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Fare blogging è uno spasso. Farlo sui temi del clima lo è ancora di più. Ogni giorno ce n’è una nuova, non c’è verso di annoiarsi. Tempo fa abbiamo anche giocato a contare tutte le presunte malefatte dell’AGW, quella che stiamo per vedere è la più bella di tutte.

Un team di ricercatori ha condotto un esperimento impiegando un modello di circolazione generale e forzando la diminuzione del ghiaccio marino artico dal 100 all’1%; l’atmosfera terrestre risponde producendo una serie di inverni gelidi sull’area europea, salvo poi, a processo completato, restituire ad ogni cosa il suo posto abbandonando il vecchio continente all’oblio del climarrosto.

“Recent severe winters like last year’s or the one of 2005-06 do not conflict with the global warming picture, but rather supplement it.”

“I recenti inverni rigidi come quello passato o quello del 2005-06, non confliggono con l’immagine del riscaldamento globale, ma piuttosto la completano.”

Difficile da credere, a meno che il modello di circolazione generale impiegato non ribalti completamente le leggi della redistribuzione del calore sul pianeta. E’ infatti la prevalenza di movimenti d’aria su direttrice meridiana a forzare la temperatura alle alte latitudini, non il contrario. E quando qualcosa sale, qualcos’altro deve necessariamente scendere. In atmosfera di solito sale l’aria calda verso le latitudini settentrionali atlantiche  e scende quella fredda sul continente europeo.

Il tutto ottimamente spiegato dall’analisi degli indici della PDO, dell’AMO e della NAO, senza bisogno di metterci dentro alcun forcing antropogenico. Aggiungerei anche che se le dinamiche messe in evidenza in questo esperimento fossero vere, il feedback che i ricercatori dicono di aver scoperto, condurrebbe ad un importante aumento della copertura nevosa sull’emisfero nord in inverno (proprio come negli ultimi due anni), da cui discenderebbe un aumento dell’albedo, maggiori quantità di radiazione solare riflessa e amplificazione del raffreddamento.

C’è da sperare che si sbaglino, perché qualcuno pensa che le ere glaciali siano iniziate così. Ma in fondo lo sanno anche loro, perché il comunicato stampa del Postdam Institute for Climate Impact Research (PIK), finisce così:

Petoukhov’s study is not about tomorrow’s weather forecast but about longtime probabilities of climate change. “I suppose nobody knows,” he says, “how harsh this year’s winter will be.

Lo studio di Petoukhov non riguarda la previsione del tempo di domani, ma le probabilità di cambiamenti climatici nel lungo periodo. “Io credo che nessuno sappia,” egli dice, ” quanto rigido potrà essere il prossimo inverno.”

Un artista. Ci dice prima che gli inverni rigidi appena trascorsi supportano l’ipotesi del global warming  e poi che la sua previsione di altri inverni ancora più rigidi proprio a causa del global warming non si può associare a questo inverno, ma la si deve intendere nel lontano futuro.

Inconfutabile. E soprattutto utile, molto utile1.

  1. Petoukhov, V., and V. A. Semenov (2010), A link between reduced Barents-Kara sea ice and cold winter extremes over northern continents, J. Geophys. Res., 115, D21111 [doi:10.1029/2009JD013568] []

Negli ultimi anni la Cina va decisamente di moda. Fa gola il modello di sviluppo, specie in quanto contemplabile da una certa distanza, fa invidia il rateo di crescita economica e raccoglie consensi un impegno ambientale sbandierato ai quattro venti ma molto di facciata, opportunamente ritirato poi nelle sedi ufficiali. Lecito dunque rispolverare anche quelle poche briciole di saggezza orientale che hanno fatto breccia anche da noi già da qualche anno.

Mettiamoci dunque sulla riva del fiume e aspettiamo che passi il cadavere del nemico (in senso figurato s’intende), è solo questione di tempo. Ci inondano di previsioni catastrofiche? Basta aspettare per smascherarne l’infondatezza, magari facendo ogni tanto qualche piccola verifica, perché, in effetti, sono già parecchi anni che assistiamo a questa litania.

Certo, per chi la alimenta dall’olimpo della climatologia come James Hansen, stimatissimo climatologo e custode del dataset delle temperature superficiali globali della NASA, ma anche impegnatissimo ambientalista e convinto assertore delle origini antropiche del riscaldamento globale, la verifica deve arrivare dai suoi pari, non può certo giungere da noi smanettoni della rete e spalatori di carbone meteorologico quotidiano. Così è accaduto, in effetti, appena qualche giorno fa, ad opera di John Christy, altrettanto stimato climatologo uso nutrire maggior fiducia nei dati satellitari che in quelli di superficie, ma, soprattutto, alquanto critico nei confrontui della teoria AGW.

Direttamente dal blog di Roger Pielke Sr. altro esperto abbastanza scettico, ma decisamente aperto al confronto,  Christy si pone una semplice domanda, di quelle che vengono contemplando il lento scorrere delle acque del famoso fiume: “E’ attendibile la proiezione delle temperature di Jim Hansen?”.

La risposta è no.

A dire il vero si parla di una proiezione piuttosto datata, ovvero del 1988, tant’è che per Christy è più che altro una lezione di storia. E’ inevitabile però, visto che già all’epoca si parlava di deriva pericolosa del clima e di temperatura del pianeta lanciata verso valori da girarrosto, provare a fare il confronto con quello che poi è realmente accaduto.

Come accade normalmente ancora oggi, più che di previsioni si parlava di scenari, ovvero di possibili evoluzioni del parametro temperatura al variare dei fattori di forcing. Nel caso specifico, ovviamente, il forcing variato secondo quantità per prospettare tre diversi scenari che tenessero conto delle possibili dinamiche energetiche, economiche e industriali, erano le emissioni di CO2, secondo un cliché ormai abbastanza noto. Il primo era il classico business as usual, cioè emissioni in aumento indiscriminato secondo il rateo acquisito nei venti anni precedenti al 1980, il secondo era uno scenario che vede il rateo di crescita delle emissioni fermo a quanto acquisito nel 1980 e il terzo, infine, era uno scenario di drastica riduzione delle emissioni nel decennio 1990-2000.

Paragonando queste proiezioni alle osservazioni satellitari pare che abbiano tutte largamente sovrastimato l’aumento delle temperature realmente osservato sino ai giorni nostri. Ciò significa, scrive Christy, che il vecchio modello climatico globale in uso alla NASA, descriveva un clima molto più sensibile al forcing antropico di quanto il sistema sia in realtà, perché aveva in input un rateo di aumento delle emissioni addirittura inferiore a quanto poi è realmente accaduto e nonostante ciò ha generato degli output di aumento delle temperature superiori alle osservazioni.

Questo della divergenza che va via via facendosi più evidente tra le proiezioni e le osservazioni è solo una parte del problema, infatti più che l’errore nella stima delle temperature, ridottosi nel tempo grazie a complesse operazioni di tuning, è importante il fatto che questo significa che i meccanismi di risposta del sistema ai forcing esogeni non sono riprodotti efficacemente, cioè i modelli non sono attendibili. Indubbiamente, nei vent’anni che sono trascorsi sin qui, sono stati fatti molti passi avanti in questo settore, ma il problema fondamentale della sensibilità climatica, non è stato risolto, e, purtroppo, la prova tangibile di questo sarà disponibile solo quando anche i nuovi modelli saranno invecchiati e disporremo dei dati reali per fare un confronto.

In tempi molto recenti, un altro professionista dei numeri, Ross McKitrick, che però non è un climatologo, insieme ad un altra nota spina nel fianco dei sostenitori dell’AGW, Steve McIntyre, ha condotto un’analisi comparativa molto interessante tra i modelli di previsione climatica più recenti e i dati satellitari relativi alla bassa e media troposfera tropicale. Dal loro lavoro, attualmente in press su Atmpspheric Science Letters (qui il pdf), si evidenzia una divergenza tra le simulazioni e le osservazioni tale che il trend si aumento delle temperature stimato dai modelli è doppio di quello osservato nella bassa troposfera e addirittura quadruplo nella media troposfera. Come spiega lo stesso McKitrick sulle sue pagine web, la bassa e media troposfera sono particolarmente importanti perché rappresentano i livelli dove, secondo le simulazioni e secondo la teoria dell’AGW, dovrebbe essere maggiormente visibile l’elevata sensibilità del sistema in risposta al forcing antropico. A quanto pare così non è, anche tenendo conto del fatto che i dati satellitari sono in generale accordo con le osservazioni fatte con i radiosondaggi, pur presentando anch’essi delle oggettive difficoltà di affidabilità della misura e di interpretazione. Questa analisi, diversamente da quella con cui abbiamo aperto questo post, arriva fino al 2009, praticamente ieri.

Sicchè, i modelli di simulazione con cui è iniziata -se così si può dire di un movimento che ha messo le sue radici oltre trent’anni fa- la querelle sulla deriva antropica del clima, si sono rivelati inaffidabili alla prova dei fatti. Nonostante ciò, hanno costituito la base per decisioni politiche ed economiche estremamente importanti e ad elevato impatto sociale, oltre  a fornire naturalmente munizioni inesauribili per un catastrofismo martellante ed altamente speculativo. Quelli con cui si vorrebbero prendere decisioni altrettanto importanti e forse ad impatto ancora maggiore, sembrano soffrire degli stessi problemi. Nel frattempo, facendo assolutamente finta di nulla, illustri rappresentanti politici, come ad esempio uno dei negoziatori USA agli accordi sul clima (ma abbiamo avuto alcuni mirabili esempi anche da noi), vanno dicendo che quanto accaduto con il monsone indiano, con le alluvioni in Polonia e con il caldo in Russia, rappresenta esattamente quello che queste simulazioni prospettano in un mondo sempre più caldo.

Arriverà un giorno, in cui la corrente del fiume rischierà di fermarsi per il traffico.

Aggiungo, a quelle già descritte altre perplessità del Prof. Franco Prodi sulle proiezioni climatiche del futuro e sulla mitigazione del clima. Cito un’intervista al TG2 del 19 dicembre 2009; il giornalista afferma:

“L’accordo di Copenhagen fissa il limite del riscaldamento globale del pianeta entro i due gradi”.

Il professor Prodi commenta:

“L’impegno dei due gradi non è molto serio, nel senso che farebbe pensare che siamo già in grado di avere un rapporto causa effetto, cioè saremmo in grado di fare delle azioni per tenere sottocontrollo il clima, il che sostanzialmente non è vero”.

Secondo una specifica del Professor Castellari il riferimento ad ogni possibile aumento di temperatura globale si riferisce ad una causa “antropogenica”. Quando nei vari documenti dell’UNFCCC si vuole fare riferimento anche a cause naturali, in genere si usa anche l’espressione “natural climate variability “. Questo però non è il messaggio che è passato nei media.

Il prof Franco Prodi che insegna fisica dell’atmosfera a Ferrara non è nuovo ad esternare i suoi dubbi. Infatti nel 2007 quando era direttore dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC-CNR) fece un’aspra polemica con l’allora ministro dell’ambiente A. Pecoraro Scanio. Il 13/09/2007 durante l’inaugurazione della conferenza sul clima da lui organizzata, il ministro A. Pecoraro Scanio dichiarò alla stampa:

< In Italia le temperature crescono quattro volte più velocemente che nel resto dell’Europa>

L’allarmismo di A. Pecoraro Scanio causò una reazione sdegnata del professor Franco Prodi. I brani sono estratti dalla lettera all’allora ministro della ricerca Fabio Mussi.

Al Signor Ministro dell’Università e della Ricerca

Signor Ministro,

i Sottoscritti sono tutti i Professori Ordinari del Settore
Scientifico Disciplinare FIS/06, FISICA DELLA TERRA, DEL MEZZO CIRCUMTERRESTRE E
DEL CLIMA.

Siamo venuti a conoscenza dagli organi di stampa che il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare ha convocato una Conferenza Nazionale sui Cambiamenti Climatici. Essendo il Clima il tema specifico della conferenza ci si chiede come sia possibile che nessuno fra i sottoscritti abbia partecipato ad alcuna fase preparatoria, di gestazione e
formulazione del programma della conferenza. Probabilmente, il Ministero, di cui Ella è il responsabile, non è stato consultato dal dicastero in questione, forse a timore che qualche dissenso da parte dei Suoi esperti potesse turbare il
dichiarato presupposto della Conferenza: che cambiamenti climatici irreversibili siano già discernibili e certi. In caso contrario, ci si chiede di quali esperti il nostro Ministero si sia avvalso in modo da poter valutare, con i criteri oggettivi che Ella tanto giustamente propugna, sia a livello nazionale che internazionale, le credenziali scientifiche che essi vantano a giustificazione della nostra esclusione. Ciò anche per evitare gli incresciosi episodi di cui sono macchiati precedenti Governi per alcune nomine ai vertici di Enti di Ricerca.

Per quello che ci riguarda Le comunichiamo che noi disconosciamo qualunque valore scientifico alla conferenza in oggetto, così come faremmo per qualunque altra iniziativa che non presupponesse un vaglio anonimo, fatto da “pari”, dei risultati presentati.

Sicuri come siamo che qualsiasi verità scientifica è quella che sopravvive ai Governi, ai clamori degli organi d’informazione, alle vanità dei singoli e ai preconcetti della moltitudine, confidiamo che Ella, come responsabile politico dei nostri Saperi e della loro diffusione tra le future generazioni, voglia rendere noto ai suoi illustri Colleghi del Governo il dissenso qui manifestato.

Visto tuttavia il clamore nazionale, e ahinoi internazionale, che tale Conferenza ha suscitato, ci riserviamo di far pervenire il nostro dissenso ai nostri Colleghi e tramite gli organi di stampa ai cittadini dei quali si sono, così
generosamente, usate le finanze.

Franco Prodi (decano), Paolo Gasparini, Arnaldo Longhetto, Domenico Patella, Renato Santangelo, Antonio Speranza, Alfonso Sutera, Paolo Trivero, Umberto Villante, Guido Visconti1.

E ancora:

“E’ stata una conferenza impostata male. Gli è stato dato un titolo e un’impronta scientifica, ma non hanno invitato nessuno scienziato. E hanno sbagliato a leggere i dati. Hanno dato per scontato e misurato il contributo antropico all’aumento della temperatura. Ma non è così: è assai probabile che ci sia il contributo dell’uomo nell’aumento di temperatura. Ma quantificarlo è, invece, il problema di questo secolo…”2.

La lettera e le dichiarazioni sono un documento storico e smentiscono, di fatto, gli scienziati dell’IPCC che invece il contributo antropogenico all’aumento della temperatura l’hanno stimato (Hansen 2005) e su questi calcoli, in conformità a diversi scenari, hanno calcolato le proiezioni del clima futuro. Le accademie delle scienze di tutto il mondo accettano la teoria del riscaldamento antropogenico (AGW) anche se in alcune di esse, come quella americana, si è aperto un dibattito interno con chi è invece scettico al riguardo. Non sempre però le accademie delle scienze hanno avuto ragione nella storia. Mi piace ad esempio ricordare, anche se i tempi non sono confrontabili, l’accademia francese del lontano 1772 quando affermava che esisteva il flogisto:

“Devo dimostrare a quei testoni dell’accademia delle scienze che il flogisto non esiste e che nell’aria c’è materia”.

A Lavoisier 1772

Il grande chimico bruciò fosforo e zolfo e dimostrò che il prodotto finale pesava più della materia iniziale: il peso acquisito era stato preso dall’aria. La teoria del flogisto accettata da tutte le accademie scientifiche dell’epoca, sosteneva che i materiali combustibili e i metalli, arroventati, si trasformavano in ossidi e producevano durante il processo di combustione il “flogisto”: un misterioso principio solforoso d’infiammabilità. La teoria del flogisto prevedeva che tutte le sostanze combustibili ma anche i metalli ne fossero ricche, mentre gli ossidi ne fossero privi. Come ora sappiamo grazie al Lavoiser, il flogisto non esiste!
Lavoisier morì ghigliottinato nel 1794, come nemico della rivoluzione.

Altre perplessità sulle proiezioni climatiche sono state espresse da Franco Prodi nella prefazione al libro “Piccola lezione sul clima” di cui ho già parlato qui. Cito:

“Troppo spesso si dà per scontata l’entità dei cambiamenti climatici in corso e si fa credere che si debba ragionare solo sulla mitigazione, (come ridurli) o sull’adattamento (come questi effetti si rifletteranno sui diversi settori dell’economia e quali provvedimenti adottare per adeguarsi). Ma la riprova del livello di conoscenza raggiunto in ogni disciplina è la capacità di prevedere. Quanto carente sia la conoscenza del sistema clima è quindi dimostrato dall’ampia forbice degli scenari prospettati alla fine di questo secolo, per la temperatura dell’aria (da uno a otto gradi), per l’innalzamento del livello dei mari (da pochi centimetri a metri), per parlare solo dei parametri più discussi.”

Prodi anticipa nella prefazione quello che sarà il messaggio di tutto il libro di Kerry e cioè che le conoscenze sul clima sono inadeguate a formulare previsioni climatiche e quindi a maggior ragione proiezioni climatiche nel lungo periodo. Se è vero che le forbici di cui parla Prodi sono dovute soprattutto alle differenze tra uno scenario di emissioni e un altro, è altresì vero che:

  • le forzanti radiative sono stimate con forchette molto ampie;
  • per molte di queste si ammette la scarsa conoscenza (come nei raffreddanti il cui valore fu quasi raddoppiato tra il rapporto IPCC del 2001 e quello del 2007 ma ammettendo una scarsa conoscenza sulle stesse);
  • l’incertezza nell’inizializzazione dei modelli climatici determina forchette ampie nelle proiezioni;
  • le forzanti radiative naturali sono ancora da stimare correttamente come ci fa notare più volte Prodi.

“A questa variata attività solare corrispondono variazioni dell’intensità del vento solare (flusso di elettroni, protoni,mesoni ed altre particelle) che investe la terra ed interagisce con la sua magnetosfera. Questa è considerata una causa astrofisica delle variazioni del clima [...] Per completare vanno aggiunte le interazioni fra le diverse componenti del sistema (atmosfera, oceano, criosfera, litosfera, e biosfera), le eruzioni vulcaniche, [...] la deriva dei continenti, e la naturale variabilità delle nubi in tipo e copertura [...] Per quanto riguarda gli aerosol e le nubi il contributo alla forzatura radiativa non è ancora conosciuto e non si sa bene in quale verso agisca e quale sia la parte della variazione ascrivibile all’uomo [...] Introdurre in maniera corretta aspetti ancora controversi quali l’interazione oceano atmosfera, l’effetto dell’aerosol atmosferico (che può essere diretto, sui flussi di radiazione e indiretto) nella modifica della microfisica delle nubi e lo stesso ruolo delle nubi porterà ad una riduzione della grave incertezza di scenario che caratterizza lo stato attuale della conoscenza. Tale è la situazione e si deve riconoscere che non si può parlare ancora di previsione climatica affidabile.”

E’ per questa serie di motivi che Prodi afferma che i modelli climatici sono ancora nelle loro infanzia. Il professore di Bologna accenna quindi alle cause astrofisiche e alla modifica microfisica delle nubi, Svensmark questa la chiama cosmoclimatologia, e penso che sia il ramo più affascinante della scienza climatica sul quale ci saranno più ricerche nei prossimi anni a partire dall’esperimento sulle nubi del CERN.

  1. http://realismoenergetico.blogspot.com/2007/09/mussi-la-scienza-roba-da-governi-non-da.html Carlo Stagnaro: commento alla replica di Mussi e sotto il commento è pubblicata la prima lettera al ministro del prof. Franco Prodi e del CNR. 2007 []
  2. Franco Prodi: dichiarazione ai giornalisti del Settembre 2007- http://www.rainews24.rai.it/notizia.asp?newsID=73771 []

Leggo da questo articolo pubblicato su Le Scienze che un team di ricercatori australiani avrebbe riscontrato una contemporaneità  nell’occorrenza di siccità  in una parte dell’Australia e abbondanti nevicate in un’altra parte dell’Antartide. Interessante. Come è interessante notare che nel corso della loro analisi i ricercatori abbiano trovato numerosi eventi del genere e li definiscano anomali. Mettiamoci d’accordo, se sono numerosi non sono anomali, semmai anomala può essere una variazione nei tempi di ritorno degli eventi.

E così, sembra che le precipitazioni in quella parte dell’Antartide abbiano subito un importante incremento negli ultimi quattro decenni. Udite udite, questo sarebbe esattamente quanto previsto dai modelli di simulazione climatica in caso di importante contributo antropico, ovvero con incremento della concentrazione di CO2. Insomma, aumenta l’anidride carbonica, diminuisce l’ozono e aumentano (nei modelli ma pure a Low Dome) le precipitazioni nevose.

Una conferma? Dipende, se leggiamo quanto scritto dai ricercatori di Epica (il programma di perforazione del ghiaccio antartico) scopriamo che pur essendo soggette a forte variabilità  interannuale e decadale, le precipitazioni sul continente antartico non sono aumentate negli ultimi cinquant’anni. Evidentemente quello di Low Dome è un fenomeno locale, peccato che invece i modelli siano globali. L’ozono mi sembra poi che dopo essere diminuito un bel po’ sia tornato ad aumentare, però forse questo al modello non lo avevano detto.

Alla luce di tutto ciò mi sembra si confermi più la necessità di mettere l’effetto antropico in tutte le pietanze come il sale per spiegare qualsiasi fenomeno di cui non si capiscono le dinamiche, che la consistenza delle proiezioni. Qualcuno ha fatto loro sapere che la conferenza di CO2penhagen è finita a dicembre?

La teoria che assegna al fattore antropico un ruolo dominante nelle vicende climatiche recenti e soprattutto future, contiene in sé a mio parere il paradosso di essere fondata sulla cultura antropocentrica. In fondo si tratta di una piccola variante sul tema. L’uomo è al centro di tutto, fino a pochi decenni fa lo è stato soprattutto nel bene, ossia nello sviluppo della cultura, della scienza, della tecnologia, tutti ambiti che di fatto hanno consentito ai mammiferi più popolosi del pianeta di giungere all’errata conclusione di averne assunto il controllo.

Con l’esplosione dell’isteria da clima che cambia, fatti i doverosi mea culpa e convinti che questo ruolo centrale lo giocheremmo soprattutto nel male, si è di fatto soltanto cambiato il segno all’atteggiamento, ma la presunzione rimane tale.

Piccoli, siamo piccoli, e le nostre azioni, per quanto capaci di complicarci non poco l’esistenza pur avendola largamente fatta divenire più accettabile, non hanno molte chances di incidere a livello globale sul vasto e complesso sistema pianeta. Per contro è certamente diverso il discorso a livello locale e regionale, dove di cose da fare, come abbiamo detto tantissime volte, ce ne sarebbero a iosa.

Negli ultimi tempi però, le voci che teorizzano che i meccanismi del clima subiscano un influenza molto meno antropica di quanto si creda si son fatte più numerose, anche se il trattamento loro riservato dal cosiddetto mainstream scientifico ma soprattutto mediatico è più che altro un non-trattamento.

Non più tardi di qualche giorno fa, è uscito un comunicato stampa dall’università di Waterloo circa la pubblicazione di uno studio a firma di Qing-Bin Lu, un professore di fisica e di astronomia, in cui nel tentativo di investigare il ruolo dei clorofluorocarburi (CFC) e dei raggi cosmici (CR) nel processo di distruzione dello strato di ozono sulle calotte polari, si finisce per attribuire a questi anche un ruolo primario nel forcing del clima.

Lo studio, basato su una documentazione osservativa e sperimentale molto ampia di dati satellitari e radiosondaggi, mette in evidenza come le variazioni climatiche sulle latitudini più elevate siano in stretta correlazione con i CFC ed i CR molto più di quanto non lo siano con le emissioni di gas serra. Questa breve citazione è in effetti piuttosto emblematica:

“Most remarkably, the total amount of CFCs, ozone-depleting molecules that are well-known greenhouse gases, has decreased around 2000,” Lu said. “Correspondingly, the global surface temperature has also dropped. In striking contrast, the CO2 level has kept rising since 1850 and now is at its largest growth rate.”

Ma forse lo è ancora di più il parere di uno dei revisori dell’articolo:

“These are very strong facts and it appears that they have largely been ignored in the past when modelling the Antarctic ozone loss.”

In molte altre occasioni abbiamo sottolineato come tanto la teoria AGW, quanto quella solare o, se si preferisce, cosmica, abbiano in comune un fattore molto importante, ovvero la necessità di essere confermate attraverso meccanismi di cui si comprenda pienamente il funzionamento. Le simulazioni climatiche, esclusivamente dedicate alla replica di un sistema in cui il fattore antropico sia predominante, hanno sin qui fallito proprio nel riprodurre alcuni tra i più importanti di questi meccanismi, rivelando i loro limiti predittivi. E’ forse giunto il momento di cominciare a pensare in modo meno antropocentrico e prendere atto del fatto che è materialmente impossibile che un sistema evolutosi in modo totalmente dipendente dal forcing solare e quindi da quello cosmico, ne sia ora diventato indipendente o limiti la sua sensibilità al solo fattore della radiazione solare diretta, unico aspetto dell’attività della nostra stella tenuto in considerazione (peraltro con caratteristiche di stazionarietà) nei GCM.

Sempre con riferimento alle dinamiche in qualche modo esogene, ma comunque attinenti alla complessità del sistema, qualche settimana fa abbiamo pubblicato il commento ad una lunga trattazione  che affronta questi temi da punti di vista molto simili, e che presenta delle interessanti analogie con quanto portato avanti nel discorso di Qing-Bin Lu. Chissà, forse pian piano i tasselli cominciano ad andare al loro posto. 

NB: Il lavoro di Lu non è ancora scaricabile, dobbiamo attendere qualche giorno per leggerlo interamente.

Mi contraddico subito. C’e’ almeno un punto del documento approvato a Copenhagen che merita un commento. Perche’ mettere per iscritto che la temperatura globale nel 2050 non deve aumentare di 2°C è una stupidaggine che dimostra che chi ha scritto il Copenhagen Accord non capisce molto di scienza. E in quel testo, la stupidaggine e’ presente due volte:

  • “recognizing the scientific view that the increase in global temperature should be below 2 degrees Celsius”
  • “reduce global emissions so as to hold the increase in global temperature below 2 degrees Celsius”

E cioe’

  • riconoscendo l’opinione scientifica che l’aumento della temperatura globale dovrebbe essere sotto 2 gradi Celsius
  • ridurre le emissioni globali in mondo da contenere l’aumento della temperatura globale sotto i 2 gradi Celsius

L’unico accordo sensato deve per forza di cose limitarsi a considerare l’effetto delle sole forzanti antropogeniche, e dire che nel 2050 quelle non debbano arrivare a forzare +2°C “da sole”. Sulle forzanti non-antropogeniche non possiamo infatti farci niente, visto che per definizione non sono causate dalle attivita’ umane, anzi la loro esistenza implica che “prevedere” che il clima nel 2050 veda una temperatura globale aumentata di 1°C, 2°C, 4°C o diminuita di altrettanto, e’ solo un esercizio di cui abbiamo idee molto vaghe.

E infatti:

(1) In un articolo su PNAS del 17 settembre 2008, Ramanathan e Feng parlano di come “evitare pericolose interferenze antropogeniche” e dicono che “il praticamente inevitabile (“committed”) riscaldamento si puo’ evincere dalle stime IPCC piu’ recenti riguardo la forzante da gas serra e la sensitivita’ del clima (a tale forzante)“.

(2) Su RealClimate il 31 gennaio 2006, Gavin Schmidt parla si’ di 2C di riscaldamento, ma da forzanti antropogeniche, come scrive egli stesso in risposta al commento 13:

l’intero ammontare della proiezione di aumento della temperatura di 3.6C (o di qualsivoglia altro valore) riguarda le forzanti legate alle attivita’ umane (visto che non possiamo predire cambiamenti futuri nell’attivita’ solare o vulcanica

(3) Su RealClimate il 28 ottobre 2009, Schimidt ribadisce il concetto: non e’ possibile (al momento? o chissà se mai…) fare previsioni ultradecennali sul clima. C’è forse qualcuno che la pensa altrimenti?

Un punto preoccupante sono le affermazioni che sembrano prendere per buona l’idea che (le previsioni decennali e ultradecennali) siano alla portata di mano – che previsioni (climatiche) di buona qualita’ sulla scala di un decennio o piu’ siano in qualche maniera garantite – se solo viene costruito un nuovo Centro Ricerche, o se viene usato un computer piu’ veloce

(4) Michael Mann si occupa dei “2°C” sempre su PNAS, il 20 Marzo 2009. Dovrebbe essere chiaro a tutti (ma evidentemente, non lo è) che a interessarlo è un limite di +2°C riguardo la DAI (“dangerous anthropogenic interference”, “interferenza antropogenica pericolosa”) e non, come ingenuamente scritto nel Copenhagen Accord, la temperatura del pianeta nel 2050:

“Even those who ‘‘feel lucky’’ would thus find it hard to abide a definition of DAI much >2°C”

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======

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Di quale sara’ mai la temperatura del pianeta nel 2050, ne abbiamo solo una vaghissima idea. Esistono altre forzanti, oltre a quelle GHG, alcune piu’ facili da stimare, altre praticamente impossibili, se non considerando dei tempi molto lunghi. Tutte queste altre forzanti sono per definizione non-antropogeniche e ne’ io, ne’ il piu’ acerrimo cambioclimatista, ne’ il Presidente Obama possiamo fare niente per cambiarle.

E’ per questo che firmare un accordo che fa pensare che siano controllabili e’, fantozzianamente, una “Corazzata Potemkin”.

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ADDENDUM 22 Dic 17:50GMT:

Tengo a precisare che non mi riferisco a un’eventuale assenza di incertezze (anche se mi piacerebbe fare un sondaggio fra i World Leaders e vedere quanti capiscono esattamente di cosa si stia parlando). Quello che mi suona particolare e’ invece che vengano scritte nell’Accordo delle assurdita’ in maniera cosi’ spensierata.

Il testo dell’Accordo dice testualmente (enfatizzo le parti qui rilevanti):

l’aumento della temperatura globale dovrebbe essere sotto a 2 gradi Celsius

Nell’articolo 2 della UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change), menzionato nell’Accordo c’e’ scritto:

stabilizzazione delle concentrazioni di gas serra nell’atmosfera a un livello che dovrebbe prevenire un’interferenza antropogenica pericolosa nel sistema climatico

Nel Preambolo della stessa Convention ci si dichiara:

Preoccupati del fatto che le attività umane hanno sostanzialmente aumentato le concentrazioni atmosferiche di gas serra, aumentando con esse l’effetto serra naturale, e che questo comporterà in media in un ulteriore riscaldamento della superficie terrestre e dell’atmosfera e potra’ avere effetti negativi sugli ecosistemi naturali e sull’umanità

Interferenza antropogenica” e “ulteriore riscaldamento“….cos’e’ dunque questo misterioso “l’aumento della temperatura globale” che in un colpo solo cancella dall’esistenza ogni altra forma di riscaldamento e raffreddamento e da’ spazio alle solite battute sul “per piacere potete regolare il termostato 0.1C piu’ basso “??

Insomma invece di utilizzare il linguaggio gia’ stabilito l’Accordo se ne e’ inventato uno nuovo, diplomaticamente assurdo perche’ confuso e quasi incomprensibile. Chissa’ perche’, l”Accordo e’ scritto proprio malissimo, come se chi lo ha compilato non avesse alcuna idea sul fatto che la forzante GHG e’ una ma non la sola, e non avesse dato alla UNFCCC altro che una occhiata distratta. E dire che sarebbe bastato scrivere

(a) “increase in global temperature due to anthropogenic interference below 2 degrees Celsius” – “aumento della temperatura globale dovuto a interferenza antropogenica inferiore a 2 gradi Celsius

oppure, se proprio vogliamo fare i pignoli e seguire la Convention

(b) “additional warming below 2 degrees Celsius” – “ulteriore riscaldamento sotto i 2 gradi Celsius

sarebbe anche stato passabile l’equivalente meno pignolo

(c) “additional increase in global temperature below 2 degrees Celsius” – “ulteriore aumento della temperatura globale sotto 2 gradi Celsius

Ma Pachauri dov’era quando si scrivevano certe cose?

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NB: Questo post è uscito sul Tafano Climatico  il 22.12.2009

Nel dicembre del 2007 Douglass e Christy hanno pubblicato uno studio1 di comparazione tra le osservazioni di temperatura della troposfera tropicale e gli output dei modelli di simulazione climatica impiegati dall’IPCC, trovando una sostanziale inconsistenza tra la realtà osservata e quella simulata. Differenze pari mediamente al doppio del range di incertezza della media delle simulazioni. Nello strato attorno alla quota di 5km, il trend previsto supera quello osservato di un range che va dal 100 al 300%, mentre nello strato sovrastante gli 8km di quota il trend previsto e quello osservato sono addirittura di segno opposto.

Questo lavoro a suo tempo fece parecchio rumore, in quanto affrontava neanche troppo indirettamente il famoso problema dell’hot spot troposferico, ovvero la presenza (che a tutti gli effetti si può definire un’assenza), secondo la modellistica impiegata dell’IPCC, di una firma  inequivocabile del forcing antropico nel comportamento del clima. Le risultanze di questa comparazione erano quindi in stretta correlazione con il peso effettivo di questo forcing, ovvero riducevano in modo sostanziale la sensibilità climatica, cioè la quantità di calore “trattenuta” negli strati troposferici in ragione di un incremento dell’effetto serra. Questo, naturalmente, sgomberava il campo da qualsiasi genere di catastrofismo nel futuro del comportamento del sistema.

Nell’ottobre del 2008 il CRU Team, con ben diciassette firme tra cui Santer, Jones, Solomon, Shmidt e tredici altri pubblicò sulla stessa rivista scientifica un lavoro dal titolo: La consistenza tra le temperature osservate e modellizzate nell’atmosfera tropicale2. Chiaramente un lavoro di risposta a quanto pubblicato l’anno prima, che rientrava pienamente nell’ambito della dialettica scientifica.

Ma le cose stanno veramente così? Non proprio. In pratica tra la pubblicazione on-line e la disponibilità per la stampa del lavoro di Douglass e Christy la redazione della rivista ha fatto passare circa undici mesi, mentre tra la pubblicazione on-line e la disponibilità per la stampa di quello del CRU Team, sono passati appena trentasei giorni, in modo che apparisse subito dopo l’altro. La tempistica e le modalità di pubblicazione così attuate, impedivano una replica da parte degli autori del primo lavoro, esattamente come “incidentalmente” il Team aveva chiesto che accadesse non appena avvisato dell’imminente pubblicazione del lavoro di Douglass e Christy.

Tutto questo emerge in modo lampante da una serie di e-mail scambiate tra i membri del team e l’editor dell’International Journal of Climatology, ovvero la rivista in questione. Tutta una serie di accorgimenti atti ad evitare che il secondo lavoro apparisse in forma di replica, aprendo cioè il diritto di contro replica, generalmente ritenuto dirimente, agli autori del primo.

Regole piegate al proprio tornaconto, rifiuto del confronto diretto e controllo degli organi di revisione e pubblicazione il cui atteggiamento “teoricamente” dovrebbe essere sempre sopra le parti, per garantire a tutte le opinioni pari diritto di cittadinanza, essendo queste soggette all’unico imprescindibile giudizio del sistema di revisione paritaria. Già, peccato che il CRU Team ne aveva (ha, avrà?) fatto il proprio impari strumento di prevaricazione. Il tutto condito dalle raccomandazioni dell’editor che le loro conversazioni restassero confidenziali.

Qui, su American Thinker, trovate tutta la cronologia della storia e tutte le mail scambiate nei mesi di “cospirazione climatologica”, perfettamente inserite nel contesto della discussione, tanto per non dimenticare che parecchi benpensanti all’indomani dell’esplosione del climategate, si sono affrettati a dire che il contenuto dei messaggi scambiati era stato decontestualizzato e strumentalizzato. Bene, ora, almeno per questo caso, sappiamo che non è così.

  1. A comparison of tropical temperature trends with model predictions - Douglass et al 2007 []
  2. Consistency of modelled and observed temperature trends in the tropical troposphere  – Santer et al 2008 []

All’inizio del mese di novembre è stato pubblicato su EOS, il settimanale dell’American Geophysical Union, un breve saggio scritto a più mani dal gruppo di ricerca di Roger Pielke Sr, che ha il pregio di contenere elementi ampiamente trasversali, in grado cioè di catturare l’attenzione e probabilmente anche il consenso, sia di chi è scettico sia di chi non lo è. In questo modo queste poche righe sono un successo a priori, a dimostrazione del fatto che un approccio ragionato, privo di catastrofismi o atteggiamenti superficiali, è quello che ci vuole per riportare la ragione nel dibattito sul clima, per spazzare via demagogia, ideologia, soprusi, gossip e quant’altro, restituendo alla ricerca il ruolo che gli è proprio, quello di promuovere e diffondere la conoscenza.

Nel loro pur breve intervento gli autori descrivono tre scenari mutuamente esclusivi, che si possono brevemente riassumere come segue:

  • L’impatto delle attività umane sul clima è trascurabile, e questo evolve soprattutto seguendo dinamiche naturali.
  • L’impatto delle attività umane sul clima è importante, ma lo sono anche le variazioni di origine naturale; tra i forcing antropici c’è sicuramente l’incremento dei gas serra, ma il ruolo che questi giocano è pari se non inferiore a quello di altri forcing sempre di origine antropica.
  • L’impatto delle attività umane sul clima è predominante ed è interamente ascrivibile all’incremento della concentrazione dei gas serra in atmosfera.

A loro parere, piuttosto condivisibile, la seconda ipotesi sembra essere quella maggiormente supportata dall’evidenza. Soprattutto in presenza di una vasta letteratura scientifica così orientata. Siamo dunque di fronte ad uno scenario ben più complesso di quello che vorrebbe attribuire alla sola CO2 le disgrazie del clima presente e futuro. Comprenderne le dinamiche e pernsare di fronteggiarle non può prescindere dall’affiancare alle politiche di riduzione delle emissioni delle iniziative che tengano conto del peso di questi altri forcing. Molti di questi inoltre, se non tutti, oltre ad essere poco compresi dal punto di vista scientifico, possono agire ora in fase ora in opposizione tra loro, in un sistema altamente non lineare quale è quello climatico, rendendo remota se non inarrivabile la possibilità di arrivare a predirne l’interazione su scala multidecadale.

A questo si aggiunge il fatto che i forcing antropici diversi dalle emissioni, sono presumibilmente in grado di avere un impatto importante su molte realtà di carattere strategico quali le risorse idriche, alimentari o energetiche. Il tutto a scala temporale di breve-medio periodo ed a scala spaziale molto più regionale che globale. E’ dunque in questi ambiti ben più ristretti che devono essere concentrati gli sforzi di previsione, valutazione del rischio e, ove possibile, mitigazione. Quanto fatto in questo senso può infatti risultare utile a prescindere dall’evoluzione del clima. Al riguardo aggiungerei che non c’è bisogno di andare a cercare l’assetto urbanistico delle coste soggette al rischio di uragani per capire di cosa si parli. Qui da noi, con il territorio che abbiamo ci sarebbe comunque un bel po’ da fare.

Con questo approccio, Pielke Sr. ed i suoi collaboratori si discostano non poco dalle determinazioni dell’IPCC, individuando in queste molti elementi di debolezza. Innanzitutto l’aver considerato un numero limitato di forcing diversi dai soli gas serra, ed averne comunque valutato l’impatto esclusivamente a scala globale piuttosto che regionale, ove invece possono essere più significativi i loro effetti e dove è maggiore l’esigenza di conoscerli ai fini del policy making. In secondo luogo l’aver basato la valutazione dei rischi in via esclusiva sulle proiezioni climatiche definite insufficienti e comunque non utili ai fini strategici di breve-medio periodo.

Insomma quella che propongono è una discreta virata, accattivante, ma anche capace di attrarre l’attenzione di detrattori di vario genere. Tra questi chi ha basato la propria strategia sulla lotta senza quartiere alle emissioni e solo a quelle (per molti aspetti gli accordi internazionali nati e nascituri vanno in questa direzione), includendo anche gli ambienti finanziari molto favorevolmente impressionati dal mercato del Carbon Trading, avrebbe certamente qualcosa da obbiettare. E’ probabile poi che qualche parere non entusiasta venga anche da qualche settore della ricerca stessa, perchè, il livello di comprensione scientifica piuttosto basso dei forcing diversi dai gas serra, impedirà, almeno fino a quando non sarà salito, di continuare ad asserire che il riscaldamento occorso negli ultimi 150 anni è molto probabilmente (leggi >90%) interamente ascrivibile alle attività umane. Questo bagnerebbe la polvere da sparo a tutti quelli che amano i “big public splash”, tanto per usare una terminologia cara ad alcuni gruppi di ricerca molto fashion.

Nonostante ciò, forse qualcosa si sta già muovendo in questa direzione, considerato il fatto che ad esempio Filippo Giorgi, focal point per l’Italia presso l’IPCC ebbe a dichiarare circa un anno fa che è nelle intenzioni del Panel di rivedere la scala spaziale e temporale delle valutazioni. Sarà così? Speriamo, magari ci sta che si riesca a dirottare qualche risorsa verso interventi tangibili sul territorio piuttosto che nell’inseguimento delle molecole “farfalla” di CO2.

Nel recente passato abbiamo intrapreso un breve viaggio attraverso i modelli di simulazione del clima (qui e qui). In molti casi il mondo in essi rappresentanto è parecchio diverso da quello che conosciamo. Questa diversità diventa per molti aspetti dirimente, specie se si riesce a coglierne l’implicazioni più recondita, ovvero il fatto che essa scaturisce dall’impossibilità  di descrivere efficacemente molti degli aspetti fondamentali delle dinamiche del clima, minando di fatto all’origine questi tentativi di riprodurre il comportamento del sistema.

Oggi ne troviamo un’altra, certificata neanche troppo recentemente da uno studio condotto dai protagonisti di quella che forse è stata la più importante campagna di ricerca cui il nostro paese abbia partecipato di recente, il progetto ITASE.

Nel corso della campagna, oltre alle perforazioni per l’estrazione delle carote di ghiaccio, sono state effettuate anche delle osservazioni su vari punti della calotta antartica. I dati ottenuti hanno consentito di mettere a punto una serie storica delle precipitazioni sull’intero continente tornando indietro nel tempo di ben cinque decadi. Dall’analisi di questi dati risulta chiaramente che le precipitazioni ed il conseguente accumulo nevoso non evidenziano alcun trend di lungo periodo su nessuna zona del continente, compreso il settore più occidentale, dove, contemporaneamente, abbiamo assistito ad una consistente diminuzione della massa glaciale. Nella serie, sono altresì ben visibili delle marcate oscillazioni di breve e medio periodo, legate a dinamiche complesse e non ancora comprensibili.

Come sottolinenano gli stessi autori, un andamento come quello descritto è in contrasto con gli output delle simulazioni climatiche (GCM), che vedono invece un netto aumento delle precipitazioni, nonostante le ultime generazioni di questi GCM sembrano aver in parte migliorato le loro performance in questa parte del mondo. Tale aumento è stato anche a lungo impiegato per giustificare l’aumento altrettanto netto -ma osservato- dell’estensione del ghiaccio marino antartico negli ultimi decenni. Vien da dire che venendo meno il fattore di causa, l’accrescimento del ghiaccio deve necessariamente avere origini diverse, in parte ipotizzabili ricorrendo a spiegazioni che coinvolgerebbero le dinamiche della composizione chimica dell’atmosfera soprastante il Circolo Polare Antartico, ma questi sono aspetti ancora del tutto ignoti alle simulazioni climatiche.

Nello studio leggiamo anche di un inatteso (?) aumento delle temperature troposferiche durante l’inverno australe. A mio parere questo è un particolare ancora più importante: come si spiega, nella logica dell’effetto serra, cioè dell’accresciuta capacità di contenimento del calore generata da una maggiore concentrazione di gas serra, un aumento della temperatura in una zona ed in una stagione dove la radiazione ad onda lunga uscente (OLT) è ridotta al minimo? Non sono sufficienti spiegazioni che chiamino in causa la disomogeneità  degli effetti del riscaldamento globale antropico, perché nei mesi invernali, la porzione di atmosfera soprastante l’Antartico è quanto di più isolato dal contesto della circolazione generale si possa immaginare; il vortice polare impedisce qualsiasi scambio di calore o di masse d’aria con altre latitudini. Ne consegue che quel riscadamento, che non può arrivare dal basso, può avere origine solo dall’alto, cioè non può avere nulla a che fare con la teoria dell’AGW, che ne risulta, qualora ce ne fosse ancora bisogno, del tutto smentita.

Questo aprirebbe un altro fronte di discussione che tratteremo magari in un altro post, prima di chiudere però mi preme tornare ancora una volta sul lavoro dei ricercatori di ITASE. Nel valutare i risultati delle loro indagini, si mette in risalto il fatto che l’assenza di un trend positivo delle precipitazioni nevose smentisce un eventuale mitigazione che questo ipotetico accumulo nevoso potrebbe operare o aver operato sulla velocità  di salita del livello dei mari in conseguenza del continuo scioglimento dei ghiacci della Penisola Antartica. Dunque la salita del livello dei mari non sarà  rallentata da quelle che si pensava fossero le dinamiche del sistema. Ma questo non fa sorgere per l’ennesima volta il dubbio che quelle dinamiche sono diverse da quanto sbandierato con tanta sicumera? A nessuno viene il dubbio che su queste benedette simulazioni ad oggi proprio non si può fare affidamento?

In questi ultimi giorni c’è un po’ di fermento in quel settore della scienza climatica che studia i gas serra e attribuisce loro il contributo radiativo. E’ infatti del 30 ottobre scorso la pubblicazione di un articolo di Shindell et al.  nel quale si afferma che il metano avrebbe un ruolo ben maggiore di quello ipotizzato finora nel riscaldare (eventualmente) il sistema climatico. Attraverso i modelli (sempre questi al centro), gli autori avrebbero scoperto che, quando sono considerate anche le complesse reazioni chimiche in atmosfera con aerosol ed ozono troposferico, il metano darebbe un contributo molto superiore al forcing radiativo. Ciò porta a pensare che forse si potrebbero attuare in maniera più facile ed efficiente delle politiche di riduzione del metano, piuttosto che della CO2.

Ancora più recente è il nuovo lavoro da parte di alcuni ricercatori dell’università di Bristol che fa piazza pulita, se ancora ce ne fosse bisogno, di tutte quelle proiezioni catastrofiste che vedevano la concentrazione di CO2 sfondare la stratosfera nei prossimi decenni.

I modelli, e che cosa ci si poteva aspettare altrimenti, prefiguravano la saturazione del sistema d’immagazzinamento del biossido di carbonio da parte dell’oceano e del biota . In questo modo, da emissioni in continua crescita sarebbe scaturito un aumento delle concentrazioni di CO2 mai visto in precedenza (una musichetta da film dell’orrore sarebbe adatta a rendere l’atmosfera ancora più…surriscaldata). Il dott. Knorr, però, usando solo e semplicemente dati osservati e nessun modello, ha smentito  tale ipotesi terrificante. I dati, infatti, ci dicono che la parte di carbonio sequestrato dal sistema aumenta di pari passo con l’aumento delle emissioni, così che il rapporto tra emissione e sequestro rimane, a meno degli errori di misura, sempre uguale. Insomma, l’oceano ha una capacità enorme di sequestrare per secoli la CO2 emessa. Questa continuerà ad aumentare anche in atmosfera, ma a velocità infinitamente inferiori a quanto affermato dai soliti noti. Ho l’impressione che il terreno cominci a scottare sotto i piedi dei convenuti, prossimi venturi, a Copenhagen.

Per chiudere, vi ricordo che la concentrazione di CO2 non è ciò che importa ai fini di un eventuale riscaldamento, quello che importa è la capacità di trattenere radiazione, capacità che non è lineare  con la concentrazione. Inoltre, prima di Knorr, qualcuno  aveva già detto da tempo che quanto simulato dai modelli contraddiceva le leggi naturali.