2000 e successivamente riutilizzata insieme ad altri dati in Briffa 2008. Entrambe le serie sono state rese disponibili in tempi diversi sulla pagina web di Briffa dopo la richiesta della Royal Society, cioè non a casaccio sul web. Se vengono da lì, è evidente che devono far parte del materiale impiegato per i lavori di cui si sta parlando.

Dal canto suo Briffa nella sua risposta si difende com’è ovvio dall’accusa di aver scelto i dati in modo quantomeno strano, affermando che la scelta dei campioni da utilizzare è stata dettata dalla necessità di intercettare una variabilità di lungo periodo, applicando criteri di post processing dei dati diversi da quelli impiegati per la serie originale (Hantemirov e Shiyatov 2002), e dichiara di non aver chiare le ragioni per cui McIntyre avrebbe scelto di usare dei dati e non altri, nè più nè meno come ha fatto nei suoi confronti il suo interlocutore. Curiosamente, dopo aver resistito per quasi una decade alle incessanti richieste di rilasciare il materiale impiegato per le sue ricostruzioni, Briffa dichiara anche di avere intenzione di approfondire i suoi commenti a questa querelle quando avrà avuto la possibilità di esaminare i dettagli del lavoro di McIntyre. Bontà sua.

Insomma la tenzone, dopo una lunghissima preparazione, resasi necessaria più che altro per entrare in possesso delle informazioni, sembra essere appena cominciata. Sempre sul post di RealClimate leggiamo che di questi scoop i poveri gonzi dell’area scettica ne avrebbero fatti parecchi, salvo poi essere sempre smentiti dalle evidenze (le loro). Direi che ci si può permettere una previsione: si solleverà un tale polverone di tecnicismi e di botta e risposta che non riusciremo a capirci nulla e la faccenda cadrà nel dimenticatoio. Resta il fatto che la resistenza alla cessione dei dati impiegati non è una pratica scientifica corretta, che quanto ottenuto alla fine non è materiale di dubbia provenienza ma è quanto rilasciato dagli autori e, soprattutto, che una ricostruzione così largamente impiegata non può essere basata sull’uso di un numero tanto esiguo di campioni (12), fatto questo che si è saputo appunto solo ora, quando è stato possibile esaminare il lavoro. vedremo.

 

Leggi anche “La strana etica degli anti-eretici

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Author: Guido Guidi

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13 Comments

  1. Mi scusi ma non volevo essere minimamente offensivo, intendevo ignorante in termine proprio. C’è ancora davvero troppo che non sappiamo. E’ questo mi pare un caso abbastanza macroscopico. Beppe Caravita

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  2. Caro Giuseppe,
    non mi è ben chiaro se devo farlo qui o direttamente sul post, ma già che ci sono lo faccio da qui, poi magari lei lo reindirizzerà come crede.
    Innanzi tutto mi scuso per l’attesa ma ho dovuto moderare il commento (nel senso che non è passato automaticamente) perchè il sistema se non riconosce (o non ricorda) l’ip di chi scrive non lascia passare giustamente commenti che contengano dei link. Questo significa che l’attesa di diverse ore non è strana ma fisiologica se non si è on line a moderare, e questo di domenica può capitare ;-).
    Ciò detto confesso di non saperne molto di acidificazione degli oceani, ma ovviamente so che l’aumento della concentrazione di CO2 ne provoca una progressiva acidificazione. Questo però con il clima c’entra pochino, semmai è un problema ambientale e quindi non direi che si possa parlare di smoking gun dei cambiamenti climatici causati dall’uomo. Però il problema esiste ed è giusto tenerne conto. Ora, per fare ciò si deve tener conto anche del fatto che, pur emettendo grandi quantità di CO2 in atmosfera, noi non sappiamo quanto dell’aumento di questa concentrazione sia di origine antropica e quanto sia dovuto al riscaldamento del sistema, perchè, come lei sa, la CO2 segue e non precede (nei processi naturali documentati dalle serie storiche) l’aumento delle temperature. Altrimenti dovremmo trovare in atmosfera tutta la CO2 che emettiamo ogni anno e non soltanto circa la metà. Questo in termini quantitativi e non qualitativi, perchè, operare una distinzione circa l’origine della CO2 presente in atmosfera tra provenienza antropica (combustibile fossile) e provenienza naturale (rilascio del suolo, dei mari e quant’altro) non è così semplice.
    Quanto ale conseguenze di tale processo di acidificazione, da lei riassunte in una serie di eventi che porterebbero alla morte degli oceani e della vita in essi presente, sia essa vegetale o animale, mi risulta che tutte queste specie siano piuttosto antiche, ovvero abbiano attraversato nella loro storia evolutiva periodi con concentrazioni di CO2 pari o superiore a quella attuale. Nonostante ciò, sono arrivate sino ai giorni nostri. Certamente, va tenuto conto della velocità di questo processo, ma, ancora una volta, in assenza di osservazioni oggettive, ci stiamo affidando a proiezioni, che saranno pur valide, ma che hanno bisogno di essere validate.
    Ad ogni modo, queste mie considerazioni sono da intendersi assolutamente a carattere generale, perchè, ripeto, non conosco questa materia. La persona da lei interpellata ne sa certamente più di me, e nutrirà anche delle giuste preoccupazioni, ma non per questo credo si possa parlare di smoking gun.
    Saluti, gg.

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  3. Ci fornisce, Prof. Mariani, qualche indicazione su libro di testo per approfondire le tematiche relative alla crescita delle piante in relazione a tutti i suoi possibili fattori d’influenza, climatici e biologici…?

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  4. Insomma morale della favola dovremmo fregarcene dei cambiamenti passati e relative ricostruzioni climatiche e guardare ai cambiamenti dell’ultimo secolo con misurazioni alla mano e relativi studi di attribuzione recenti. Mi sembra ragionevole e con maggiori garanzie di successo.

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  5. Credo che molte delle polemiche di questi giorni (o anni, se si considera pure la querelle sull’Hockey stick) traggano origine da un uso “sopra le righe” delle tecniche dendrocronologiche per scopi di ricostruzione del clima globale, uso che fu già a suo tempo stigmatizzato dalla commissione Wegman.

    Io in tutta franchezza propenderei per una moratoria rispetto ad un tale uso di queste tecniche, e ciò perché la pretesa di ricostruire con dati di cerchie di crescita andamenti termici globali mi pare un peccato d’orgoglio che si finisce prima o poi per pagare.

    Il peccato d’orgoglio deriva dal fatto che una pianta non può essere in alcun modo considerata alla stregua di un termometro. In altri termini presupporre una relazione lineare crescita – temperatura (come si fa per la dilatazione termica del mercurio) non è per nulla rispettoso della realtà, in quanto la crescita di una pianta è un processo biologico complesso di cui proverò a tracciare un breve e sommario schema, proprio con lo scopo di rendere evidente tale complessità.

    Il processo di crescita è una sorta di “cascata di materia” innescata dall’assorbimento di una frazione più o meno grande della radiazione solare globale (diretta + diffusa) da parte della chioma, che la utilizza per il processo di fotosintesi, il quale genera una certa quantità di biomassa (glucosio) partire da CO2 + H2O . Tale assimilazione lorda viene poi più o meno severamente decurtata per effetto di:

    – perdite legate alla traslocazione dalle foglie a organi di destinazione (fusto, radici, organi di riserva, frutti);
    – perdite legate alla conversione negli elaborati finali (lignina, cellulosa, proteine, ecc.)
    – limitazioni termiche (ogni specie e all’interno di una specie ogni varietà o ecotipo) possiede una propria curva di risposta alla temperatura, con un cardinale minimo, un cardinale ottimale ed un cardinale massimo. Per di più tale curva di risposta varia al variare della fase di sviluppo, e dunque sarà diversa al germogliamento rispetto allo fioritura, ecc.)
    – effetti di termoperiodo (le temperature ottimali per la fotosintesi possono essere diverse da quelle per la traslocazione degli zuccheri prodotti con tale processo -> l’escursione termica giorno – notte può giocare un ruolo considerevole
    – limitazione idrica (una carenza o viceversa un eccesso idrico si traducono in una contrazione della crescita)
    – limitazione nutrizionale (azoto, fosforo, potassio, macroelementi secondari, microelementi)
    – effetti di ripartizione degli assimilati fra i diversi organi (la pianta può riallocare risorse fra foglie, fusti, radici, frutti per compensare eventuali carenze)
    – limitazione legata ad attacchi parassitari (insetti, funghi, batteri, virus, ecc.)
    – limitazioni legate a interventi umani (es: il taglio di alberi vicini stimola la crescita degli alberi rimanenti)
    – avversità abiotiche con effetti traumatici quali vento forte, gelate, grandinate, ecc.

    Lo schema sopra illustrato viene ulteriormente complicato da:
    1. da effetti di compensazione, per cui a latitudini (o altitudini) più elevate possono occorrere risorse termiche più ridotte per raggiungere lo stesso risultato produttivo che si ottiene a latitudini (o altitudini) più basse.
    2. dal fatto che le piante vivono calate in un microclima, per cui agli effetti globali si sovrappongono quelli di tutte le scale intermedie.

    Per ovviare ai molteplici problemi sopra delineati, nella ricostruzione del clima globale basata su tecniche dendrocronologiche si fa ricorso ad un numero spesso elevato di campioni relativi ad uno stesso sito ed inoltre si escludono campioni ritenuti non rappresentativi (con costanti rischi di arbitrarietà) e si aggregano i campioni scelti in modo tale che gli errori si compensino fra loro (o almeno così si spera).

    Peraltro è proprio dalla complessità che ho dianzi evidenziato che trae origine il “problema della divergenza” per cui la crescita delle piante non riesce a rappresentare realisticamente il GW degli ultimi 30 anni. Proprio tale problema porta a pensare che se nel periodo utilizzato per la calibrazione (in genere il 20° secolo) le cerchie non rendono ragione in modo realistico del trend delle temperature, in nome di cosa potranno descrivere in modo realistico le temperature dell’optimum medioevale o di quello romano, che le fonti documentali ci indicano come grandi fasi calde con caratteri simili e probabilmente più estremi rispetto a quello del 20° secolo?

    Mi domando allora se chi esegue operazioni di ricostruzione climatica globale disponga sempre della necessaria preparazione biologica e sia altresì conscio di queste problematiche. In alcuni casi sono convinto di no. Ad esempio quando Kaufman et al. nel recentissimo articolo “Recent Warming Reverses Long-Term Arctic Cooling” (su Science, agosto 2009) scrivono che il trend delle temperature nei 2000 anni che precedono il 20° secolo è stato improntato ad un calo di –0.22°C +/- 0.06°C per millennio, la domanda che sorge spontanea è se un metodo dendrocronologico con i consistenti livelli di incertezza che lo contraddistinguono presenti una sensibilità tale da porre in evidenza fenomeni di così ridotta entità.
    Se trovassi come risultato di un mio lavoro scientifico un dato di questo tipo, magari lo scriverei ma condendolo con mille “se e ma”. Oggi invece questi -0.22 vengono riportati nel il titolo dell’articolo (“Recent Warming Reverses Long-Term Arctic Cooling”) e divengono una “pistola fumante” che dovrebbe accreditare l’idea di un global cooling in atto negli ultimi due millenni e invertitosi solo nel 20° secolo per effetto dell’AGW. Tutto ciò, oltre a risultare grottesco, pone altresì in evidenza lo scarso rigore di editor e revisori di Science, che non hanno invitato gli autori a un briciolo di prudenza.

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    • Questo intervento professore mi è piaciuto molto.

      Le chiedo: tra gli interventi dell’uomo sulla crescita degli alberi, potrebbero avere un peso gli inquinanti? piogge acide, solfati particolati ecc Nel qual caso il dato degli ultimi 50 anni sarebbe da questo falsato.

      Sul fatto che non si dovrebbero confrontare termometri e alberi

      http://www.co2science.org/data/mwp/studies/l1_nhemis2090.php

      S. Idso Decription of “On the long-term context for late twentieth century warming” CO2Science

    • In effetti ha ragione lei: gli inquinanti (ossidi di azoto, PAN, SO2, composti del fluoro, Etilene, Ammoniaca, ozono, polveri, ecc.) me li ero del tutto scordati….
      Anche loro vanno inseriti nella già lunga lista delle possibili limitazioni alla crescita degli alberi e per ognuno di essi c’è una casistica amplissima di effetti (per gli interessati segnalo il testo di Giacomo Lorenzini: Le piante e l’inquinamento dell’aria, Edagicole).
      Luigi Mariani

    • Grazie professore,

      facevo un altra riflessione:

      l’incremento di 100 ppm di CO2 nell’atmosfera può facilitare la crescita delle piante?
      A logica si, perchè essendo la CO2 più concentrata, gli stomi si dovrebbero aprire per meno tempo, riducendo di fatto le perdite di acqua.In pratica a parità di acqua disponibile le piante in questo periodo (1900 2000) dovrebbero crescere di più rispetto al 900 1300 o l’aumento della CO2 di 100 ppm è insignificante, sulla crescita delle piante?

      OT: ho letto un suo articolo cofirmato con Chiaudani, io feci il militare con il figlio, io veterinario, lui medico, ma entrambi in infermeria (del resto gli alpini non vanno molto sul sottile)

    • La curva di crescita delle piante dovrebbe essere logaritmica con l’incremento della C02 perchè tutto in natura ha una sua saturazione.

  6. Una cosa è certa: con la risposta data ieri, RC sta perdendo consensi ovunque, anche tra i propri ammiratori (basta leggere la sequela di commenti generata ovunque nella blogosfera).

    CG

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  7. beh l’uso di uno stile irrisorio di solito è usato quando non si hanno argomenti convincenti “di per se”.

    Attenderemo con pazienza l’evolversi della discussione, sperando non degeneri in rissa

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