Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

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Solo l’insensata ricerca della rima poteva farmi tirare fuori un titolo così, anche perché non esistono climi belli o brutti se ci riferisce alle loro dinamiche, ne esistono di tali solo riferiti a quali possibilità abbiamo di adattarvi le nostre esigenze. Il termine “indovinello” (dall’inglese conundrum), inoltre, l’ho mutuato dal titolo di un paper che Science Daily ha inserito nella sua newsletter appena ieri:

The aerosol-cloud-climate conundrumJost Heintzenberg

Potrà sembrare irrispettoso, fatto di cui si interroga anche l’autore del paper nella sua introduzione, ma in effetti così non è se si esplora il significato intrinseco della parola:

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“Una domanda o un problema che abbiano solo risposte congetturali, cioè basate su informazioni incomplete, oppure, semplicemente, un problema intricato e difficile”.

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Tale infatti è lo stato dell’arte della conoscenza scientifica circa la relazione tra il particolato in sospensione, sia esso di origine antropica o naturale, e le nubi, il cui ruolo nelle dinamiche a tutte le scale spaziali e temporali del clima è sostanziale. Finché non avremo risolto questo enigma – sempre con le parole dell’autore – con un livello di comprensione che sia almeno paragonabile a quello dei gas serra, nessuna opera di geoingegneria sarà possibile.

A parte il piccolo particolare che la faccenda dei gas serra è ben lungi dall’essere efficacemente compresa e che dalla geoingegneria Dio ci scampi e liberi, si tratta di una lettura piuttosto interessante. A me ha fatto venire in mente quanto scritto anche da Roy Spencer, nel suo libro così come nei suoi paper, circa il ruolo delle nubi e la possibilità che una modifica in piccolissima percentuale della quantità di copertura nuvolosa possa spiegare una buona parte ove non tutto il trend che la temperatura media superficiale globale ha assunto nelle ultime decadi del secolo scorso.

The great global warming blunder

A 39-Year Survey of Cloud Changes from Land Stations Worldwide 1971-2009: Long-Term Trends, Relation to Aerosols, and Expansion of the Tropical Belt

Aerosol e nubi, nubi e radiazione solare, radiazione solare e clima. Heintzenberg nel suo paper cerca di esplorare in termini di conoscenza scientifica e relativa possibilità di riproduzione con i modelli di simulazione climatica tutte le relazioni note ed i feedback ad esse collegati. Risultato. siamo lontani dalla meta, anzi, forse, non si può neanche dire se e quando ci arriveremo.

Da tenere a mente la prossima volta che qualcuno dirà che la scienza è “settled” e che ormai si discute dui dettagli.

Un paper la cui discussione comincia così:

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La discussione nel workshop ha sottolineato la complessità dell’atmosfera terrestre di cui gli aspetti essenziali sono ancora lungi dall’essere compresi. Ciò è in contrasto con la semplice e trasparente struttura di quella del sole. Ma questi pensieri mi hanno fatto ricordare un colloquio in un istituto astronomico durante il quale il docente ha affermato ”Una stella è una struttura molto semplice.” E allora una voce dal pubblico aggiunto ”Anche lei, signore, sarebbe una struttura molto semplice ad una distanza di dieci anni-luce.” Il Sole si trova a soli otto minuti luce. Questo lo rende la stella più complicata che conosciamo, ma lungo questa linea di ragionamento, la sua atmosfera è ancora abbastanza semplice rispetto a quella della Terra. Di seguito, discuterò alcuni degli elementi essenziali e le discussioni conseguenti delle presentazioni effettuate durante le tre sessioni del workshop che è stata dedicato al forcing solare sul clima.

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A questo link trovate tutto il resto.

Leggendo riflettete su questo: possibile che ci sia tutta questa gente che studia, scrive e pubblica su queste cose, non ricevendo nessuna attenzione dal mainstream della scienza del clima? IPCC, se ci sei batti un colpo.

Leggendo la letteratura scientifica in materia di clima, capita spesso di leggere la parola ‘evidence‘, cioè, ‘prova’. Ebbene, nonostante questo vocabolo possa a volte essere interpretato come un false friend, ci sono ai giorni nostri alcune evidenze (non prove) incontrovertibili:

  • Le temperature medie superficiali globali hanno negli ultimi anni bruscamente frenato la loro ascesa; così anche il contenuto di calore degli oceani nello strato superiore, così ha fatto il livello dei mari.
  • La distanza tra le proiezioni climatiche, ovvero il riscaldamento che sarebbe dovuto arrivare in ragione di un forcing antropico che non ha affatto rallentato, e le osservazioni è quindi aumentata; e non di poco.
  • Il Sole, unica fonte di energia di un sistema in perdita costante, è piombato in una fase di quiescenza piuttosto significativa, dopo aver vissuto invece un lungo periodo di intensa attività definito ‘solar grand maximum’.

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Franco Zavatti legge CM. Questo è l’unico suo difetto di cui sono a conoscenza. Laureato in Astronomia, già ricercatore universitario al Dipartimento di Astronomia Università di Bologna. Si è occupato di stelle variabili, struttura dei nuclei galattici, deconvoluzione di immagini, didattica dell’astronomia. Ha insegnato all’Università di Bologna, dal 1992 al 2010 Esperimentazioni di Fisica per Astronomia; dal 1996 al 2000 Calcolo delle Probabilità e Statistica per Scienze dell’informazione (Cesena). Dal 2001 a tutt’ora: Libera Università di Bolzano, Facoltà di Scienze della Formazione.

Dopo la nostra discussione circa il progressivo ‘riscaldamento’ delle serie storiche della NOAA, ha tirato giù un po’ di dati e li ha visualizzati. Una rappresentazione interessante.

Buona lettura.

gg[/info]

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E’ sulle news di Nature Geoscience, e di lì ha già fatto il giro del mondo. Una notizia che naturalmente si è trasformata passando di media in media. C’è chi ne ha sottolineato il rinnovato sapore catastrofico, pur con un intrigante cambiamento di segno rispetto alla norma; chi ha preferito concentrarsi sul fatto che in fondo si tratta di previsioni stagionali o annuali, pratica in cui chi ha diffuso questa news non si è proprio distinto negli ultimi anni; e c’è chi l’ha presa per quello che è, un probabile passo avanti nella direzione giusta per comprendere i complessi meccanismi del clima – o almeno una parte di essi- nel medio e lungo periodo climatico.

Si parla del forcing esercitato dal Sole sul sistema. Finalmente, dopo un lungo periodo di vero e proprio oscurantismo, la possibilità di disporre di misurazioni accurate di una componente importante della radiazione solare, la radiazione ultravioletta, ha permesso che di accendere la luce. Per anni infatti, le simulazioni climatiche sono state fondate sul principio che l’attività solare, intesa esclusivamente come TSI (Radiazione Incidente Totale), non avesse alcun impatto tangibile sulle dinamiche del sistema. Stabile o quasi la TSI, molto variabile il clima, i due sistemi non potevano essere legati.

Di qui la pratica di inserire la componente solare nei modelli di simulazione climatica come costante. Grazie alle misurazioni ottenute dal programma satellitare SORCE, sono state rilevate delle oscillazioni della radiazione ultravioletta che arriva dal Sole cinque volte maggiori di quanto si riteneva possibile. Inserendo questi dati in un modello climatico, ne è venuta fuori una ricostruzione a scala stagionale dei pattern atmosferici dell’area del nord Atlantico molto più fedele alle osservazioni di quanto fosse mai accaduto. In particolare, i periodi di scarsa attività solare e di conseguente forte diminuzione della radiazione UV, riproducono il pattern della circolazione atmosferica della NAO (Oscillazione del Nord Atlantico) negativa, un modello circolatorio che genera l’abbassamento di latitudine della rotta delle perturbazioni atlantiche, con relativo frequente interessamento dell’Europa mediterranea e con aria fredda di origine polare che si spinge con maggiore frequenza sul settore settentrionale del continente.

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Sarebbe interessante saperlo, ma nessuno lo sa. Per anni siamo stati bombardati di presagi di disastri provocati dall’eccessivo riscaldamento del Pianeta, con dovizia di particolari su scenari desertici e roventi. Ora questi scenari sono stati spazzati via dalla pioggia battente e dalle intense nevicate degli ultimi inverni e, a riprova della debolezza degli argomenti con cui li si sosteneva, ora le stesse identiche motivazioni sono portate a supporto dell’esatto contrario: farà sempre più freddo a causa del caldo, almeno fino a quando non comincerà di nuovo a far caldo. Qualcuno ricorderà Catalano, il personaggio televisivo che ci intratteneva a “Quelli della notte” insieme a Renzo Arbore. Ecco, meglio farle fare a lui le proiezioni climatiche.

In realtà, sarebbe già molto, prima di provare a capire dove stia andando il clima, riuscire a capire dove sia andato e dove sia ora, con buona pace di quanti ci dicono di aver capito tutto ed esser pronti a fornire al mondo la ricetta per rimetterlo sulla strada giusta, naturalmente considerando sbagliata per non meglio specificati motivi quella attuale.

Torno di nuovo a farmi aiutare dalla celluloide con un altro amarcord, Carlo Verdone nel film “Un sacco bello”, dove un indimenticabile Mario Brega si lamentava del fatto che al prete che aveva “ingaggiato” per convincere il figlio ad abbandonare la vita dell’hippy mancassero perfino le basi del mestiere.

Cominciamo perciò dalle basi. Il clima è sempre cambiato, la temperatura è sempre stata soggetta ad importanti variazioni, con oscillazioni di lungo, medio e breve periodo che si sono sempre sovrapposte generando un segnale spesso confuso dal quale tirar fuori un trend è sempre stato molto difficile. Ma ci sono alcuni capisaldi incontrovertibili, benché qualcuno abbia provato a cancellarli dalla storia, come la variazione positiva del Periodo Caldo Medioevale e quella negativa della Piccola Età Glaciale, durante le quali gli effetti di queste oscillazioni sono stati così evidenti da lasciare un segno nella storia.

Il caso vuole che con riferimento alla PEG, ci siano anche delle altrettanto incontrovertibili evidenze che la diminuzione delle temperature sia avvenuta in concomitanza con una prolungata fase di scarsa attività solare, culminata in quelli che gli studiosi del settore conoscono come il Minimo di Maunder e il Minimo di Dalton. Volendo fare semplicemente 2+2 dovremmo registrare il fatto che poi, in special modo nel corso dell’ultimi secolo, il Sole abbia conosciuto una prolungata fase di massima attività, proprio mentre le temperature medie superficiali del Pianeta erano soggette ad aumento, mentre recentemente questo aumento sembra essersi arrestato, guarda caso proprio quando il Sole è tornato in Quiete.

Ma la scienza del clima non si fa a colpi di 2+2, per cui questa grossolana informazione la teniamo da parte per gli scettici a buon mercato, rivolgendo lo sguardo alla fonte che giustamente deve essere tenuta in considerazione, la letteratura scientifica.

E’ di recente pubblicazione un lavoro di Syun-Ichi Akasofu, il cui titolo è decisamente interessante: On the recovery from the Little Ice Age. Il lavoro è open access, cosa che accade spesso con gli studi non esattamente allineati con il mainstream scientifico, vuoi perché normalmente trovano spazio su riviste considerate “minori”, vuoi perché gli autori accettano questa condizione desiderosi di dare maggiore visibilità ai loro lavori, vuoi perché i loro detrattori dicono comunque che i finanziamenti per fare ricerca li ricevono dai cattivi delle lobby petrolifere, per cui non hanno bisogno di soldi. Nello studio di Akasofu, com’è intuibile, si affronta il tema del progressivo riscaldamento del Pianeta in conseguenza del precedente raffreddamento conosciuto durante la PEG. I tratti salienti del lavoro sono i seguenti:

  • La Terra ha conosciuto un periodo di raffreddamento tra il 1200-1400 e il 1800-1850, durante il quale la temperatura media superficiale era circa 1°C più bassa di quella attuale. In quel periodo la Radiazione Solare Totale era relativamente bassa.
  • Il graduale recupero da questa fase fredda è stato approssimativamente lineare, con un trend di circa 0.5°C/100 anni. Contestualmente è stata soggetta ad aumento anche la TSI; lo stesso trend è stato osservato anche fino all’anno 2000.
  • Il recupero dalla PEG è tuttora in corso.
  • C’è un’oscillazione multidecadale con periodo di 50-60 anni sovrapposta al trend di recupero; questa oscillazione ha avuto un picco nel 1940 e un altro nel 2000, provocando la temporanea interruzione della fase di riscaldamento.
  • Il trend negativo innescatosi dopo questi picchi è superiore al trend di recupero, e ha generato e genera attualmente la stasi delle temperature o la loro diminuzione.
  • La prosecuzione di questo trend di recupero lascia presagire un riscaldamento per la fine di questo secolo di 0.5 +/- 0.2°C, consistentemente inferiore a quanto previsto dalle proiezioni dell’IPCC di 4 +/- 2°C.

Per raffreddare gli animi di quanti staranno già saltando dalla sedia,  credo sia giusto riportare anche una eloquente frase riportata in calce all’abstract di questo lavoro: “Questi cambiamenti sono naturali e allo scopo di determinare il contributo dell’effetto serra di origine antropica, c’è urgente necessità di identificarli correttamente e accuratamente, onde rimuoverli dall’attuale trend di riscaldamento/raffreddamento”.

Sicchè pare che il Sole possa aver avuto qualcosa a che fare con l’occorrenza della PEG, così come con quanto accaduto dopo e sta accadendo ora. Il problema è che non è affatto chiaro come questo sia potuto accadere, ovvero attraverso quali meccanismi fisici.

Questo è in effetti l’incipit di un altro lavoro (Krikova et al. 2010), con il quale si mettono in evidenza le variazioni non solo della radiazione solare totale ma anche di quella spettrale sin dal periodo della PEG.

TSI dal 1610

E così scopriamo anche che secondo quanto riportato in questo studio, mentre di fatto la TSI pur essendo soggetta ad aumento non è variata molto, la componente UV della radiazione solare è cresciuta del 50%. E si tratta di quella parte della radiazione solare cui si attribuisce grande importanza per i processi chimico-fisici dell’alta atmosfera, processi che man mano che ne aumenta la comprensione, stanno aumentando anche d’importanza ai fini di quanto accade più in basso, ovvero sulle nostre teste. Il trend di aumento è stato inoltre esteso praticamente a tutte le bande di frequenza della radiazione solare, con l’unica eccezione della banda del vapore acqueo, compresa tre 1500 e 2500 nm, che ha subito una lieve diminuzione.

Radiazione Solare per diversi intervalli di spettro

Lo scopo di questo lavoro non è comunque mettere in relazione queste variazioni con il comportamento del sistema, o meglio con le reazioni del sistema a questo forcing esogeno, quanto piuttosto fornire a chi deve tentare di stabilire questa relazione un dataset completo ed affidabile dal 1610 ai giorni nostri.

Anche questo lavoro è open access, credo di poter dire per le stesse ragioni di cui sopra. Buona lettura.