Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

Blog
  • nino-nina-tao-triton-temp-and-dynamic-height

C’è una ragione su tutte per cui ormai parecchi anni fa decisi di accettare la proposta dell’associazione MtgClimate di cominciare a lavorare su un ambiente di discussione divulgazione web: la voglia di imparare.

E infatti non passa giorno che non si scopra o si impari o si discuta di qualcosa di nuovo, siano essi concetti scientifici o magari semplici (si fa per dire) forme di divulgazione.

 

Ecco la novità di oggi. Nei nostri post l’ENSO (El Niño Southern Oscillation) è un argomento ricorrente, perché le oscillazioni della temperatura superficiale della porzione equatoriale dell’Oceano Pacifico sono la “pompa di calore” del Pianeta e le teleconnessioni climate con queste oscillazioni sono numerosissime.

 

A questo link c’è un’animazione molto interessante ed estremamente esplicativa del funzionamento del meccanismo dell’ENSO. Basta fare click su “animation”, poi su “animate” e poi, quando compare il pop-up della finestra che contiene l’animazione basta scegliere il periodo di 24 o 60 mesi. E’ tutto in 3D, veramente bello.

Dopodiché, sulle pagine di WUWT, Willies Eschenbach spiega il suo punto di vista rispetto al meccanismo visualizzato. Buona lettura.

Ahemm….non si tratta di temperature, fermate gli entusiasmi. Si tratta in realtà del contrario del modo di dire con cui ho intitolato questo breve post. Infatti sarebbe stato meglio scrivere “tutto ciò che scende prima o poi sale”, aggiungendo magari anche “specie se c’è il global warming”.

Allora, la notizia è veicolata da Science Daily ma si origina dalla NASA, più precisamente dal Jet Propulsion Laboratory, ovvero dove si seguono i programmi satellitari del sistema Topex Poseidon, quello che misura il livello dei mari a livello globale. Il tutto, in un paper uscito sul GRL:

The 2011 La Niña: So strong, the oceans fell - Boening et al., 2012

Bene, dopo la spettacolare caduta di 0,5mm in poco più di un anno tra la fine del 2010 e il 2011, il livello dei mari è tornato a salire. Oscillazioni interannuali molto interessanti e anche significative. La caduta del 2010-2011 sarebbe da attribuire alle condizioni di La Niña che hanno favorito eventi precipitativi molto intensi sparsi per il globo, depauperando i mari e riversando l’acqua sulla terraferma. Dopodiché quest’acqua è tornata al mare (altro modo di dire significativo).

Ora il livello dei mari è appena sotto il trend lineare degli ultimi anni, cioè 3,2mm/anno, probabilmente, anzi, certamente, anche aiutato dal fatto che dopo qualche mese di neutralità, siamo tornati a condizioni di El Niño, sebbene di debole intensità. Sarebbe interessante capire se per caso il fatto che condizioni come quelle attuali abbiano decisamente prevalso nelle ultime due decadi possa avere avuto un ruolo “anche” sul livello dei mari. Se così fosse, magari, il titolo potrebbe anche andare bene, perché ora pare che la musica sia cambiata e se prevarrà La Niña…

Ma no, che dico, queste sono cose che vanno bene da un anno all’altro, al massimo due. Quando gli anni diventano di più si spiega tutto col global warming no?

La NOAA ha emesso un El Niño Watch. Tecnicamente si tratta di un messaggio prodotto quando salgono le probabilità che nel Pacifico equatoriale si generino le condizioni di riscaldamento delle acque di superficie, evento appunto definito El Niño.

Attualmente l’ENSO, ossia l’indice con cui si definiscono le oscillazioni delle SST (Sea Surface Temperature) di quella zona del Pianeta, è in zona neutra. Cioè, dopo parecchi mesi di valori positivi, che corrispondono ad un raffreddamento delle SST noto come La Niña, sta avvenendo la transizione verso valori negativi.

Continue reading “NOAA: El Niño forse in arrivo. GISS: Caldo in arrivo di sicuro!” »

E’ appena stato pubblicato il nuovo outlook su stratosfera e indici teleconnettivi. Lo trovate qui.

Mentre si cominciano a vedere i primi timidi approcci alle prognosi per il prossimo inverno, per le quali la situazione è davvero troppo prematura, esce l’ensemble forecast della NOAA sull’evoluzione della porzione 3.4 di El Niño (la porzione centrale e più ampia del Pacifico equatoriale).

Questi sistemi di prognosi hanno parecchie difficoltà a cogliere le inversioni di tendenza e le fasi di innesco delle oscillazioni delle temperature di superficie, ma, in genere, quando la situazione è consolidata, funzionano piuttosto bene nel prevederne le dinamiche di medio periodo.

Continue reading “Hum… se va così ci vorrà il cappotto…” »

La NOAA ha emesso un comunicato stampa lo scorso 8 settembre: NOAA’s Climate Prediction Center: La Niña is back. Non proprio una buona notizia. Una nuova virata verso il territorio negativo dell’indice ENSO avrà certamente i suoi effetti. In primo luogo fornirà ancora carburante alla stagione degli uragani in area Atlantica. Questo potrà magari far piacere a chi aveva emesso già in maggio la previsione di una stagione “sopra la norma” in termini di intensità e frequenza di questi eventi, ma non sarà gradito certamente a chi vive nell’area caraibica e sulla costa orientale degli Stati Uniti.

Seguiranno poi rischi elevati di piogge torrenziali sull’Australia orientale, si spera con violenza diversa da quella dell’anno scorso. E sarà inoltre confermata la fase siccitosa negli Stati uniti centrali. A tutto questo, con molto minore capacità di comprensione e prognosi, si sommeranno tutte le altre teleconnessioni che accompagnano gli eventi di raffreddamento del Pacifico equatoriale, compresa la possibilità di un inverno piuttosto rigido per l’area europea.

Sicché, mentre il tempo atmosferico e il clima stagionale continuano ad andare per i fatti loro, registriamo l’ennesima insuccesso per una allora dubbiosa, oggi veramente incomprensibile prognosi di un ruggente ritorno di El Niño, ovvero del caldo, ovvero del riscaldamento globale, ovvero del disastro climatico, che James Hansen, gestore del dataset delle temperature superficiali globali della NASA (GISS), aveva esternato nel marzo scorso:

“Sulla base delle temperature sub-superficiali oceaniche, sul modo con cui si sono evolute nel corso del recente passato, e in analogia con lo sviluppo di precedenti episodi di El Niño, riteniamo che il sistema stia evolvendo verso un forte El Niño ad iniziare da questa estate [quella appena finita per intenderci]. Non è sicuro ma è probabile.”

Nessun problema, tutte le previsioni possono essere sbagliate. Tranne, naturalmente, quelle di un clima disfatto tra qui a cent’anni.

Se non ci fosse di mezzo la tempesta finanziaria non si parlerebbe d’altro. Così è stato in effetti per quei pochi giorni in cui sembrava che le acque del mercato globale si stessero calmando. Parlo della carestia nell’Africa orientale.

Il 3 agosto scorso esce su Nature un articolo di Chris Funk. Lo ritroviamo sulle pagine di greenreport.it, eccone un estratto:

Avevamo previsto la carestia nel Corno d’Africa un anno fa, con largo anticipo. Ma nessuno è intervenuto, neppure quando le previsioni si stavano puntualmente avverando [...].

[...] Il FEWS NET sa anche, per averlo più volte sperimentato sul campo, che un periodo di scarse piogge accompagnato da una contingenza economica con forte rialzo dei prezzi delle derrate agricole determina una forte erosione nella capacità del sistema agricolo di quelle zone di assorbire la siccità. Insomma, facilmente la siccità si trasforma in carestia.

Inoltre, Funk e i suoi colleghi hanno appreso, dalle misure dei climatologi, che la temperatura delle acque dell’Oceano Indiano sta aumentando a causa, appunto, dei cambiamenti climatici. Che un certo rialzo era previsto per la primavera. E che l’alta temperatura dell’Oceano Indiano avrebbe prodotto siccità in tutta l’Africa Orientale per l’intera primavera.

Sulla base di queste tre considerazioni la previsione era scontata: di lì a un anno il Corno d’Africa sarebbe andato incontro a un periodo di terribile carestia.

Il FEWS NET, sostiene Funk, lo ha detto e scritto. Ma è evidente che nessuno lo ha ascoltato.

Perché? Il motivo indicato dal ricercatore americano è preciso. I modelli di previsione dei cambiamenti climatici presi in esami dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) non hanno come obiettivo lo studio del cambiamento del regime delle piogge. E quindi, su questo fronte, è impreciso. In particolare i modelli prevedono che l’Africa orientale diventi più umida, mentre da molti anni le piogge primaverili stanno diminuendo. Cosicché le agenzie delle Nazioni Unite e altri che operano nel Corno d’Africa si sono attrezzate per un futuro umido mentre è arrivata la siccità.[...] (grassetto aggiunto)

C’è parecchio da commentare e anche qualcosa da aggiungere.

Innanzi tutto l’aumento delle derrate alimentari. Contingenza meteorologica che ha condizionato i raccolti in giro per il mondo? Forse. Speculazione per conversione di colture destinate alla tavola all’autotrazione? Sicuro. Ne abbiamo parlato già mesi fa:

Prezzi elevati del cibo: chiarezza sulle cause CM, 22 febbraio 2011, di Claudio Gravina.

Il Famine Early Warning System Network dell’USAID è un sistema informativo progettato per identificare i problemi della catena di approvvigionamento alimentare che possano portare alla carestia o ad altre insicurezze alimentari nell’Africa Sub-Sahariana, in Afghanistan, nell’America Centrale e ad Haiti.

Funk è del mestiere, perciò si suppone che sappia quello che dice. Mi piacerebbe sapere in che modo le Nazioni Unite e altri che operano nel Corno d’Africa si sono attrezzati per affrontare un futuro umido e, se così è stato, in che considerazione sono state prese le previsioni dell’IPCC. Se le accuse di Funk fossero fondate, questo sarebbe un chiaro esempio di policy sbagliate perché fondate su previsioni sbagliate. Previsioni la cui inaffidabilità è assolutamente palese.

Certo si può dire che questo genere di previsioni non ha scopo operativo, o almeno non ne dovrebbe avere nel breve periodo. La gente però muore ogni giorno, non una volta ogni trenta anni per far piacere all’IPCC. E a quanto pare le previsioni operative c’erano, così come è noto che in quella parte del mondo la fame e la carestia sono endemiche. E invece no, noi guardiamo avanti, noi vogliamo salvare il Pianeta per le future generazioni, chi se ne importa di quelle attuali. Due anni fa il Presidente della FAO durante il meeting di Roma lamentò lo scarso impegno dei leader mondiali (che disertarono l’evento) sul problema della fame nel mondo in favore di un impegno molto più serio (e pratico) sul problema (presunto) dei cambiamenti climatici.

Ripeto, non so a quali consiglieri climatici si siano rivolti alle Nazioni Unite. Forse avrebbero potuto ascoltare quelli che dalle pagine di Science oggi fanno sapere che la correlazione tra l’occorrenza di episodi de La Niña e eventi siccitosi nell’Africa orientale è altissima e resiste da più di 20.000 anni, ovvero sin dove è stato possibile tornare indietro nel tempo studiando le sedimentazioni del lago Challa (qui, su Le Scienze trovate un sunto dell’articolo).

Ora i buoi (quelli che nel frattempo non sono morti di fame e di sete) sono scappati. E con un indice ENSO diretto ancora una volta in territorio negativo, ovvero con La Niña che pare proprio tornerà a dominare l’area equatoriale del Pacifico spingendo i suoi effetti fin sull’Oceano Indiano e quindi in Africa Orientale, che si fa? Pensiamo al Global Warming o ci svegliamo definitivamente dal torpore?

Mentre aspettiamo fiduciosi che suoni la sveglia ascoltiamo della buona musica salva-coscienze. Puntuale come un orologio svizzero, è infatti arrivata l’iniziativa mediatica di respiro globale, il classico concertone che per essere al passo sui tempi imperverserà solo sul web. Per carità, ognuno fa quel che può, ma al di là del rumore peraltro gradevole, non sembra che questo genere di iniziative, lanciate per la prima volta nel 1984 (oltre un quarto di secolo fa) abbiano sortito molti risultati.

Un articolo interessante sulle Science News della NASA. Il maltempo che ha flagellato gli Stati Uniti negli ultimi mesi, dalle nevicate storiche (peraltro non ancora esauritesi), agli allagamenti dovuto anche allo scioglimento di tutta quella neve, ai frequenti e devastanti tornado che hanno flagellato gli stati centrali, non si può imputare nè al Niño (che latita da un bel po’), né alla Niña, che si è fatta vedere piuttosto bene ma si è dissipata nei primi mesi dell’anno.

I due fratellini, ma ora scopriamo che ce n’è un terzo, si danno il cambio a decidere dove deve andare l’acqua più calda del Pacifico equatoriale, decidendo quindi anche dove spostare gran parte dell’energia disponibile. In assenza di entrambi un grande classico, il terzo gode. Sicché la presenza de La Nada, ovvero condizioni praticamente neutre, ha consentito al getto polare (l’intensa corrente in quota che detta il cammino delle perturbazioni) di gironzolare per gli States, né troppo a sud, come avrebbe potuto essere con una Niña più forte, né abbastanza a nord, come accade in presenza del Niño.

Solo e soltanto meteorologia quindi, nel più sacrosanto rispetto della massima “il tempo non è il clima”, con una chiosa che finalmente restituisce il piacere di leggere questo genere di analisi:

E naturalmente c’è la domanda da un milione di dollari: “Qualche ricerca punta nella direzione del cambiamento climatico come causa di tutto questo tempaccio?”

“Il riscaldamento globale sta certamente accadendo, asserisce Patzert, ma non possiamo escludere o incolpare il riscaldamento globale per la stagione dei tornado del 2011. Semplicemente non lo sappiamo…ancora.

Che succederà adesso? Per favore non dite “La Nada”.

Piaccia o no a chi presagisce un futuro climatico dominato dal riscaldamento e da un conseguente disfacimento climatico, pare che alcune evidenze geologiche dimostrino che un mondo più caldo – ammesso e non concesso che così sarà- non avrà un impatto sull’ENSO (El Niño Southern Oscillation). L’alternarsi ciclico ma irregolare del Niño e della Niña, rispettivamente le fasi calda e fredda delle temperature di superficie dell’Oceano Pacifico equatoriale, dovrebbe continuare così come l’esame di quanto accaduto in passato dimostra che ha sempre fatto. Sappiamo anche che queste oscillazioni avvengono in un contesto di variazioni di lungo periodo, più o meno trent’anni, che vedono la linea di demarcazione tra fase fredda e fase calda assumere valori diversi. Queste variazioni descrivono la PDO (Pacific Decadal Oscillation) e vedono una maggiore frequenza di situazioni di El Niño con PDO positiva (asticella più in alto per le temperature di superficie) e più frequenti La Niña con PDO negativa (tutto il bacino del Pacifico equatoriale più freddo).

Dal momento che si sta parlando della massa liquida più vasta del Pianeta, queste oscillazioni hanno un impatto decisivo su tutte le dinamiche del sistema. Non è un caso se i picchi di temperatura media superficiale globale siano arrivati tutti con forti condizioni di El Niño, come non lo è che le successive cadute della temperatura siano state associate con la sua sorellina dal carattere freddo. Come del resto decisivi sono gli impatti nel breve periodo, perché queste oscillazioni determinano lo spostamento della convezione della fascia tropicale – e quindi delle piogge- da una parte o l’altra dell’oceano, decretando alternativamente periodi di intensa siccità o piogge molto abbondanti per i paesi costieri. E infatti lo scorso autunno La Niña ha portato delle spaventose inondazioni nel nord-est dell’Australia, mentre i paesi del Sud Americano hanno sofferto un deficit delle precipitazioni.

Tutta questa premessa, aiuta a comprendere il fatto che uno stato di El Niño permanente, come ventilato dall’ipotesi della deriva catastrofica del clima, sarebbe una vera iattura. Però, come leggiamo da New Scientist, tutto questo non dovrebbe accadere.

Questo è il link: Pacific shouldn’t amplify climate change – New Scientist 26 maggio 2011

Dati paleoclimatici e recente attività di simulazione climatica confermano la persistenza delle fasi di oscillazione anche in periodi molto lontani dall’attuale, dei quali si immagina che lo stato termico del Pianeta fosse molto diverso, in particolare con temperature medie superficiali globali anche 3°C più alte dei nostri giorni. Attenzione però, c’è il rovescio della medaglia. Le oscillazioni potrebbero diventare più frequenti, innescando quindi più frequenti eventi estremi come quelli descritti brevemente poche righe fa.

E ti pareva! Mai che si possa stare un attimo tranquilli.

Vabbè, per adesso prendiamo per buono il debunking della teoria del Niño forever, peraltro già smentita dal fatto che queste cose le abbiamo sentite anche un paio di decenni fa in pieno ruggente riscaldamento globale, in cui guarda caso la PDO era in fase positiva. Con il ritorno della fase negativa, è tornata a prevalere una maggiore frequenza di Niñas, fatto che non piacerà per nulla agli australiani e ancor meno ai peruviani, ma che conferma la persistenza di questa alternanza.

Da questo pezzo su New Scientist e dalle ricerche da cui prende spunto, possiamo però tirar fuori un’altra lesson learned, anzi due.

In primis apprendiamo -ma lo sapevamo già- che ci sono state ere climatiche in cui su questo pazzo e stupendo pianeta faceva piuttosto caldo nonostante nessuno bruciasse nulla, ovvero nonostante non ci fosse alcun forcing antropico sul sistema climatico. Da quelle fasi, pare anche che il Pianeta ne sia uscito indenne raffreddandosi, cioè senza che abbia potuto prevalere il cosiddetto runaway effect, cioè un effetto di riscaldamento inarrestabile innescato dai gas serra antropici e perpetuato dal vapore acqueo risultante da una più abbondante evaporazione dalle superfici oceaniche. Se la Terra non si è fritta all’epoca partendo da temperature anche più elevate, perché dovrebbe farlo ora?

Seconda lezione. Le inondazioni arrivate quest’anno in Australia – ma anche questo si sapeva già- sono direttamente connesse con la fase negativa dell’ENSO, cioè con la Niña. Ragion per cui, attribuirne l’intensità, peraltro purtroppo già vista svariate altre volte, al disfacimento climatico da caldo, è puramente speculativo e scientificamente infondato.

Le popolazioni dell’America Latina, hanno battezzato la fase calda dell’ENSO come El Niño (il bambinello) perché pensavano arrivasse sempre nel periodo di Natale. Poi sono arrivati i termometri e si è capito che le cose non stanno proprio così. Perdonatemi la dissacrazione, ma pare che anche per chi è convinto che ci attenda un futuro climatico disastroso e che questo avvenga interamente per colpa nostra, non sarà sempre Natale. Niente El Niño forever, almeno per questa volta.

Chi non ha mai sentito parlare del Niño e della Niña? Probabilmente quasi nessuno. Fenomeni climatici di breve medio periodo tirati in ballo con ragione ogni volta che si affronta l’argomento clima. Un po’ meno celebre l’ENSO (El Niño Southern Oscillation) che li racchiude entrambi. Certamente meno noto l’indice MEI (Multivariate Enso Index), sempre riferito a questi eventi ma di piu’ recente introduzione.

Partiamo proprio da qui, da questo indice. Quando si parla di Niño o Niña, si fa normalmente riferimento alla temperatura di superficie dell’oceano Pacifico tropicale ed alla variazione della pressione atmosferica tra due stazioni poste sulle due sponde dell’oceano. Con l’indice MEI, si entra molto piu’ nel dettaglio, con un approccio più olistico, in quanto si prendono in considerazione più parametri: la pressione atmosferica, le componenti zonale e meridiana (cioè lungo i paralleli e lungo i meridiani) del vento superficiale, la temperatura di superficie, la temperatura dell’aria e la copertura nuvolosa. Il dataset di riferimento è l’ICOADS (International Comprehensive Ocean Atmosphere Dataset), sviluppato dall’università di Boulder in Colorado. Le oscillazioni positive e negative di questo indice rappresentano rispettivamente le fasi calde (Niño) e fredde (Niña) delle condizioni climatiche dell’area del Pacifico tropicale.

Ormai più di un anno fa è stato pubblicato su Springer un lavoro di alcuni ricercatori italiani (Mazzarella et al., 2009), in cui attraverso delle elaborazioni statistiche dei dati dell’indice MEI, è stata individuata una interessante ciclicità nelle oscillazioni dell’ENSO, due armoniche di 26 e 60 mesi, con un livello di confidenza statistica del 99%, con le quali si riesce a dar conto di circa il 25% della variabilità totale dell’insorgere di questi eventi.

La prima di queste armoniche, la più breve, potrebbe indicare una certa correlazione con un altro fenomeno climatico con simile periodo di oscillazione, la QBO (Quasi Biennal Oscillation), ovvero i venti stratosferici tipici delle zone tropicali. Ma la parte più interessante, è forse l’individuazione per la prima volta di una ciclicità su base quinquennale delle variazioni dell’ENSO, pur in presenza di molti altri fattori di forcing che rendono comunque queste oscillazioni predicibili esclusivamente per via probabilistica.

Nel verificare le capacità predittive di questa ciclicità quinquennale nel passato, si scopre che molti – ove non tutti- gli eventi di Niño e Niña di una certa rilevanza si sono verificati in corrispondenza di picchi di massimo e minimo del ciclo quinquennale. Ne deriva che l’occorrenza di questi picchi è quantomeno condizione necessaria seppur non sufficiente per l’insorgere di ampie oscillazioni positive e negative dell’indice ENSO, ovvero del verificarsi di eventi di Niño e Niña di particolare intensità. Questo lavoro, la cui analisi termina al 2008, aveva in effetti individuato con buona approssimazione l’insorgere della Nina verso la metà del 2010 e prospetta un evento di segno opposto per i primi mesi del 2013 e uno di segno concorde per il 2015.

Aree più direttamente interessate da El Niño

Dal momento che le teleconnessioni (condizioni climatiche e meteorologiche da essi causate riassunte nell’immagine sopra) di questi eventi sono abbastanza note, questi spunti potrebbero essere utili per azioni di adattamento di breve medio periodo. Ma il problema non è soltanto climatico o atmosferico, bensì assume tratti che hanno un forte impatto sociale ed economico. A far chiarezza almeno in parte su questi argomenti, interviene un altro recente lavoro dello stesso gruppo di ricercatori (Mazzarella et al., 2010) in cui si prende spunto da questa parziale predicibilità ciclica dell’Enso, investigandone la correlazione con le pandemie influenzali. Ne viene fuori che otto ben documentate pandemie influenzali hanno iniziato a diffondersi in concomitanza di condizioni di El Niño di forte intensità o di media intensità ma lunga durata. Le condizioni climatiche tipiche di questo genere di eventi renderebbero infatti le popolazioni dell’area asiatica più vulnerabili allo sviluppo ed alla diffusione dei virus, i quali non sono generalmente originati da mutazioni di altri ceppi, ma dalla mescolanza di ceppi di origine umana, aviaria o comunque animale.

Anche in questo caso, l’occorrenza di condizioni di El Niño non è necessariamente associata allo sviluppo di pandemie, ma la correlazione individuata in questo lavoro, suggerirebbe comunque di non sottostimare l’eventualità che si verifichi effettivamente un altro evento di ENSO fortemente positivo nel prossimo 2013.