Negli ultimi anni la Cina va decisamente di moda. Fa gola il modello di sviluppo, specie in quanto contemplabile da una certa distanza, fa invidia il rateo di crescita economica e raccoglie consensi un impegno ambientale sbandierato ai quattro venti ma molto di facciata, opportunamente ritirato poi nelle sedi ufficiali. Lecito dunque rispolverare anche quelle poche briciole di saggezza orientale che hanno fatto breccia anche da noi già da qualche anno.
Mettiamoci dunque sulla riva del fiume e aspettiamo che passi il cadavere del nemico (in senso figurato s’intende), è solo questione di tempo. Ci inondano di previsioni catastrofiche? Basta aspettare per smascherarne l’infondatezza, magari facendo ogni tanto qualche piccola verifica, perché, in effetti, sono già parecchi anni che assistiamo a questa litania.
Certo, per chi la alimenta dall’olimpo della climatologia come James Hansen, stimatissimo climatologo e custode del dataset delle temperature superficiali globali della NASA, ma anche impegnatissimo ambientalista e convinto assertore delle origini antropiche del riscaldamento globale, la verifica deve arrivare dai suoi pari, non può certo giungere da noi smanettoni della rete e spalatori di carbone meteorologico quotidiano. Così è accaduto, in effetti, appena qualche giorno fa, ad opera di John Christy, altrettanto stimato climatologo uso nutrire maggior fiducia nei dati satellitari che in quelli di superficie, ma, soprattutto, alquanto critico nei confrontui della teoria AGW.
Direttamente dal blog di Roger Pielke Sr. altro esperto abbastanza scettico, ma decisamente aperto al confronto, Christy si pone una semplice domanda, di quelle che vengono contemplando il lento scorrere delle acque del famoso fiume: “E’ attendibile la proiezione delle temperature di Jim Hansen?”.
La risposta è no.
A dire il vero si parla di una proiezione piuttosto datata, ovvero del 1988, tant’è che per Christy è più che altro una lezione di storia. E’ inevitabile però, visto che già all’epoca si parlava di deriva pericolosa del clima e di temperatura del pianeta lanciata verso valori da girarrosto, provare a fare il confronto con quello che poi è realmente accaduto.
Come accade normalmente ancora oggi, più che di previsioni si parlava di scenari, ovvero di possibili evoluzioni del parametro temperatura al variare dei fattori di forcing. Nel caso specifico, ovviamente, il forcing variato secondo quantità per prospettare tre diversi scenari che tenessero conto delle possibili dinamiche energetiche, economiche e industriali, erano le emissioni di CO2, secondo un cliché ormai abbastanza noto. Il primo era il classico business as usual, cioè emissioni in aumento indiscriminato secondo il rateo acquisito nei venti anni precedenti al 1980, il secondo era uno scenario che vede il rateo di crescita delle emissioni fermo a quanto acquisito nel 1980 e il terzo, infine, era uno scenario di drastica riduzione delle emissioni nel decennio 1990-2000.

Paragonando queste proiezioni alle osservazioni satellitari pare che abbiano tutte largamente sovrastimato l’aumento delle temperature realmente osservato sino ai giorni nostri. Ciò significa, scrive Christy, che il vecchio modello climatico globale in uso alla NASA, descriveva un clima molto più sensibile al forcing antropico di quanto il sistema sia in realtà, perché aveva in input un rateo di aumento delle emissioni addirittura inferiore a quanto poi è realmente accaduto e nonostante ciò ha generato degli output di aumento delle temperature superiori alle osservazioni.
Questo della divergenza che va via via facendosi più evidente tra le proiezioni e le osservazioni è solo una parte del problema, infatti più che l’errore nella stima delle temperature, ridottosi nel tempo grazie a complesse operazioni di tuning, è importante il fatto che questo significa che i meccanismi di risposta del sistema ai forcing esogeni non sono riprodotti efficacemente, cioè i modelli non sono attendibili. Indubbiamente, nei vent’anni che sono trascorsi sin qui, sono stati fatti molti passi avanti in questo settore, ma il problema fondamentale della sensibilità climatica, non è stato risolto, e, purtroppo, la prova tangibile di questo sarà disponibile solo quando anche i nuovi modelli saranno invecchiati e disporremo dei dati reali per fare un confronto.
In tempi molto recenti, un altro professionista dei numeri, Ross McKitrick, che però non è un climatologo, insieme ad un altra nota spina nel fianco dei sostenitori dell’AGW, Steve McIntyre, ha condotto un’analisi comparativa molto interessante tra i modelli di previsione climatica più recenti e i dati satellitari relativi alla bassa e media troposfera tropicale. Dal loro lavoro, attualmente in press su Atmpspheric Science Letters (qui il pdf), si evidenzia una divergenza tra le simulazioni e le osservazioni tale che il trend si aumento delle temperature stimato dai modelli è doppio di quello osservato nella bassa troposfera e addirittura quadruplo nella media troposfera. Come spiega lo stesso McKitrick sulle sue pagine web, la bassa e media troposfera sono particolarmente importanti perché rappresentano i livelli dove, secondo le simulazioni e secondo la teoria dell’AGW, dovrebbe essere maggiormente visibile l’elevata sensibilità del sistema in risposta al forcing antropico. A quanto pare così non è, anche tenendo conto del fatto che i dati satellitari sono in generale accordo con le osservazioni fatte con i radiosondaggi, pur presentando anch’essi delle oggettive difficoltà di affidabilità della misura e di interpretazione. Questa analisi, diversamente da quella con cui abbiamo aperto questo post, arriva fino al 2009, praticamente ieri.
Sicchè, i modelli di simulazione con cui è iniziata -se così si può dire di un movimento che ha messo le sue radici oltre trent’anni fa- la querelle sulla deriva antropica del clima, si sono rivelati inaffidabili alla prova dei fatti. Nonostante ciò, hanno costituito la base per decisioni politiche ed economiche estremamente importanti e ad elevato impatto sociale, oltre a fornire naturalmente munizioni inesauribili per un catastrofismo martellante ed altamente speculativo. Quelli con cui si vorrebbero prendere decisioni altrettanto importanti e forse ad impatto ancora maggiore, sembrano soffrire degli stessi problemi. Nel frattempo, facendo assolutamente finta di nulla, illustri rappresentanti politici, come ad esempio uno dei negoziatori USA agli accordi sul clima (ma abbiamo avuto alcuni mirabili esempi anche da noi), vanno dicendo che quanto accaduto con il monsone indiano, con le alluvioni in Polonia e con il caldo in Russia, rappresenta esattamente quello che queste simulazioni prospettano in un mondo sempre più caldo.
Arriverà un giorno, in cui la corrente del fiume rischierà di fermarsi per il traffico.