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Climategate 2.0, regola numero 1: Divergere in privato, convergere in pubblico

Versione moderna dell’antico detto: i panni sporchi si lavano in famiglia. Quando si tratta di scienza però, specie se di scienza del clima, quella famiglia siamo tutti noi, perché da una non meglio specificata convergenza, ovvero da un consenso scientifico del tutto fittizio, sono scaturiti fior di provvedimenti – e altri si progetta di farne scaturire – che condizionano non poco le nostre vite.

Qualcuno ricorderà che alcuni mesi fa abbiamo parlato su queste pagine di “divergenza”, cioè di quello strano effetto per cui le temperature ricavate dai dati di prossimità degli anelli di accrescimento degli alberi e quelle misurate con il termometro smettono di andare d’accordo. Qualcun altro ricorderà anche che per evitare che questo si notasse nelle ricostruzioni di temperatura, alcuni dataset di dati proxy vennero esclusi dalle ricostruzioni e opportunamente sostituiti con i dati osservati, commettendo così un errore doppio: a) non tener conto che quel disaccordo invalidava potenzialmente anche i dati proxy non verificabili con le osservazioni, b) confrontare le mele con le pere, cioè mettere sullo stesso livello di attendibilità i dati proxy e quelli osservati.

Tutti quelli che si sono permessi di sollevare queste eccezioni sono stati presi a male parole dai sapientoni del clima. Il termine ‘denier’ cioè negazionista è stato il complimento più benevolo.

Adesso, leggendo una delle migliaia di mail che si scambiavano i pubblici convergenti, scopriamo che in privato divergevano eccome. Peccato che di questo nessuno sia mai stato informato, tanto meno i famosi policy makers, chiamati a frotte ad ammirare i grafici della ricostruzione delle temperature costruiti ignorando, anzi, nascondendo il problema della divergenza. Chi scrive è Richard Alley, Lead Author dell’IPCC (mail 3234.txt).

[blockquote]

Prendendo i recenti dati strumentali e le serie degli anelli degli alberi e incollandoli insieme si ottiene un’immagine drammatica, con una confidenza piuttosto elevata che i tempi recenti siano anomalmente caldi. Prendendo soltanto i dati degli anelli degli alberi e omettendo i dati strumentali si ottiene un’immagine meno drammatica e una confidenza più bassa che le recenti temperature siano anomale.

[…]

Finché il “problema della divergenza” non potrà essere attendibilmente ascrivibile a cause che non erano attive mille anni fa, il paragone tra gli anelli di accrescimento di mille anni fa e i dati strumentali delle ultime decadi non sembrano essere giustificate, e il livello di confidenza nella natura anomala del recente riscaldamento si abbassa.[/blockquote]

Quanto segue è quello che è poi stato scritto in un apposito box che esaltava il messaggio nel Summary for Policy makers (Alley Lead Author…)
[success]
Palaeoclimatic information supports the interpretation that the warmth of the last half century is unusual in at least the previous 1,300 years. The last time the polar regions were significantly warmer than present for an extended period (about 125,000 years ago), reductions in polar ice volume led to 4 to 6 m of sea level rise. {6.4, 6.6}

Le informazioni paleoclimatiche supportano l’interpretazione che il riscaldamento dell’ultimo mezzo secolo sia inusuale almeno per quel che riguarda gli ultimi 1.300 anni. L’ultima volta che le regioni polari sono state significativamente più calde di adesso per un lungo periodo (circa 125.000 anni fa), la riduzione di del volume del ghiaccio portò ad un innalzamento del mare da 4 a 6 metri.
[/success]
Niente male per uno che nel marzo del 2006 (quando il report e l’SPM erano in preparazione), riteneva che paragonare i dati paleoclimatici di mille anni fa alle temperature attuali non fosse scientificamente giustificabile.

Che spettacolo!

Addendum

Sempre in tema di divergenza, con più di un pizzico di ‘hide the decline’ (cioè nascondi il declino delle temperature), Steve McIntyre ha appena pubblicato un nuovo post in cui documenta che il taglio alle serie proxy non gradite e il famoso colpo di spugna alla divergenza è avvenuto su dati a partire dal 1940. Aggiungendo anche quelli gli anelli di una delle serie opportunamente troncata fanno precipitare le temperature. Un’opera d’arte.

Nell’immagine sotto la serie in questione è quella arancione. Nell’immagine pubblicata il ‘taglio’ è avvenuto subito prima dell’apice della parabola.

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Published inAttualità

2 Comments

  1. donato

    A proposito di elaborazioni statistiche di serie di temperature, qualche giorno fa, mentre gironzolavo nel sito di J. Curry, la mia attenzione è stata attratta da un link
    (http://judithcurry.com/2011/11/07/two-new-papers-vs-best/)
    che rimandava a due articoli pubblicati su arxiv.org. I due lavori, contraddistinti dalla sigla LU (http://arxiv.org/PS_cache/arxiv/pdf/1110/1110.1841v1.pdf)
    ed LL
    (http://www.eike-klima-energie.eu/uploads/media/How_natural.pdf )
    portano la firma del prof. H.J. Lüdecke, del Prof. F.K. Ewert e del Dr. R. Link.
    Essi riguardano l’analisi di alcune serie di temperature che coprono un arco di circa duemila anni. In particolare il lavoro LU copre il periodo di duemila anni fino agli inizi del 20° secolo e quello LL, invece, ha analizzato i dati relativi al secolo scorso.
    LU ha utilizzato due serie di dati proxy (anelli di accrescimento degli alberi e stalattiti) elaborando circa 35000 record di dati ed ottenendo una curva delle temperature globali. Fino a qui niente di nuovo: un’elaborazione di dati proxy come tante. Il fatto importante è che dopo il 1791 si è individuato un calo delle temperature nell’emisfero settentrionale che non era mai stato messo in evidenza nelle altre analisi. Per la prima volta i dati proxy riescono a mettere in evidenza ciò che le serie strumentali a lungo termine (Innsbruck, Kremsmünster, Stoccolma e Copenhagen) avevano sempre mostrato. Le conclusioni dello studio, comunque, non possono essere estrapolate anche all’emisfero australe in quanto i dati relativi a queste aree non sono disponibili.
    LL, invece, ha esaminato gli oltre 7000 record dei dati GISS a partire dal 1906 e fino al 2005. Gli autori hanno preso in esame le serie di dati che presentano lacune non superiori al 10,5% del totale. Effettuata tale selezione sono riusciti a recuperare 2249 record affidabili e quasi continui caratterizzati da registrazioni mediate con cadenza mensile (necessarie per la particolare tecnica di analisi statistica utilizzata). Essi riguardano 1129 stazioni per il periodo 1906-2005 (100 anni), 427 stazioni per il periodo 1906-1955 (50 anni), e 693 stazioni per il periodo 1956-2005 (50 anni).
    Lo studio consente di verificare che la maggior parte delle stazioni rileva un aumento di temperatura nel periodo 1906/2005 di circa 0,58°C, e che circa un quarto delle stazioni evidenzia addirittura un raffreddamento.
    Se si considera il periodo 1906-1955, addirittura si ha una media negativa (raffreddamento).
    Nel leggere l’articolo, due cose che mi hanno sorpreso:
    – il riscaldamento misurato nel corso del 20° secolo si riduce a 0,52°C se si considerano solo le stazioni ubicate in centri urbani con meno di 1000 abitanti (chiara evidenza dell’effetto UHI);
    – tale riscaldamento si riduce a 0,42°C se si considerano solo le stazioni posizionate a meno di 800 m s.l.m.
    I due studi hanno suscitato un vero e proprio vespaio (oltre 2000 commenti) e grosse polemiche.
    Particolarmente violenta quella di Richard Tol. Egli definisce non degni di pubblicazione i due articoli in quanto le metodologie statistiche utilizzate (analisi delle fluttuazioni) non sono idonee ad eseguire analisi su trend variabili come le temperature. Supporre per le temperature trend lineari comporta, secondo R. Tol, l’impossibilità di eseguire valutazioni in termini di persistenza per cui tutte le conclusioni cui giungono i tre ricercatori sarebbero fasulle. Altra critica riguarda il periodo temporale preso in esame: cento anni sono troppo pochi per un’analisi statistica basata sulla persistenza. http://judithcurry.com/2011/11/08/tols-critique-of-the-ludecke-et-al-papers/
    Ovviamente gli autori dei due articoli hanno ribattuto punto per punto.
    Come si vede la saga continua: errori e poi ancora errori e poi ancora altri errori. Da una parte e dall’altra. Su tutti questi errori bisognerebbe impostare le politiche di mitigazione. Mah!
    Ciao, Donato

    Reply
    Donato, ho intenzione di pubblicare la versione estesa di questo commento.
    Scrivi all’indirizzo di contatto del blog.
    gg

    • donato

      Guido ho provato a scrivere di queste cose sotto forma di post. Ho anche inviato la bozza. Ho incontrato, però, diversi problemi. Utilizzando il “contattaci” in fondo alla pagina mi richiede il fields. Utilizzando il “Contact Us” della barra dei menù richiede fields ed altre opzioni. Non so se ho operato in modo opportuno. Per risponderti ho usato in modo improprio lo spazio dei commenti. Gradirei conoscere la procedura corretta per inviare eventuali bozze. Se la cosa non è troppo di peso ti sarei grato se, tramite la mia mail, potessi colmare queste evidenti lacune (mie, ovviamente).
      Ciao, Donato.

      Ciao, non voglio sovrappormi a Guido, ma rispondo sulla mia parte: i modi corretti per comunicare con noi sono sicuramente quelli da te citati. Vi sono alcuni campi obbligatori nei form da compilare, comunque ora proverò a semplificarli un po’. Nel frattempo invia la tua mail a info[at]climatemonitor.it in modo tale da fornirci il tuo contatto funzionante. Grazie per la collaborazione.

      Claudio Gravina

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