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IPCC e Nature: Titoli che passione!

Definizione di “weird”:

  1. Di, riferito a, o che suggerisce qualcosa di preternaturale o sovrannaturale;
  2. Di un particolarmente strano o inusuale personaggio; strano;
  3. Arcaico, di, o riferito al fato o alle Parche.

Così titola Nature il suo commento a caldo allo Special Report IPCC (SPM SREX) sugli eventi estremi uscito nella sola forma di Summary for Policy Makers venerdì scorso:

[blockquote]Climate panel says prepare for weird weather

Despite uncertainties, the IPCC warns that climate change will bring more extreme weather.[/blockquote]

Ma prima di procedere proviamo a capire. Perché usare un aggettivo come quello?

Prima definizione. Se il tempo, che non è il clima ma per Nature fa lo stesso, dovesse essere preternaturale, vorrebbe dire che la sua evoluzione ha una spiegazione razionale ma non se ne conoscono i meccanismi. Non mi parrebbe un gran che come definizione, specialmente in tempi di grandi progressi nelle previsioni a breve e media scadenza. Previsioni che notoriamente non si fanno con i dadi. Se invece dovesse essere un tipo di tempo sovrannaturale si potrebbe pensare a qualche rivisitazione di antichi riti propiziatori ma non ce la vedo l’élite della scienza del clima a ballare emettendo lamenti intorno a un Totem.

Seconda definizione. Tipicamente riferita alla cinematografia, nella fattispecie potrebbe far tornare in mente le fiction, format di gran moda ultimamente, genere a cui i più accaniti sostenitori e divulgatori della catastrofe climatica hanno attinto a piene mani con risultati eccellenti dal punto di vista cinematografico ma ridicoli in termini scientifici. Vedi An Inconvenient Truth di Al Gore per credere.

Terza definizione. Qui si entra nella religione vera e propria, magari nel culto della Dea Gaia. Ancora una volta poco attinente alla pratica scientifica ma certamente suggestiva, perché le Parche stabilivano il destino degli uomini. Un destino nel caso ovviamente oscuro.

Insomma, non sembra che Nature, che incidentalmente è la rivista scientifica più accreditata del mondo, abbia reso un gran servigio all’IPCC ed alla sua ultima fatica.

Tranquilli però, nel corpo dell’articolo si dice tutt’altro. Cioè si spiega, e non avrebbe potuto essere altrimenti, che a parte un livello di confidenza decisamente elevato (virtually certain) che il prossimo futuro potrà vedere picchi di caldo più frequenti e picchi di freddo più rari,  circa l’impatto che questo potrebbe avere sull’intensità e la frequenza di occorrenza degli eventi estremi in termini di piogge, alluvioni, cicloni tropicali, tornado et similia, è buio. Cioè non si sa se saranno di più o di meno. Più probabilmente, visto che si ipotizza anche che per le prossime due/tre decadi il segnale della variabilità naturale non sarà distinguibile o sarà più evidente di quello generato dalla componente antropica dei cambiamenti climatici, gli eventi estremi saranno quelli di sempre. Senza escludere una particina anche per i cambiamenti climatici, ovviamente [Precisazione obbligata dal momento che rispetto al draft di cui abbiamo parlato qualche giorno fa questa menzione speciale per il climate change è stata aggiunta in sede di accordo politico, cancellando il precedente riferimento alle alluvioni e ai cicloni tropicali contenuto nella stessa frase].

E qui, finalmente capiamo l’uso dell’aggettivo “weird”. L’accezione, nella fattispecie è: bizzarro. Quello cioè che il tempo è stato più o meno negli ultimi quatto miliardi e mezzo di anni. Per cui, nonostante un martellamento continuo di forcing antropico che dura/durerebbe da un secolo e mezzo, il tempo non è cambiato, non cambia e non cambierà. E allora, di che genere di cambiamento staremmo parlando?

Lo scopriremo, forse, quando ci sarà fatto l’onore di poter leggere il report vero e proprio, che non sarà pronto prima dell’inizio dell’anno nuovo. La pratica dell’IPCC di fare annunci significativi ben prima di fornire l’evidenza degli stessi è infatti nota, e anche stavolta è stata rispettata. Ora i media si affretteranno a descrivere/commentare solo quello che è stato deciso che si possa sapere. Per il resto, che puntualmente nessuno leggerà, men che meno i policy makers, bisogna aver pazienza.

Ma, questo SPM, è anche qualcosa di diverso da un assessment sullo stato dell’arte della ricerca scientifica sugli eventi estremi. E’ anche un lavoro dove si affronta il tema della necessità di mettere in sicurezza beni e persone dall’occorrenza degli stessi. Sacrosanto direi, ma con riserva. Leggiamo infatti che si pone grande attenzione ai danni – quindi alla perdita di beni materiali – specificando che con essi pare che i cambiamenti climatici abbiano poco a che fare. Il problema è soprattutto nell’aumento dell’esposizione al rischio. Chi l’avrebbe mai detto. Leggiamo anche che il problema riguarda soprattutto i paesi poveri e quelli in via di sviluppo, dove questa esposizione è ovviamente superiore. Si citano così percentuali significative: il 95% della perdita di vite umane a causa di disastri naturali riguarda proprio quella vasta porzione di mondo che se la passa male. A parte il fatto che non è dato sapere perché in un report che affronta il tema degli eventi atmosferici estremi in tema di clima che cambia si includano nel conteggio anche le vittime di eventi geofisici, forse i policy makers dovrebbero essere informati anche del fatto che in valore assoluto le perdite di vite umane sono – per fortuna ma non credo solo per quello – letteralmente crollate mentre il clima cambiava, le temperature salivano e l’anidride carbonica pure.

[image align=”center”]http://www.climatemonitor.it/wp-content/uploads/2011/11/goklany_srex1.png[/image]

Ma, siamo certi che questi ‘dettagli’ saranno opportunamente sviscerati nel report vero e proprio. Per adesso, prendiamo atto del fatto che alla luce delle migliaia di pubblicazioni scientifiche disponibili sull’argomento, tanto si rappresenta al mondo, per opportuna informazione e per le azioni di competenza:

[blockquote]”Le proiezioni di cambiamento negli stremi climatici generalmente non divergono in funzione di differenti scenari di emissione nelle prossime due o tre decadi, ma questi segnali sono relativamente piccoli rispetto alla naturale variabilità climatica su questo lasso temporale. In questo lasso di tempo sono incerte anche le proiezioni di cambiamento in alcuni estremi climatici.”[/blockquote]

Alla faccia del disfacimento climatico, delle tempeste dei nipoti di Hansen, dei novantanove mesi, del’ultima occasione per porre rimedio. Il torpedone del disastro climatico ha finito il carburante. Tutti i catastrofisti sono pregati di scendere o di adeguarsi. Azione quest’ultima, alla quale assisteremo con grande soddisfazione.

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Published inAttualitàNews

Un commento

  1. donato

    Per i prossimi 20-30 anni, quindi, solo variabilità climatica naturale. La notizia, in se, mi fa molto piacere in quanto fino al 2050 circa non dovrò più preoccuparmi di uragani, alluvioni e via cantando. Ciò che è è già stato, ciò che accadrà è già accaduto, niente di nuovo sotto il sole. Dopo il 2032-2042, purtroppo per me, credo che non avrò da preoccuparmi per niente visto che, a ottanta anni suonati (sperando di arrivarci in buona salute), l’unica cosa di cui dovrò preoccuparmi è di arrivare vivo al giorno dopo (preoccupazioni di tipo quotidiano, quindi). Troppo egoista? Forse, ma dopo vent’anni di allarmi climatici credo sia il minimo.
    Che dire, non ho parole: in cinque anni è cambiato il mondo! Nel report del 2077 l’armageddon climatico era alle porte, oggi sembrerebbe di no.
    In ogni caso è una splendida notizia.
    Ciao, Donato.

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