Un clima insensibile ma di gran moda

Un paio di settimane fa abbiamo parlato del nuovo paper pubblicato sulla rivista dell’AMS a firma di Nick Lewis sulla sensibilità climatica. Uno studio che va a collocarsi tra quelli che, specie negli ultimi tempi, sono orientati a descrivere il sistema climatico come scarsamente sensibile al forcing antropico. Per sensibilità climatica, lo ripetiamo per quanti non dovessero essere addentro al problema, si intende il riscaldamento atteso in ragione di un raddoppio della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera rispetto ai valori pre-industriali e scaturisce dalla somma del contributo diretto della CO2 più quello, amplificante o mitigante, di tutti i meccanismi (noti e non) che si metterebbero in moto in ragione di questo contributo. E’, di fatto, il tema centrale del dibattito sulle origini del riscaldamento globale e, soprattutto, sulla sua evoluzione.

 

A dimostrazione del fatto che la questione sia tutt’altro che conclusa, anche questo paper ha suscitato un vibrante dibattito nell’ambiente scientifico. La discussione si è accesa molto rapidamente, come ormai accade spesso da quando la rete si è popolata di ambienti di discussione cui contribuiscono anche molti autorevoli scienziati, segnando una volta di più dei punti in favore del libero scambio delle informazioni anche al di fuori dei normali canali delle pubblicazioni scientifiche.

 

 

Skeptical Science è  un sito web che, a dispetto del nome in verità adottato con precisa cognizione di causa, può essere considerato un autentico fortino del catastrofismo climatico. Logico quindi che proprio lì sia stato pubblicato subito un post dedicato a smontare la tesi di Nick Lewis intitolato “Sensibilità climatica, la sindrome del singolo studio, l’edizione di Nick Lewis“. L’intento, otre a contenuti vari che vi invito a leggere, è quello di mettere in guardia il pubblico dal subire il condizionamento di approcci al problema che escono fuori dalle convenzioni giungendo a risultati non supportati dal resto della letteratura scientifica disponibile.

 

Questo tende a richiamare all’ordine i lettori agitando per l’ennesima volta una bandiera del consenso ormai stracciata recando più danno che sostegno al processo scientifico, tentando di estromettere il destinatario della critica dal diritto all’espressione. Lewis è definito infatti un “outlier” (estraneo, caso speciale, isolato). I suoi numeri sarebbero quindi fuori contesto, specialmente se, come leggiamo su SkS, nel suo paper egli dichiara di aver conseguito dei risultati analoghi a quelli di altri recenti studi quando questi dicono in realtà altre cose. Al riguardo, sarebbero stati travisati i risultati di un paper in particolare, Aldrin et al., 2012, indicando di aver trovato una moda di 1,6°C nella distribuzione statistica dei dati.

 

Ora, l’IPCC, ha sempre riportato la sensibilità climatica con un range possibile (1,5-4°C) e un valore più altamente probabile (3°C). Come si nota facilmente, 3°C non è il valore medio, quanto piuttosto quello che nella distribuzione dei dati si presenta più frequentemente, cioè, la moda. In una distribuzione gaussiana normale media e moda coincidono, in una altamente deformata come la sensibilità climatica, spesso sono molto differenti. In Aldrin et al., è citato un valore medio di 2°C per la sensibilità climatica, non una moda, quindi nel suo paper non ci sono numeri simili a quelli di Lewis. Anche quei dati però hanno ovviamente una moda, che Lewis dice di aver ricavato dal grafico pubblicato. Beh, la moda della distribuzione dei dati di Aldrin et al., è pari a 1,6°C. Che coincidenza.

 

Pare dunque, nonostante quanto scritto su SkS, che gli outlier siano almeno due, a meno che, in barba a quanto fatto normalmente anche dall’IPCC e riconosciuto come pratica abituale, non si voglia per l’occasione paragonare la moda di Lewis alla media di Aldrin. A questo punto però, vale anche la pena tornare in testa a questo post e dare un’occhiata al grafico che Andrew Montford (Bishop Hill), ha pubblicato mettendo insieme i risultati conseguiti da questi e da altri due lavori di recente pubblicazione. Nel grafico, la moda dei dati è indicata con una linea rossa. Non solo la distribuzione dei dati di Lewis e Aldrin hanno un valore più frequente praticamente identico, ma ce ne sono anche altri molto prossimi, uno leggermente inferiore e uno leggermente superiore. Ad essere fuori “moda”, quindi, non è solo l’atteggiamento di SkS, cui tra l’altro siamo abituati, ma anche l’IPCC, la cui distribuzione statistica dei valori possibili per la sensibilità climatica è rappresentata dalla zona grigia.

 

Qui sotto, invece, un grafico che riassume le stime della sensibilità climatica di molte recenti pubblicazioni. Per dirla con la fonte dell’immagine, sembra proprio che il cielo non ci stia cadendo in testa con la velocità annunciata, nella fattispecie rappresentata dalle stime IPCC del FAR 2007 e dall’insieme dei modelli impiegati per il redigendo 5° report, sempre dell’IPCC.

 

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Ora, il dibattito sulla sensibilità climatica è acceso e aperto, ma molti degli studi più recenti indicano dei valori inferiori a quelli indicati nel report IPCC del 2007. Questo si chiama progresso della conoscenza, non mi pare proprio il caso di ignorarlo in nome del consenso, per quanto su SkS possano pensare il contrario.

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Author: Guido Guidi

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2 Comments

  1. Skeptical Science é un sito terrificante. Ho provato piu volte a leggerlo, il loro sistema degno di quello di una setta si basa sulla conrapposizione Scienza-Negazionismo. I contenuti e le risposte della “scienza” contro le opinioni del “negazionisti”. Eh si questo é lo stile, tutto quelle che viene detto a favore dell’AGW é scienza, poco importa se si tratti di aritcoli alla Mann o Marcott, sbriciolati dalla critica scientifica per loro stessa incostistena e falsità. Poco importa se le loro risposte e confutazioni ricorrono piu a metodi di persuasione psicologica piuttosto che a basi scientifiche ( leggre per credere). Tutto il resto é fuffa anzi negazionismo finanziato dai petrolieri, poco importa se a parlare contro l’AGW sia un ricercatore o professore universitario, un intero dipartimento, una pubblicazione “peer review”,dei dati reali (vs modelli previsionali).
    A parte il disgusto questo dovrebbe far riflettere sulla deriva di una parte del mondo scientifico e della divulgazione scientifica, altrimenti tra qualche anno ci triveremo con orde di fanantici che si definiranno scienziati egruppi di scienziati che rischieranno l’inquisizione alla moda galileiana.

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  2. Premesso che il termine “negazionista” è così legato al dibattito su fatti storici ben precisi che dovrebbe essere usato solo per quello, è davvero assurdo riciclarlo su chi ha dei dubbi sulla stima della sensibilità del clima. Significa essere ignoranti circa i vari e recenti lavori sul tema.

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  1. Il ruolo della CO2 e degli altri gas serra - [...] visto che questo valore non è noto con accuratezza e prova scientifica, di cosa stai parlando?? Un…

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