Climate Lab – Fatti e Dati in Materia di Clima

Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, poco dopo la fine della COP21 di Parigi, abbiamo messo a punto un documento pubblicato nella sua interezza (e scaricabile qui in vari formati) con il titolo “Nullius in Verba, fatti e dati in materia di clima”. L’idea è nata dall’esigenza di far chiarezza, ove possibile e nei limiti dell’attuale conoscenza e letteratura disponibili, in un settore dove l’informazione sembra si possa fare solo per proclami, quasi sempre catastrofici.

Un post però, per quanto approfondito e per quanto sempre disponibile per la lettura, soffre dei difetti di tutte le cose pubblicate nel flusso del blog, cioè, invecchia in fretta. Per tener vivo un argomento, è invece necessario aggiornarlo di continuo, espanderlo, dibatterle, ove necessario, anche cambiarlo. Così è nato Climate Lab, un insieme di pagine raggiungibile anche da un widget in home page e dal menù principale del blog. Ad ognuna di queste pagine, che potranno e dovranno crescere di volume e di numero, sarà dedicato inizialmente uno dei temi affrontati nel post originario. Il tempo poi, e la disponibilità di quanti animano la nostra piccola comunità, ci diranno dove andare.

Tutto questo, per mettere a disposizione dei lettori un punto di riferimento dove andare a cercare un chiarimento, una spiegazione o l’ultimo aggiornamento sugli argomenti salienti del mondo del clima. Qui sotto, quindi, l’elenco delle pagine di Climate Lab, buona lettura.

  • Effetti Ecosistemici
    • Ghiacciai artici e antartici
    • Ghiacciai montani
    • Mortalità da eventi termici estremi
    • Mortalità da disastri naturali
    • Livello degli oceani
    • Acidificazione degli oceani
    • Produzione di cibo
    • Global greening

____________________________________

Contenuti a cura di Luigi Mariani e revisionati in base ai commenti emersi in sede di discussione e per i quali si ringraziano: Donato Barone, Uberto Crescenti, Alberto Ferrari, Gianluca Fusillo, Gianluca Alimonti, Ernesto Pedrocchi, Guido Guidi, Carlo Lombardi, Enzo Pennetta, Sergio Pinna e Franco Zavatti.

I Breakpoint della fine del secolo scorso nelle serie di Temperatura da radiosonde

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I Breakpoint della fine del secolo scorso nelle serie di Temperatura da radiosonde

Riassunto: vengono studiate le anomalie di temperatura da radiosonde di sette stazioni nei due emisferi, su cinque livelli di pressione, per definire la presenza o meno di break point nel 1987 e nel 1996. Si osserva che negli anni indicati o nelle loro vicinanze la presenza di cambiamenti improvvisi è relativamente frequente o almeno tale da far pensare ad uno studio più accurato sui break point.
Abstract: Temperature anomalies from radiosondes are studied for seven world-wide stations, in five pressure levels, in the aim to define the existence (or not) of break points in 1987 and 1996. In such or neighbour years, abrupt changes can be observed with a relatively high frequency so that a more accurate analysis on the break points position may be indicated.

In un post del 2016 su CM avevo analizzato le temperature emisferiche e globali da radiosonde disponibili al sito NOAA RATPAC per alcuni dei 13 livelli di pressione (altezza) misurati. Questi dati sono noti come RATPAC-A.
In un post di giugno 2017 su WUWT, C. Samuels usa le temperature da radiosonde di singole località, misurate a 00z e a 12z (ora di Greenwich) per sviluppare una sua idea (estranea a questo post); nota però che i dati mostrano alcune particolarità nel 1996 e si chiede che cosa fosse successo in quell’anno.
Luigi Mariani, sia in articoli scientifici (v. ad esempio Mariani et al, 2012) che su CM (ad esempio in un commento a questo post) ha spesso fatto notare la presenza di un cambiamento improvviso nei parametri meteo-climatici degli anni ’80 (shift climatico, presumibilmente attorno al 1987) presente almeno nell’emisfero nord.
Rispondendo ad un commento del lettore Alessandro, su CM, sempre Luigi Mariani definisce la presenza, nel 1996, di un salto improvviso nelle temperature medie di Bologna Borgo Panigale.
Questi tre elementi: shift climatico degli anni ’80; qualcosa di diverso accaduto nel 1996 nei dati da radiosonde e il break point (BP) del 1996 nelle temperature di Bologna B.P. mi hanno portato a pensare di analizzare i dati da radiosonde (anomalie di temperatura) di stazioni variamente distribuite sul globo, per vedere se nel 1987-88 e nel 1996 sia possibile identificare due cambiamenti di pendenza.

In questo post non ho quindi calcolato l’anno di due break point ma ho fissato a priori i due anni e verificato se le pendenze delle rette dei minimi quadrati prima e dopo i BP fossero diverse, sia tramite un test statistico che con ispezione visuale.
La retta dei minimi quadrati è stata calcolata negli intervalli: inizio del dataset – dicembre 1987; gennaio 1988 – dicembre 1996; gennaio 1997 – fine dataset.

I dati mensili utilizzati derivano dal sito NOAA RATPAC da cui ho preso i valori di ratpac-B che si riferiscono a 85 stazioni: per ognuna di queste stazioni sono disponibili le temperature (anomalie) misurate alle ore 00 e 12 di Greenwich (00z e 12z) per ognuno dei 13 livelli, da surf a 30 hPa (mb nel file originale). Per questo post ho selezionato tre livelli troposferici (surf, 850 e 500 hPa) e due livelli stratosferici (100 e 30 hPa) e sette stazioni di cui 4 nell’emisfero nord (3 ad alta e una a media latitudine; 2 nel continente americano, una europea e una asiatica) e 3 nell’emisfero sud (2 in Antartide -agli estremi opposti del continente- e una in Nuova Zelanda).
I valori numerici sono stati “mascherati” per eliminare i dati mancanti (identificati da 999.0) e poi smussati con un filtro passa-basso a passo 13 punti (equivalenti a 13 mesi se sono presenti tutti i dati e ad un intervallo maggiore in caso di dati mancanti).
Le stazioni (tab.1) sono state indentificate con le prime tre lettere del nome (a volte impegnativo come Molodeznaja, stazione antartica russa) e con un valore numerico (o “su”) per il livello di pressione; così, ad esempio, sod30-0012 (.txt,.png,.pdf) identifica i dati di Sodankyla a 30 hPa misurati a 00z e 12z e sodsu-0012 gli stessi dati misurati sulla superficie. I file con una “f” nel nome (es. sodf500.png) mostrano i fit lineari.

Tabella 1. Stazioni usate in questo post. AY=Antartide, CH=Cina
# NAME ID CC LAT LON ELEV WMO OBTIMES
02 SODANKYLA sod FI 67.37 26.65 178 02836 00z 12z …
28 KASHI kas CH 39.47 75.98 1291 51709 00z 12z …
44 BARROW bar US 71.30 -156.78 12 70026 00z 12z …
51 BAKER LAKE bkl CA 64.30 -96.00 49 71926 00z 12z …
68 MOLODEZNAJA mol AY -67.67 45.85 40 89542 00z 12z …
70 MCMURDO mcm AY -77.85 166.67 24 89664 00z … …
78 INVERCARGILL inv NZ -46.42 168.32 4 93844 00z 12z …

Alcuni esempi di fit ben definiti (fig.1, pdf); mal definiti per assenza di veri break point alle date prefissate (fig.2, pdf) e praticamente non definibili per mancanza di dati o per il dataset poco esteso (fig.3, pdf) sono mostrati nelle figure successive.

Fig.1: I fit definiscono tre zone precise. Vedere anche mcmfsu.png.

 

Fig.2: I fit definiscono tre zone che possono facilmente diventare due o forse una, per l’assenza di veri BP. Vedere anche mcmf500.png o invfsu.png.

 

Fig.3: I fit definiscono forse due zone, ma sicuramente la terza non ha un numero di dati sufficienti per un fit significativo. Vedere anche kasfsu.png dove il passaggio dalla seconda alla terza zona è poco significativo a causa dei molti dati mancanti (linea orizzontale tra il 1992 e il 1997).

 

Il risultato complessivo, basato sull’esame visuale dei fit, è riportato in tabella 2. I risultati del test di Student (t-test) sono disponibili nel sito di supporto qui.

Tabella 2: Situazione dei 3 fit per Ratpac-B di 7 stazioni. Si mostra la diversità ;(Y) o l’uguaglianza (N) delle pendenze dei due fit successivi.

St\hPa 30 100 500 850 Surf
Sod Y/Y Y/Y Y/Y Y/Y Y/Y
Kas N/Y N/Y N/N Y/Y Y/Y
Bar N/Y Y/Y N/N N/Y Y/N
Bkl N/Y N/N ?/? Y/Y Y/Y
Mol Y/N Y/? Y/? Y/? N/?
Mcm Y/? Y/Y N/Y ?/Y Y/Y
Inv Y/Y N/Y N/Y ?/Y N/N
Nota: Sono usati i file relativi al paragrafo “linear fits of a single pressure level” nel sito di supporto. Y/Y: il 1.o Y (o N) si riferisce al confronto tra il primo e il secondo tratto (BP=1987); il 2.o Y (o N) si riferisce al confronto tra il secondo e il terzo tratto (BP=1996).

Note alla ispezione visuale dei fit. I commenti si riferiscono a (riga,colonna) della tabella precedente: ad esempio (1,1) è Sod, 30 hpa. BP è “break point”.
(1,1) OK
(1,2) OK
(1,3) OK
(1,4) OK
(1,5) il 1997 potrebbe non essere un BP
(2,1) un solo BP nel 1999
(2,2) un solo BP nel 1998
(2,3) nessun BP
(2,4) un BP nel 1997
(2,5) dati mancanti; un BP nel 1990
(3,1) un solo BP nel 1995
(3,2) stessa pendenza prima e dopo il 1987-1996
(3,3) un fit parabolico sembra migliore dei 3 fit lineari
(3,4) crescita continua; nessun BP alle date fissate
(3,5) forse un solo BP nel 1997
(4,1) forse un solo BP nel 1996
(4,2) forse un solo BP nel 1997
(4,3) poco chiaro; forse un solo BP nel 2000
(4,4) OK. Il 2.o BP forse nel 2000
(4,5) OK. Il 2.o BP forse nel 2001
(5,1) dati mancanti: solo il BP del 1987
(5,2) dati mancanti: solo il BP del 1987
(5,3) poco chiaro: forse i BP nel 1980 e nel 1989
(5,4) nessun BP alle date indicate; forse un BP nel 1980
(5,5) nessun BP alle date indicate; forse nel 1980 e nel 1993
(6,1) dati mancanti: solo il BP del 1987
(6,2) OK; il BP del 1987 forse in altra data precedente
(6,3) forse solo un BP nel 1999
(6,4) il BP del 1996 forse nel 2000
(6,5) OK; il BP del 1996 forse nel 2000
(7,1) OK; il BP del 1996 forse nel 2000
(7,2) forse un solo BP nel 1997
(7,3) forse un solo BP nel 1997
(7,4) forse un solo BP 997
(7,5) Nessun BP evidente

Se si osservano, per le singole stazioni, le anomalie sui cinque livelli di pressione come in fig.4 (pdf) si vede che, in genere ma con varie sfumature, le maggiori variazioni hanno luogo nei livelli stratosferici mentre i livelli troposferici mostrano break point più sfumati.

Fig.4: Anomalie per Sodankyla sui cinque livelli di pressione usati. Si usano le osservazioni a 00z sia perché sono comuni a tutte le stazioni sia per la notevole somiglianza con le osservazioni a 12z.

La stessa situazione si nota per la stazione meridionale di Invercargill in fig.5 (pdf)

Fig.5: Anomalie per Invercargill sui cinque livelli di pressione usati. Anche qui i livelli troposferici non mostrano BP o li mostrano con molta incertezza.

Le stazioni antartiche mostrano qualche problema: Molodeznaja per la breve durata del dataset che, nell’intervallo disponibile, appare quasi costante; McMurdo per le ampie fluttuazioni, in particolare quella a 30 hPa con diminuzione di 7-8 °C nel giro di 8 anni. Complessivamente, però, questa stazione ha un andamento non dissimile da quello di Invercargill, con una maggiore evidenza di break point ai livelli stratosferici. Ai livelli troposferici, McMurdo mostra un brusco cambiamento attorno al 1976-77.

Conclusioni
I livelli stratosferici mostrano variazioni di temperatura più accentuate in anni non distanti o coincidenti con quelli scelti a priori, sia nell’emisfero nord che in quello sud anche se forse per cause diverse.
Nei livelli troposferici i break point appaiono meno definiti, ma ancora c’è qualche indicazione di cambiamenti nel 1987 e nel 1996 o negli anni limitrofi.

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui

Bibliografia

 

  • L. Mariani, S. G. Parisi, G. Cola & O. Failla: Climate change in Europe and effects on thermal resources for crops, Int. J. Biometeorol., 56, 6, 1123-1134. doi:10.1007/s00484-012-0528-8

 

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Quando il Bias Colpisce anche i più grandi

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Quando il Bias Colpisce anche i più grandi

Non c’è niente da fare, siamo uomini, tutti dotati dello stesso potenziale intellettuale, alcuni in grado di sviluppare meglio quel potenziale, altri, molto pochi, capaci di essere geniali.

Stephen Hawking, fisico teorico, è uno di questi ultimi, indiscutibilmente. Eppure, in una recente intervista concessa alla BBC, neanche lui ha saputo resistere alla tentazione di scendere nell’agone politico e mescolare il suo sapere scientifico con le sue opinioni.

Ne abbiamo avuto notizia da corriere.it, in un articolo che non ha mancato di sottolineare il sapore politico della critica mossa da Hawking alla recente decisione del presidente USA Donald Trump di ritirare gli Stati Uniti dagli accordi sul clima raggiunti alla COP21 di Parigi alla fine del 2015.

Incurante o immemore del fatto che gli USA non hanno mai ratificato il Protocollo di Kyoto, a seguito di un voto al Senato talmente combattutto da aver fatto segnare un 95-0 e che lo stesso Senato non avrebbe mai approvato l’adesione concessa dall’ex presidente Obama alla COP21, Hawking ipotizza, senza alcun solido fondamento scientifico, che la decisione di Trump potrebbe portare la Terra a diventare come Venere, il pianeta più caldo del sistema solare.

Possiamo supporre che egli alluda all’innesco di quel runaway greenhouse effect che porterebbe ad un riscaldamento incontrollato e sempre più insopportabile, del tipo di quello che appunto c’è su Venere, la cui atmosfera è però formata quasi interamente di anidride carbonica (96%). Quello stesso effetto che la Terra non ha mai conosciuto, anche quando la concentrazione di CO2 è stata diversi ordini di grandezza superiore all’attuale, con o senza il recente contributo antropico.

Questo perché, nonostante quello che dicono i modelli climatici, che non hanno mai superato la prova sperimentale, cioè non sono mai stati efficacemente verificati e continuano ad allontanarsi dalla realtà di ciò che accade, la CO2 non è il driver principale del clima del nostro pianeta. Ne è un fattore, certamente importante, ma non l’unico e neanche il più incisivo.

Questo ruolo, con buona pace di quanti invece gli assegnano un ruolo da spettatore, è invece del Sole e, piaccia o no a quanti teorizzano il disastro imminente, sarà proprio il Sole a portare la Terra a somigliare a Venere. Questo però accadrà tra poco più di un miliardo di anni, quando la nostra stella, lungo il cammino della sua Sequenza Principale, avrà aumentato la sua luminosità e, conseguentemente, l’energia che ci trasmette, di circa il 10% rispetto ad oggi. Circa un punto percentuale di luminosità in più ogni cento milioni di anni, questo è quello che accade da sempre e, ineluttabilmente, continuerà ad accadere.

A seguire, quando tutto il combustibile del Sole sarà stato consumato (sorpresa, anche il Sole non è rinnovabile 😉 ), la stella comincerà ad espandersi diventando una Gigante Rossa e, probabilmente, ingloberà Mercurio, Venere e, forse, anche la Terra.

Ora, dal momento che tutte queste cose sono note, come nota è la storia climatica di questo pianeta, perché utilizzare la propria indiscussa fama scientifica per un attacco politico? E perché ipotizzare eventi catastrofici che nulla hanno a che vedere con la realtà di ciò che accade?

Forse perché siamo uomini, tutti dotati dello stesso potenziale intellettuale, e il bias non perdona.

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Il Servizio Meteorologico Cinese Conferma lo Iato in Atto dai Primi Anni di Questo Secolo

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Il Servizio Meteorologico Cinese Conferma lo Iato in Atto dai Primi Anni di Questo Secolo

Riassunto

Un’analisi condotta sul dataset termico globale 1901-2014 del servizio meteorologico Cinese evidenzia due fasi di riscaldamento inteso (1911-1930 e 1981-1997) e tre fasi stazionarie e cioè dal 1900 al 1910, dal 1940 al 1980 e dal 1998 al 2014 (fenomeno noto come hiatus).

Abstract

An analysis carried out on the global thermal dataset 1901-2014 of the China meteorological service shows two main stages of warming (1911-1930 and 1981-early 2000) and three phases of stationarity or slight decline, respectively from 1900 to 1910, 1940 to 1980 and 1998 to 2014 (phenomenon known as hiatus).

Il servizio meteorologico cinese (CMA) è impegnato da alcuni anni nella creazione un dataset globale di temperature mensili omogeneizzate (acronimo CMA GLSAT). Non c’è da stupirsi del fatto che il servizio meteorologico nazionale di un grande paese gestisca un dataset climatico globale poiché illustri esempi ci vengono ad esempio dalla Gran Bretagna (dataset gestito dall’Hadley center dell’UK Metoffice e dalla CRU della East Anglia University) o dagli Usa (dataset GHCN-V3 della NOAA e il dataset BEST dell’università di Berkeley).

Il dataset CMA GLSAT si riferisce alle temperature di superficie per le terre emerse (Land surface air temperature – LSAT) ed in esso trovano posto dati provenienti da diverse fonti (dataset australiani, canadesi, vietnamiti, coreani, russi oltre che GHCN, CRUTEM4 e BEST).

Analizzando CMA GLSAT, Sun et al. (2017) hanno pubblicato un report breve sulla rivista scientifica Science Bulletin segnalato dagli amici di WUWT tramite il post “China Met Office Confirms Global Warming Hiatus”.

A detta degli stessi autori i risultati ottenuti e che sono espressi come anomalie rispetto alla media trentennale 1961-90 non si scostano sensibilmente da quelli offerti da alte fonti (IPCC in primis) e tuttavia mi pare interessante commentare la figura tratta dal lavoro e che riassume con diagrammi e carte i trend termici a livello globale e emisferico.

In particolare il diagramma delle temperature globali dal 1900 al 2014 (figura 1c) evidenzia il riscaldamento dal 1910 al 1940 e dal 1980 ai primi anni del 2000 cui si oppongono le fasi di stazionarietà o lieve raffreddamento dal 1900 al 1910, dal 1940 al 1980 e dai primi anni 2000 ad oggi e cioè il cosiddetto iato. In forte sintonia con tale trend globale è il trend dell’emisfero nord (figura 1b) mentre l’emisfero sud (figura 1a) si scalda assai meno di quello nord e con una maggiore gradualità, il che dovrebbe essere l’effetto della mitigazione offerta dagli oceani. Peraltro si tenga conto che nell’emisfero sud le celle occupate da terre sono davvero poche per cui la rappresentatività dei loro dati rispetto al comportamento dell’emisfero è senza dubbio inferiore.

La carta del trend termico dal 1900 al 2014 (figura 1d) mostra un riscaldamento delle terre emerse estremamente omogeneo mentre la carta del trend termico dal 1979 al 2014  (figura 1e) evidenzia un riscaldamento meno omogeneo e con maggiore intensità in Groenlandia e nelle aree artiche di Canada e Siberia orientale. Si noti anche il trend positivo sensibile che interessa l’Europa, il Nord Africa e il medio Oriente. Unica zona in lieve raffreddamento appare l’areale sudamericano sopravvento alle Ande.

Figura 1 – Tale immagine è tratta dall’articolo di Sun et al. (2017)

La carta del periodo 1998-2014  infine conferma lo iato evidenziando che:

  • Il segnale di raffermamento proviene dal Pacifico e che viene trasportato sulle Americhe dalle Westerlies e su Asia e Australia dal Monsone
  • L’Artico come unica area tuttora in riscaldamento molto attivo, credo per effetto del feedback positivo esistente fra calo della copertura glaciale e aumento della temperatura dell’aria.

I dati prodotti dal servizio meteorologico cinese costituiscono dunque una sintesi interessante e molto apprezzabile anche per la concisione con cui è stato redatto l’articolo di Su net al. che è disponibile gratuitamente in rete e di cui consiglio senza dubbio la lettura.

Bibliografia

Sun X., Ren G., Xu W., Li Q., ren Y., 2017. Global land-surface air temperature change based on the new CMA GLSAT data set, Science Bulletin 62 (2017) 236–238 (http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2095927317300178).

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Un Mese di Meteo – Giugno 2017

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Un Mese di Meteo – Giugno 2017

IL MESE DI GIUGNO 2017[1]

Piovosità inferiore alla norma sulla maggior parte del territorio con significative eccezioni al Nord e anomalie termiche positive in prevalenza moderate.

La carta media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 5a) mostra l’Europa centro settentrionale dominata da un regime di veloci correnti atlantiche che fluiscono fra una depressione d’Islanda anormalmente intensa e l’anticiclone della Azzorre.  L’areale italiano è invece dominato da un promontorio anticiclonico da sudovest la cui persistenza è attestata anche dall’anomalia dell’altezza del livello di 850 hPa (figura 5b) e dal fatto che nel mese sono transitate solo 3 perturbazioni evidenziate in tabella 1. Da tali sistemi è conseguita una piovosità inferiore alla norma sulla maggior parte del territorio cui si è associata una diffusa anomalia termica positiva.

Figura 5a – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 5b – 850 hPa – carta delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

 

 

 

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa (il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano  variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale).
Giorni del mese Fenomeno
1-2 giugno Tempo anticiclonico, stabile e soleggiato, salvo instabilità locale su rilievi alpini e appenninici.
3-7 giugno Aumento dell’instabilità associato al transito di una saccatura atlantica da ovest, più attiva sul settentrione dal 4 al 6 (perturbazione n. 1).
8-12 giugno Sul Centro-Nord si afferma un promontorio da Sud-Ovest mentre sulle regioni meridionali del versante ionico si assiste al ritorno di correnti fresche da Nord-Est con isolati temporali il giorno 11.
12-24 giugno Le regioni centro-settentrionali sono interessate da un promontorio anticiclonico subtropicale di blocco da Sud-Ovest mentre il settore ionico è interessato da un flusso di correnti più fresche da Nord-Est. In tale contesto generale si segnala attività temporalesca sparsa innescata ad infiltrazioni di aria più fresca in quota e che interessa l’arco alpino e le relative aree pedemontane (giorni 14 e 15) e la dorsale appenninica delle regioni centro-meridionali (dal 15 al 17). Da segnalare anche un lieve episodio di foehn alpino registrato sul settentrione fra 17 e 18 giugno che ha contribuito all’anomalia termica positiva.
25-27 giugno Il 25 si è assistito al transito sul centro-nord di una debole perturbazione da ovest con temporali sparsi (perturbazione n. 2).  A seguire variabilità a tratti perturbata sul centro-nord e i rilievi interni del meridione con locali manifestazioni temporalesche ed occasionali rovesci..
28-30 giugno Una depressione inizialmente centrata sulle isole britanniche e in graduale moto verso il Baltico influenza la nostra area dando luogo a un regime perturbato con precipitazioni a prevalente carattere temporalesco (perturbazione n. 3).

 

 

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature mensili (figure 1 e 2) manifestano anomalie positive più spiccate nelle massime, più sensibili al forcing sinottico, che nelle minime, che dipendono maggiormente  da fattori attivi a scala locale. La tabella delle temperature decadali (tabella 2) evidenzia che l’anomalia positiva delle massime è più spiccata al centro-nord nelle prime due decadi e al centro-sud nella terza, il che è sintomatico del regime circolatorio sopra descritto. Si noti inoltre la forte anomalia delle massime riscontrata al nord nella seconda decade.

Dal confronto con la mappa delle anomalie termiche globali prodotta dall’Università dell’Alabama – Huntsville (Figura 6), si nota come i segnali di anomalia positiva più significativi siano sull’areale europeo e su quello asiatico.

Figura 1 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 2 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Figura 6 – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

La carta delle anomalie pluviometriche (figura 4) evidenzia anomalie negative su Valle d’Aosta, Liguria, Emilia Romagna centro-orientale, Mantovano, Friuli Venezia Giulia, regioni centro meridionali e Sicilia. Prevalgono le anomalie positive sulle restanti aree del Paese con massimi su Lombardia nord orientale e Trentino Alto Adige Occidentale.

Figura 3 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 4 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma)

 

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

(*) LEGENDA:
Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.
Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo(anomalie deboli, inferiori a 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti,di oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (minori di 2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo(anomalie deboli, inferiori a 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti,di  oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (minori di 2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente  l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in  azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e  giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

[1]             Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2015 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

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Pianeta Corriere – Da Bufalaio a Giudice delle Bufale altrui

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia, Media Monitor | 17 comments

Pianeta Corriere – Da Bufalaio a Giudice delle Bufale altrui

Il Corriere della sera è un infaticabile produttore di bufale e di ciò debbo rendergli merito in quanto sono proprio tali bufale a ispirare una quota rilevante dei miei interventi su CM.Un esempio fresco fresco ci viene dal Corriere del 23 giugno scorso, in cui la seconda e terza pagina sono dedicate alla tremenda siccità del 2017. E proprio in seconda pagina compare un diagramma in cui si riporta il numero di giorni di pioggia mensili da gennaio a maggio del 2017 e del 2016 messi a confronto con la media degli ultimi 15 anni. Anzitutto non si capisce a quale territorio si riferiscano tali dati, per cui mi pare legittimo supporre che si tratti di una media nazionale italiana.

Partendo da tale presupposto ha realizzato la tabella 1 in cui ho messo a confronto i dati del Corriere (prefisso CDS) con le mie elaborazioni sui dati di fonte GSOD (prefisso GSOD) e che riportano la media di 202 stazioni che coprono con una relativa omogeneità il territorio nazionale. E qui emerge quanto già avevo colto “a occhio” e cioè una palese sovrastima dei giorni piovosi: il numero medio di giorni di pioggia degli ultimi 15 anni per il periodo gennaio – maggio indicato dal Corriere è del 43% superiore a quella ricavato dal dataset GSOD!

Il guaio è che analoghe stranezze si vedono nel 2017 (+37% per il dato del Corriere) e nel 2016 (addirittura +65% per il dato del Corriere). Chi ha ragione? Per tagliare la testa al toro segnalo che la tabella climatica del Servizio meteorologico dell’Aeronautica per il trentennio 1961-1990 riferita a 12 stazioni distribuite sull’intero territorio nazionale (da Milano Linate a Palermo Punta Raisi), indica una media nazionale di 78 giorni di pioggia annui, di cui 37.5 cadono fra gennaio e maggio. Insomma, non c’è niente da fare: è il Corriere che spara alto!

Tabella 1 – Numero medio di giorni di pioggia per l’Italia indicati dal Corriere della sera (seconda pagina, 23 giugno 2017) posto a confronto con la media di 202 stazioni dal dataset GSOD di NOAA.

Da bufalaio o giudice delle bufale altrui

Ma l’obiettivo di questo articolo non è tanto mettere a conoscenza i lettori di una della tante bufale del Corriere quanto quello di commentare un articolo in cui un giornalista del Corriere si erge a giudice delle bufale altrui, e qui verrebbe da dire “da che pulpito…” oppure richiamare l’evangelico “” Perchè guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio?” (Luca 6,41). Mi riferisco all’articolo a firma di Danilo di Diodoro “Perché crediamo alle «bufale»” uscito sul Corriere della Sera del 2 luglio 2017 e curiosamente pubblicato nel supplemento Corriere salute, il che per inciso adombra il fatto che il credere alle bufale sia da considerare alla stregua di una patologia.

Tale articolo evidenzia in linea generale che la nostra tendenza a credere alla bufale è dovuta al fatto che non siamo sufficientemente motivati a seguire la scienza rinunciando alle credenze consolidate (profonde convinzioni personali, valori morali o valori del gruppo in cui ci identifichiamo), e fin qui nulla di nuovo.

Quel che mi ha più colpito dell’articolo sono tuttavia due frasi che riporto qui di seguito con miei brevi commenti.

La prima frase è di Matthew Hornsey, professore di psicologia alla Università del Queensland australiana:

“Malgrado il fatto che il 97% degli scienziati climatologi concordino sul fatto che il rilascio di anidride carbonica nell’atmosfera influenzi il nostro clima, circa un terzo della popolazione dubita che il cambiamento del clima sia causato primariamente dall’attività umana”.

Al riguardo su CM abbiamo già discusso di quel 97% (ne ha scritto ad esempio l’amico Gianluca Alimonti) e su tale dato mi sento di dire che è un po’ la scoperta dell’acqua calda in quanto il fatto che CO2 sia un gas serra è stato dimostrato oltre un secolo orsono dal grande fisico svedese Svante Arrhenius ed oggi è pacificamente accolto da tutti o quasi. Tuttavia sappiamo anche che il sistema climatico presenta una variabilità naturale davvero imponente e dunque credere che tale variabilità possa risultare prevalente rispetto a quella indotta dall’uomo è a mio avviso del tutto lecito e non configura affatto una bufala ma viceversa un tema che è una componente fisiologica del dibattito scientifico odierno.

La seconda frase è del sociologo e senatore americano Daniel Patrick Moynihan e recita come segue:

“tu hai diritto ad avere le tue opinioni alle quali credere, ma non dovresti avere diritto ad avere i tuoi fatti ai quali credere”.

Tale frase si presta a una domanda che a mio avviso dovrebbe essere ineludibile: il Corriere ha il diritto di diffondere i dati sulla piovosità sopra presentati e commentati?

Morale: quando un quotidiano che prospera sulle bufale si prova a spiegare al popolo perché è vittima delle bufale crea spunti di comicità involontaria davvero unici. Il mio consiglio è quello di goderceli prima dell’inevitabile catastrofe!

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La realtà non ti piace? Cambiala!

Posted by on 09:10 in Attualità, Climatologia | 19 comments

La realtà non ti piace? Cambiala!

E’ di appena pochi giorni fa il nostro commento ad un paper uscito su Nature in cui sono stati messi a confronto i dati di temperatura provenienti dalle sonde satellitari e le simulazioni modellistiche, scoprendo per l’ennesima volta che, ahinoi, le due cose proprio non vanno d’accordo.

Causes of differences in model and satellite tropospheric warming rates

Le misure, ovviamente, sono la realtà, mentre i modelli, forse in modo meno ovvio perché sono venduti per oro colato, la rappresentano. Se le due cose non concordano vuol dire che non siamo bravi a simulare il clima.

Ma, notoriamente, del clima si sa già tutto, altrimenti perché si dovrebbero adottare misure draconiane di riduzione delle emissioni? Quindi, per quanto possa sembrare assurdo, siamo di fronte ad un fatto ineluttabile: è la realtà ad essere sbagliata.

A supporto di questa solida convinzione, ecco arrivare prontamente un altro paper, uscito sul GRL, in cui è stata operata una pesante “revisione” dei dati provenienti dalle sonde satellitari, ed ecco che, magicamente, ora la realtà somiglia un po’ di più alle simulazioni.

A satellite-derived lower tropospheric atmospheric temperature dataset using an optimized adjustment for diurnal effects

Come accade già per le serie storiche della temperatura superficiale, ça va sans dire, le correzioni operate sulle serie satellitari restituiscono un trend di aumento della tempeatura per gli ultimi decenni più accentuato di quanto non fosse prima. In poche parole, dopo questo maquillage, è chiaro che anche la bassa troposfera, così come la superficie, si è scaldata parecchio. Qui, su Carbon Brief, una erudita spiegazione di tutta la faccenda.

Confidando nell’assoluta necessità che fossero necessarie questi aggiustamenti, rileviamo che anche questa volta a valle delle correzioni operate sulle serie ne spunta fuori una con un trend più alto.

Quindi, il global warming è servito anche per la bassa troposfera. Con un caveat finale:

Even with these new corrections, there is evidence that the rate of warming of the troposphere is a bit lower than expected by climate models in recent years.

Il trucco e parrucco dei dati dati satellitari, evidentemente, non è ancora finito.

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In Nome del Popolo Assetato: Siccità e disinformazione

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia, Media Monitor | 11 comments

In Nome del Popolo Assetato: Siccità e disinformazione

I MEDIA E IL RUOLO ANOMALO DI COLDIRETTI

A proposito di caldo e siccità, quanto si sta verificando in questi giorni su alcuni grandi media nazionali (Rai e Mediaset, solo per citare quelli che seguo con più continuità) è davvero qualcosa di anomalo. Per comprendere le ragioni dell’anomalia consiglio i lettori di vedere il servizio Siccità, la situazione in provincia di Piacenza, dove molti affluenti del Po sono a secco.
Tale prodotto informativo è a mio avviso emblematico per i seguenti motivi:

  1. Anzitutto perché giornalisti senza cognizione di causa si aggirano su greti di fiumi a carattere torrentizio come la Trebbia (il cui nome, lo ricordo, è femminile) e sproloquiano di anomalie. La Trebbia in estate appare a chi la osserva come un grande nastro ghiaioso con una relativamente piccola zona interessata da acqua (figura 1) mentre gran parte del flusso idrico interessa il materasso di ghiaia. Peraltro più ci si avvicina al Po e più l’acqua nel fiume diminuisce, in quanto vi sono le derivazioni per gli usi irrigui. E’ a tale zona che si riferiscono le riprese presenti nel servizio in questione.
  2. I danni dovuti alla siccità sono quantificati dal direttore della Coldiretti di Piacenza, la stessa Coldiretti che s’incarica di portare i giornalisti Rai in giro per la provincia a “toccar con mano” i danni. Se l’Italia fosse un paese serio questo non potrebbe mai e poi mai accadere, e ciò perché nei paesi seri i danni li stimano periti indipendenti, non gli agricoltori. Ciò in quanto la Coldiretti sarà anche, come ama autodefinirsi, “forza amica del paese” o “Italia che fa l’Italia” ma non è e non sarà mai parte terza. Siamo cioè di fronte a un macroscopico conflitto d’interessi, paragonabile a quello che si avrebbe se per un danno subito da un’auto in un incidente stradale la perizia fosse svolta dall’assicurato stesso.
  3. Nel servizio si parla di sistemi di condizionamento usati negli allevamenti zootecnici, facendoli apparire come una novità del torrido 2017, quando invece nelle nostre stalle sono in uso ormai da decenni in quanto limitano in modo molto efficace lo stress estivo da caldo che riduce le produzioni zootecniche (animali sotto stress producono meno latte e meno carne).
  4. Nel servizio vengono mostrate due emblematiche foto della diga del Molato. Quel che mi sfugge però è se esistano per tale invaso misure regolari del livello idrometrico, in modo da poter stabilire i reali livelli di anomalia della situazione odierna e quanto tempo dureranno le riserve con i livelli di prelievo attuali.

Figura 1 – Corso della Trebbia in un tratto di pianura come appare in google Earth in una sequenza che copre un periodo che va dal 2003 al 2016. Come vedete la ghiaia la fa da padrona in qualunque stagione, salvo che durante gli episodi di piena, peraltro non presenti in questa sequenza.

La morale che ne traggo è che, siccità a non siccità, servizi impostati in questo modo sono demagogia allo stato puro e non informazione corretta al servizio del cittadino.

ALCUNE IMPRESSIONI PERSONALI SULLA SICCITÀ IN ATTO

Nell’ultimo fine settimana ho attraversato la pianura piacentina in due occasioni. In particolare sabato 24 ho seguito la direttrice dell’A1 (tratto Milano – Piacenza Sud) e dell’A21 (da Piacenza a Castelvetro).Il guaio è che per quanto mi sia sforzato non ho avuto modo di vedere sintomi conclamati di siccità. Ho visto mais di prima epoca e mais dolce in piena fioritura e in ottimo stato vegetativo (il che vuol dire che per ora l’acqua irrigua c’è) e lo stesso dicasi per il pomodoro da industria. Ho anche visto frumenti ormai maturi che mi sono parsi in complesso “belli”.

Analoghe impressioni ho ricavato domenica 25 quando, dovendomi recare a Firenze, ho attraversato le provincie di Parma e Piacenza in treno al mattino e nel tardo pomeriggio. Ovviamente le mie sono valutazioni del tutto episodiche e non hanno in alcun modo valore statistico (ad esempio non ho visitato l’area irrigua servita dalla diga di Mignano che secondo il servizio RAI sarebbe totalmente vuota).

CASA DICONO I MONITORAGGI IN ATTO

La FAO ha predisposto un indice di siccità (indice ASI) basato sui dati del satellite europeo METOP e destinato all’allerta real time per eventi estremi. Tale indice è disponibile sia a livello globale sia per le singole nazioni. Dall’immagine relativa all’Italia ho ingrandito la parte relativa a Emilia Romagna e regioni limitrofe (figura 2). Da essa si desume che in base all’indice ASI non possiamo in alcun modo parlare di siccità per le provincie di Parma e Piacenza mentre un problema più concreto sembra sussistere per la Toscana interna (area in giallo).

Figura 2 – Indice di siccità ASI prodotto dalla FAO (dati aggiornati alla seconda decade di giugno 2017).

 

Circa l’anomalia pluviometrica presento poi l’interessante carta elaborata dal servizio idrometeorologico di Arpa Emilia Romagna (figura 3), ove vengono riportate le anomalie precipitative percentuali dal 1 ottobre  al 31 maggio e che sono dunque riferite all’anno idrologico. I livelli di anomalia pluviometrica sono del tutto compatibili con quelli da me ricavati per la stazione aeroportuale di San Damiano (codice WMO 16084), posta a est della Città di Piacenza e che mostro in tabella 1. Da tale tabella si nota che l’anomalia ha le sue radici nell’inverno scorso e cioè nei due mesi di dicembre e gennaio, poverissimi di pioggia e neve. In tabella 2 ho invece riportato i 10 anni più asciutti per il periodo 1973-2017 sempre per la stazione aeroportuale di San Damiano. Si noti che il 2017 è al terzo posto dopo 1974 e 1999 ed è seguito a brevissima distanza da 2006, 2010, 1975, 2009 e 2005. In sostanza per la stazione in esame la siccità 2017 è un fenomeno anomalo ma con tempi di ritorno relativamente brevi.

Figura 3 – Anomalia precipitativa in millimetri da 1 ottobre a 31 maggio (fonte: Arpa Emilia Romagna).

Tabella 1 – Stazione aeroportuale di San Damiano (16084). Dati pluviometrici per l’anno idrologico 2016-2017 e confronto con la norma (fonte dai dati: NOAA GSOD).

Tabella 2 – I 10 anni più asciutti nel periodo 1973-2017 per la stazione aeroportuale di San Damiano (16084) (fonte dai dati: NOAA GSOD).

ELEMENTI CONCRETI DI PREOCCUPAZIONE

Se il frumento è maturo e dunque ormai i giochi sono fatti (e a mio avviso quella che si va a chiudere si prospetta come un’annata discreta, anche se al riguardo attendo riscontri quantitativi), per le colture estive i giochi sono ancora tutti da fare e se venisse meno l’acqua irrigua sarebbero guai, in particolare per le colture più ricche della pianura di Parma e Piacenza (pomodoro e mais). Su questo si fonda la mia preoccupazione di agronomo per l’areale in esame, e su questo mi aspetterei che si concentrasse la riflessione dei giornalisti, altro che far scampagnate sui greti dei fiumi.

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Il Clima, se lo conosci, ne parli

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 1 comment

Il Clima, se lo conosci, ne parli

Qualche giorno fa, intervenendo in uno dei nostri post, un lettore ha fatto una battuta sferzante:

Viviamo in tempi di cambiamenti “veloci” e anche il “clima” si adegua. Ora cambia da un giorno all’altro.

A conferma di questa percezione, qui espressa con una battuta ma purtroppo molto diffusa nel sentire comune, arrivano ad esempio commenti sui media come quello di SkyTG24 di domenica scorsa, dove si affermava con grande autorevolezza che “il caldo della settimana scorsa e i successivi temporali sono segno del climate change“. Una volta la chiamavamo estate, ma ora non va più di moda.

Peccato che il clima non si adegui, con buona pace di quanti commentando questi episodi continuano a parlare di “clima”, ignorando il fatto che si tratta piuttosto di “tempo”, non solo per definizione, ma proprio per come le cose effettivamente avvengono.

Ignoranza? Probabilmente sì, cui si somma una scarsa voglia di capire diffusa nel panorama informativo attuale, in cui con 4 click siamo convinti di aver imparato tutto quel che c’è da sapere su ogni argomento. Capita invece che spesso di click ce ne vogliano alcune migliaia, di cui un certo numero solo per tirar giù interi libri o, per alcune cose in quanto unica soluzione disponibile, per acquistarne la versione cartacea.

Così oggi è di un libro che desidero parlare. L’argomento è presto detto, del resto come potrebbe essere altrimenti:

Lineamenti di climatologia – di Sergio Pinna, ed. Aracne, che lo descrive così:

Il volume fornisce le conoscenze di base della Climatologia, la scienza che si occupa di definire i climi, di classificarli, di spiegare le diverse cause che ne determinano l’esistenza e le modificazioni, di porli in relazione con i molteplici aspetti dello spazio geografico, e di interpretarne l’influenza sui vari tipi di ambienti, naturali e/o antropizzati. I primi cinque capitoli sono rivolti all’esame degli elementi meteorologici (radiazione solare, temperatura, umidità dell’aria, precipitazioni, pressione atmosferica e vento), mentre il successivo tratta dei principali fattori climatici e degli effetti da questi indotti sugli elementi appena citati. I capitoli VII, VIII e IX sono rispettivamente dedicati ai caratteri essenziali del clima a livello globale, ai metodi per le classificazioni climatiche e agli aspetti generali del clima in Italia. Nel X capitolo è discusso il tema delle variazioni del clima e delle metodologie seguite per il loro studio; la questione è affrontata nell’ottica di diverse scale temporali: dalle grandi oscillazioni nel corso del Fanerozoico alle fasi di breve periodo nell’Olocene. Conclude il testo una sintetica trattazione della climatologia dei cicloni tropicali e dei tornado.

Sergio Pinna, professore ordinario all’Università di Pisa, è anche un amico di CM (qui trovate alcuni dei suoi contributi), ha scritto questo testo per i corsi di climatologia della laurea magistrale in scienze ambientali dell’ateneo (qui il curriculum climatologico e le informazioni necessarie), nel contesto della lodevole iniziativa di aprire un corso di studi interamente dedicato all’argomento climatologia.

Tra le tante utili e rigorose informazioni in esso contenute, potrò sembrarvi ripetitivo, ma voglio ripetere proprio la breve descrizione che nell’introduzione si fa del “tempo” e del “clima”:

Nel linguaggio comune, Tempo e Clima sono due termini che vengono spesso usati come sinonimi; tale consuetudine però non è affatto corretta. Invero, da un punto di vista scientifico, è importante che i loro significati siano nettamente distinti:

Tempo – è lo stato dell’atmosfera in un determinato momento e in un dato luogo; è definito quindi dall’insieme degli elementi meteorologici (temperatura, precipitazioni, nuvolosità, vento,
radiazione solare, pressione e umidità), valutati in un certo istante, mediante diverse grandezze misurabili. Il tempo è perciò in continua evoluzione, come ben possiamo renderci conto osservando che da un’ora all’altra l’entità dei singoli elementi presenta variazioni anche rilevanti.
Clima – è il quadro delle condizioni atmosferiche caratteristiche di una determinata parte della superficie terrestre, quadro che scaturisce da un’analisi statistica completa delle serie storiche di dati meteorologici. Tale quadro sarà allora definito in base: a) valori medi delle grandezze per un certo intervallo temporale; b) variabilità associata alle medie calcolate; c) caratteri di stagionalità; d) valori estremi misurati; e) andamenti tendenziali nel lungo periodo.

L’individuazione del clima si fonda quindi sul calcolo di medie pluriennali, anche se non può certo limitarsi solo a questo, visto che pure certi aspetti della variabilità rivestono una notevole importanza.
In ogni modo, la differenza fra i concetti di clima e di tempo appare ben marcata, per cui deve essere evitata ogni confusione nel loro utilizzo; in proposito si può far presente che l’abitudine ormai diffusa in sede di previsioni del tempo di pronunciare frasi del tipo di «domani sull’Italia centrale avremo un clima mite» è ovviamente erronea, visto che il clima è una caratteristica dei luoghi che, almeno in un ambito temporale non troppo lungo, possiamo ritenere costante.

Lettura altamente consigliata! E ringrazio l’amico Sergio per aver voluto condividere con le nostre pagine il suo lavoro.

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Il freddo futuro dell’Homo Sapiens

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia | 2 comments

Il freddo futuro dell’Homo Sapiens

Sul blog di Euan Mearns “Energy Matters” è uscito un post molto interessante, così come lo sono i commenti che ne sono scaturiti. Il Dott. Agostino Mathis, già più volte ospite delle nostre pagine, mi ha inviato un breve commento al post che vi propongo di seguito, raccomandandovi però la lettura di entrambi.

Buona giornata, gg

Il post è intitolato “The Vostok Ice Core and the 14,000 Year CO2 Time Lag“, e discute a fondo la correlazione temporale tra gli andamenti della temperatura e della CO2 durante le ultime ere glaciali, ed in particolare durante la transizione tra il penultimo interglaciale (l’Eemiano), e l’avvio dell’ultima era glaciale, quando il forte raffreddamento è avvenuto mentre per ben 14.000 anni la CO2 è rimasta costantemente al livello preglaciale di circa 270 ppm (comunque, ben inferiore all’attuale di 400 ppm).

Il post, e soprattutto il successivo, lungo, elenco di commenti, proseguono esaminando tutta una serie di cause che possono influire sulla ampiezza e sulla durata delle glaciazioni, portando elementi anche molto stimolanti. In particolare, viene posto in evidenza il ruolo cruciale che potrebbe essere stato giocato dal volume della calotta glaciale artica, sempre crescente nelle ultime ere glaciali.

Ferma restando l’osservazione che una deglaciazione è sempre innescata da un massimo di inclinazione dell’asse terrestre (e conseguente massimo di insolazione estiva sull’Artico), resta la constatazione che talvolta tale massimo non riesce a provocare una vera deglaciazione fino ad un interglaciale come l’attuale: ciò può essere proprio dovuto al volume eccessivo raggiunto dalla calotta artica durante quella glaciazione.

Come si vede dalle belle figure 11 e 12 del post, questa considerazione potrebbe spiegare il prolungamento della durata delle ere glaciali negli ultimi 500.000 anni, dai 41.000 anni che sono il periodo dell’obliquità dell’asse terrestre, ai circa 100.000 anni, che sono il periodo della deformazione dell’ellisse percorsa dal pianeta Terra. In realtà (v. fig. 12), nelle più recenti ere glaciali la durata si porta tendenzialmente dai 41.000 anni agli 82.000 anni, ed addirittura ai 123.000 dell’ultima glaciazione, cioè proprio due o tre volte il periodo dell’obliquità dell’asse terrestre: vengono così a mancare uno, e poi due, interglaciali! Evidentemente, invece, non ci sarebbe, o sarebbe secondario, l’effetto della deformazione, con periodo di 100.000 anni, dell’ellisse percorsa dal pianeta Terra.

Vedendo le cose da “ingegnere dei controlli automatici”, un simile comportamento desta gravi preoccupazioni: si tratta infatti di un sistema non-lineare, che presenta un “ciclo limite”, cioè una instabilità periodica persistente, ma in questo caso sempre più ampia, che in un impianto industriale può verosimilmente portare ad un evento incidentale con la la messa fuori uso dell’impianto stesso.

Nei miei commenti alla fine del post di Euan Mearns, cito un articolo uscito su Nature diversi anni fa, che mi aveva molto “intrigato”. Esso infatti riporta una serie di simulazioni dell’attuale fase del clima terrestre, da cui risulterebbe una alta probabilità che, senza interventi antropici (voluti o non voluti), il clima si porti in tempi geologicamente brevissimi (con l’imminente inizio della prossima era glaciale) in una nuova situazione stabile, con una calotta glaciale artica estesa al settentrione dei continenti americano ed euroasiatico, e paragonabile in volume e stabilità a quella antartica!

Che ne sarebbe dell’attuale “civiltà” dell’Homo sapiens?

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L’ondata di caldo del Giugno 2017

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 14 comments

L’ondata di caldo del Giugno 2017

Livello di anomalia relativo al periodo 1951-2017 per la zona rurale prossima a Milano

Ieri l’altro, giovedì 22 giugno, molti notiziari radiofonici e televisivi mettevano il caldo e la siccità come prima notizia, complice anche lo stato di emergenza per siccità dichiarato nelle provincie di Piacenza e Parma. Non è mia intenzione commentare lo stile adottato dai media o il fatto che nessuno sappia più distinguere fra meteorologia e clima o ancora il significato politico dato all’ondata di caldo, che secondo alcuni commentatori (oggi ho sentito il dottor Mentana sul TG di La sette) sarebbe nientemeno che da ricollegare al voltafaccia americano rispetto agli accordi di Parigi.

Premetto che l’anomalia termica positiva è frutto di un promontorio anticiclonico subtropicale di blocco da sudovest che influenza in modo più diretto il centro-nord e la Sardegna. Il meridione peninsulare e la Sicilia invece sono stati invece fin qui esposti a un regime di correnti più fresche da nordest che scorrono sul fianco orientale del promontorio in questione, per cui le temperature di giugno sono state fin qui pienamente nella norma.

Per cercare di capire quanto è fin qui anomalo dal punto di vista delle temperature massime il giugno 2017 per il circondario di Milano ho estratto per il periodo da 1 a 22 giugno il numero di giorni con temperature massime maggiori o uguali a 30°C. Il risultato è in figura 1. In figura 2 riporto invece i casi con temperature massime maggiori o uguali a 33°C.

Preciso che la serie storica analizzata è quella di Milano Linate per il periodo 1951-1992 (Servizio Meteorologico dell’Aeronautica militare e ora Enav, con dati che dal 1973 provengono da GSOD – https://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/) e quella di Montanaso Lombardo dal 1993 in avanti (fonte: Crea – Cma – http://cma.entecra.it/homePage.htm). Il cambio di stazione è dovuto al fatto, già in altre occasioni discusso, che la stazione aeroportuale di Linate, problemi gestionali a parte, risente sempre più dell’Isola di calore urbano di Milano.

Come si può notare dai dati, il 2017 con 15 giorni con temperature oltre i 30°C e 7 giorni oltre 33°C è al secondo posto dopo il 2003 (rispettivamente 16 e 8). A seguire abbiamo il 2013 (11 e 3) e il 2014 (8 e 6).

Notare anche che gli ultimi due anni (2015 e 2016) erano stati particolarmente miti, disabituandoci ai mesi di giugno torridi vissuti negli anni precedenti.

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