Poveri ma Verdi

Era il 1920 quando al termine di una conferenza durata un mese e tenuta presso il Madison Square Garden di New York, l’UNIA (Universal Negro Improvement Association and African Communities League) introdusse ufficialmente la “Bandiera Panafricana”: tre strisce orizzontali di colore rosso, nero e verde. Il rosso a simboleggiare il sangue versato per la libertà e che unisce tutte le persone di colore con antenati africani; il nero a simboleggiare la “nazione dei neri”, pur avulsa dall’esistenza stessa di uno stato-nazione; il verde a simboleggiare la ricchezza della terra d’Africa.

Erano altri tempi, in cui la rivendicazione dei diritti civili elementari prevaleva su quel politicamente corretto che nel corso degli anni ha finito per trasformare una parola un tempo rivendicata con orgoglio e dai risvolti letterari in un insulto sanguinoso, la cui sola pronuncia è oggi causa di crisi isteriche di pianto per le conduttrici televisive super-liberal (e super-bionde) della CNN.

Sistemato il “nero”, è poi toccato al “verde”. E qui l’operazione si è fatta più complessa. Se la ricchezza della terra africana è stata talmente apprezzata negli anni da suscitare appetiti finanziari e geopolitici di varia natura, è sul piano dello sviluppo economico ed energetico che l’interpretazione moderna in chiave liberal del colore verde ha prodotto i risultati più controversi.

Affronta in questi giorni l’argomento il Washington Times, quotidiano americano che, proprio dall’ombelico geografico del pensiero unico liberal, si permette il lusso di raccontare storie che non trovano spazio sulla stampa mainstream americana ed europea. E lo fa, in questo caso, affidandosi alla penna (o meglio alla tastiera) di Geoff Hill, giornalista e scrittore sudafricano che conosce la materia e che racconta l’Africa dall’Africa, non da un salotto liberal newyorchese o dall’ufficio stampa di qualche euro-burocrate. Esiste ancora una stampa che racconta storie senza fare il copia e incolla dei lanci della Reuters o dell’AP, vivaddio.

L’articolo

“Power-Starved Africa develops appetite for coal, dismisses environmental concerns in West”. Non ha il dono della brevità, il titolo dell’articolo, ma rende molto bene i contenuti trattati. Di seguito un riassunto dei punti che ho trovato più interessanti:

  • La Tanzania, forte di riserve di circa 5 miliardi di tonnellate di carbone, sta pianificando la costruzione della sua prima centrale elettrica a carbone. Come il Kenya. Altri paesi come Ghana e Nigeria si mostrano interessati all’uso del carbone per la generazione elettrica. Ma ci sono progetti di respiro ancora più ampio, transnazionale: in Botwsana è in costruzione una linea ferroviaria di circa 1,600 km per trasportare carbone da un porto della Namibia al resto del mondo. Del resto il carbone in Africa è una risorsa importante, e non da ieri: il Sudafrica, ad esempio, produce il 93% della sua energia proprio dal carbone. “Se c’è una guerra al carbone, in Africa, probabilmente la sta vincendo proprio il carbone”.
  • La demonizzazione degli idrocarburi, così popolare in occidente per l’azione dei gruppi di pressione ambientalisti sostenuti da solerti scienziati del clima, è portata avanti in Africa prevalentemente da espatriati bianchi e da organizzazioni non governative straniere.
  • John Owusu, ingegnere ghanese con un’esperienza cinquantennale nel campo energetico e sostenitore della prima ora delle energie alternative, fa notare che nonostante la narrativa occidentale di un’Africa piena di sole e pannellabile a più non posso, molti paesi hanno un clima che non è compatibile con la produzione solare a causa dell’esistenza di stagioni delle piogge prolungate in cui il sole può mancare anche per periodi molto lunghi: “Se cucini usando un falò, se non hai elettricità e vai a letto affamato, non rimani sveglio a pensare se sia meglio usare il solare, il gas o il carbone; e se non hai l’elettricità in città, non c’è spazio per investimenti e nuovi lavori. Conservare vaccini, sieri contro i morsi dei serpenti, medicine per l’HIV diventa impossibile senza frigoriferi, e in troppi posti non c’è energia elettrica per alimentarli”.
  • Si obbietterà che esistono zone in cui il solare può essere più efficiente, come quelle a clima arido. Il problema è che diversi esperimenti relativi all’uso di tecnologie verdi sono falliti a causa di problemi che con un eufemismo potremmo definire socio-culturali. In Sudafrica, racconta una imprenditrice, un gruppo di criminali ha sequestrato il suo staff e rubato pannelli e batterie sotto la minaccia delle armi, col risultato che si è deciso di riconnettersi alla rete nazionale. Storie simili vengono anche da altri paesi africani, asiatici, dal Brasile. Nei distretti rurali indiani vicini a Mumbai circa 2,000 villaggi sono stati elettrificati usando pannelli solari: da allora quasi tutte le infrastrutture sono state danneggiate o rubate e il governo sta ricollegando le aree in questione alla rete nazionale, che produce circa il 50% dell’energia grazie al carbone.
  • Il ministro delle finanze nigeriano Adeosun ha affermato l’anno scorso ad un meeting del Fondo Monetario Internazionale: “In Nigeria abbiamo tanto carbone, ma non abbastanza energia. Ci viene impedito di usarlo perché ‘non è verde’. Suona piuttosto ipocrita se si considera che lo sviluppo dei paesi occidentali è stato costruito proprio sull’utilizzo del carbone”.
  • Il tutto accade mentre in America Trump è criticato (dai soliti) per la riapertura delle miniere di carbone. Eppure il sostegno della nuova Amministrazione alle tecnologie per un “carbone pulito” potrebbe tornare utile proprio a quei paesi africani che cercano di regalarsi l’agognata sicurezza energetica. L’ultimo commento dell’articolo è affidato a Griffin Thompson, Assistente del Segretario di Stato per l’Energia: “È prerogativa di ogni stato decidere a quale mix energetico affidarsi. Che sia carbone o rinnovabile, l’importante è che favorisca la crescita economica”.

Qualche commento

È sempre più evidente, a mio parere, il confronto tra due mondi: quello liberal-elitista, fortemente ideologizzato e altrettanto scollato dai bisogni elementari della gente, e il mondo reale. Il mondo reale reclama sempre di più uno spazio che gli viene sottratto da troppo tempo nel nome di presunti problemi “di vitale importanza” ma che al cospetto della realtà quotidiana si rivelano per quello che sono: falsi problemi, distrazioni di massa, assiomi post-ideologici, fondamentalismi di ritorno inseriti in agende in apparenza più o meno colorate ma che nella migliore delle ipotesi sono puramente sgangherate, e nella peggiore, inconfessabili.

In questo specifico caso si parla di sviluppo dell’Africa. E per l’Africa il mondo liberal-elitista sembra proporci la seguente soluzione:

  • Imporre l’uso di energie verdi laddove queste non sono economiche o risultano inapplicabili per problemi di natura sociale o culturale.
  • In ottemperanza all’esigenza di imporre tecnologie più o meno verdi, lasciare centinaia di milioni di esseri umani nella condizione di non poter soddisfare i loro bisogni primari, che proprio sulla facilità di accesso all’energia si fondano.
  • Proporre, come panacea di tutti i mali, immigrazioni di massa dai paesi in via di sviluppo alla volta di quelli già sviluppati: ricetta davvero sorprendente visto che le risorse umane servono dove c’è potenziale di crescita, e non dove la fase di sviluppo più tumultuosa c’è già stata, e ha lasciato il posto a disoccupazione crescente, recessione economica e povertà di ritorno. Il tutto con il duplice effetto di portare disagio economico e distruzione dello stato sociale da una parte, e perpetrare uno stato di cronico sottosviluppo dall’altra, ovvero a danno di quei paesi che hanno un disperato bisogno di risorse umane giovani e motivate per poter spiccare il volo.

Lo scontro tra questi mondi è ovunque, persino in campo religioso, dove al grido di dolore dei vescovi africani che chiedono ai loro giovani di non emigrare per rincorrere impieghi inesistenti in Europa si contrappone la retorica vaticana very liberal dell’accoglienza indiscriminata. Come se svuotare l’Africa delle sue migliori risorse fosse il massimo esempio di misericordia cristiana.

La retorica vuota sulle energie verdi, i fondamentalismi climatici, l’abolizione dei confini nazionali, l’auspicio di un non meglio precisato melting-pot culturale e religioso, le rivoluzioni colorate, l’ossessione per alcune selezionate minoranze: tutto si presenta e si tiene insieme come parte di un armamentario di strumenti ideologici scollati dai bisogni reali della gente e funzionali ad altro. E le cronache di questi giorni non fanno che confermare questo scontro e questo clamoroso scollamento. Per esempio nel ruolo di certe ONG che si auto-definiscono “filantropiche” e sono oggi estremamente attive nel traghettare migranti economici da una parte all’altra del Mediterraneo. Il tutto mentre le (altre?) ONG di cui parla Geoff Hill cercano di fermare i progetti di sviluppo africani che non sono abbastanza “green” per i parametri dei liberal salvamondisti.

Ecco, forse la drammaticità e l’assurdità dello scontro è tutta qui: in questi sedicenti filantropi che nel nome di temperature globali aumentate di pochi decimi di grado in qualche decennio preferiscono lasciare milioni di persone senza vaccini, medicinali contro l’AIDS e sieri anti-vipera. E che nel nome di un non meglio precisato modello di civiltà ideale auspicano la deportazione di milioni di persone dalle loro terre, che di quelle stesse persone hanno bisogno più di ogni altra cosa: energia umana, prima ancora che elettrica, prima ancora che verde.

 

 

 

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Author: Massimo Lupicino

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15 Comments

  1. Questo articolo tocca il più grande problema che l’umanità si trova ad affrontare. Se si osserva bene, si vede però che il vero problema deriva dal fatto che esiste una parte che ritiene di possedere il monopolio della verità-giustizia-bene in tutti i campi, sociale, culturale, scientifico. Chi eventualmente dissente, o propone qualcosa di diverso, viene zittito tramite etichette prefabbricate. L’orizzonte mi pare molto fosco al momento….

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  2. Splendido articolo. Complimenti. Praticamente perfetto.
    Speriamo qualcuno rinsavisca. Ma lo fara’, volente o nolente, ovvero una risata li travolgera’.

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  3. Ma tu guarda! se ci avessimo pensato prima di investire in certi paesi gli apostoli se ne sarebbero stati a casa loro.

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    • Il solito delirio rosso-verde!

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  4. In riferimento a quanto qui è scritto, in alcuni punti, io da tempo in altri blog affermai che un problema che pone l’impianto dei pannelli solari è quello di restar esposti a qualunque evento dannoso circostante, non essendo strutture da poter custodire in luoghi circoscritti, chiusi e sicuri: forti intemperie, erosione di polveri o sabbie trascinate dai venti, sbalzi di temperatura, vandalismi o sabotaggi vari. Ciò vale per ogni luogo non solo per l’Africa. Alla fine tra costi di produzione, trasporto, manutenzione, protezione…non so quel che resti di guadagno sia monetario che energetico.

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    • Concordo Virgilio: e’ un problema scarsamente dibattuto, ma concreto, specie in regioni in via di sviluppo. In molti casi il costo per assicurare le infrastrutture o per proteggerle finisce per gravare sulla redditivita’ complessiva. Per non parlare della difficolta’ di operare interventi di manutenzione in aree rurali molto estese.
      L’accentramento della produzione in un unico sito da questo punto di vista offre vantaggi notevolissimi, limitando il resto delle infrastrutture al solo trasporto o a stazioni di trasformazione.
      Sono cose di cui ovviamente non si parla: al solito e’ la differenza tra la teoria e la pratica, tra le chiacchiere verdeggianti e l’applicazione reale delle tecnologie in questione.

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  5. Sacrosanta verità, peccato che quelli che la pensiamo in questo modo veniamo etichettati con svariati aggettivi :
    Razzisti, negazionisti, egoisti, intolleranti, inaccoglienti.
    I primo a rimproverarmi sono i miei figli a cui cerco so spiegare che non è questo il modo per salvare il mondo e che prima o poi i nodi verranno al pettine.

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    • Si chiama ignoranza di ritorno, Sergio, e le generazioni piu’ giovani sono particolarmente vulnerabili per la tendenza ad usufruire di una quantita’ enorme di informazioni senza necessariamente una altrettanto enorme capacita’ di approfondimento delle tematiche in questione.
      Penso sia una questione generazionale, legata ad un modo di comunicare nuovo, piu’ potente e piu’ difficile da gestire. La facilita’ di accesso alle informazioni da’ una illusione di competenza, e piuttosto che approfondire si finisce per parlare per slogan e per sentito dire. E l’ambientalismo d’accatto e il salvamondismo prosperano in un contesto del genere.
      Altro che fake news…

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  6. L’articolo è interessante in alcuni spunti, ma a volte non ha la profondità sufficiente per identificare in maniera lucida la causa senza confonderla con l’effetto. Beh, sgombriamo subito il campo dal ruolo della “retorica vaticana very liberal”,; di fronte alla gente che muore, sottolineo muore, persone vere…. è giusto respingerla in mare o accoglierla? Per me accoglierla e qui sta appunto il nodo del discorso: il problema non è l’immigrazione, che c’è sempre stata, ma il sistema neoliberista dominante che facilita questi movimenti di persone verso l’Europa proprio per aumentare il fenomeno della disoccupazione con la concorrenza dal basso. Riduzione degli stipendi, dei diritti dei lavoratori, proprio grazie alla concorrenza sul lavoro che non c’è. Allora, se proprio volgiamo trovare una soluzione complessiva, basterebbe che la BCE ” stampasse monete” col fine primario di ridurre le disuguaglianze e la disoccupazione, tramite investimenti pubblici. E in Italia come? Abbandono del limite del 3% del rapporto deficit/PIL e investimenti pubblici nella scuola, sanità, manutenzione infrastrutture (ponti…), recupero di aree degradate ed inquinate, energie rinnovabili per ridurre la dipendenza energetica da “Stati canaglia”, ecc. fino anche alla creazione di posti di lavoro transitori (Teoria economica MMT). In questo modo la manodopera diventa una risorsa, non un costo da diminuire ed allora l’Europa potrebbe anche giovarsi di occupare la manodopera che proviene da ovunque. Il problema non sono i soldi (Q.E. di Draghi..?) ma come volere utilizzare le risorse. Il carbone? E’ una risorsa come un’altra e, siamo d’accordo, il suo utilizzo non modiifca certo il clima!

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    • Caro Fausto, purtroppo certa “superficialita’” e’ inevitabile a meno che non si voglia trasformare un pezzo di un blog in un trattato o in una tesi di laurea… con l’ulteriore limitazione che questo e’ pur sempre un sito di climatologia in cui talvolta mi permetto di divagare, entro i limiti della decenza e della capacita’ di sopportazione dell’editore 🙂
      Solo qualche spunto:
      – La retorica dei salvataggi non mi convince, credo che piu’ navi si precipitano a raccogliere disperati sulla costa libica e piu’ si incentiva il traffico e i rischi correlati. In Australia o in Spagna non muore nessuno in mare, ci sara’ un motivo? E i “salvati” in questione in molti casi si perderanno comunque, sulla terraferma, e per altri motivi.
      – Credo fortemente nel Rasoio di Occam, e per l’argomento specifico dell’immigrazione fuori controllo mi limito a snocciolare qualche numero:
      > Nel 2015 circa 180,000 persone hanno avuto la cittadinanza italiana, l’85% dei quali extracomunitari. A questi ritmi parliamo di 1 milione ogni 5 anni. Sono nuovi cittadini e soprattutto, nuovi elettori. A qualcuno la cosa fara’ piacere, immagino.
      > Finche’ ci sono associazioni che fanno profitti non trascurabili, viene il dubbio che l’interessere a risolvere o per lo meno regolamentare i flussi da parte di qualcuno non ci sia
      > Il punto sopra e’ corroborato dal fatto che Schengen sostanzialmente e’ morto: i confini italiani sono sigillati e i migranti che arrivano in italia adesso ce li teniamo tutti noi. Quindi le disquisizioni sulle elites mondiali che vogliono manodopera a basso costo, per quanto intriganti, a mio parere perdono di forza al cospetto dei punti sopra… Che essendo piu’ semplici, elementari e sufficienti a spiegare il fenomeno, per il principio del rasoio di Occam prevalgono a mio parere su interpretazioni piu’…cospirazioniste…
      Ma non sono argomenti di climatologia questi, quindi direi che abbiamo detto anche troppo… 😉

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      • “Quindi le disquisizioni sulle elites mondiali……. a mio parere perdono di forza al cospetto del punto sopra…”
        Sono i consumatori che regolano la domanda del mercato, l’elite mondiale al massimo può tentare di influenzare le scelte dei consumatori, ma la scelta che conta la fa la maggioranza dei consumatori e come già scritto se si riesce ad approfondire e analizzare la scelta da fare prima di farla… a quest’ora non saremmo certo qui a parlarne.
        Usare però una climatologia spicciola e superficiale coprendo le malefatte umane deresponsabilizzandosi mi pare davvero autolesionismo puro e sopratutto disonesto.

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  7. Complimenti! Da mandare a memoria e ripetere sempre prima ed ogniqualvolta si decida di ascoltare un giornale radio, di qualunque emittente politically correct!
    Grazie

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  8. Grazie a tutti per i commenti, l’appuntamento e’ per il prossimo articolo che dovrebbe riguardare lo stato dell’informazione mainstream… Ci sarebbe da scrivere papiri sull’argomento… 😉

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