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El Niño forever

Piaccia o no a chi presagisce un futuro climatico dominato dal riscaldamento e da un conseguente disfacimento climatico, pare che alcune evidenze geologiche dimostrino che un mondo più caldo – ammesso e non concesso che così sarà- non avrà un impatto sull’ENSO (El Niño Southern Oscillation). L’alternarsi ciclico ma irregolare del Niño e della Niña, rispettivamente le fasi calda e fredda delle temperature di superficie dell’Oceano Pacifico equatoriale, dovrebbe continuare così come l’esame di quanto accaduto in passato dimostra che ha sempre fatto. Sappiamo anche che queste oscillazioni avvengono in un contesto di variazioni di lungo periodo, più o meno trent’anni, che vedono la linea di demarcazione tra fase fredda e fase calda assumere valori diversi. Queste variazioni descrivono la PDO (Pacific Decadal Oscillation) e vedono una maggiore frequenza di situazioni di El Niño con PDO positiva (asticella più in alto per le temperature di superficie) e più frequenti La Niña con PDO negativa (tutto il bacino del Pacifico equatoriale più freddo).

Dal momento che si sta parlando della massa liquida più vasta del Pianeta, queste oscillazioni hanno un impatto decisivo su tutte le dinamiche del sistema. Non è un caso se i picchi di temperatura media superficiale globale siano arrivati tutti con forti condizioni di El Niño, come non lo è che le successive cadute della temperatura siano state associate con la sua sorellina dal carattere freddo. Come del resto decisivi sono gli impatti nel breve periodo, perché queste oscillazioni determinano lo spostamento della convezione della fascia tropicale – e quindi delle piogge- da una parte o l’altra dell’oceano, decretando alternativamente periodi di intensa siccità o piogge molto abbondanti per i paesi costieri. E infatti lo scorso autunno La Niña ha portato delle spaventose inondazioni nel nord-est dell’Australia, mentre i paesi del Sud Americano hanno sofferto un deficit delle precipitazioni.

Tutta questa premessa, aiuta a comprendere il fatto che uno stato di El Niño permanente, come ventilato dall’ipotesi della deriva catastrofica del clima, sarebbe una vera iattura. Però, come leggiamo da New Scientist, tutto questo non dovrebbe accadere.

Questo è il link: Pacific shouldn’t amplify climate change – New Scientist 26 maggio 2011

Dati paleoclimatici e recente attività di simulazione climatica confermano la persistenza delle fasi di oscillazione anche in periodi molto lontani dall’attuale, dei quali si immagina che lo stato termico del Pianeta fosse molto diverso, in particolare con temperature medie superficiali globali anche 3°C più alte dei nostri giorni. Attenzione però, c’è il rovescio della medaglia. Le oscillazioni potrebbero diventare più frequenti, innescando quindi più frequenti eventi estremi come quelli descritti brevemente poche righe fa.

E ti pareva! Mai che si possa stare un attimo tranquilli.

Vabbè, per adesso prendiamo per buono il debunking della teoria del Niño forever, peraltro già smentita dal fatto che queste cose le abbiamo sentite anche un paio di decenni fa in pieno ruggente riscaldamento globale, in cui guarda caso la PDO era in fase positiva. Con il ritorno della fase negativa, è tornata a prevalere una maggiore frequenza di Niñas, fatto che non piacerà per nulla agli australiani e ancor meno ai peruviani, ma che conferma la persistenza di questa alternanza.

Da questo pezzo su New Scientist e dalle ricerche da cui prende spunto, possiamo però tirar fuori un’altra lesson learned, anzi due.

In primis apprendiamo -ma lo sapevamo già- che ci sono state ere climatiche in cui su questo pazzo e stupendo pianeta faceva piuttosto caldo nonostante nessuno bruciasse nulla, ovvero nonostante non ci fosse alcun forcing antropico sul sistema climatico. Da quelle fasi, pare anche che il Pianeta ne sia uscito indenne raffreddandosi, cioè senza che abbia potuto prevalere il cosiddetto runaway effect, cioè un effetto di riscaldamento inarrestabile innescato dai gas serra antropici e perpetuato dal vapore acqueo risultante da una più abbondante evaporazione dalle superfici oceaniche. Se la Terra non si è fritta all’epoca partendo da temperature anche più elevate, perché dovrebbe farlo ora?

Seconda lezione. Le inondazioni arrivate quest’anno in Australia – ma anche questo si sapeva già- sono direttamente connesse con la fase negativa dell’ENSO, cioè con la Niña. Ragion per cui, attribuirne l’intensità, peraltro purtroppo già vista svariate altre volte, al disfacimento climatico da caldo, è puramente speculativo e scientificamente infondato.

Le popolazioni dell’America Latina, hanno battezzato la fase calda dell’ENSO come El Niño (il bambinello) perché pensavano arrivasse sempre nel periodo di Natale. Poi sono arrivati i termometri e si è capito che le cose non stanno proprio così. Perdonatemi la dissacrazione, ma pare che anche per chi è convinto che ci attenda un futuro climatico disastroso e che questo avvenga interamente per colpa nostra, non sarà sempre Natale. Niente El Niño forever, almeno per questa volta.

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Published inAttualitàClimatologiaNews

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