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L’Impero del Male

Alcuni giorni fa Carlo Pelanda, stimato politologo, economista ed accademico, ha firmato un interessante pezzo dal titolo Torna di moda “l’impero del male”. Pelanda parte dalla considerazione che circa dieci anni fa la Germania decise di proporsi come “potenza etica”, enfatizzando il suo ruolo di ritrovato protagonista sullo scacchiere mondiale auto-investendosi di uno standard morale superiore a quello dei suoi rivali strategici.

Non potendolo fare per via militare (leggi forze armate non all’altezza di ambizioni imperialiste), la Germania ricorse quindi alla via umanitaristica, cominciando con lo spalancare i propri confini (e quelli dell’Unione) all’ondata migratoria in arrivo dal medio oriente. Presa in contropiede dall’iniziativa tedesca, anche la Francia decise di cucirsi addosso un abito umanitaristico, nella forma di un abito “green” che elevasse il suo stato etico da un punto di vista ambientale. Abito cucito addosso agli interessi francesi in modo perfetto, vista la prevalenza della generazione elettrica nucleare (e la pressoché totale carenza di risorse idrocarburiche sul proprio territorio). Un abito che fu presentato in tutto il suo splendore sulla passerella che battezzò la svolta etico-ambientalistica francese: la COP 21 di Parigi del 2015.

Pelanda vede quindi un filo rosso, anzi, un filo verde tra le politiche tedesche e francesi degli ultimi dieci anni in un’ottica di consolidamento del proprio potere politico all’interno dell’Unione sotto la comune bandierina di un status etico comune “superiore” a quello degli altri.

Secondo Pelanda, tuttavia, il vero obbiettivo dell’asse franco-tedesco è usare la bandierina del green per sfidare economicamente la Cina imponendo standard ambientali di produzione molto stringenti ai prodotti cinesi e limitarne conseguentemente l’accesso al mercato UE. Parliamo quindi di “dazi verdi” a carico dei prodotti cinesi, che offrirebbero una copertura etica ed ideologica ad una sostanza nei fatti identica a quanto già fatto della precedente amministrazione americana. Una politica che potrebbe rilanciare la manifattura europea rendendola più competitiva rispetto a prodotti di importazione gravati di dazi green.

Una pistola scarica?

Il ragionamento di Pelanda è assolutamente affascinante. Resta tuttavia il fatto che, al di la dell’evidente sforzo di proiettare se stessa come “potenza etica”, l’Europa si è finora ben guardata anche solo dal fare il solletico agli interessi cinesi. Secondo Pelanda, questa timidezza è stata dettata dalla posizione di isolamento della UE, privata di una sponda “etica” atlantica con gli Stati Uniti a causa delle posizioni dell’amministrazione precedente. Pelanda immagina quindi che, agendo in partrnership con la nuova presidenza USA, l’Europa riuscirà finalmente usare il “Green” come da piani originari, ossia come strumento di pressione economica in un’ottica di demonizzazione della Cina, l’Impero del Male tutto CO2 ed inquinamento.

Gli eventi degli ultimi giorni confermano che al tavolo delle discussioni tra Cina ed UE il convitato di pietra è rappresentato proprio dalla minaccia di dazi green. Minaccia alla quale la Cina reagisce con rabbia, denunciando una presunta “interferenza” dell’Unione in “affari interni cinesi”. Probabile che i cinesi vedano nelle velate minacce di dazi verdi solamente una pistola scarica: troppo alta la posta in gioco per le aziende europee che esportano in Cina, e che si vedrebbero immediatamente esposte a ritorsioni.

Benedette crisi

Per quanto l’analisi di Pelanda sia assolutamente brillante, chi segue le tristi vicende della propaganda climatista da tanti anni fa probabilmente fatica a ritenere che il “verdismo climatista” sia stato studiato a tavolino da menti raffinatissime in ottica puramente geopolitica. Più probabile che qualcuno abbia visto nel global warming una straordinaria occasione per perseguire altre agende, in linea con il celebre aforisma: “non lasciare mai che una grande crisi vada sprecata”.

Come la Thatcher saltò, quasi 40 anni fa, sul carro appena assemblato del global warming per chiudere le miniere di carbone e cancellare il Regno Unito dalla mappa delle potenze industrializzate mondiali, così oggi tanti attori, a vari livelli, si giocano la stessa carta climatista con secondi e terzi fini non dichiarati. Geopolitici, certo. Ma anche e soprattutto finanziari, perché è proprio grazie al catastrofismo climatico che si sono gonfiate gigantesche bolle sui mercati azionari, sostenute solo dal meccanismo dei crediti verdi e dalla compliance con criteri “Ambientali, Sociali e di Governance”: i salvifici investimenti ESG, le nuove Tavole della Legge secondo BlackRock.

Un disegno autoritario?

Quello che colpisce, comunque, sono i modi intellettualmente autoritari con cui il catastrofismo climatico viene imposto e propinato alle masse come unica lente attraverso cui filtrare qualsiasi tipo di discorso. La saldatura tra interessi geopolitici e speculazione finanziaria, costruita sulla minaccia di catastrofi imminenti e sottesa alla presunzione di un’etica superiore sembra infatti creare le premesse per quello che Ettore Gotti Tedeschi vede come un tentativo di instaurare un totalitarismo occidentale da opporre proprio a quello cinese. Figlio dell’idea che il capitalismo liberale non sarebbe più in grado di contrapporsi alla sfida violenta e spietata lanciata dalla dittatura comunista.

Esattamente come Pelanda, Gotti Tedeschi sottolinea la tendenza ad investirsi di un “rating etico”, di una “legittimazione morale” superiore, proprio da parte di chi invece persegue obbiettivi che con l’etica e la morale non hanno niente a che vedere, e che piuttosto sottendono all’intenzione di ridisegnare il capitalismo democratico occidentale in una veste dirigista e autoritaria. Funzionale al progetto in questione è la creazione di uno stato di paura, paura della morte innanzi tutto.

E se il catalizzatore della trasformazione per Gotti Tedeschi è offerto dall’attuale emergenza sanitaria, piuttosto che da quella climatica cui fa riferimento Pelanda, l’obbiettivo finale è esattamente lo stesso: l’abbandono di un sistema economico e sociale che ha garantito decenni di ricchezza e prosperità all’Occidente ma che non è ritenuto più adatto a vincere la sfida proposta dal gigante cinese.

Le riflessioni di Pelanda e Gotti Tedeschi non suoneranno sconvolgenti alle orecchie di chi legge questo Blog da lungo tempo. Che gran parte della retorica green-catastrofista ormai esulasse dal contesto scientifico era un fatto del tutto evidente. Ma che a sostenerlo, e a parlare delle agende sottese all’abito “green” siano personalità al di sopra di sospetti negazionisti o cospirazionisti, e con lunghi curriculum che includono anche ruoli istituzionali di altissimo livello, rende queste riflessioni molto rilevanti, e almeno altrettanto preoccupanti.

E il fatto di averle intuite tanto tempo fa su queste stesse pagine, aumenta se possibile il disagio. Ché resta sicuramente preferibile averci visto male, essere in errore, ed essere smentiti dai fatti, piuttosto che assistere alla materializzazione di un incubo che pure si era visto arrivare da lontano, magari prima degli altri.

 

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Published inAmbienteAttualità

22 Comments

  1. Davide

    Nel complesso trovo debole la tesi di Pelanda.
    L’ideologia del riscaldamento globale ha il fine di ridurre la libertà della popolazione occidentale.
    E’ rispetto ad essi che viene giustificata come “eticamente superiore”, ma è solo una scusa senza senso.
    Della Cina se ne fregano, come ampiamente dimostrato da decenni in cui ogni accordo prevede che la Cina non riduca le proprie emissioni.
    Trovo anch’io ingenerose le critiche alla Thatcher, che inizialmente ha appoggiato l’idea, ma in anni successivi si è resa come stessero realmente le cose, rinnegando l’allarmismo e parlando di:
    “marvelous excuse for supra-national socialism”
    “a new dogma about climate change has swept through the left-of-center governing classes”
    “costly and economically damaging” schemes to limit carbon emissions.

    • Massimo Lupicino

      Ciao Davide, non parlerei di critiche alla Thatcher quanto di un fatto storico, ovvero che sfrutto’ la “novita’” del global warming (che fece seguito alla “certezza” di una glaciazione imminente pochi anni prima) per portare avanti la sua strategia economica. Ad averne, oggi, di politici con la formazione della Thatcher (laureata in chimica, giova ricordarlo), e con la sua onesta’ intellettuale, visto che alla fine ebbe l’onesta’ di riconoscere l’insensatezza e la falsita’ della narrativa sul climate change. Fu ignorata ovviamente dai media, ma e’ un merito che le va riconosciuto.

      Certo le sue politiche restano controverse: a lei si deve l’invenzione della Gran Bretagna come di un Paese leader nella fornitura di servizi, a partire da quelli finanziari. Ma furono le sue politiche a distruggere l’economia di tutto quello che in Gran Bretagna non si chiamava “Londra”: una de-industrializzazione forzata che travolse tutta la supply chain che partiva dal carbone, ovvero siderurgia, cantieristica, chimica. Lo stesso drammatico errore che ha fatto l’Italia poco dopo, seppure con modalita’ diverse.

  2. Nicola

    Beh comunque a prescindere dai sostenitori dell’AGW secondo cui accelera i cambiamenti climatici,attuare delle politiche ecologiste non mi sembra per niente una cattiva idea e se poi nel concreto si cerca di contrastare l’inquinamento nocivo per gli ecosistemi naturali.

    • maurizio rovati

      “attuare delle politiche ecologiste non mi sembra per niente una cattiva idea ”

      Mi sembra una dichiarazione troppo generica, tutto dipende da cosa si può fare senza nel frattempo distruggere la società, l’economia e buona parte dell’umanità…

  3. Roberto

    La leggo sempre con interesse, ma ho trovato quanto meno discutibile il riferimento alle chiusure decise da Mrs. Thatcher delle miniere carbonifere nel suo lungo premierato nel Regno Unito.
    Si trattò di un processo che era maturato nel corso di alcuni decenni e che i governi a guida laburista da Wilson a Callaghan (dal 1964 al 1979 i laburisti governarono per undici dei quindici anni complessivi) avevano cercato di contenere se non addirittura di congelare.
    Alla Thatcher importava poco o nulla del global warming e diciamo pure anche dei lavoratori all’epoca tutelati dalle Trade Unions e ovviamente dal Labour Party più altre formazioni minori a sinistra dei laburisti.

    • Massimo Lupicino

      Ciao Roberto, mi sembra di aver risposto a Davide sullo stesso tema, alla fin fine del tutto marginale rispetto al post, ma sempre interessante. Diciamo che la Thatcher ebbe interesse nel colpire il carbone perche’ il vero obbiettivo erano proprio le unions. Di sicuro lo scontro fu durissimo, e il global warming venne usato come una arma che al momento faceva comodo. Che e’ quello che poi e’ sempre successo da allora ad oggi. Ben lungi dall’essere trattato come meritava, ovvero da affascinante tema di discussione scientifica, il global warming e’ diventato soprattutto una foglia di fico con cui coprire interessi di vario tipo, in particolare economici.

  4. AleD

    Non vorrei insistere, ma avere centri urbani meno inquinati dove non dover inventarsi con cadenza regolare lo stop della viabilità perché:
    – c’è un parco mezzi non inquinante (elettrico e metano)
    – la climatizzazione degli edifici è elettrica o a metano con edifici in classe A

    non c’entra nulla con il catastrofismo ambientale ma solo con una sana, giusta e lungimirante programmazione sanitaria, economica e quindi politica.
    Poi ognuno la vuole vedere come gli pare per carità.

    • @AleD da parte di Gianluca Alimonti.

      Caro AleD,

      mi sono posto anche io la stessa questione: tutti credo vorremmo vivere in un ambiente piu’ pulito, sano e verde, dove apparentemente ci vorrebbe condurre la narrativa AGW….ed allora perche’ non saltare sul cavallo “vincente” ed approfittarne per giungere alla meta? Tutto sommato sarebbe una rivisitazione del macchiavellico “il fine giustifica i mezzi”.
      Credo che ciascuno possa arrivare a differenti conclusioni, o a conclusioni simili supportate pero’ da ben diverse motivazioni. La mia e’ che vorrei certamente giungere ad un doveroso, e conveniente per noi stessi, rispetto ambientale “a 360 gradi” (ridurre il vero inquinamento, gli enormi sprechi, la dispersione della plastica…) ma focalizzando le azioni e le poche energie della nostra societa’ verso obiettivi chiari e con strategie efficaci: CCS ed idrogeno sono solo esempi di paroloni che coprono interessi che poco hanno a che vedere con l’ambiente. Cosi’ come avere meno figli, evitare auto e aereo, mangiare vegetariano https://iopscience.iop.org/article/10.1088/1748-9326/aa7541 fanno parte piu’ di un disegno politico che non di una strategia energetica.
      A mio parere va benissimo investire nella diffusione delle FER ma solo di quelle “mature” (senza dimenticare l’importante limite della mancanza di accumuli sia termici che elettrici); altre richiedono ancora pesanti e mirati investimenti nel loro sviluppo. Farci credere che siamo in una crisi climatica non aiuta certo nella valutazione di quali investimenti siano piu’ efficaci ed i tempi migliori per farli.
      E poi permettimi, ma questa e’ forse una mia deformazione “professionale”, raggirare i dati e le evidenze e’ qualcosa che mi urta nel profondo!
      Scusa se sono stato decisamente piu’ lungo dei miei soliti interventi (ci sarebbe molto piu’ da scrivere), ma sintetizzare alcune idee e’ utile anche a me!

  5. E pensare che io pensavo che dietro all’ideologia green ci fosse la Cina, interessata a deindustiralizzare l’occidente (Europa in particolare, per incominciare) in modo da trasformarlo in un gigantesco mercato per la sua superproduzione di beni!
    Con la complicita’ degli USA, per quanto sopra spiegato. Ma gli USA non possono essere l’unico motore, visto che l’ambientalismo fanatico ha infettato anche quel paese!
    C’e’ da sottolineare che l’ideologia marxista-socialista-etc… crede che i mercati siano a somma zero: da una parte paesi poveri che producono beni di basso livello tipo prodotti agricoli, dall’altra paesi avanzati che producono beni tecnologici. Percio’ non sarebbe impossibile che il regime cinese ritenga che i paesi industrializzati debbano regredire, per permettere alla Cina di rimanere un paese industrializzato e oltre.

    Comunque puo’ ben essere che obiettivi diversi, contrastanti ma compatibili perche’ su scale temporali diverse, si possano sovrapporre.

    • Massimo Lupicino

      Grazie del commento Enrico. Difficile francamente capire dove sia il “motore”. Concordo con te che non puo’ essere unico. Sicuramente le riflessioni di Pelanda e Gotti Tedeschi suggeriscono che l’occasione abbia fatto l’uomo…green. E in tanti hanno pensato di speculare sulla moda della catastrofe climatica: prima di tutto ambienti finanziari potentissimi, capaci di infiltrare ogni settore dell’economia internazionale, fin ben dentro alle banche centrali. E poi nazioni, governi, che hanno visto nel green una occasione da sfruttare. Chi per fare politiche keynesiane vagamente suicide (ne abbiamo parlato), chi per aumentare la propria competitivita’ su rivali ritenuti evidentemente dei perfetti imbecilli con ambizioni suicide (vedi la Cina), chi perche’ semplicemente non aveva piu’ argomenti politici spendibili, avendo rottamato quelli di sempre, insieme alla classe operaia prima, e alla classe media poi.

      Se devo scommettere il mio euro, penso che a sfruttare al meglio la follia green saranno i cinesi, che (giustamente) se la ridono di noi occidentali intenti a seminare pannelli (cinesi) e mulini a vento con l’effetto di sfasciare le nostre reti di distrubuzione elettrica e distruggere la nostra manifattura. Proprio mentre loro mettono le mani sui serbatoi strategici di risorse idrocarburiche che gli permetteranno di scavare un canyon in termini di competitivita’ con la manifattura occidentale.

      E se di ideologia vogliamo parlare, sembra proprio che i cinesi abbiano regalato all’Occidente buona parte del loro carico di utopia socialistoide di cui si sono finalmente liberati per far spazio ad un pragmatismo commerciale spietato, sostanzialmente scevro di ideologia. Noi, nel contempo, ci siamo portati a casa il peggio del socialismo del 900: ovvero le utopie, oggi declinate in forme comiche e grottesche, disumane, animiste e ambientalistoidi. Pare di sentire le risate che arrivano da Pechino, da 10,000 km di distanza…

  6. rocco

    fattostà che, nonostante tutte le politiche per diminuire la CO2, la CO2 continua ad aumentare.
    Ed aumenta anche dopo le varie chiusure totali per coronavirus, anche dopo gli ingenti investimenti in politiche sostenibili (si, che sostengono i lauti compensi dei broker finanziari), dopo la piantumazione di sconfinate foreste di palLe eoliche e dopo aver buttato al vento milioni in monopattini, bici ed auto elettriche.
    Fonte dati: https://www.esrl.noaa.gov/gmd/webdata/ccgg/trends/co2_trend_gl.png
    dopo 20 anni di politiche ambientaliste, possiamo trarre una conclusione:
    la lotta ai cambiamenti climatici (ossia la mistificazione della CO2) è solo un pretesto per garantire lauti guadagni a pochi eletti e per imporre un controllo ditattoriale sui cittadini.
    Il clima non ha nulla a che fare!!!

    • Massimo Lupicino

      Caro Rocco, la CO2 aumenta, e le piante ringraziano. Del resto che la CO2 aumenti in un interglaciale dovrebbe avercelo insegnato la legge di Raoult: una formula che spiega piu’ e meglio di qualche miliardo di pagine di ricerche in fatto di “climate change”. Se poi le temperature non aumentano come dovrebbero, allora facciamo un po’ di tampering sui dataset del passato.

      L’orchestrina suona, e il Titanic affonda.

  7. rocco

    io penso che la scelta green sia il raschiare il barile per far procedere una economia devastata dall’ideologia ambientalista la quale sostiene che si può vivere solo di aria buona.
    I costi più alti di produzione, i rincari dei prezzi dell’elettricità, le abnormi norme a (non) tutela dell’ambiente… hanno fattosì che le produzioni industriali si trasferissero sempre più ad est.
    Questa politica verde – peraltro inventata di sana pianta dalla ricca borghesia ed aristocrazia, basta vedere i nomi dei primi verdi italiani – ci ha resi completamente dipendenti dalle importazioni: dalle mascherine chirurgiche fino ai componenti per auto (la Fiat, oggi Stellantis, ha dovuto sospendere la produzione a Melfi a causa della mancata fornitura di componentistica cinese).
    La Cina continuerà a fare il suo dovere di hub mondiale della produzione industriale – tra cui anche i componenti “verdi” (pannelli fotovoltaici, pale eoliche, batterie etc), mentre l’Europa arrancherà cercando di fare PIL tassando qualsiasi cosa che puzza di petrolio ed elargendo generosi benefici per le inefficienti ed inefficaci verdeggianti bufale, sopratutto climatiche.
    Ma, l’ambientalismo nasce negli USA e viene fatto proprio dall’Europa.
    A me pare che questa manovra politico-economica sia stata dettata dal fatto che, fino a 20 anni fa, l’Europa era il maggior competitor degli USA e bisognava limitare il suo potere.
    Lo stesso Obama non impedì lo sfruttamento dello shale oil, dichiarando anzi l’autosufficienza energetica.
    Tra i due litiganti ne ha tratto beneficio la Cina accollandosi lo “sporco” e correndo a ritmi da PIL che noi non abbiamo più visto dagli anni ’60.
    Per qual motivo la CIA avrebbe imbastito un programma segreto sul clima?
    https://www.ilmessaggero.it/donna/mind_the_gap/usa_cia_trump_biden_donna_satellite_climat_change_linda_zall_new_york_times_donne_mind_the_gap-5692366.html

  8. Luigi Mariani

    Caro Massimo,
    quel che tu descrivi mi pare un classico caso di realpolitik che viene presentato a noi cittadini ammantato di idealismo, secondo uno stile che penso risalga almeno ai tempi della guera di Troia…
    Mi domando però se i leader europei dei paesi che contano siano davvero in grado di simili visioni strategiche.
    Ciao.
    Luigi

    • Massimo Lupicino

      Caro Luigi, temo di no. Penso che le scelte politiche ed economiche a livello europeo siano ancora figlie di considerazioni di breve termine, legate a guadagni nell’immediato e potenzialmente mortifere sul lungo termine.

      La germania in particolare mi sembra stia facendo tanti errori dettati dal desiderio di monetizzare subito. L’aver usato l’euro (leggi marco svalutato) per lanciarla in orbita come superpotenza mercatista europea e’ stata sicuramente una mossa azzeccata, ma la germania sembra essersi fermata li’. Negli anni ha delocalizzato non solo produzione ma anche know-how tecnologico, a vantaggio dei cinesi. Mentre la domanda interna si afflosciava.

      Mi pare che lo stesso approccio sia stato messo in pista in merito alla moda del “green”. E’ evidente a tutti che la Germania si e’ suicidata da un punto di vista energetico perseguendo una strategia di “decarbonizzazione” che l’ha portata a bruciare ancora piu’ carbone e a rendere la propria bolletta energetica cara come il fuoco. Viene il dubbio, tuttavia, che in Germania ritengano piu’ utile far lavorare le proprie aziende che hanno sviluppato know-how nel settore (vedi l’attivita’ di imprenditori tedeschi nel tappezzare di pannelli solari i campi coltivati del Sud Italia), piuttosto che accettare come fallimentare la svolta “green”. Anche qui, guadagno personale nel breve, e chissenefrega del lungo termine.

      Se avessimo una politica energetica nazionale, immune da mode e concentrata sull’interesse nazionale, faremmo valere i nostri interessi nelle sedi competenti (vedi le ingentissime riserve di gas naturale lasciate “marcire” sul fondale dell’alto Adriatico). Ma non lo facciamo. E allora prima di dare la colpa ai paesi che tutelano i propri interessi, forse sarebbe il caso di tornare a fare i nostri. Campa cavallo.

  9. donato b.

    Agli inizi del 20° secolo si verificò la pandemia virale nota come “febbre spagnola”. Anche in quella circostanza, come nell’attuale, uno dei principali mezzi di difesa (forse l’unico), fu il confinamento delle persone e la conseguente forte limitazione delle libertà individuali.
    .
    In nome del supremo interesse della salvaguardia della vita, il popolo di allora e quello di oggi, ha fatto buon viso a cattivo gioco e si è adeguato.
    Dopo la pandemia di inizio 20° secolo, favoriti anche dall’assuefazione delle persone alla limitazione delle libertà individuali introdotte dalla pandemia, ebbero il sopravvento i famigerati -ismi che instaurarono quei regimi autoritari, le cui azioni sono a tutti note.
    .
    Oggi sembra di rivivere quei tempi infausti e, in nome del supremo interesse della salvaguardia della vita, stiamo cominciando ad accettare passivamente limitazioni alle nostre libertà individuali. Prima a causa del cambiamento climatico e, successivamente, a causa della pandemia.
    Ultimamente noto molti segnali che sembrano voler accomunare le cause che giustificano le predette limitazioni, anzi far dipendere la pandemia dal cambiamento climatico. L’ultimo in ordine di tempo è apparso oggi sulla pagina dell’ANSA. https://www.ansa.it/canale_scienza_tecnica/notizie/terra_poli/2021/02/05/il-clima-piu-caldo-ha-favorito-la-comparsa-del-sarscov2-_280d10f5-ebb3-4ae8-be0d-c3114fe288f8.html
    .
    Ragionandoci un po’ su, non mi sembra che Massimo Lupicino abbia tutti i torti: mai sprecare una grave crisi.
    Ciao, Donato.

    • AleD


      stiamo cominciando ad accettare passivamente limitazioni alle nostre libertà individuali. Prima a causa del cambiamento climatico

      Tipo?

    • donato b.

      Oggi non puoi più installare una caldaia a gas che non sia a condensazione.
      .
      Fra qualche anno non potrai comperare una macchina diesel perché saranno bandite.
      .
      Se provi a costruirti una casa, devi installare per forza fotovoltaico e solare termico in quanto sei obbligato a utilizzare energia rinnovabile prodotta in loco in percentuali sempre più alte.
      .
      Devi applicare obbligatoriamente spessori astronomici di isolanti termici (inutili da un punto di vista fisico), altrimenti non rispetti i requisiti minimi previsti dalla legge.
      .
      Devi comperare forzatamente elettrodomestici che rispettano specifiche normative e che non funzionano (es. una lavastoviglie che ha filtri tali da richiedere il pre-lavaggio delle stoviglie: fai prima a lavarle a mano).
      .
      Io sono non fumatore da sempre, ma trovo assurdo il divieto di fumare all’aperto. Visto che è sacrosanto il divieto in macchina, nei locali pubblici e via cantando, dove va a fumare chi lo fa?
      .
      E potrei continuare, ma sarebbe stucchevole.
      Ciao, Donato.

    • AleD

      Ma perseguire la riduzione dell’inquinamento e una salute migliore, che ci azzeccano con il cambiamento climatico?

    • donato b.

      Ci azzeccano, ci azzeccano!
      Sono tutte misure il cui unico scopo è la riduzione delle emissioni di CO2. Punto. Potrei dimostrare, dati alla mano, che è così per le caldaie a condensazione, per l’isolamento termico e per tutto ciò che ha a che fare con l’edilizia, ma non mi sembra questa la sede.
      .
      Da un punto di vista ambientale sono del tutto inutili. Ci stiamo impiccando alla maledetta “necessità” di ridurre le emissioni di CO2. A meno che non consideri la CO2 un inquinante e allora hai ragione.
      .
      Anche quella del fumo all’aperto non ha niente a che vedere con la salute, ma con la riduzione dell’inquinamento atmosferico: il fumo di sigaretta dovrebbe contribuire al PM 10 per il 7%.
      https://milano.repubblica.it/cronaca/2021/01/18/news/divieto_fumo_milano_19_gennaio_parchi_fermate_bus_tram-283034480/
      In questo caso la misura è ancora più stupida di quanto sembri: se non fumo in strada, lo farò in casa e il PM10 entrerà in atmosfera attraverso le finestre.
      .
      E con questo, credo, che la discussione possa terminare: già siamo parecchio OT. 🙂
      Ciao, Donato.

    • maurizio rovati

      “Sono tutte misure il cui unico scopo è la riduzione delle emissioni di CO2.”
      E la CO2 va ridotta per via del CC, ma, contemporaneamente, se non puoi emettere CO2 hai una crisi energetica, una carestia artificiale con i prezzi che salgono e il potere di controllo dell’energia (quindi industria, trasporti, agricoltura, servizi…) in mano a stati e oligarchie.

    • Massimo Lupicino

      Caro Donato, grazie per il tuo commento, calzante come sempre. Solo per la precisione, il motto “mai sprecare una grave crisi” e’ dell’ex capo dell’amministrazione Obama, per cui non intendo appropriarmi del genio altrui 🙂 Fu utilizzato immagino in merito alla crisi finanziaria del 2008, che ben lungi dall’essere risolta nelle sue cause scatenanti, e’ diventata addirittura volano per le scriteriate politiche monetarie che hanno contribuito alla distruzione della classe media e all’arricchimento spaventoso delle elites numericamente esigue che all’atto pratico oggi governano il mondo. Certo anche il covid ha rappresentato una occasione straordinaria da sfruttare, per tanti. Ed e’ tutto sotto i nostri occhi, in pieno svolgimento…

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