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Antartide e Global Warming: il mistero continua

Un mondo sempre più caldo prevede che ci sia sempre meno ghiaccio. Se guardiamo a nord questa equazione torna, i ghiacci artici hanno subito una consistente diminuzione, i ghiacciai montani anche e le coste della Groenlandia seguono a ruota. Se guardiamo a sud l’equazione non torna. A sud c’è l’Antartide, un intero continente di ghiaccio. Terra coperta da chilometri di ghiaccio antichissimo, mare che lo circonda la cui superficie ghiacciata aumenta da quando la si misura per mezzo dei satelliti.

Non molto tempo fa abbiamo pubblicato un breve reminder della somma totale dell’estensione del ghiaccio marino sul Pianeta. Allora il bilancio era leggermente positivo, ora è tornato ad essere negativo, soprattutto perché l’Artico sta pagando pegno all’irruzione di aria calda alle alte latitudini che ha innescato la discesa del gelo sull’Europa orientale. In uno dei commenti un lettore ci ha fatto notare che avremmo dovuto parlare di volume più che di estensione. Nella fattispecie si parlava di albedo e bilancio radiativo, per cui il volume c’entrava poco o niente, in quanto la radiazione viene riflessa dalla superficie. Però è giusto affrontare anche questo argomento, e lo spunto lo riceviamo dalla pubblicazione di un articolo sul GRL:

Insignificant change in Antarctic snowmelt volume since 1979 – GRL, Munneke et al., 2012
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Abstract

Lo scioglimento della neve di superficie è molto diffuso sulle coste dell’Antartide. I sensori a microonde installati sui satelliti hanno osservato le zone e i tempi di fusione per oltre tre decenni. Tuttavia, queste osservazioni non rivelano il volume totale di scioglimento prodotto sul ghiaccio. Si presenta qui una climatologia dello scioglimento antartico per il periodo 1979-2010, ottenuta utilizzando un modello climatico regionale equipaggiato con la fisica realistica della neve. S trova che la media su scala continentale del volume di acqua di fusione (1979-2010) ammonta a 89 Gt y-1 con grande variabilità interannuale (σ = 41 Gt y-1). Di questo importo, 57 Gt y-1 (64%) è prodotta sulle piattaforme di ghiaccio galleggianti che si estendono dalla coltre di ghiaccio a terra, e 71 Gt y-1 nell’Antartide occidentale, compresa la Penisola Antartica. Non si trovano trend statisticamente significativi in entrambi i volumi di scioglimento su scala continentale o regionale per i 31-anni 1979-2010.
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Elementi salienti

  • Il volume di acqua di fusione in Antertide non è cambiato in modo significativo negli ultimi 30 anni.
  • Il volume medio annuale dell’acqua di fusione è stimato in 89Gt/anno
  • La stabilità di lungo periodo dell’Ice Shelf è determinata da processi differenti da quelli atmosferici.

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Il volume dell’acqua di fusione è particolarmente importante in quanto contribuisce in modo significativo alla stabilità dei ghiacci che dall’interno del continente si gettano nel mare, finendo, se indeboliti, per staccarsi dai ghiacciai e allontanarsi in forma di iceberg. Inoltre le misurazioni altimetriche dei sensori satellitari sono imprecise a causa di scarsa conoscenza delle densità della neve perenne. Comprendere quanta acqua di fusione sia disponibile per questi processi è quindi di particolare importanza, tenendo conto che dai satelliti è possibile misurare esclusivamente se c’è scioglimento in atto oppure no. Al riguardo, infatti, per avere un’idea della diffusione spaziale del fenomeno si utilizza un indice che rappresenta la totalità dell’area interessata da scioglimento (Cumulative Melting Surface – CMS).

Questo indice è ricavabile anche dalla simulazione, in modo da avere dati direttamente paragonabili con le osservazioni. Dal momento che la correlazione tra l’indice CMS derivato dal modello e il volume di acqua di fusione sempre derivato dal modello è elevata, si può provare a determinare la quantità di acqua di fusione correlata all’indice CMS osservato. E il risultato è che, nonostante una molto ampia variabilità interannuale, nel periodo in cui sono disponibili osservazioni oggettive, il volume dell’acqua di scioglimento non ha subito variazioni statisticamente significative, né a livello regionale, ovvero nelle diverse regioni in cui è stato diviso il continente in questo studio, né a livello continentale, mentre, riducendo il periodo (1989-2010) il trend diventa negativo e statisticamente significativo.

Fig_2 - Munneke et al. 2012

E’ tuttavia noto che gli episodi di significative rotture delle lingue di ghiaccio che si gettano nel mare, sono aumentati nel corso delle ultime decadi, come è noto che queste rotture sono precedute da un processo di indebolimento piuttosto rapido, con cui coincide la formazione di molta acqua di fusione in superficie. L’assenza di un trend nel volume di acqua di fusione però, che coincide anche con trend scarsamente significativi delle temperature, esclude la possibilità che siano gli agenti atmosferici di lungo periodo a determinare queste rotture, evidentemente forzate da altri fattori probabilmente relativi alla componente oceanica cui contibuisce il fattore atmosferico soltanto nel breve periodo.

Sicché, non tutti i modelli vengono per nuocere, verrebbe da dire. Tuttavia, sempre di modelli si tratta, dei quali però si fa l’uso forse più appropriato, simulazione ai fini della comprensione dei meccanismi e validazione delle osservazioni. Per una volta, nessuna previsione, almeno non in questo studio.

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Published inAttualitàClimatologia

Un commento

  1. donato

    Mi sembra che questo sia l’uso più appropriato dei modelli matematici. I risultati dei modelli di simulazione, invece, mi preoccupano non poco. Su “Le Scienze” di gennaio è stato pubblicato un interessante articolo che analizza la crisi finanziaria del 2008. Grossa parte della responsabilità (non esclusiva, però) deve essere ricercata nei modelli matematici utilizzati per la simulazione del rischio dei vari investimenti. Gli economisti erano consapevoli della compessità del fenomeno che i modelli simulavano, però, consideravano del tutto affidabili i risultati (consenso massimo, ovviamente 🙂 ). A nessuno veniva in mente che la realtà potesse essere leggermente diversa dagli scenari delineati dai modelli e tutti gli investimenti venivano decisi in base agli esiti delle loro corse. Sembra, però, che questi modelli non tenessero conto di una (!) variabile (la circostanza che si verificasse una vendita in massa di titoli finanziari conseguente alla decisione politica di non salvare due grosse banche d’affari americane intossicate dai derivati dei mutui sub-prime, frutto di altri modelli matematici) per cui tutti le probabilità di rischio dei vari investimenti furono enormemente sottovalutate. Il risultato? E’ sotto gli occhi di tutti. La morale? La matematica è inadeguata a rappresentare la realtà complessa dei mercati finanziari!
    Domanda (retorica): se succedesse lo stesso per i GCM (sottovalutare o trascurare una variabile) e si utilizzassero i risultati per implementare opportune politiche di mitigazione, quale sarebbe il risultato?
    Non oso immaginarlo.
    Ciao, Donato.

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