Orientamento al #trumpexit

Ormai è ufficiale da ieri sera alle 21:30 più o meno. Gli Stati Uniti hanno annunciato il loro ritiro dall’accordo di Parigi. Incredibilmente, anche per chi campa di meteo e clima come il sottoscritto, questa faccenda ha letteralmente monopolizzato i media, sia vecchi che nuovi. Su Radio24 c’è stata addirittura una trasmissione in diretta per attendere la dichiarazione, neanche si trattasse di uno sbarco su Marte. Per inciso, mentre scrivo ecco la RAI che con la notizia ci apre il TG1.

Che dire? Penso che, non trattandosi di scienza ma di policy, sia più giusto non dire, perché il mio pensiero su questi aspetti è un opinione, non un fatto, quindi vale come quella di tutti quanti ne dovessero avere una.

Per dare una mano ai nostri lettori, tuttavia, mi sembra giusto fornire qualche indirizzo di orientamento.

Innanzi tutto, quanti sanno cosa è esattamente l’accordo di Parigi? CM all’epoca della COP21 ha seguito passo passo i negoziati, per cui qui potrete trovare tutto ciò che serve. Temo che non molti tra quelli che si stanno disperando in queste ore per ‘l’abbandono” lo abbiano fatto.

Ma, per chi non avesse voglia di leggere (fatelo per cortesia), c’è sempre una bella immagine che riassume le dimensioni di quello di cui si sta parlando.

Viene da un articolo di Bjorn Lomborg Impact of Current Climate Proposals dove l’autore ha fatto due conti dimostrando che in materia di accordi sul clima le dimensioni non contano e, soprattutto, non sono certo paragonabili a quel che poi viene comunicato.

Ora che le idee potrebbero essere un po’ più chiare, potreste essere pronti per leggere (e valutare) le dichiarazioni di alcuni “esperti” di clima e dintorni che Nature ha prontamente raccolto e pubblicato:

How scientists reacted to the US leaving the Paris climate agreement

Qualcosa di simile anche per l’Independent, dove c’è chi già avrebbe fatto i conti, valutando in un riscaldamento addizionale di 0.3°C l’impatto della #trumpexit.

Tutto qui. Se poi, visto che c’è l’ennesimo ponte siete andati o state andando al mare perché grazie al global warming è giugno e fa caldo, beati voi…anche se non potete permettervi di noleggiare lo yacht del proprietario del Manchester United cone Leonardo di Caprio o se dovrete percorrere in auto la via del mare anziché andarci con il jet privato, sempre dell’oscar paladino dell’ambiente che ha prontamente reagito alla ferale notizia insieme ai suoi colleghi di Hollywood noti per l’impegno per la salvezza del pianeta.

Buona giornata.

 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail
Licenza Creative Commons
Quest'opera di www.climatemonitor.it è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale 4.0 Internazionale.
Permessi ulteriori rispetto alle finalità della presente licenza possono essere disponibili presso info@climatemonitor.it.

Author: Guido Guidi

Share This Post On

14 Comments

  1. Ho seguito la COP21 (ed anche la successiva 🙂 ) in modo quasi maniacale, cercando di capire ciò che veramente stava succedendo e, soprattutto, leggere la reale portata delle conclusioni di queste Conferenze al di là della retorica e degli aspetti di facciata. Ho potuto rendermi conto, pertanto, che ciò che questi mastodonti burocrato-politici partoriscono, è il classico topolino.
    .
    Oggi ci si strappa le vesti perché Trump ha deciso di tirarsi fuori dall’Accordo di Parigi.
    Da un punto di vista politico e diplomatico la cosa è grossa, ma solo da questo punto di vista. L’Accordo di Parigi è qualcosa di grosso e di importante solo sotto l’aspetto retorico e politico, nella realtà è un pannicello caldo o una foglia di fico utilizzata per coprire le vergogne. Solo per l’UE è qualcosa di serio, per il resto del mondo non vale nulla.
    L’accordo non è vincolante e tutti gli impegni assunti, sono solo ed esclusivamente su base volontaria: nessuna sanzione se non si raggiungono gli obiettivi che i vari Stati si sono dati volontariamente. Fanno eccezione i Paesi dell’UE: il mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati da ognuno di essi e dall’UE nel suo complesso, determinerà automaticamente una procedura d’infrazione per il Paese inadempiente e saranno dolori. Questo però indipendentemente dall’Accordo di Parigi.
    .
    L’Accordo di Parigi fu giudicato ambizioso solo per soddisfare la voglia di grandeur dei Francesi e dei politici che parteciparono all’evento. La scienza ha stabilito sin da subito che gli impegni assunti non avrebbero mai e poi mai consentito di contenere l’aumento di temperatura entro i due gradi centigradi rispetto all’epoca pre-industriale. Figuriamoci l’obiettivo di 1,5°C! Pura illusione.
    Di ciò si accorse subito J. Hansen che qualche conto lo sa fare ed a Parigi lo disse senza peli sulla lingua: l’Accordo non era né ambizioso, né vincolante e, quindi, era del tutto inutile. Fu giudicato subito negazionista dalle vestali del clima e lui se ne andò in Cina a cercare di convincere i Cinesi a fare di più e meglio: aveva individuato prima di tutti dove stava il vulnus.
    .
    Fu, però, un articolo pubblicato da Nature nel maggio del 2016 a mettere a nudo la mancanza di concretezza dell’Accordo di Parigi: ne discussi in questo post, qui su CM

    http://www.climatemonitor.it/?p=41762

    .
    Trump ritira gli USA da un accordo che, se tutto dovesse andare bene e se la teoria dell’AGW fosse corretta, dovrebbe contenere l’aumento di temperatura entro i 3,7°C con una probabilità del 90%. Se non facessimo niente, ma proprio niente, l’aumento sarebbe di 5,6°C. Se gli USA si ritirano, ma tutti fanno il loro dovere, non cambierebbe assolutamente nulla: invece di 3,7°C le temperature aumenterebbero di 3,8°C (forse, non ho fatto i conti in modo preciso 🙂 ).
    Ciò che è serio, però, non è il ritiro dall’Accordo di Parigi, ma l’altro aspetto della decisione di Trump: il taglio dei contributi USA al Green Climate Fund dell’ONU. Per fare ciò Trump non doveva neanche ritirarsi dal trattato, bastava solo chiudere i cordoni della borsa e questo lo può fare da domani mattina, anzi ha già deciso di farlo.
    .
    Chi ha seguito le vicende delle varie COP ha certamente capito che il vero problema di questi incontri erano i soldi, Senza soldi i Paesi in via di sviluppo non ridurranno neppure di un grammo le loro emissioni di CO2 in quanto i “vincoli auto imposti e non vincolanti” alle emissioni riguardano solo i Paesi sviluppati e, quindi, gli USA. Il Green Climate Fund deve redistribuire i soldi versati dai Paesi industrializzati tra i Paesi in via di sviluppo per compensarli dei maggiori costi connessi all’uso delle fonti energetiche alternative verdi, per il ritardo nello sviluppo, per i progetti di riforestazione e per tantissime altre cose.
    .
    Gli USA contribuiscono a questo fondo per circa il 30% del fabbisogno, noi dell’EU per circa il 48%, il resto del mondo sviluppato per il restante 22%. A questo punto si capisce che se gli USA vengono meno ai loro impegni economici salta tutto per aria: senza soldi non si cantano messe! E in questo caso salta tutto il baraccone dell’ONU destinato al clima che cambia e cambia male. Chi metterà i soldi che mancano? La Cina, l’India o gli altri Paesi che oggi strillano più di tutti? Neanche per sogno in quanto Cina, India e tutti gli altri Paesi in via di sviluppo sono recettori e non contributori. Se veramente gli USA dovessero rifiutarsi di contribuire al Fondo ONU salta tutto il castello creato in questi decenni: a meno che l’UE non dovesse decidere di sobbarcarsi il 30% degli USA, ma poi credo che i burocrati di Bruxelles dovrebbero cambiare aria. 🙂
    Junkers ha detto che aveva spiegato a Trump l’accordo di Parigi, ma lui non lo aveva capito. Mi sa che chi non ha capito niente, è proprio Junkers. 🙂
    Ciao, Donato.
    .
    p.s.: fonte dei dati
    https://www.greenclimate.fund/documents/20182/24868/Status_of_Pledges.pdf/eef538d3-2987-4659-8c7c-5566ed6afd19

    Post a Reply
    • Errata corrige: Junker non Junkers. Mi scuso con i lettori.
      Ciao, Donato.

    • Grazie Donato, i tuoi interventi sono una ricchezza per tutti noi.

    • Caro Donato,
      mettendo in fila le cose fin qui dette emerge che:
      – Trump segue la linea già annunciata in campagna elettorale
      – sugli accordi di Parigi è lo stesso mondo scientifico mainstream ad aver da tempo scritto il de profundis.
      – come scrivesti nel tuo articolo dle 2015 di commento all’articolo di Nature del maggio 2016 l’Europa – con il suo atteggiamento da “prima della classe” dovuto alla spinta dell’ideologia ambientalistica che la elite dominante usa abilmente per scopi di conservazione il potere – si sta impiccando agli accordi di Parigi, per cui se qualcuno (Trump) stacca la spina potrebbe essere un bene a fronte della nostra totale miopia in temini geopolitici.
      A ciò aggiungo che gli accordi di Parigi non fanno neppure il bene dei Paesi più arretrati che avrebbero bisogno di energia in qualunque forma essa sia (anche fossile), pena la mancata possibilità di gestire la conservazione del cibo e di avere un servizio sanitario degno di questo nome.
      Penso allora che la decisione di Trump potrebbe rivelarsi l’occasione per riflettere sulla necessità di cambiare strategia rispetto agli accordi di Parigi.
      Una nuova strategia dovrebbe a mio avviso basarsi sul considerare la CO2 come risorsa e non più come un inquinante e dunque sull’utilizzare i vegetali per il loro scopo essenziale che è l’assorbire CO2 dall’atmosfera e trasformarla in biomassa, secondo una via maestra che ci è oggi indicata dal pianeta stesso attraverso l’imponente fenomeno del Global Greening.
      Declinato a livello italiano questo dovrebbe significare meno fotovoltaico, meno eolico e più razionale sfruttamento delle risorse di biomassa legate ad esempio al patrimonio boschivo, che anche grazie alla concimazione carbonica (global greening) e al clima più mite ha oggi un rigoglio che non ha precedenti. Peraltro il razionale sfruttamento delle risorse boschive è una chiave essenziale per proteggere le popolazioni dal rischio idrogeologico e dal rischio di incendi boschivi (spesso dovuto a eccesso di biomassa combustibile). In tale contesto l’agricoltura potrebbe fare un ruolo essenziale su cui non mi dilungo avendone già parlato in più occasioni.

    • Caro Luigi, hai ragioni da vendere, ma il problema è che le tue considerazioni logiche urtano con quelle fideistiche e prive di fondamento logico della vulgata comune, di cui si fanno portavoce ed amplificatori i media tradizionali. In questi giorni non ho ascoltato una, dico una, voce fuori dal coro di condanna unanime dell’operato di Trump. Tante “analisi”, ma nessuna che ponesse il dito nella piaga: l’Accordo di Parigi è estremamente oneroso, ma poco o nulla efficace e la mossa di Trump è dirompente non perché gli USA escono dal Trattato di Parigi, ma perché si rifiutano di versare il 30% del budget del Green Climate Fund di loro competenza.
      .
      Nel frattempo è partita la grancassa mediatica di ANSA (principale fonte dei media nostrani):
      -per l’agricoltura:
      http://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/mondo_agricolo/2017/06/02/climacoldiretti14-miliardi-di-danni-agricoltura-in-10-anni_9a2cc152-e058-4361-882e-ef3e341ca751.html
      – per il resto:
      http://www.ansa.it/lifestyle/notizie/societa/nuove_abitudini/2017/06/02/cambiamenti-climatici-5-grandi-pericoli-e-5-grandi-successi-sotto-i-nostri-occhi_f0bde833-f175-434d-a1ca-66a39ea10730.html
      .
      Particolarmente interessante il secondo pezzo (pubblicati entrambi ieri, a caldo). Si tratta di una bruttissima traduzione dall’inglese (fatta, forse, con il traduttore di Google e sbattuta in linea quasi senza alcuna revisione) che snocciola una serie incredibile di inesattezze, luoghi comuni e “perle” lessicali e grammaticali: da brivido. 🙂
      Ciao, Donato.

  2. Quindi secondo Lomborg “comunque vada” ci aspetta un aumento di 4.5 °. Di che si tratta modello, proiezione, interpolazione … ?

    Post a Reply
    • Bè, Roberto, chi di proiezioni ferisce di proiezioni perisce.
      gg

    • A domanda risposta ? proverò a proiettare !

  3. So già di far storcere il naso a qualche salvamondo, ma io sono più che contento della decisione presa dal presidente Usa, forse la politica comincia ad aprire gli occhi. Giusto combattere in tutti i modi l’inquinamento, ma impoverire le nostre economie per la stupida guerra alla co2, facendo arricchire pochi furbetti che tra l’altro inquinano tantissimo godendo alla grande della bella vita che possono permettersi mentre io sono ammazzato di tasse, mi è sempre sembrata la più grossa stupidità del pianeta e la più grossa presa per il c…. per noi poveri mortali.

    Post a Reply
  4. Secondo me trump ha scelto un basso profilo nell’intraprendere la via dell’uscita da parigi.
    Ha indicato solo il problema dell’impatto economico sugli USA, dei costi enormi e della scarsa efficacia sul clima. Questo sottintende che non si oppone alle indicazioni tecniche CO2-centriche del mainstream.
    Ciò lo pone al riparo dalle accuse di negazionismo scientifico e gli dà il vantaggio di porsi come difensore dell’interesse nazionale contro quello degli altri paesi aderenti, il che offre una certa legittimazione oltre che il consenso popolare, mentre gli oppositori hanno le armi di distrazione di massa alquanto spuntate non potendogli opporre la solita solfa del 97%.
    Tecnicamente mi pare una buona strategia, se ci ho azzeccato ovviamente.

    Post a Reply
  5. Guido, credo che un ulteriore elemento di giudizio, oltre a quello legato agli ipotetici effetti degli accordi di Parigi sulle temperature globali che hai giustamente mostrato, stia nel diagramma che allego e che mostra il netto strapotere della Cina a livello emissivo globale -> la Cina emette grossomodo il doppio degli USA, 3 volte l’Europa e 5 volte l’India
    Se però si valutano le emissioni per abitante le cose cambiamo nettamente con gli Usa che oggi emettono 16 t/abitante, la Cina 8 t/abitante, l’Europa 7 t/abitante e l’India 2 t/abitante.
    In ogni caso l’impressione dal mio ridottissimo angolo di visuale è che:
    a. la crescita dei livelli atmosferici di CO2 procede da decenni con un trend lineare infischiandosene degli accordi internazionali
    b. più riduciamo le emissioni e più la nostra industria si sposta verso la Cina o altri paesi asiatici.
    In base ad a e b dovremmo chiederci in modo laico quale sia oggi la politica più adatta a contemperare le esigenze di tutela ambientale e quelle di crescita economica a livello europeo o meglio italiano (e ciò visto che l’Europa a tutt’oggi mi pare un’entità abbastanza astratta in cui ognuno tira acqua al suo mulino).

    PS: Guido, mi rendo conto di essere finito nell’ambito geopolitico da cui volevi star bene alla larga, per cui decidi tu se pubblicare o meno (se non lo facessi non mi offenderei affatto).

    Immagine allegata

    Post a Reply
    • Luigi, il fatto che ne voglia stare alla larga io non impedisce che se ne parli sul blog. Del resto le cose sono davvero troppo intrecciate.
      gg

  6. Se ne parlarea’ anche domani, in un altro articolo dedicato alla questione 😉

    Post a Reply
  7. Non ho capito bene cosa ha detto e per ora me la rido.
    Gli agw sono stati trumpizzati??
    hahahhihihoho!!

    Post a Reply

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Translate »