Tra sogno e realtà

Manca poco più di un mese all’inizio della COP23 durante la quale e, soprattutto alla fine, leggeremo ed ascolteremo i roboanti annunci circa gli obiettivi ambiziosi che i partecipanti si sono preposti e tutti i media ci “informeranno” che il mondo è salvo perché tutti i Paesi partecipanti, tranne qualcuno, si sono impegnati a contenere l’incremento di temperatura globale al 2100 entro i 2°C, forse entro 1,5°C, rispetto all’epoca pre-industriale.

Posso affermare sin da ora che uno dei Paesi più attivi nel corso degli incontri che si svolgeranno questo autunno a Bonn in Germania, sarà l’India. L’India è uno dei principali emettitori di gas serra, ma essendo un Paese in via di sviluppo, non è tenuta a rispettare alcun obbligo di riduzione delle emissioni in quanto questi obblighi cadono in testa ai soli Paesi sviluppati perché responsabili storici delle emissioni che hanno determinato il riscaldamento globale. Questa è, infatti, la filosofia che sottende le kermesse climatiche che si susseguono da oltre ventidue anni e che è alla base del Trattato di Kyoto e dell’Accordo di Parigi. Nonostante ciò l’India, sia a Parigi che a Marrakech, pur non essendo tenuta a farlo, si è impegnata a ridurre le sue emissioni di gas serra, anzi si è prodigata fino a proporsi come il Paese capofila “dell’Alleanza Internazionale Solare” cui hanno aderito circa 120 Paesi del mondo intero. Il centro decisionale ed operativo di questo organismo sovranazionale (ISA) si trova in India, ovviamente, e la mission dell’alleanza è quella di portare l’energia elettrica anche nelle aree più sperdute dei Tropici.

Scopo dell’ISA è la transizione dalle fonti energetiche fossili a quelle rinnovabili (solare in primo luogo). La nuova infrastruttura energetica dovrebbe essere costituita da centrali solari di piccole e grandi dimensioni collegate da una rete di nuovissima generazione che dovrebbe avvolgere tutta la fascia tropicale. Non saranno disdegnate, inoltre, centrali elettriche di piccole dimensioni, alimentate da fonti rinnovabili, da far cadere a pioggia su tutte le aree attualmente prive di servizi elettrici. L’idea non è malvagia per quella parte che prevede di alimentare utenze isolate e disperse su territori immensi in quanto consentirebbe di sfruttare appieno le potenzialità della fonte solare ed anche eolica. Per quel che riguarda la rete di distribuzione, ho qualche perplessità, ma color che sanno dicono che è fattibile. Per poter fare tutto ciò, però, c’è bisogno di una marea di soldi che dovrebbero sborsare i Paesi sviluppati, ovviamente.  Allo stato la Banca Mondiale ha concesso all’ISA finanziamenti per oltre mille miliardi di dollari che dovranno essere utilizzati per la realizzazione dei progetti elaborati dalla struttura sovranazionale a guida indiana.

Questo è quanto appare, ma la realtà è questa o qualcos’altro? La domanda è, ovviamente, retorica perché la risposta è nei fatti: l’India predica bene, ma razzola male, anzi malissimo e potrebbe mandare a monte l’intero castello fondato sull’Accordo di Parigi.

Lo scorso mese di luglio “Le Scienze” ha pubblicato un articolo a firma di Varun Sivaram:

Il peso dell’India nel riscaldamento globale

L’autore non è l’ultimo arrivato in fatto di energie alternative o cambiamenti climatici in quanto è fellow presso il Council on Foreign Relations e direttore facente funzione del programma di sicurezza energetica e cambiamenti climatici del Consiglio. Nell’articolo egli esamina lo stato dell’arte dell’implementazione della green economy in India ed il quadro che ne emerge è a dir poco impietoso, ma, credo, oggettivo: l’autore non è uno scettico, infatti, per cui ciò che egli scrive non può essere considerato affetto da bias ideologico.

L’India ha fame di energia e di energia a basso costo in quanto sta crescendo a ritmi estremamente elevati e ciò comporta una forte richiesta di energia. Oggi questa energia viene prodotta utilizzando migliaia di centrali a carbone che, secondo la narrazione mainstream è la fonte energetica più pericolosa in quanto, a parità di energia prodotta, emette più gas serra di qualsiasi altro combustibile utilizzato per generare corrente elettrica. Il problema non riguarda, però, solo il carbone, ma è il mix energetico indiano complessivo che preoccupa. Esso è costituito, infatti, da fonti primitive ed altamente inquinanti: due terzi delle famiglie indiane utilizzano sterco di vacca, paglia, carbone vegetale e legna per riscaldarsi e cuocere i cibi. Globalmente il 25% del fabbisogno energetico indiano viene prodotto in questo modo. Il resto della produzione energetica proviene dal carbone e dal petrolio: tre quarti dell’energia elettrica indiana e la metà dell’energia necessaria al sistema industriale vengono prodotti utilizzando il carbone, la parte mancante viene prodotta utilizzando, principalmente, il petrolio.

Considerando le tecnologie utilizzate, non stupisce che 10 delle 20 città più inquinate del mondo siano indiane. Il problema ambientale indiano è infatti paragonabile a quello cinese, per cui è assolutamente necessario, al di là delle emissioni di gas serra, che si modifichi il mix energetico per ridurre l’inquinamento ambientale. Altro aspetto che aggrava la situazione, è costituito dal fatto che la maggior parte del petrolio utilizzato, viene importato con forti ripercussioni sulla situazione finanziaria del Paese che risente fortemente delle oscillazioni del prezzo del greggio che, come è noto, dipende dalle vicende geopolitiche che ne determinano le quotazioni sui mercati internazionali.

Se solo si riuscisse a produrre l’energia elettrica necessaria all’India con sistemi meno inquinanti, il problema ambientale potrebbe essere risolto in modo definitivo. La transizione dal sistema energetico attuale ad un sistema energetico in cui una parte consistente dell’energia elettrica indiana venga prodotta con tecnologie rinnovabili o meno inquinanti, è però ostacolata dall’assoluta inefficienza del sistema distributivo dell’energia elettrica. Ben trecento milioni di indiani non sono collegati alla rete elettrica e la restante parte sono connessi ad una rete in pessime condizioni che non è assolutamente in grado di ricevere flussi energetici di origine solare ed eolica che, notoriamente, sollecitano fortemente il sistema di distribuzione.

Pur essendo cosciente di questa situazione disastrosa, il premier indiano Modi non ha esitato ad assumere per il suo Paese un obiettivo estremamente ambizioso sia a Parigi che a Marrakech: a Parigi si impegnò a produrre entro il 2030, il 40% dell’energia elettrica da fonti rinnovabili ed a Marrakech si impegnò ad elevare tale obiettivo al 60% entro il 2050. Passando ai valori assoluti, questi obiettivi comportano che solare ed eolico dovrebbero riuscire a coprire un fabbisogno di 350 gigawatt entro il 2030, di cui 250 gigawatt di origine solare. Si tratta però di un obbiettivo estremamente ambizioso, forse irraggiungibile, in quanto 250 gigawatt rappresentano l’ottanta per cento della potenza installata in tutte le centrali solari del mondo. Ad onor del vero il prof. V. Sivaram considera tale obiettivo raggiungibile, se il calo dei costi di costruzione dei componenti delle centrali solari dovesse continuare e il governo indiano ed i donatori stranieri concentrassero i loro investimenti nell’ammodernamento della rete di distribuzione elettrica.

Detto in altri termini se tutto funzionasse alla perfezione, cioè, se arrivassero i fondi, fossero utilizzati in modo razionale e rapido e le amministrazioni periferiche remassero nella stessa direzione del presidente Modi, gli obiettivi del governo indiano potrebbero rivelarsi realistici. La realtà è, invece, completamente diversa. I fondi scarseggiano, le difficoltà burocratiche non si contano a causa di inefficienze e corruzione che imperano un po’ ovunque, per cui non stupisce il fatto che gli imprenditori indiani non credano affatto nella possibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati dal governo federale. A questo si deve aggiungere una situazione strutturale del sistema indiano che rende visionario il progetto di Modi e del suo governo.

Il governo centrale, allo scopo di favorire il raggiungimento dei suoi obiettivi, ha innalzato le tasse sul carbone ed il petrolio per rendere il loro uso meno conveniente rispetto a quello delle fonti energetiche rinnovabili. Ciò ha determinato profondi malumori nella popolazione e, di riflesso, forti resistenze dei partiti politici, degli Stati e delle imprese indiane. Il risultato delle forti pressioni esercitate dalle forze politiche e sociali, tese a ridurre il malcontento popolare, è stato quello di creare una serie di asimmetrie nel mercato energetico che hanno determinato da un lato un aumento dei costi del gasolio e del carbone, usati principalmente dalle imprese e dall’altro una riduzione dei costi del kerosene e del gas naturale, usati principalmente dalle famiglie.

Il controllo diretto che gli Stati esercitano sulle compagnie elettriche, ha mantenuto inoltre artificiosamente basse le tariffe allo scopo di evitare malumori della popolazione per evidenti ragioni elettorali. Le compagnie elettriche soffocano pertanto nei debiti e non sono assolutamente in grado di manutenere la rete e/o di ammodernarla e potenziarla, in quanto le entrate non riescono neanche a compensare i costi di produzione e di ordinaria gestione della rete di distribuzione.

Un modo per consentire all’India di ridurre in un solo colpo emissioni ed inquinamento sarebbe quello di sostituire le centrali a carbone con quelle a gas naturale (come è successo negli USA che senza sottoscrivere l’accordo di Kyoto, hanno ridotto del 15% le loro emissioni sostituendo il carbone con il gas naturale o di scisto) ed aumentare l’efficienza dell’utilizzo dell’energia nei trasporti, nell’edilizia e via cantando.  La sostituzione delle centrali a carbone con quelle a gas comporta però maggiori costi di produzione ed approvvigionamento in quanto l’India non dispone di giacimenti di gas naturale. Ciò ha impedito di convertire le centrali a carbone in centrali a gas in quanto gli Stati indiani non sono disponibili a sopportare questi maggiori costi, e quindi preferiscono l’utilizzo del più economico carbone. Discorso analogo riguarda l’efficienza in quanto bisognerebbe ricostruire le reti di distribuzione, sostituire tutto il parco macchine esistente ed intervenire pesantemente sulle tecniche di costruzione di macchine, edifici ed infrastrutture varie, con costi che la società indiana non può assolutamente sopportare.

Per tutti i motivi elencati, l’India non potrà mai raggiungere gli obiettivi fissati dal presidente Modi a meno che non riceva un fortissimo aiuto dall’estero sotto forma di tecnologie, infrastrutture e finanziamenti. Per adesso i governanti dei Paesi esteri sperano che l’India raggiunga i suoi obiettivi, ma non si rendono conto che senza il loro aiuto economico l’India non sarà assolutamente in grado di ridurre le emissioni e raggiungere gli obiettivi di Parigi e Marrakech. Se tutto dovesse restare così com’è, pertanto, non solo l’India non raggiungerà gli INDCs che si è imposta, ma addirittura aumenterà le sue emissioni. Al 2050 si prevede infatti un raddoppio del fabbisogno energetico indiano e se le cose resteranno come sono oggi, le emissioni raddoppieranno e l’Accordo di Parigi non sarà onorato. Per l’India non succederà assolutamente nulla in quanto non esistono sanzioni per chi non rispetta gli impegni presi, ma per il circo del cambiamento climatico di origine antropica, il colpo potrebbe essere mortale.

Questa è, in estrema sintesi, la situazione del gigante asiatico che emerge dall’articolo di V. Sivaram e conferma molte delle mie impressioni e dei miei dubbi circa la realizzabilità di quanto è scritto negli Accordi di Parigi. Quanto accade in India conferma infatti che tali accordi sono un bel libro dei sogni. L’articolo di cui stiamo parlando, ha dei toni un po’ meno categorici dei miei in quanto l’autore non vuole cedere al pessimismo e suggerisce una serie di iniziative che possano sostenere gli scenari visionari di Modi e del suo entourage, ma la realtà è questa perché le soluzioni prospettate dal dr. V. Sivaram, richiederebbero una situazioni sociale, economica e politica a livello internazionale che oggi come oggi non vedo neanche all’orizzonte. Detto fuori dai denti, l’India non potrà raggiungere gli obiettivi di contenimento delle emissioni assunti a livello internazionale, a meno che non costringa i suoi cittadini ad un lungo periodo di lacrime e sangue che nessun politico indiano accetterà mai, per il semplice fatto che sono i cittadini indiani a non volerlo accettare. Ed i politici sono sempre molto sensibili agli umori popolari.

In realtà esisterebbe anche un’altra possibilità: un miracolo, ma per questo il genere umano non mi sembra ancora attrezzato.

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Author: Donato Barone

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15 Comments

  1. Articolo veramente interessante e illuminante. C’è poco da aggiungere se non che la rivoluzione green forzata sta già costando (e costerà) lacrime e sangue all’Italia. Figuriamoci all’India che deve ammodernare la rete di distribuzione e non dispone di una quota idroelettrica nel suo mix al pari del nostro Paese.

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  2. Non è facile costruire dighe in un paese a clima monsonico con precipitazioni concentrate in una sola stagione, Anche al nord,alle basi dell’ Himalay, le piene primaverili sono molto intense. Bisogna avere un buon karma per fare impianti idroelettrici in quelle zone

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  3. Quando un capo di stato vi dice “mi impegno a…”, e magari lo mette giù pure per iscritto, e l’impegno si concretizzerà in un futuro quando ci sarà un altro capo di stato; ecco, fate così: pensate alla vicenda Fincantieri-Stx.

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    • E’ un po’ come per il clima: chi controllerà che gli scenari delineati oggi si verificheranno veramente nel 2100?
      Per i politici il discorso è, però, più semplice: quando le promesse dovrebbero essere mantenute…. manca il politico che le aveva fatte, sostituito da un altro che ne farà di diverse e così via all’infinito. Nessuno sarà responsabile di quello che non ha potuto realizzare perchè al suo posto è stato eletto un altro.
      Ciao, Donato.

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  4. Grazie Donato, sempre un piacere leggerti.
    Mi sembra di capire che il tutto si puo’ riassumere in questi termini: fare gli ambientalisti fa fico per i politici, quando poi si puo’ lucrare anche su un ennesimo baraccone mangiasoldi (con contorno di posti di lavoro e consenso collegato), allora fa ancora piu’ fico.
    Se poi la realta’ e’ fatta di carbone, inefficienza, problemi di ordine pubblico e corruzione, beh, chissenefrega, basta non parlarne. Quello che conta e’ partecipare alla kermesse, presentarsi come salvamondo globali e mettere in tasca il massimo risultato (di immagine e consenso) con il minimo sforzo.
    Un po’ come fa l’altro gigante asiatico, la Cina, che consuma idrocarburi e carbone a go-go, ma poi fa l’ambientalista a parole perche’ il mercato del solare e’ stato cannibalizzato da loro grazie agli incentivi statali e al dumping sul costo dei pannelli. E quindi l’ambientalismo d’accatto occidentale va tenuto in vita (anche col contributo della pelosa retorica cinese) per tenere in vita la baracca del solare ultrasovvenzionato cinese, che ai boccaloni occidentali (s)vende i suoi prodotti.
    Al solito, tutti bravi a parole, ma nei fatti…

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    • Caro Massimo hai centrato pienamente l’argomento: tra il dire ed il fare c’è di mezzo un mare (di soldi). 🙂
      Sono i soldi che il mondo sviluppato dovrebbe versare a quello meno sviluppato sotto forma di “risarcimento” per i danni arrecati al pianeta e per il mancato sviluppo dei Paesi in via di sviluppo. Ed è proprio su questi soldi (quanti, di chi, quando e come) che si infrangono i sogni degli ambientalisti e delle ONG che ruotano attorno alle COP.
      Senza soldi in palio non ci sarebbe bisogno di COP perché a nessuno dei Paesi emergenti o in via di sviluppo passerebbe per la testa di discutere di riduzione delle emissioni con quelli industrializzati. Il cambiamento climatico sarebbe argomento di pubblicazioni scientifiche (poche, però perché non ci sarebbero fonti di finanziamento) e, forse, CM non avrebbe motivo di esistere. L’unica nota stonata è che da queste parti soldi non se ne vedono. 🙂
      Mia moglie ha ragione anche in questo caso: scelgo sempre la parte sbagliata della barricata.
      Ciao, Donato.

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  5. Caro Donato,
    articolo che descrive bene quello che, non conoscendolo bene, io immagino essere “il fumo che c’è tra il dire e il fare”: chiacchiere, buoni propositi, promesse (sempre, rigorosamente, “da marinaio”) e ancora chiacchiere …
    Posso dare il benvenuto al primo di una -presumo- lunga serie di articoli che ci delizieranno fino alla conclusione della COP23 e anche oltre?
    Credo che il tuo sarà un duro lavoro se vorrai separare il grano dal loglio come hai fatto nei casi precedenti, per cui ti faccio i miei auguri più sinceri! Franco

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    • Caro Franco, la prossima COP si prospetta come un enigma avvolto in un mistero. 🙂
      Dopo la decisione USA di denunciare l’Accordo di Parigi, è venuto meno uno dei pilastri fondamentali dell’accordo stesso: una consistente quota del contributo finanziario veniva da lì.
      Poiché in tutte le precedenti occasioni quello finanziario è stato lo scoglio contro si sono infrante tutte le speranze, ho l’impressione che la Conferenza si incammini lungo una salita. Come sarà questa salita? Dipende. E dipende da tanti fattori. Giusto per citarne uno, tieni presente che anche la virtuosissima Europa ha rivisto al ribasso i suoi impegni circa le emissioni, suscitando reazioni negative negli ambienti vicini alla green economy. Sembra, infatti, che il combinato disposto delle varie decisioni degli organi comunitari, determini una riduzione delle emissioni a lungo termine, rispetto al 2005, pari al 23% rispetto al 30% reputato necessario (l’Italia con le pezze al sedere si è impegnata, per esempio, per una riduzione del 33%).
      http://www.rinnovabili.it/ambiente/proposta-ue-taglio-emissioni-insufficiente-333/
      Come vedi, tra il dire ed il fare c’è una bella differenza. E non solo in India.
      Vedremo se a Bonn assisteremo ad un altro fallimento o a un miracolo (io propendo per la prima ipotesi).
      Ciao, Donato.

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  6. Caro Donato,
    grazie per l’approfondita analisi.
    Circa le centrali a carbone indiane credo che l’elemento chiave stia non tanto nel rifiutare il carbone in nome del metano ma nell’adottare adeguate tecnologie, nel senso che oggi è possibile avere centrali a carbone pulite, anche se questo ovviamente incide sui costi.
    Luigi

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    • Caro Luigi, sono d’accordo con te. I costi sono il principale problema degli indiani. Quando nel post ho scritto: “Considerando le tecnologie utilizzate, non stupisce che 10 delle 20 città più inquinate del mondo siano indiane. ” pensavo proprio alla tecnologia arcaica che caratterizza le centrali a carbone (e non solo) indiane ed agli immensi margini di miglioramento. Il problema è, però, quello economico: senza soldi non è possibile implementare le moderne tecniche di trattamento delle emissioni delle centrali.
      Ciao, Donato.

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  7. L’amico Luigi Mariani mi ha cortesemente segnalato questo pregevole ed opportuno articolo di Donato Barone che ringrazio per l’iniziativa utile anche a fare un poco di chiarezza su alcuni dei passaggi citati ed estrapolati dall’articolo di riferimento (Il peso dell’India nel riscaldamento globale di: Varun Sivaram).

    Condivido peraltro tutti i commenti che mi hanno preceduto ai quali vorrei aggiungere queste ulteriori note. Per non farla troppo lunga, partirò da uno dei capoversi letto sopra:

    ” Considerando le tecnologie utilizzate, non stupisce che 10 delle 20 città più inquinate del mondo siano indiane. Il problema ambientale indiano è infatti paragonabile a quello cinese, per cui è assolutamente necessario, al di là delle emissioni di gas serra, che si modifichi il mix energetico per ridurre l’inquinamento ambientale. ”

    Su questo aspetto si concentra tutto un insieme di “luoghi comuni” e speculative interpretazioni che, purtroppo, abitualmente leggiamo dai MEDIA, vale a dire lasciar intendere che l’inquinamento che è presente in particolare in molte megalopoli mondiali ed in particolare in Cina ed India sia dovuto alle emissioni di CO2 delle Centrali alimentate a Carbone e non invece alle emissioni di: “Particolato fine (PM10 e 2,5), Ossidi di Zolfo e di Azoto, ecc.”.

    Ora, come è evidente a chi non vuole speculare sull’argomento, la CO2 non è affatto un inquinante convenzionale (quelli che appunto causano quei problemi di smog e salute, per contaminazione dell’aria ambiente) che si mostrano nelle foto che quasi sempre accompagnano i vari articoli sul tema.

    Per risolvere questi enormi problemi di vero inquinamento dell’aria in tali Paesi, è necessario sostituire i numerosi vecchi ed obsoleti impianti industriali (acciaierie, cementerie, raffinerie, ecc.) e quindi anche le vecchie ed obsolete Centrali Termoelettriche (costruite 40-50 anni orsono) con nuove e modernissime Centrali termoelettriche, sempre alimentate a Carbone, ma dotate delle moderne tecnologie di: depolverazione, desolforazione e denitrificazione, oltre al fatto che tali moderne ed avanzate Centrali alimentate a Carbone hanno un’efficienza di conversione energetica e di esercizio enormemente maggiore di quelle vecchie ed obsolete citate sopra. Si passa da una “efficienza” del circa 25% ad una del 45% ed oltre! La moderna Centrale Termoelettrica di Torvaldaliga Nord a Civitavecchia ne è un eclatante e positivo esempio – ahinoi, purtroppo, l’ultima ed unica che assurdamente è stato possibile convertire (era in precedenza una vecchia centrale, addirittura con 4 gruppi x 660 MW cad. alimentata ad Olio Combustibile, rispetto agli attuali 3 x 660 MW alimentati a Carbone) nel ns. Paese. Le assurde e davvero deprecabili vicende che hanno riguardato ben 4 nuovi e già totalmente autorizzati impianti : Porto Tolle, Vado Ligure, Saline Joniche e Fiume Santo, hanno impedito che l’Italia opportunamente equilibrasse in parte e diversificasse il proprio “MIX delle Fonti”, dando così un concreto e realistico sostegno alla:

    – competitività del ns. sistema produttivo manifatturiero (quindi benessere, lavoro e ripresa dello sviluppo);
    – sicurezza strategica degli approvvigionamenti energetici nazionali (notoriamente i più a rischio tra i Paesi G8 e non solo);
    – costo dell’elettricità per i consumatori domestici (la cui Bolletta subisce ormai una maggiorazione che supera il 20% del totale, per remunerare gli incentivi: circa 14 miliardi di €/anno che graziosamente riconosciamo alle “Rinnovabili”);

    obiettivi che l’attuale revisione della SEN declina per poi suggerire risposte che contraddicono palesemente gli stessi obiettivi!
    Il che vuol peraltro anche dire che tali nuove e moderne Centrali consumerebbero molto meno COMBUSTIBILE per produrre la stessa quantità di elettricità e con questo ridurrebbero drasticamente (e molto più dei fuorvianti obiettivi della CoP21 di Parigi e delle fuorvianti ed emotive Strategie della Ue28) anche le emissioni degli stessi veri inquinanti citati sopra e quelle della CO2 !!!

    Riguardo poi alle promesse e/o obiettivi del Governo indiano, è evidente che l’adesione agli accordi di Parigi del 1° Ministro Modi rappresentino solo un atto del tutto formale, ispirato solo per produrre un effetto emotivo e del tutto simbolico, sempre per cavalcare le fuorvianti teorie pseudo-climalteranti.

    Non va infatti dimenticato che proprio in India vi siano tuttora diverse centinaia di milioni di indiani che ancora NON dispongono della “banale” elettricità e come ben dice l’articolo qui sopra, siano costretti a produrre quel poco di energia che serve loro per sopravvivere con combustibili in effetti “rinnovabili” ma del tutto inopportuni ed inadeguati allo scopo, con gravissime ripercussioni sulle loro condizioni di salute e di vita in generale. Quali e quanti sono i danni che tale situazione produce loro???

    Nel prosieguo dell’articolo si cita poi un altro incredibile e chiaramente speculativo “luogo comune” che commenterò riprendendo per pronto riferimento parte del relativo capoverso:

    ” Un modo per consentire all’India di ridurre in un solo colpo emissioni ed inquinamento sarebbe quello di sostituire le centrali a carbone con quelle a gas naturale (come è successo negli USA che senza sottoscrivere l’accordo di Kyoto, hanno ridotto del 15% le loro emissioni sostituendo il carbone con il gas naturale o di scisto) …omissis …”.

    L’inganno di tale ipotesi ed azione è evidente quando si consideri che tutta l’incredibile “Strategia di riduzione delle emissioni di: GHG” (Gas ad Effetto Serra), si basa sul conteggio delle emissioni di CO2 della SOLA fase “post-combustione” (vale a dire di quando si bruciano i diversi combustibili fossili), mentre NULLA viene conteggiato per quanto riguarda le emissioni della stessa CO2 (ed ovviamente anche CH4) della fase “pre-combustione”, vale a dire di quando si estraggono i combustibili dai giacimenti, ed in particolare facendo riferimento a cosa avviene durante l’estrazione del cosiddetto Gas “Naturale”, dove la CO2 è sempre presente (logicamente in misura variabile, ma tutt’altro che marginale, soprattutto in importanti giacimenti mondiali: es. Mar Caspio, Algeria, Libia, ecc. ecc.) nel sottosuolo, insieme a Butano, Metano, Propano, Idrogeno Solforato, Protossido di Azoto, ecc. ecc..

    Ebbene, cosa avviene in numerosi di tali “Pozzi di Estrazione” ?
    Semplicemente, perchè la CO2 e l’ H2S (la componente di Zolfo di Petrolio e Gas Naturale), essendo indesiderati a destino, vengono “catturati” in fase di estrazione dai pozzi e … semplicemente poi “Vented” (cioè liberati all’atmosfera), senza però che nessuno li conteggi ed attribuisca ad alcuno!!! Non so perchè mi venga in mente l’abituale battuta sarda: “capito mi hai”? ??

    Insomma, un chiaro ed evidente inganno , perpetrato solo nell’ottica di una strategia competitiva tra Prodotti e Settori, nonchè Paesi che, peraltro, è addirittura vietata dalle norme costitutive della stessa Ue, che vietano appunto azioni che producono chiaramente una concorrenza sleale tra: Paesi, Prodotti e Settori ed in quanto tali dovrebbero a monte essere impediti da chi regge questa istituzione!
    Premetto (per evitare equivoci che taluni fanno con riferimento al mio ruolo onorifico che da oltre 20 anni svolgo nel settore del Carbone) che il Gas Naturale è un fantastico combustibile, ma che va utilizzato “cum granu salis”, perchè ben più costoso del più abbondante e meglio diversificato geograficamente Carbone.

    Per completezza di comprensione ai meno esperti nel settore specifico, aggiungo anche che oltre alle tecniche di “Venting” citate sopra, ci sono anche il “Flaring” (vale a dire quando, deliberatamente, si brucia in torcia il Metano (CH4: proprio perchè ha un GWP – Global Warming Potential – molto maggiore della CO2 e peraltro molto maggiore di quello che, ancora chiaramente per pure ragioni speculative, abitualmente si riporta: equivalenza di una molecola di CH4 = 21/23 volte maggiore della molecola di CO2 ma, … casualmente … in un arco temporale di 100 anni ), trasformandolo in H20 e CO2!!!
    Oh, bella, direbbe quel fisico. E quale sarebbe invece l’equivalenza se si considerasse un arco temporale “logicamente” inferiore, vale a dire … 20 anni (che sembrerebbe peraltro “logico” se davvero si ritenesse urgente drasticamente ridurre tali emissioni GHG) ?
    Sorpresa: bisognerebbe moltiplicare il valore sopracitato di almeno 3 volte !!!
    Infine, a “Venting” e “Flaring” si devono poi aggiungere le “Methane Fugitive Emissions” (CH4 diretto!) che, guarda caso sono di una certa rilevanza proprio per l’importante attività avviata negli USA con lo “Shale-Gas ” e lo “Shale-Oil”, che portano poi a ritenere che gli USA, con la loro economicamente conveniente sostituzione del derivato Gas Metano – che negli USA ha dei prezzi estremamente bassi e ben diversi dal Metano venduto in Europa e Asia – abbiano “apparentemente” sensibilmente ridotto le loro emissioni di GHG negli ultimi anni, dismettendo un cospicuo numero di vecchie Centrali a Carbone! Chiedete ad Obama (che l’ha ampiamente cavalcata, se sia proprio vero?

    Mi scuso per questa mia lunga dissertazione, ma mi sembrava quanto mai opportuna e sarebbe davvero utile, oltre che etico e morale, contribuire a smontare tutta questa vergognosa speculazione che ha portato ad uno spreco immenso di risorse economiche per foraggiare la cosiddetta … “green” (non casualmente il colore del dollaro USA!) economy!

    Concludendo, vorrei rispondere a quella che a mio modestissimo parere, dovrebbe invece essere un’opportuna strategia energetica nazionale e mondiale, con una proposta che già cercai invano di suggerire oltre 15 anni fa, come segue:

    “I Paesi ricchi OCSE dovrebbero finanziare con una % del proprio PIL un “Piano Marshall” dell’energia, i cui fondi potrebbero opportunamente essere gestiti dalle Istituzioni Finanziarie Mondiali per finanziare la costruzione di modernissime Centrali Termoelettriche alimentate a Carbone nei troppi Paesi poveri e sottosviluppati, ma anche quelli in via di sviluppo del mondo (come appunto l’India), raggiungendo gli obiettivi che ho brevemente indicato sopra, a vantaggio in questo caso di tutti, loro e noi stessi, perchè aiuteremmo quel terzo della popolazione mondiale che vive ancora in condizioni davvero miserevoli ad accedere allo sviluppo ed al benessere che, noi abitanti dei Paesi oggi sviluppati, abbiamo potuto raggiungere 50-60 anni fa, proprio grazie alla disponibilità di abbondante e davvero sostenibile energia.

    Diamoci allora una mossa, che davvero conviene a tutti!

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  8. A complemento del mio lungo precedente commento, credo utile riprendere qui sotto il contenuto di un documento di lavoro elaborato nel 2014 da un Comitato con importanti Operatori del Settore Impiantistico dell’energia (di cui ho fatto parte) che presentammo anche al Ministero dello Sviluppo Economico in occasione dei negoziati per portare, ahinoi con successo, un’iniziativa voluta dall’allora Presidente USA per limitare i finanziamenti alle infrastrutture energetiche da parte dei Paesi OCSE ai Paesi poveri ed in via di sviluppo , con l’intento di penalizzare il Carbone.

    Q U O T E

    Subject: export credit financing of coal-based power generation

    Italian Boiler makers are committed to the best available technologies for sustainable energy including clean coal power generation as well as renewable energy in terms of coal-biomass co-firing and biomass-fired steam-generating boilers for CHP plants.
    On the other hand it is also clear that Renewable Energy Sources (RES) such as wind and solar are not stable and are not suitable for grid management.
    Large-scale energy storage is still a future technology, and therefore the present reality is that a grid based solely on RES will require a significant installed overcapacity, perhaps as much as 300% to be able to meet peak demand at all times, still without enabling proper grid management.
    Even in the EU, fossil fuel fired plants are necessary to balance a grid that is increasingly dominated by RES. Even the EU, goal of 20% RES in 2020 is proving to be a challenge for grid stability, and this means that the fossil plants will run only as much as necessary to balance the grid and meet peak demand. To do this at the lowest possible emissions, highly efficient and flexible plants are required. That is what Italian and European boiler makers can supply.
    China, to some extent India and much of the rest of the World have already installed RES power, however most of the countries holding fossil fuel sources will continue to need and build fossil plants for base load in the short term, and in the medium term we expect that fossil-based power will be necessary to balance RES in the same way as in Europe.
    As an example, the US EIA in the World Energy Outlook 2013 expects that the world electricity production will double by 2040, and that the share supplied by coal will only slip from 40% in 2010 to 36% in 2040.
    By far the majority of the growth is expected in non-OECD countries.
    To eliminate financial support from EU to new coal power projects in developing countries, whether in the form of export credits or direct financing, will not prevent the development of new coal fired projects. The risk will just increase that the choice will be the cheapest, this would mean lowest efficiency plants with the highest emissions.
    As an example, China is currently granting very good financing, low interest and substantial grace period in Africa and even in the Balkan area. The plant supplied will typically be of older technology with relatively high emissions.
    The difference between an average technology and the best available coal-fired technologies in terms of CO2 emission is around 100 Kg/MWh, adopting the highest steam pressures and temperatures within the range of the best reference solutions available according to the rated power selected for each specific plant.
    With the EIA projection of coal based electricity production at 15,000 TWh, the difference between “average” and “best” is around 1,500,000,000 ton/year of CO2 emission, or about 4% of today’s global CO2 emission.
    The improvement of plant efficiencies due to the applicable Best Available Technologies (BAT) corresponds to a significant saving in coal consumption, potentially up to about 10%, with associated evident benefits in terms of plant operational costs and reduction of pollutants emissions.
    EU financial support, including export credits, can and should be used to favor low emission/high efficiency/flexible coal plants following the same logic currently under discussion in Europe about the “capacity factor”.
    We are confident that our Institutions will take into consideration our common position on this significant issue.

    U N Q U O T E

    Per sintetizzare, l’obiettivo di quell’azione fu quella di inserire come “parametro vincolante” per accettare di finanziare tali investimenti, un valore del tutto fittizio e chiaramente speculativo che (non casualmente) stiamo ancora sentendo ripetere anche in questi giorni da grandi managers, di limitare le emissioni delle Centrali Termoelettriche a 550 gr./Co2 x kWh !!!

    Ora, è evidente a chi conosce un minimo dei fattori emissivi delle Centrali Termoelettriche, che (nella sola fase “post-combustione”, … ovviamente…(quella che speculativamente tutti considerano), anche una modernissima Centrale alimentata a Carbone NON può raggiungere tale assurdo valore (ammesso che abbia peraltro un senso!), mentre una moderna Centrale alimentata a Gas Metano emette 350/400 gr. CO2/kWh !!!
    Questo è quanto anche attualmente si sta discutendo in sede Ue . Cui prodest ?

    Chi sicuramente nel frattempo ci guadagna sono Paesi come la Cina che finanziano tali impianti, (Centrali a Carbone) spesso costruite con tecnologie tutt’altro che ultima generazione a tutto danno delle Imprese Impiantistiche e d’Ingegneria Europee, che sono all’avanguardia nel settore.

    Un modo fantastico per penalizzare l’economia e la ripresa dei Paesi Ue.
    Davvero furbi, vero, gli Euro-burocrati e MEP di Bruxelles ?

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  9. Sono infine riuscito a leggere l’articolo di Varun Sivaram: “Il peso dell’India nel riscaldamento globale” ed ho colto un’altra “chicca” narrata nello stesso:

    ” Le centrali a carbone consumano grandi quantitativi d’acqua “!

    (ndr: Quello dell’acqua è un tema che è stato molto speculato nell’ultimo semestre).

    Ebbene, l’acqua nelle Centrali Termoelettriche, serve per “raffreddare” gli impianti, senza peraltro entrare in contatto con il combustibile (Carbone nello specifico), per poi essere ritornata alla fonte di provenienza (mare, laghi o fiumi) del tutto pulita, mentre una parte “voilà” apparentemente sparisce, in termini di “Vapor Acqueo” che poi sono quei “fumi” che si vedono uscire dagli alti camini od evaporatori di tali Centrali (a Carbone, Gas, Petrolio, Biomasse, ma anche Nucleari) e che, i bravi giornalisti (ed i seri speculatori) fotografano spesso in controluce per farli apparire grigiastri tendenti al nero e così accompagnare i loro fantastici articoli sul tema dell’inquinamento e del supposto AGW (Antropogenic Global Warming).

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    • Rinaldo, lasciami aggiungere, solo per completezza, che nelle centrali che fanno uso di acqua di raffreddamento in ciclo chiuso (+ torre di raffreddamento), la perdita di acqua e’ sostanzialmente trascurabile, ridotta al solo make-up dell’evaporato. E praticamente nulla nel caso di raffreddamento dell’acqua in ciclo chiuso con altra acqua, in ciclo aperto, che e’ restituita al bacino di provenienza tal quale (con qualche grado in piu’). Tra l’altro di solito i telegiornali e i video catastrofisti salvamondisti mostrano proprio le torri di raffreddamento con i loro pennacchi come pistole fumanti del global warming. Peccato che quei pennacchi siano costituiti al 100% da acqua. Ma l’importante e’ salvare la narrativa e disinformare il destinatario del messaggio subliminale: “guarda come inquinano, questi rovinamondo!”

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