Ma che caldo [non] fa

Posted on 4 marzo 2012
Articolo di

Il bello di far previsioni non è scoprire di aver ragione. Né capire di aver sbagliato si deve intendere come un fallimento, a patto che la previsione, come deve essere sempre, sia la migliore possibile. A patto cioè che per formularla si sia tenuto conto di tutte le informazioni disponibili. E’ per questo che le previsioni si aggiornano continuamente, perché si rendono disponibili nuove e più ‘fresche’ informazioni. Ma nessuna previsione, buona o cattiva che sia, può prescindere dalla verifica.

ll clima, ovvero le previsioni climatiche, evidentemente fa eccezione. Le previsioni, una volta formulate, sebbene siano inverificabili, diventano pietre. E giù tutto il mondo – almeno così piacerebbe a molti – a orientarsi di conseguenza.

Nel 2007 – ma nel 2001 le cose non erano andate molto diversamente – l’IPCC, avvalendosi di una serie di diversi scenari di emissione messi a punto nel 2000 (aggiornati solo l’anno scorso e rinominati Representative Concentration Pathways), ha formulato delle previsioni di inevitabile aumento delle temperature medie superficiali globali in persistenza del presunto forcing da CO2. Il range di possibile aumento è vasto, come del resto sono ampie le prospettive degli scenari. Tuttavia, uno scenario in particolare, quello ritenuto più ragionevole in termini di implementazione delle azioni di correzione necessarie a percorrerlo, prevede che la temperatura media superficiale globale possa crescere di 2°C rispetto al periodo pre-industriale entro il 2050. Questo limite è stato giudicato assai rischioso e quindi assolutamente da evitare.

Ma, anche il clima ha la sua burocrazia, i suoi tempi e le sue ovvie lungaggini. Per cui nel 2007, i dati disponibili per un eventuale confronto con le simulazioni si fermavano al 2005. Da allora sono trascorsi sei anni. Climaticamente non sono molti, ma è anche giusto ricordare che, sempre nel 4AR del 2007, il Working Group 1 aveva prodotto anche degli scenari prognostici di medio periodo. E’ con quelli che si deve paragonare la realtà. Facciamolo.

Però, mica male come verifica. Dal 2005 ad oggi, cioè a partire da quando non è stato più possibile ‘accordare’ le simulazioni con le osservazioni, le temperature medie superficiali globali, così come stimate dall’Hadley Centre, cioè da uno dei tre maggiori gestori di dataset, hanno preso una strada completamente diversa da quella prevista. Per dirla in termini statistici, da allora ad oggi, i valori osservati hanno occupato uno spazio che si discosta da 1 a 6 deviazioni standard da quelli che sarebbero dovuti arrivare secondo lo scenario più ottimistico. Sicché, pare che ad oggi si possa affermare che le previsioni dell’IPCC fossero sbagliate con un livello di confidenza statistica del 90%.

Domanda inevitabile: quelle formulate erano le migliori previsioni possibili? Sono state tenute nella giusta considerazione tutte le informazioni disponibili?

Dal punto di vista tecnico è probabile di sì. I modelli impegati certamente costituivano, e costituiscono tutt’ora, il meglio che abbiamo. Ma dal punto di vista concettuale probabilmente la risposta deve essere diversa. I modelli infatti, funzionano in relazione alle istruzioni che ricevono, e se queste sono deficitarie, per scarso livello di conoscenza scientifica nel migliore dei casi, o per deliberata esclusione di fattori che hanno certamente un ruolo nelle dinamiche del clima – leggere Sole per intenderci, ma si potrebbe anche parlare di aerosol naturali, di oscillazioni multidecadali dell’oceano etc etc – la previsione finisce per non essere la migliore possibile. Proprio come in questo caso.

Certo, a questo punto si potrebbe continuare per qualche ora a discutere sul concetto di ‘migliore’, nel senso che questo vocabolo assume significato in funzione dello scopo che ci si prefigge. Nella fattispecie, non pare che l’obbiettivo fosse quello di comprendere il funzionamento del sistema e prospettarne l’evoluzione. Per cui, scartata questa ipotesi, si accettano suggerimenti per eventuali alternantive.

Che questi suggerimenti arrivino o meno, però, credo che non si possa sfuggire più di tanto alla realtà di quella distanza tra osservazioni e previsioni che aumenta sempre di più. Quanto tempo ancora ci vorrà perché qualcuno ammetta di essersi sbagliato?

****************************

NB: da qui.

 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

6 Replies to "Ma che caldo [non] fa"

  • Fabrizio Giudici
    4 marzo 2012 (13:59)
    Reply

    Penso che il concetto di “miglior modello” si possa chiarire bene con qualche aneddoto. Se mi chiamo Lindbergh, mi trovo negli anni ’20, ho l’ambizione di trasvolare l’Atlantico e il “miglior” aereo che mi possono mettere a disposizione, che magari per l’epoca è un eccezionale pezzo di tecnologia, non offre che metà dell’autonomia di volo necessaria, be’, allora è meglio che mi dedichi ad altro, sennò finisco in pasto ai pesci; e quell’aereo non serve allo scopo, semmai può essere utile come base per progettarne uno migliore. Tenterò la trasvolata quando arriverà un aereo in grado di soddisfare i requisiti.

    Tradotto: quando il “miglior” modello climatico validato sperimentalmente sarà in grado di fare previsioni con margine di errore sufficientemente piccolo, allora potrà aver senso iniziare a parlare di controllo del clima (condizione necessaria, beninteso, ma non sufficiente). Finché il “miglior” modello sbaglia, gli scienziati rimangano alla lavagna per migliorarlo invece di pretendere di dettare l’agenda alla politica.

    • Guido Botteri
      4 marzo 2012 (20:21)
      Reply

      Giustissima osservazione.
      Parallela a questa è la pretesa di “avere una teoria” (e gli scettici no).
      Ricordate con quale arroganza ci veniva sbattuta in faccia ?
      Come se “avere una teoria” (in realtà: ancora una “ipotesi”) fosse equivalente ad avere ragione. Ma tra la teoria e la pratica, dice il proverbio….
      Non basta avere una teoria, ci vuole anche che questa teoria sia “vera”.
      Per la combustione il mainstream scientifico aveva la teoria del flogisto, sul quale c’era anche un grande consenso scientifico, eppure non bastò avere una teoria, per avere ragione, come dimostrò Lavoisier.
      Potrei citare centinaia di “teorie”, alcune sostenute dal consenso scientifico del tempo, che si sono rivelate sbagliate, come succederà, presago il cor mel dice (e anche il cervello, a dir la verità), a questa ipotesi dell’AGW. :-)
      I modelli meteorologici funzionano, ma non sono il Vangelo, e sono “merce deperibile”, nel senso che le migliori previsioni sono quelle “fresche, fresche”, e aggiornate.
      Già da questo dovrebbero nascere le perplessità sulle capacità divinatorie dei modelli climatici a cent’anni (cosa ben nota agli addetti ai lavori, tant’è che si parla di “scenari”…ma poi la gente comune capisce “previsioni”, anzi, qualcuno capisce “quasi certezze”). Il tempo non è il clima, come ci ricordano i catastrofisti ad ogni episodio freddo (mentre il tempo diventa clima quando gli episodi sono caldi :-) ), e così anche per le previsioni. Ci dicono che è tutt’altra cosa. Va bene, se è vero che sono tutt’altra cosa, perché vogliono avvantaggiarsi dei parziali, ma concreti successi della meteorologia ? Se il tempo non è il clima, la climatologia deve ancora appuntarsi (sue) medaglie al petto per i suoi successi, senza usare quelle della meteorologia.
      Secondo me.

      • Guido Botteri
        4 marzo 2012 (20:30)
        Reply

        ps
        per la precisione, nel frattempo anche alcuni scettici hanno incominciato a formulare varie teorie, aggiungendo, soprattutto, fattori importanti, come il Sole, i raggi cosmici, e via dicendo, trascurati dai modelli climatici.
        Anche i sostenitori dell’ipotesi AGW hanno dovuto avvicinarsi alle posizioni scettiche, per spiegare il fallimento delle loro previsioni bollenti, mettendo in mezzo dei feedback negativi, quali il buco dell’ozono (che se aumenta, tende a raffreddare il pianeta), gli aerosol, e via dicendo.
        Le posizioni scettiche e non scettiche attualmente sono, di fatto, un po’ più vicine, proprio perché gli scienziati del mainstream hanno parecchi problemi, rispetto alle previsioni della loro teoria, quali il calore mancante, la temperatura che non cresce più, i ghiacci birichini che non sono ancora scomparsi per sempre dall’Artico, e la neve che avrebbe dovuto essere solo un ricordo, sconosciuto ai bambini… e allora devono mettere in mezzo cose sostenute da anni dagli scettici. Solo che sono talmente bravi nel raccontare queste cose che sembra che siano idee loro, e che confermino la loro teoria.

  • franco zavatti
    5 marzo 2012 (06:03)
    Reply

    Qualche giorno fa ho scritto a un mio collega che chiunque avesse voluto fare giochini con l’AGW avrebbe prima dovuto dimostrare che Scafetta dice cose sbagliate. Lui mi ha mandato il link a questo sito dove qualcuno “dimostra” che Scafetta ha sbagliato, anche se lo dimostra con una quantità industriale di stupidaggini. Tra queste stupidaggini, accusa Scafetta di usare HADCRUT3 e di non sapere che avrebbe dovuto usare HADCRUT4. Allora non ci sono dubbi: il post di Guido (e il sito da cui deriva) è molto bello e interessante, ma soffre del problema di confrontarsi con HADCRUT3 e non con il 4!! A volte questi catastrofisti sono proprio patetici (altre volte disonesti e altre volte ancora,senza dubbio, in buona fede).

  • agrimensore g
    5 marzo 2012 (10:03)
    Reply

    Sono d’accordo con l’impostazione di questo articolo. Secondo me, i modelli sviluppati sono in effetti all’incirca i migliori possibili in base alle conoscenze del periodo in cui sono stati sviluppati. Il problema è che o non sono testati con la realtà successiva all’implementazione o il test non ha dato buoni risultati. Vedo un’ulteriore problema nel considerare i modelli a livello globale giacchè tendono a compensare sottostime (artico) con sovrastime (antardide) del riscaldamento globale. Sarebbero più convincenti se non dovessero effettuare queste macro-compensazioni per confrontarsi anche coi dati del passato. In conclusione mi sembra che al momento non si possa escludere che i modelli siano affetti da bias per omessa variabile (processo atmosferico ancora non ben conosciuto). Questo ovviamente non significa che siano da buttare, ma probabilmente da migliorare, eventualmente includendo qualche processo atmosferico approffondito di recente. Per quanto mi riguarda, l’errore concettuale è solo quello di ritenerli già molto affidabili.

    • Guido Guidi
      5 marzo 2012 (10:22)
      Reply

      Sulle sottostime e sovrastime in area polare pubblicheremo a breve una interessante analisi che dimostra quanto poco opportuno sia concentrare tutto il discorso sulle temperature che NON si possono misurare.
      gg


Got something to say?

Some html is OK