Climate Lab – Fatti e Dati in Materia di Clima

Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, poco dopo la fine della COP21 di Parigi, abbiamo messo a punto un documento pubblicato nella sua interezza (e scaricabile qui in vari formati) con il titolo “Nullius in Verba, fatti e dati in materia di clima”. L’idea è nata dall’esigenza di far chiarezza, ove possibile e nei limiti dell’attuale conoscenza e letteratura disponibili, in un settore dove l’informazione sembra si possa fare solo per proclami, quasi sempre catastrofici.

Un post però, per quanto approfondito e per quanto sempre disponibile per la lettura, soffre dei difetti di tutte le cose pubblicate nel flusso del blog, cioè, invecchia in fretta. Per tener vivo un argomento, è invece necessario aggiornarlo di continuo, espanderlo, dibatterle, ove necessario, anche cambiarlo. Così è nato Climate Lab, un insieme di pagine raggiungibile anche da un widget in home page e dal menù principale del blog. Ad ognuna di queste pagine, che potranno e dovranno crescere di volume e di numero, sarà dedicato inizialmente uno dei temi affrontati nel post originario. Il tempo poi, e la disponibilità di quanti animano la nostra piccola comunità, ci diranno dove andare.

Tutto questo, per mettere a disposizione dei lettori un punto di riferimento dove andare a cercare un chiarimento, una spiegazione o l’ultimo aggiornamento sugli argomenti salienti del mondo del clima. Qui sotto, quindi, l’elenco delle pagine di Climate Lab, buona lettura.

  • Effetti Ecosistemici
    • Ghiacciai artici e antartici
    • Ghiacciai montani
    • Mortalità da eventi termici estremi
    • Mortalità da disastri naturali
    • Livello degli oceani
    • Acidificazione degli oceani
    • Produzione di cibo
    • Global greening

____________________________________

Contenuti a cura di Luigi Mariani e revisionati in base ai commenti emersi in sede di discussione e per i quali si ringraziano: Donato Barone, Uberto Crescenti, Alberto Ferrari, Gianluca Fusillo, Gianluca Alimonti, Ernesto Pedrocchi, Guido Guidi, Carlo Lombardi, Enzo Pennetta, Sergio Pinna e Franco Zavatti.

Letture, segnalazioni e una punta di soddisfazione!

Posted by on 18:49 in Ambiente, Attualità, Climatologia, Meteorologia | 2 comments

Letture, segnalazioni e una punta di soddisfazione!

Come ormai è chiaro agli abitanti del villaggio di Asterix, spesso ci capita di dedicare i post prossimi al week end alle segnalazioni per fornire passatempo, spunti di riflessione e magari suggerimenti per interventi a venire.

Tanto farò oggi, ma non posso nascondere una punta di soddisfazione nel segnalarvi la lettura dell’articolo uscito appena qualche giorno fa su Nature (climate and atmospheric sciences):

Historical predictability of rainfall erosivity: a reconstruction for monitoring extremes over Northern Italy (1500–2019), di Diodato et al.

Il lavoro prosegue in un filone che abbiamo già avuto modo di commentare sulle nostre pagine (Luigi Mariani e Franco Zavatti, qui e qui), che è quello degli eventi estremi e dei processi erosivi della valle del Po, argomento quanto mai attuale alla luce delle discussioni inerenti l’eventuale aumento degli eventi precipitativi estremi e dei conseguenti effetti sul territorio.

Viene pubblicata per la prima volta una serie storica con risoluzione annuale dell’indice di erosività del bacino del Po, una grandezza dal cui andamento si evincono delle informazioni davvero interessanti. Tra tutte, la conferma di un andamento degli eventi erosivi che mostra una dipendenza da fattori climatici di lungo periodo piuttosto evidente, con cambiamenti importanti tra la fase fredda della PEG e la successiva fase di recupero che giunge fino ai giorni nostri. Inoltre, si identifica anche un segnale di ciclicità presumibilmente connesso al ciclo solare di 22 anni, oltre che alle modifiche di più lungo periodo dell’attività della nostra stella. Altrettanto importante, ma di difficile interpretazione, il segnale di aumento della variabilità interannuale degli eventi erosivi nella fase post PEG, con un incremento decisamente accentuato nelle ultime decadi, pur in un contesto di eventi erosivi mediamente meno frequenti.

Qui sotto, la Figura 5 del paper con la sua didascalia.

Infine, e vengo alla soddisfazione, troviamo citato nel testo il lavoro che Carlo Colarieti Tosti ha prodotto nel 2015 per le pagine di CM (Il clima del futuro, la risposta è nel passato), un lavoro che, come si dice in questi casi, sta invecchiando davvero bene. Qui di seguito un estratto del testo con la citazione:

In fact, during recent decades, the aggressiveness seems to indicate a recovery in the erosive activity of rains. This trend is in accordance with a marked increase of erosivity density (the ratio of rainfall erosivity to precipitation, data not shown), which confirms an increased inter-annual variability. Though the frequency of occurrence of daily precipitation was found to decrease over in Italy, episodes with shorter duration (from 1 to 3 h) have instead enhanced the torrential character of seasonal rains. This accords with what reported by Colarieti Tosti, which provided sufficient data to show that in the coming decades the polar vortex will undergo a phase of expansion towards the south with consequent exacerbation of the hydrological cycle in the central-western Mediterranean area.

Spero che la lettura del paper di Diodato et al., (e, con riferimento ai link, la rilettura) sia di vostro gradimento per questa fine settimana, confidando inoltre che qualcuno degli amici di CM vorrà fornirci analisi più approfondite del paper stesso e dei dati in esso pubblicati.

A corredo di tutto questo e sempre con gli eventi estremi sullo sfondo, vi segnalo anche il podcast della trasmissione Smart City di Maurizio Melis, andata in onda appena ieri sera su Radio24. L’argomento è la prossima realizzazione del centro ad elevatissima capacità di calcolo dell’ECMWF al Tecnopolo di Bologna, con cui si progetta di far scendere la definizione del modello meteorologico globale più performante dagli attuali 9Km a 5Km (praticamente un LAM), un modello non idrostatico che dovrebbe aumentare parecchio la capacità predittiva numerica degli eventi a piccola e media scala spaziale. Il podcast lo trovate a questo link. Nella speranza che chi si occupa di futuro con tanto impegno non dimentichi il passato ;-).

Enjoy

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

I rapporti isotopici di Ossigeno e Carbonio tra 0 e 65 milioni di anni fa

Posted by on 12:39 in Attualità, Climatologia | 5 comments

I rapporti isotopici di Ossigeno e Carbonio tra 0 e 65 milioni di anni fa

Facendo ancora riferimento all’articolo di Westerhold et al. (2020), discuto qui le loro serie dei rapporti isotopici di ossigeno e carbonio (δ18O e δ13C) e i loro spettri. Per una descrizione accurata del contenuto dell’articolo rimando all’ottimo resoconto dell’amico Donato Barone del quale condivido in toto anche i commenti finali.

Ma prima voglio portare all’attenzione dei lettori un commento di Willis Eschenbach all’articolo, su WUWT (Watts Up With That?) nel quale, ricavate dalla digitalizzazione delle figure, si confrontano la variazione di temperatura e la concentrazione di CO2 su tutti i 67 milioni di anni della serie dell’ossigeno. Lo scopo è quello di verificare se la relazione ΔT=λΔF (dove i Δ sono le variazioni di temperatura T e forzante F e λ è la sensibilità climatica all’equilibrio (ECS) può essere confermata dai dati di Westerhold et al., 2020.
Come si vede, se la relazione (alla base del concetto di riscaldamento globale di origine antropica) è vera, si deve ottenere una retta, di pendenza λ, in un grafico che lega temperatura e logaritmo della concentrazione di CO2.

Fig.1: Riproduzione della figura 4 di W.Eschenbach.

Dalla sua figura è molto difficile dimostrare una relazione lineare tra le due grandezze; anzi, per lunghi periodi (milioni e decine di milioni di anni) variazioni di CO2 avvengono a temperatura costante o poco variabile, mentre in altri periodi variazioni di temperatura si hanno a ln(CO2) quasi costante.
La serie δ18O (dato di prossimità della temperatura) e quella dellla concentrazione di CO2 dimostrano, ancora una volta, che tra queste due grandezze non esiste una relazione stabile nel tempo e che, a mio parere, una eventuale relazione su periodi brevissimi (come i circa 160 anni che vengono normalmente considerati dall’AGW) non ha alcun significato.

Chiusa questa parentesi, ritorno all’analisi delle serie di Westerhold et al., 2020, che qui ho usato nella forma compatta mostrata in figura 2.


Fig.2: Serie usate in questo post: il passo dei dati è di 8 Kyr tra 0 e 34.026 Ma e di 20 Kyr tra 34.030 e 67.1 Ma (il duplice passo è degli autori). Questo implica l’uso di 5909 dati invece dei 23629 originali. La linea rossa è un filtro passa basso di 64 punti (da 0.5 a 2 Myr). La linea verticale viola indica la transizione di metà Miocene datata 14 Ma. Da notare che il salto a 34 Ma, la transizione tra Eocene e Oligocene, indicato da una freccia in entrambi i grafici, coincide con il cambio di passo dei dati (da 8 a 20 Kyr in figura o tra 2 e 5 Kyr nei dati originali).

Lo spettro Lomb di queste serie mostra, nel caso dell’ossigeno, un potente massimo di periodo circa 31 milioni di anni e picchi minori a ~10 e ~6 Myr; nel caso del carbonio due picchi, a ~40 e ~22 Myr, accompagnati da tre massimi più deboli, e una struttura più articolata rispetto all’ossigeno.

Fig.3: Spettro Lomb della tabella S34 di Westerhold et al., 2020. Da notare l’assenza dei cicli di Milankovic o, come si può supporre da questo grafico, la loro estrema debolezza. Infatti sarà necessario un forte ingrandimento della parte sinistra dello spettro per vederli, come viene fatto nella successiva figura 4.

Di questi massimi non avevo mai sentito parlare, ma la loro potenza è tale da avermi costretto a fare ricerche. Ho trovato bibliografia un po’ datata (anni ’80, e precedenti, del secolo scorso) ma ben strutturata e in grado di fornire spiegazioni geologiche di questo picco spettrale e di molti altri che in queste serie non si vedono: la tettonica, la formazione di rift sul fondo degli oceani (in particolare quello artico che è l’argomento di uno degli articoli) e la conseguente modifica della circolazione oceanica mostrano oscillazioni di periodo molto vicino a 30 Myr (e, come ho detto, sono presenti anche altri periodi) alle quali, ad esempio, Fischer (1982) associa lo sviluppo negli oceani (lui lo chiama “bloom”, fioritura), in fasi successive, di grandi predatori (più lunghi di 10 metri) che elenca per nome nel suo lavoro: dall’Ittiosauro del Medio Triassico; alla balena del Miocene, il Basilosauro; allo squalo del Mio-Pliocene, il Carcarodonte megalodonte.

Al massimo spettrale a ~30 Myr hanno fatto riferimento, anche Johnson & Rich (1986) che citano Fischer:

If medial times are assigned to those in Table I then the volcanic activity peaks for the Cenozoic-Mesozoic is 27 my, which is remarkably consistent with the approximate 30 my cycle predicted by Fischer (1982).

Lo stesso Fischer (1982) scrive:

Fischer and Arthur (1977) suggested that the Mesozoic-Cenozoic part of Earth history is logically subdivided not into four periods as currently practiced but into seven, with a mean duration of 32 m.y., corresponding essentially to Grabau’s (1940) seven pulses: the Triassic, Liassic, “Jurassic”, Comanchean, Gulfian or “Cretaceous,” Paleogene, and Neogene. Each of these corresponds to an expansion of organic diversity in the pelagic marine realm (development of polytaxy) followed by a decline to an “oligotaxic” state.

E poi aggiunge:

This pattern appears in global counts of coexisting genera and species as well as in the structure of marine communities,…

Non commento queste frasi o le teorie della fioritura: non ho conoscenze dirette e soprattutto non ho seguito la loro evoluzione negli ultimi 40 anni; mi limito a segnalare la già nota presenza di un un ciclo di 30 Myr che nello spettro dei dati di Westerhold et al. (2020) assume una potenza tale da rendere trascurabili i cicli di Milankovic che pure sono legati a cambiamenti climatici poderosi come l’alternanza di periodi glaciali e interglaciali.

Questi cicli però, malgrado siano di potenza minuscola, esistono nello spettro del rapporto isotopico dell’ossigeno e sono ben visibili quando la scala del grafico è opportunamente tarata:


Fig.4: Ingrandimento di figura 3 con lo scopo di evidenziare i cicli di Milankovic che si presentano con potenze di 100-300 volte inferiori a quella del massimo a 30 Myr. È presente anche un forte massimo a 20 Kyr (la sua potenza è circa 18 volte inferiore a quella del picco a 30 Myr); qualcosa di simile (22 Kyr) si osserva nello spettro Lomb della carota groenlandese GISP2 come un massimo di media potenza. Questo dovrebbe essere il segnale della precessione (periodo 19-24 Kyr), mentre il picco di bassa potenza a 23.8 Kyr sarebbe trascurabile.

Qui si osserva la presenza di un massimo a 130 Kyr che io non sono in grado di associare a fenomeni fisici, ma per il resto si identificano i massimi spettrali legati ai cicli di Milankovic, anche il potente 20 Kyr che attribuisco alla precessione, dato il suo periodo compreso tra 19 e 24 Kyr (Scafetta et al., 2020). Il debole massimo a 23.8 Kyr (all’altro estremo dell’intervallo di variabilità della precessione) è probabilmente trascurabile in questo contesto.
Dallo spettro del carbonio ho ricavato i suoi grafici a maggiore risoluzione, l’equivalente di figura 4: l’aspetto non è dissimile dallo spettro dell’ossigeno e cambiano solo le potenze. Per questo ho pensato di non appesantire ulteriormente il post e rendere disponibili i grafici del carbonio solo nel sito di supporto.

Lo spettro wavelet
Ho calcolato anche gli spettri wavelet che riporto in figura 5, con una avvertenza: i dati di Westerhold et al. sono disponibili con due passi distinti, cioè 2 Kyr tra 0 e 34 milioni di anni fa e 5 Kyr tra 34 e 67 milini di anni fa. Questo implica il fatto che lo spettro deve essere calcolato per le due parti distinte, ovvero che l’unico spettro deve contenere sull’asse x (epoca in Ma) due scale distinte.
Ho scelto la prima soluzione e quindi in figura 5 mostro lo spettro per le due parti separate, calcolato con il programma PAST.

Fig.5: Spettro wavelet della serie completa di Westerhold et al.,2020, separato nelle due parti con passo uguale. Le righe rosse orizzontali definiscono i periodi dei cicli orbitali di Milankovic.

Si vede bene che i cicli orbitali lasciano un segnale intermittente che cambia nel corso del tempo, come se in qualche modo fossero cambiate le condizioni dell’orbita terrestre durante il cammino che il Sole ha compiuto attraverso la Galassia: ad esempio è stato ipotizzato un cambiamento quando il Sole ha attraversato i bracci a spirale della Galassia cioè zone a densità di materia superiore rispetto alle zone intra bracci. È però necessario sottolineare che questi massimi spettrali sono tutti molto deboli, al di sotto del livello di confidenza del 95%, e perciò esclusi generalmente da ogni analisi spettrale: in tali condizioni anche piccole fluttuazioni di potenza possono trasformare un segnale continuo in uno intermittente.

Le estinzioni di massa
Una serie che richiama la presenza di un massimo spettrale a 30 Myr è quella delle estinzioni di massa, pubblicata da Raup e Sepkoski nel 1984: sono riportate le estinzioni di massa (v. ad esempio Wikipedia), in percentuale di estinzione, rispetto ai milioni di anni fa. Ho digitalizzato questa serie e ho calcolato lo spettro.

Fig.6: Grafico delle estinzioni di massa. Ogni picco della serie indica un’estinzione. Nella digitalizzazione ho aggiunto valori intermedi per aumentare i dettagli. Raup e Sepkoski (1984) indicano come possibile ma non certo il massimo spettrale a 30 Myr, ma a me sembra strano che un picco incerto coincida con un periodo identificato tramite considerazioni e dati indipendenti. Gli autori indicano come più incerto il massimo a 11.3 Myr (estinzione di metà Miocene, l’ultimo a destra) perché l’errore di campionamento diventa maggiore avvicinandosi “all’oggi”.

Il massimo di periodo oltre 200 milioni di anni, paragonabile all’estensione della serie, credo debba essere considerato con cautela; il massimo a 30 Myr appare netto e confermato dalle considerazioni di Fischer (1982) e dai dati di Westerhold et al. (2020). Raup e Sepkoski puntano decisamente sul vicino picco a 26 Myr e trascurano quello a 30 Myr, giustificando l’esclusione con:

However, though promising, the second peak (a 30 Myr, n.d.a.) in the power spectrum should not be taken as proof of a persistent periodicity. It can be argued that the necessary minimal spacing of 12 x 10^6 years between observed extinction peaks can make random (Poisson) data appear periodic to Fourier analysis.” anche se nelle conclusioni affermano: “The cycle at 30 ma may be real but cannot be confirmed with the present time series.

Commenti conclusivi

  1. Confermo quanto ho scritto nel post precedente: i dati sono corretti e le necessarie operazioni di raccordo tra i differenti dataset non hanno impedito di osservare caratteristiche note e meno note, derivabili da un insieme omogeneo di dati invece che da molti dataset frammentati. E questo è un aspetto positivo.
  2. Questa analisi mi ha permesso di mettere nella giusta prospettiva la potenza dei fenomeni geologici rispetto a quelli astronomici, su tempi scala di milioni e migliaia di anni rispettivamente, anche se, ad esempio, il passaggio del Sole attraverso i bracci a spirale della Via Lattea ha periodi stimati di circa 100 milioni di anni e conseguenze dovute all’attraversamento di zone a densità molto diverse.
  3. Il ciclo di 30 Myr sembra confermato da analisi distinte e indipendenti. La sua attribuzione ad una specifica causa (geologica o astronomica) è più articolata e a mio parere deve ancora essere definita.
  4. I cicli di Milankovic risultano sorprendentemente (per me) deboli rispetto ad altri cicli, in particolare quello a 30 Myr, pur essendo in grado di condizionare in modo importante il clima terrestre.
  5. Nell’altro post su questo lavoro avevo attribuito alla sola stampa una visione catastrofista; in realtà gli autori si riferiscono ad un’evoluzione tragica (… will be moved abruptly from the Icehouse into the Warmhouse or even Hothouse climate state.) definita da RCP8.5 e per questo devono essere anch’essi criticati. Considerare questo aspetto come il necessario contributo “alla causa” mi sembra riduttivo e penso che gli autori siano convinti dell’estensione modellistica dei loro risultati descritta nell’articolo.

Bibliografia

 

  • Fisher A.G.: Long-Term Climatic Oscillations Recorded in Stratigraphy, in: Climate in Earth History, National Acad. Press., 97-104, 1982
  • Johnson G.L., Rich J.E.: A 30 million year cycle in arctic volcanism?Journal of Geodynamics6, 111-116, 1986. https://doi.org/10.1016/0264-3707(86)90035-9
  • D.M. Raup, J.J. Sepkoski Jr: Periodicity of extinctions in the geologic past , PNAS81, 801-805, 1984. https://doi.org/10.1073/pnas.81.3.801
  • Nicola Scafetta, Franco Milani, Antonio Bianchini: A 60-year cycle in the Meteorite fall frequency suggests a possible interplanetary dust forcing of the Earth’s climate driven by planetary oscillationsGeophis. Res. Lett., 2020. https://doi.org/10.1029/2020GL089954
  • Thomas Westerhold, Norbert Marwan, Anna Joy Drury, Diederik Liebrand, Claudia Agnini,Eleni Anagnostou, James S. K. Barnet, Steven M. Bohaty, David De Vleeschouwer, Fabio Florind, Thomas Frederichs, David A. Hodell, Ann E. Holbourn, Dick Kroon, Vittoria Lauretano, Kate Littler, Lucas J. Lourens, Mitchell Lyle, Heiko Pälike, Ursula Röhl, Jun Tian, Roy H. Wilkens, Paul A. Wilson, James C. Zachos: An astronomically dated record of Earth’s climate and its predictability over the last 66 million years Science369, 1383-1387, 2020. https://doi.org/10.1126/science.aba6853S.M.
  • https://wattsupwiththat.com/2020/09/15/cooling-the-hothouse/ (Post di Willis Eschenbach)
    Tutti i dati e i grafici sono disponibi nel sito di supporto

 

 

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Un Mese di Meteo – Ottobre 2020

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia, Commenti mensili, Meteorologia | 0 comments

Un Mese di Meteo – Ottobre 2020

IL MESE DI OTTOBRE 2020

Mese che sulla maggior parte del territorio nazionale ha presentato piovosità abbondante cui si sono accompagnate temperature lievemente inferiori alla norma.

La topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa evidenzia come principali centri d’azione l’anticiclone delle Azzorre e il ciclone d’Islanda, indicati rispettivamente con le lettere A e B nella figura 1a. Fra tali due strutture meteorologiche corrono veloci le correnti occidentali che irrompendo sul Mediterraneo influenzano l’areale italiano, ove assumono una lieve curvatura ciclonica, sintomo di variabilità a tratti perturbata. La carta delle isoanomale di fonte NOAA (figura 1b) mostra una lieve anomalia negativa del livello barico di 850 hPa sulle regioni  centro-settentrionali (area in azzurro).

Figure 1a – 850 hPa – Topografie medie mensili del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 1b – 850 hPa – carte delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

La tabella 1 indica la presenza di 5 giorni anticiclonici, 5 intermedi e 20 giorni con tipi di tempo perturbati. La descrizione del regime circolatorio giornaliero in tabella 2 evidenzia che il territorio nazionale è stato in tutto o in parte interessato da 7 perturbazioni,  manifestatesi rispettivamente dall’1 al 3 ottobre, dal 4 al 7, dall’8 al 9, dal 10 al 13, dal 14 al 17, dal 20 al 22 e dal 25 al 28.

Prendendo in esame la piovosità media di tutte le stazioni presenti in ogni macroarea, al Nord i tre giorni più piovosi sono stati l’11 ottobre (20.3 mm di media), il 2 (13.6 mm) e il 27 (11.6 mm), al Centro il 15 ottobre (17.3 mm), il 24 (9.8 mm) e il 5 (7.9 mm) e al Sud il 12 ottobre (11.8 mm), il 13 (8.5 mm) e il 27 (5.9 mm).

Dal punto di vista climatologico il mese di ottobre vede di norma prevalere regimi circolatori di tipo perturbato come dimostra il fatto che la piovosità media di ottobre rispetto alla media annua è mediamente del 10-15% al Nord e del 9-16% al Centro e al Sud.

Andamento termo-pluviometrico

A livello mensile (figure 2 e 3) le temperature medie delle minime e delle massime hanno presentato lievi anomalie negative che sono frutto delle anomalie negative manifestatesi nella seconda decade del mese (tabella 3) per effetto dell’afflusso di messe d’aria settentrionali, dapprima da nordovest e poi da nordest.

Figura 2 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 3 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

La carta di anomalia pluviometrica percentuale (figura 5) mostra sull’area italiana la presenza di anomalie positive su Trentino-Alto Adige, gran parte del Piemonte, della Liguria e della Lombardia, Veneto occidentale, Toscana, Umbria, Sardegna nordoccidentale e gran parte di Calabria e Basilicata. L’analisi pluviometrica delle singole decadi (tabella 3) indica inoltre che l’anomalia positiva si è concentrata nella seconda decade del mese.

Figura 4 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 5 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore registrato ed il valore medio del periodo 1990-2019. –––

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo(anomalie deboli, fra 1 e 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti, di  oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (fra 1 e  2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente  l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in  azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e  giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

Per collocare in un contesto globale le anomalie osservate sull’Italia facciamo come sempre ricorso alla carta dell’anomalia termica globale mensile dell’Università dell’Alabama (figura 6a) la quale mostra l’Europa Occidentale interessata da una debole anomalia negativa che è confermata anche dalla carta di anomalia termica mensile del Servizio meteorologico tedesco – Deutscher Wetterdienst (figura 6b).

Figura 6a – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla media 1981-2010 espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

Figura 6b – DWD climat anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla media 1961-1990 espresso in °C) della temperatura media mensile al suolo. Carta frutto dell’analisi svolta dal Deutscher Wetterdienst sui dati desunti dai report CLIMAT del WMO [https://www.dwd.de/EN/ourservices/climat/climat.html).

 

 

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Il livello del mare da scioglimento delle regioni polari

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia | 7 comments

Il livello del mare da scioglimento delle regioni polari

Il 30 agosto è uscito su Nature Climate Change l’articolo Ice-sheet losses track high-end sea-level rise projections Slater et al., 2020, in cui gli autori mostrano che i dati osservati, prodotti dal consorzio IMBIE (http://imbie.org. Nella loro homepage si legge: IMBIE is an international collaboration of polar scientists, providing improved estimates of the ice sheet contribution to sea level rise), seguono fedelmente -nei 10 anni di sovrapposizione- lo scenario peggiore dei modelli climatici AR5 (RCP 8.5), come si vede nella successiva figura 1 che riproduce la loro figura 1.

Fig.1: Riproduzione della figura 1 di Slater et al., 2020 con la sua didascalia.

E’ facile sottolineare che i “dati osservati” sono in realtà frutto di lunghe elaborazioni dei dati satellitari, basate su modelli (ad es. in Imbie, 2018: We then averaged the rates of ice-sheet mass balance using the same class of satellite observations to produce three technique dependent time series of mass change in each geographical region …), oppure, ibidem: The least certain result is in East Antarctica…, dove l’Antartide orientale è praticamente tutto il continente, le altre due parti essendo la piccola regione dell’Antartide occidentale e la Penisola antartica, di area quasi trascurabile; vedere questa mappa (sempre da Imbie, 2018). Anche osservare che 10 anni di sovrapposizione, di cui gli ultimi due sembrano allontanarsi dai modelli, sono una prova non molto efficace per dimostrare una cosa qualsiasi, è quasi banale. Poi, un articolo altrettanto recente (Golledge, 2020) scrive, nella prima frase del riassunto: Under future climate change scenarios it is virtually certain that global mean sea level will continue to rise. But the rate at which this occurs, and the height and time at which it might stabilize, are uncertain., lasciandoci immaginare che in realtà i problemi legati alla compatibilità tra modelli e osservazioni sono ancora aperti e che la scienza, su questi argomenti, è tutt’altro che “settled”. E questo anche se la sicurezza mostrata da Slater et al., 2020 appare adamantina.

Anche lo stesso consorzio IMBIE, nel confermare lo scioglimento dei ghiacci più evidente in Groenlandia, riporta il bilancio di massa nelle tre regioni antartiche, che riproduco nella figura 2 e che appare notevolmente costante negli ultimi (quasi) 40 anni.

Fig.2: Figura 3 del materiale supplementare di Imbie (2018). Vengono riportate le serie del bilancio di massa superficiale (SMB, Surface Mass Balance) per le tre regioni dell’Antartide (AP= Antarctica Peninsula; WAIS= West Antarctica Ice Sheet; EAIS= East Antarctica Ice Sheet) in miliardi di tonnellate di ghiaccio al mese (Gt mo-1).

Ma, come si dice, non voglio nascondermi dietro un dito: la perdita di ghiaccio c’è e il consozio IMBIE lo certifica, sia in miliardi di tonnellate che nel relativo aumento del livello marino (i dati sono simmetrici), come si vede nella figura successiva, una mia elaborazione dai dati di IMBIE-2012 (i dati disponibili, che riporto anche nel sito di supporto, sono distinguibili dagli anni 2012, 2018, 2020, questi ultimi riferiti alla sola Groenlandia).

Fig.3: Serie antartica e groenlandese del cambiamento mensile di massa (grafico superiore) e il relativo aumento del livello marino come contributo dell’una e dell’altra regione. Le barre verticali sono gli errori di misura riportate dal Consozio IMBIE. L’equivalente grafico per i dati più recenti, IMBIE-2018 e IMBIE-2020, è disponibile nel sito di supporto

Noto con qualche sorpresa, ma potrebbe essere una coincidenza, che le due curve cominciano a separarsi dal 2001-2002, gli anni in cui, secondo la mia visione del fenomeno, l’aumento della temperatura globale si è fermato (o ha rallentato, a seconda della serie di temperatura usata), calcolandolo al di fuori dall’influenza dei due forti El Nino 1997-98 e 2015-16, rispetto alla salita iniziata dal 1980.
Senza affidarmi troppo alla figura 1, ho preferito derivare il contributo al livello del mare di Antartide più Groenlandia direttamente dai dati IMBIE, con l’incertezza complessiva calcolata dalla semplice propagazione degli errori.

Fig.4: Contributo cumulativo di Groenlandia e Antartide alla salita del livello del mare. Il grafico corrisponde, senza i modelli, alla figura 1. Le barre di incertezza sono calcolate dalla propagazione degli errori forniti per le due serie. Dati di Imbie-2020 (Greenland) e Imbie-2018 (Antarctica). Anche qui si vede un rallentamento finale della pendenza, rispetto a quella del periodo 2010-2015.

Mi sarei aspettato che i dati più recenti avessero una maggiore precisione rispetto a quelli iniziali delle serie e quindi una barra di incertezza complessiva via via minore (25 anni non passano invano), ma osservo in figura 4 che le barre arancione si comportano come quelle dei modelli: man mano che ci si allontana dalla base osservativa su cui sono sintonizzati (vedere anche figura 1) diventano più ampie.

Per osservare le variazioni intrinseche del contributo al livello marino da un mese all’altro (Cumulative sea level contribution, mm) ho calcolato le differenze tra il cambiamento cumulativo del livello del mare nelle serie IMBIE, in mm, di un mese rispetto al mese precedente, delle tre regioni antartiche e di tutto il continente, in pratica la derivata prima numerica della serie fornita da IMBIE o la velocità con cui il livello cambia.

Fig.5: Differenze (nel senso di mese successivo – mese precedente) del contributo di due mesi successivi al bilancio di massa in Antartide. Le tre parti del continente sono separate e all’Antartide orientale è stato aggiunto (in rosso e diminuito di 0.04 mm, per mantenere la stessa scala nei tre grafici) l’intero continente. L’equivalente in massa di ghiaccio (Gt/mese) si trova nel sito di supporto. Dati da IMBIE-2018.

Osserviamo che nel periodo 1992-2018:

  1. (Il ghiaccio del)La Penisola antartica cambia a velocità costante, tranne un periodo di 7-8 anni (2007-2014) in cui la velocità di cambiamento è aumentata leggermente sempre restando costante.
  2. L’Antartide occidentale mostra una velocità costante fino al 2005; poi un aumento di velocità (accelerazione) fino al 2009, seguito da una costanza (in media) fino al 2014 e un successivo accenno di diminuzione.
  3. L’Antartide orientale e il continente intero, pur con le rispettive differenze, anche importanti, si presentano complessivamente come l’Antartide occidentale.
  4. L’insieme delle parti importanti del continente (cioè escludendo la piccola Penisola antartica che in ogni caso “corre” a velocità costante) mostra un contributo costante al livello del mare, una successiva accelerazione e una decelerazione che prosegue fino alla fine della serie (nel 2018).

Tutti i dati che abbiamo a disposizione, visualizzati nelle figure 1, 4 e 5, confermano una momentanea accelerazione del livello marino (grosso modo dal 2005 al 2014) e una sua diminuzione, almeno fino al 2018. A mio parere questo significa normale presenza di fluttuazioni naturali, certo legate all’aumento della temperatura complessiva e all’amplificazione artica, ma nulla che lasci immaginare un’evoluzione parossistica (catastrofica) della situazione.
Le osservazioni mostrano che il livello medio marino sta salendo e che sta accelerando dal tempo delle osservazione altimetriche satellitari (Golledge, 2020), in particolare dal 2011. A me questa accelerazione sembra più un paio di episodi di durata biennale, seguiti da una brusca decelerazione, tipo quella avvenuta dopo il 2016.
Anche il lavoro di Levitus et al., 2012, fornisce, secondo me, una crescita lineare del contenuto di calore dell’oceano globale (OHC) negli ultimi 52 anni, come mostra questa figura, derivata componendo i grafici relativi all’oceano globale delle sue figure S1 e S2, in cui il fit lineare è in grado di spiegare più del 90% della varianza dell’OHC, sia tra 0 e 700 m che tra 0 e 2000 m di profondità.

Conclusioni
Il ghiaccio in Antartide e in Groenlandia si sta sciogliendo, ma non è chiara (per me) quale sia l’incertezza insita nelle misure e quale il ruolo e l’importanza dei modelli (quelli che permettono il passaggio dai dati “grezzi” ai dati climatici: qui non c’è quasi nulla che sia “misurato” nel senso classico del termine) e quindi quali possano essere i numeri che definiscono il reale aumento del livello marino e la veridicità delle affermazioni connesse ai cd migranti climatici o all’allagamento delle zone costiere (con le relative, molte, grandi città). E, come conseguenza, quali possano essere i tempi necessari per il verificarsi di questi eventi, che sembrano sempre dover avvenire “domani”, da quasi 50 anni. Sempre ammesso che le catastrofi annunciate siano ineluttabili.
Golledge, 2020 cita aumenti del livello marino fino a poco meno di 60 m, dovuti allo scioglimento totale dei ghiacci groenlandesi e antartici ma anche lui, che a mio parere ha affrontato l’argomento con molta serietà, dimentica di sottolineare (solo un vago accenno) i tempi necessari per questo fantomatico scioglimento totale e il fatto che le popolazioni umane (questa sembra essere la preoccupazione principale) avrebbero in un caso simile ben altri problemi che impoverirsi, usando l’elettrico invece del petrolio per muoversi, o mangiare “biologico” invece di usare i concimi chimici che la scienza mette a disposizione (scienza con cui i “salvatori” del pianeta si riempiono la bocca quando fa loro comodo).

Bibliografia

  • IMBIE Team: Mass balance of the Antarctic Ice Sheet from 1992 to 2017, Nature, 558, 219-235, 2018. https://doi.org/10.1038/s41586-018-0179-y
  • Golledge N.R.: Long‐term projections of sea‐level rise from ice sheets., WIREs Climate Change, e6:34, 2020. https://doi.org/10.1002/wcc.634
  • S. Levitus, J. I. Antonov, T. P. Boyer, O. K. Baranova, H. E. Garcia, R. A. Locarnini, A. V. Mishonov, J. R. Reagan, D. Seidov, E. S. Yarosh and M. M. Zweng: World ocean heat content and thermosteric sea level change (0–2000 m), 1955–2010 , Geophys. Res. Letters, 39, L10603, 2012.
    https://doi.org/10.1029/2012GL051106
  • Slater, T., Hogg, A. E. & Mottram, R. Ice-sheet losses track high-end sea-level rise projections, Nat. Clim. Chang., 2020. https://doi.org/10.1038/s41558-020-0893-y
    Tutti i dati e i grafici sono disponibi nel sito di supporto

 

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Uragani più vivaci, revisori pigri

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia, Media Monitor, Meteorologia | 4 comments

Uragani più vivaci, revisori pigri

Che gli uragani, per definizione gli eventi atmosferici più intensi, siano vivaci è un eufemismo. Che lo siano i revisori di una rivista come Nature è, invece, molto grave.

Andiamo con ordine. Qualche giorno fa, compare appunto su Nature un articolo, l’ennesimo, in cui si cerca di trovare qualche segnale di climate change nelle dinamiche degli uragani. Una ricerca che sin qui ha visto fiorire innumerevoli tentativi, da cui però non sono nati frutti. Per esempio, non ci è riuscito l’IPCC, che mettendoli tutti assieme continua a prevedere che prima o poi arriveranno ma è costretto ad ammettere che sin qui non ce ne sono. Però, siamo verso la fine di una stagione degli uragani decisamente attiva, per cui non si può perdere l’occasione di far uscire un paper che qualche segnale dice di averlo trovato. E non è cosa da poco:

Slower decay of landfalling hurricanes in a warming world, di Lin Li & Pinaki Chakraborty.

In pratica, il riscaldamento degli oceani metterebbe a disposizione più energia, quindi gli uragani, che normalmente sono soggetti a rapida attenuazione non appena toccano la terraferma, avrebbero invece la tendenza a conservare quell’energia più a lungo e quindi a restare intensi più a lungo.

Come sono giunti a questa conclusione gli autori del paper? Hanno studiato evento per evento la fonte di energia, il mare, trovando che questa era sempre superiore alle attese? Hanno misurato quell’energia dopo e durante l’ingresso sulla terraferma degli uragani? Niente di tutto questo a quanto pare. Sono andati semplicemente a vedere per quante ore, dopo il landfall, gli uragani restavano tali, prima cioè di tornare ai gradini più bassi della scala di riferimento di questi eventi.

Ora, gli uragani sono macchine termiche quasi perfette che si rompono proprio quando arrivano sulla terraferma. Esattamente come l’intensificazione, la fase di attenuazione è dovuta essenzialmente alle condizioni al contorno. Viene meno il contributo di calore fornito dall’acqua e c’è invece l’attrito, che impedisce che possa essere mantenuta una certa intensità. Questo significa però che perché ci sia l’attenuazione devono restare sulla terraferma, non sfiorarla appena o tornare sul mare dopo un fugace landfall, come accaduto per molte (quasi tutte) le tempeste che nel database di eventi raccolto dagli autori hanno fatto registrare un numero molto alto di ore di persistenza delle condizioni da uragano.

Togliendo dal DB tutti gli eventi che, di fatto, non sono rimasti sulla terraferma subito dopo averla toccata e sono quindi tornati sul mare ricevendo nuova energia, magicamente scompare il trend preoccupante che gli autori hanno messo in evidenza e su cui si sono buttati a pesce i soliti noti media, WP, CNN e NYT prima di tutti.

Questa operazione l’ha fatta Ryan Maue, uno dei massimi esperti di uragani e in questo TD su Twitter ci sono tutte le immagini dei percorsi degli eventi che gli autori si sono “dimenticati” di escludere e che i loro revisori, pigramente, hanno fatto finta di non vedere.

Qualche giorno fa, sempre qui su CM si è sviluppato un dibattito in cui si è parlato anche della rapidità con cui a volte i lavori passano il processo di referaggio. Non è questo il caso, perché gli autori hanno presentato il paper a gennaio ed è stato accettato a settembre. Nove mesi sono un bel po’, deve essere stato un lavoro pesante e articolato, per cui, come suggerisce giustamente Roger Pielke Sr, sarebbe proprio il caso di vederle quelle revisioni, per capire come mai, con tanto tempo e tanto lavoro, non si siano accorti dell’errore madornale compiuto in questo paper: andare a misurare i tempi di decadimento sulla terraferma di eventi che non erano sulla terraferma e che, a tutti gli effetti, sono gli unici a sostenere le loro conclusioni.

Come finirà? Come sempre. Il paper resterà lì, altri lo citeranno e, nel tempo, le loro conclusioni false diverranno vere.

Enjoy.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Quando il silenzio può equivalere a una falsità: il caso dei tornado negli USA

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 2 comments

Quando il silenzio può equivalere a una falsità: il caso dei tornado negli USA

Gran parte dell’enfasi sulla cosiddetta “crisi climatica” verte sulla questione degli eventi meteorologici estremi, che starebbero aumentando (per frequenza e intensità) in ragione del riscaldamento globale. È quindi del tutto evidente che sia di fondamentale interesse l’analisi delle relative serie storiche, dai cui risultati possono emergere conferme o smentite della teoria poco prima citata.

Detto così, sembrerebbe tutto semplice, ma in realtà le cose sono ben più complesse, perché nel dibattito sul cambiamento climatico riveste un’importanza enorme anche il modo col quale i risultati delle verifiche sono presentati e divulgati. Anche senza dire alcunché di scorretto, pure un silenzio può avere gli stessi effetti negativi di una falsità: è il caso – a mio giudizio – delle valutazioni sull’andamento dei tornado negli USA.

Sul sito ufficiale della NOAA c’è una pagina dedicata alla climatologia dei tornado, nella quale è riportato tra gli altri l’istogramma della frequenza annua, dal 1954 al 2014, degli eventi intensi (F3/+), cioè di quelli ricadenti nelle classi F3, F4 ed F5.

Il commento a tale figura si esaurisce con queste parole: «il grafico a barre indica che negli ultimi 55 anni c’è stato un debole trend nella frequenza dei tornado più forti»; si badi bene che i nostri amici americani si limitano proprio a dire soltanto “little trend” senza nemmeno specificare se esso sia positivo o negativo (Nota: perché poi si parli di 55 anni quando la serie ne conta 61 rimane un mistero).

La serie in oggetto ha un trend lineare decrescente con R2 pari a 0,1325; ne risulta quindi, secondo il test di Pearson, un livello di confidenza del 99%. Applicando il test di omogeneità non parametrico di Pettitt, si appura che la decrescita è dovuta ad un change-point negativo (confidenza del 99%), la cui collocazione temporale è nell’intervallo 1977-1985; pressoché identica indicazione è fornita anche dal test parametrico di Buishand, con confidenza attorno al 98%.

Dal punto di vista dell’interpretazione climatologica, l’evoluzione della frequenza annua dei tornado F3/+ negli USA vede pertanto uno sviluppo secondo due periodi ben distinti:

  1. 1954-1977, con media pari a 58,4
  2. 1986-2014, con media pari a 35,9

Tra di essi una fase di transizione, 1978-1985, con media pari a 43,3.

Si può in sostanza affermare che, verso la fine degli anni ’70 dello scorso secolo, la frequenza dei tornado di forte intensità ha subìto una marcata variazione, con decremento del valore medio annuo di quasi il 40%.

Nulla di tutto ciò emerge dal report della NOAA, cosicché un lettore non troppo attento e/o non sufficientemente esperto ne trae l’impressione che non siano avvenuti dei mutamenti rilevanti. Sarebbe bastato presentare il grafico nel modo sotto indicato, per rendere chiara a chiunque la situazione.

Non credo sia possibile suggerire delle interpretazioni attendibili in merito alle cause di quanto evidenziato dall’analisi della serie, tuttavia è indiscutibile che si tratti di un caso per il quale la correlazione fra temperature ed eventi estremi appare opposta rispetto a quanto sostenuto dalle teorie ufficiali.

Tacere su fatti di questo genere non è corretto e incide sui dibattiti alla pari di una diffusione di dati falsati.

Anche la passione per i record climatici pare essere “unidirezionale” – I lettori avranno certamente notato le ricorrenti notizie sui media di record che testimonierebbero la rilevanza dei cambiamenti in atto. Un esempio lo abbiamo avuto nello scorso giugno, quando un picco termico raggiunto a Verkhoiansk in Siberia è stato oggetto di ampia attenzione da parte di tutte le fonti informative più autorevoli a livello nazionale.

Ebbene, pure sui tornado intensi si sono registrati ultimamente dei record di rilievo, ma nessuno ne ha ricevuto informazione (chissà come mai …).

Andando sul sito web dello Storm Prediction Center della NOAA, visto che le statistiche sono aggiornate al 2018, possiamo infatti constatare che:

  • anno 2017 = eguagliato il numero il numero minimo annuo (15) di tornado F3/+; silenzio assoluto del mondo della divulgazione.
  • anno 2018 = Record Minimo Assoluto! Gli F3/+ sono stati soltanto 12. Ed erano tutti F3, in quanto, per la prima volta dall’inizio delle registrazioni nel 1950, non vi sono stati F5 e neppure F4. Qualcuno ve ne ha parlato? Penso proprio di no.

Anche se non è bello fare il processo alle intenzioni, non ho dubbi nel ritenere che, se per caso nelle due suddette annate consecutive i record fossero stati di massimo invece che di minimo, si sarebbe scatenato un putiferio, con i soliti allarmi per la catastrofe incombente e le immancabili affermazioni di qualche sedicente esperto in merito al continuo aumento dell’intensità del fenomeno.

_____________________________________

NB: il post è uscito in origine sul blog dell’autore

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

L’ONU i disastri naturali e l’orecchio da mercante

Posted by on 06:00 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 6 comments

L’ONU i disastri naturali e l’orecchio da mercante

di Luigi Mariani e Gianluca Alimonti

Il 13 ottobre, in occasione della giornata internazionale per la riduzione del rischio di catastrofi, è uscito il report ONU (ONU2020) “Human cost of disasters – An overview of the last 20 years 2000-2019”, fondato su dati che provengono dal dataset EM-DAT del CRED (Center for Research on the Epidemiology of Disasters) dell’Università cattolica di Lovanio in Belgio.

La conclusione riportata nel report è che tali eventi sono quasi raddoppiati, passando da 4212 nel ventennio 1980-1999 a 7348 nel periodo 2000-2019, arrivando a parlare di “aumento impressionante dei disastri legati al clima negli ultimi vent’anni” sino al punto di sostenere che “stiamo trasformando la nostra unica casa in un inferno inabitabile per milioni di persone”.

Nel report si parla anche di decessi e perdite economiche, argomenti già analizzati in un precedente lavoro: in questo scritto si prenderanno in considerazione solo il numero dei disastri e si cercherà di analizzarne la consistenza.

Osservando il grafico dei disastri naturali a partire dal 1900 (CRED2004) si osserva una sostanziale apparente assenza degli stessi sin verso la metà del secolo scorso, periodo in cui inizia una repentina crescita sin verso la fine del XX secolo. Tale andamento è assai strano: possibile che i disastri naturali siano “iniziati” verso la metà del XX secolo con una apparente drammatica crescita sino alla fine del secolo? La qual cosa sarebbe tra l’altro “coerente” con la crescita della temperatura globale del nostro pianeta.

 

 

In precedenti report però il CRED ha sempre messo in guardia su un’interpretazione esclusivamente climatologica dell’aumento degli eventi osservato sino alla fine del XX secolo: nel 2004 ad esempio scriveva (CRED2004)

Figure 2 (sopra riportata) might lead one to believe that disasters occur more frequently today than in the beginning of the century. However, reaching such a conclusion based only on this graph would be incorrect. In fact, what the figure is really showing is the evolution of the registration of natural disaster events over time”.

Ed ancora nel 2007 (CRED2007)

“Indeed, justifying the upward trend in hydro-meteorological disaster occurrence and impacts essentially through climate change would be misleading. … one major contributor to the increase in disasters occurrence over the last decades is the constantly improving diffusion and accuracy of disaster related information“.

A supporto di questa lettura vi è anche la crescita dei terremoti, che certamente nulla possono avere in comune con le condizioni climatiche, assai simile all’aumento di tutti i disastri naturali: l’aumento dei terremoti registrati può ragionevolmente essere quasi unicamente frutto di un miglior reporting.

Anche nel report ONU in questione (ONU2020) l’avvertimento al lettore è presente, ma in versione molto addolcita e prevale decisamente l’interpretazione clima-catastrofista oggi dominante

“While better recording and reporting may partly explain some of the increase in events, much of it is due to a significant rise in the number of climate-related disasters “

A cosa sia dovuta questa nuova chiave di lettura assai più clima-centrica rispetto alla precedente? Forse ad una revisione dei dati precedenti il 2000?

Torniamo allora al report del CRED 2004 (CRED2004) e facciamo un confronto tra i dati alla base delle conclusioni allora riportate ed i dati relativi agli stessi anni ma estratti oggi dal database pubblico del CRED.

Dalla tabella non si evidenzia alcun significativo incremento, eventualmente una leggera diminuzione, ma i dati sono sostanzialmente in accordo. Volendo fare un confronto più dettagliato, anche l’analisi annuale dei disastri mostra un sostanziale accordo tra i dati a cui faceva riferimento il report del CRED del 2004 con quelli attualmente presenti nel database del CRED.

La figura mostra il grafico del CRED (CRED2004) a cui è stato sovrapposto in verde il numero dei disastri annuali come riportato ora nel database del CRED.

In conclusione i confronti, sia per il numero totale di disastri naturali nel periodo, sia anno per anno, mostrano che i dati non sono significativamente cambiati. Addirittura l’andamento dei disastri naturali, da quando il reporting degli stessi si può considerare affidabile a detta degli stessi ricercatori del CRED, mostra una diminuzione del 15% dal 2000 ad oggi.

Come mai allora il messaggio diramato dall’ONU (ONU2020) parla di un «aumento impressionante dei disastri legati al clima negli ultimi vent’anni» e del fatto che “stiamo trasformando la nostra unica casa in un inferno inabitabile per milioni di persone“, ignorando con ciò gli inviti alla cautela nell’interpretazione dei dati CRED espressa a più riprese dal CRED stesso?

Questa domanda l’abbiamo posta al Direttore del CRED che l’ha diplomaticamente girata a D.McClean, funzionario ONU e coautore del report (ONU2020): siamo ancora in attesa di risposta.

Riferimenti

  • (ONU2020) Human cost of disasters – An overview of the last 20 years 2000-2019
  • (CRED2004) Thirty Years Of Natural Disasters 1974-2003: The Numbers, CRED 2004
  • (GRED2007) Annual Disaster Statistical Review, CRED 2007
Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

In calo gli incendi boschivi in Europa e nel Mediterraneo

Posted by on 06:00 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 5 comments

In calo gli incendi boschivi in Europa e nel Mediterraneo

Lo evidenziano le serie storiche quarantennali e trentennali aggiornate al 2019 riportate nel report 2020 di EFFIS (European Forest Fire Information System del JRC)

Il JRC ha pubblicato l’edizione 2020 del report sugli incendi boschivi “Forest Fires in Europe, Middle East and North Africa 2019” sviluppato dal team di EFFIS e da esperti nazionali che hanno redatto i report per i singoli Paesi. Il nuovo report è disponibile qui, mentre i report pregressi sono disponibili a quest’altro link.

Il report EFFIS è quest’anno particolarmente importante perché chiude un altro decennio, consentendoci di produrre statistiche per il quarantennio 1980-2019 per cinque paesi mediterranei (Portugalo, Spagna, Francia. Italia e Grecia) e per il trentennio 1990-2019 per 26 altri paesi (tabelle 86 e 87), che per le mie analisi ho preferito ridurre a 13 (Austria, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Germania, Lettonia, Lituania, Marocco, Polonia, Romania Slovacchia, Svizzera e Turchia) eliminando quelli che presentavano un numero eccessivo di anni mancanti a inizio serie. In sostanza per il commento successivo ho utilizzato solo i dati dei Paesi che nelle serie del numero di incendi mancano di un massimo di 5 anni a inizio serie. I dati degli anni mancanti sono stati sostituiti con la media dei primi 5 anni disponibili.

Il calo nel numero di incendi nelle serie annuali

Per i 5 paesi mediterranei il 2019 si colloca al 32° posto per numero di incendi sui 40 anni considerati. Inoltre, per gli ulteriori 13 paesi considerati il 2019 si colloca al 7° posto sui 30 anni considerati. Dai tre diagrammi colorati in rosso (figure 1, 3 e 5) si coglie il trend negativo che caratterizza il numero di incendi nel nuovo millennio per i 5 paesi mediterranei, per i 13 paesi euro-mediterranei e per l’Italia. Dalle tabelle 1 e 3 risulta inoltre che il decennio 2010-2019 è stato quello con il minor numero di incendi per i 5 e i 13 paesi considerati e per la stessa Italia.

Figura 1 – Serie storica 1980-2019 del numero di incendi boschivi in 5 paesi mediterranei (Portugal, Spain, France, Italy and Greece). Emerge una prima fase a trend positivo (1980-1995) seguita da un fase stazionaria (1996-2005) e dalla fase attuale a trend negativo (2006-2019) in cui ci si è riportati su valori simili a quelli degli anni ’80.

Figura 3 – Serie storica 1990-2019 del numero di incendi boschivi nei 13 paesi Euro-mediterranei che dispongono di serie sufficientemente complete (Austria, Bulgaria, Croatia, Czech republic, Germany, Latvia, Lithuania, Morocco, Poland, Romania, Slovakia, Switzerland and Turkey). Si noti il trend lineare negativo.

Figura 5 – Serie storica 1990-2019 del numero di incendi boschivi in Italia. Si noti il rilevante trend lineare negativo.

Il calo nelle superfici percorse dal fuoco nelle serie annuali

Per i 5 paesi mediterranei il 2019 si colloca addirittura al 37° posto sui 40 anni considerati mentre per i 13 paesi con serie trentennali il 2019 si colloca al 18° posto sui 30 anni considerati. Dai tre diagrammi colorati in blu (figure 2, 4 e 6) si coglie il trend negativo che caratterizza il numero di incendi nel nuovo millennio per i 5 paesi mediterranei e per i 13 euro-mediterranei. Infine, dalle tabelle 2 e 3 risulta che il decennio 2010-2019 è stato quello con la minor superficie percorsa dal fuoco per i 5 e i 13 paesi considerati e per la stessa Italia.

Figura 2 – Serie storica 1980-2019 delle aree in ettari interessate da incendi boschivi in 5 paesi mediterranei (Portugal, Spain, France, Italy and Greece). Si noti il trend lineare negativo.

Figura 4 – Serie storica 1990-2019 delle aree in ettari interessate da incendi boschivi nei 13 paesi Euro-mediterranei che dispongono di serie sufficientemente complete (Austria, Bulgaria, Croatia, Czech republic, Germany, Latvia, Lithuania, Morocco, Poland, Romania, Slovakia, Switzerland and Turkey). Si noti il trend lineare negativo.

Figura 6 – Serie storica 1990-2019 delle aree in ettari interessate da incendi boschivi in Italia. Si noti il rilevante trend lineare negativo.

Un comunicato stampa decisamente fuori luogo…

Dopo aver reso merito al gruppo EFFIS ed agli esperti nazionali per un lavoro che troviamo di grande rilevanza, non posso non esprimere stupore per il tono pessimistico del comunicato stampa di presentazione del report ad iniziare dal titolo “Press release – 30 October 2020 – Brussels Commission report: Europe’s nature under threat as world suffers worst year on record for forest fires”. Tale comunicato non rende infatti ragione dei tratti salienti di quanto sta accadendo a livello euro-mediterraneo.  Saggezza vorrebbe invece che si prendesse atto di quanto di positivo emerge dalle serie storiche aggiornate al 2019, anche per rendere merito dei risultati ai cittadini e alle autorità impegnate nelle attività di prevenzione e gestione degli incendi e per stimolare tutti a far sempre meglio in futuro. Tali considerazioni si riallacciano purtroppo a quelle che con l’amico Gianluca Alimonti abbiamo fatto in merito al report ONU sui disastri naturali.

“World suffers worst year on record”?

Con riferimento poi a ciò che sta accadendo a livello globale sussiste a mio avviso la necessità di un approccio realistico ai fenomeni. Al riguardo segnalo anzitutto il diagramma in figura 7, l’unico che ho trovato in rete con dati 2019 e che non suffraga l’ipotesi avanzata nel comunicato stampa UE.

Figura 7 – Numero globale di incendi di boschi e praterie (fonte: https://www.dw.com/en/wildfires-climate-change-and-deforestation-increase-the-global-risk/a-51928388)

Invito poi a leggere l’intervista che il blog della Royal Society ha fatto a Cristina Santin and Stefan Doerr, che nel 2016 scrissero sulle Philosophical transactions, storica rivista della Royal Society fondata nel 1665, un apprezzato articolo in cui analizzavano i trend globali degli incendi boschivi e che ho citato in un mio passato intervento su Climate Monitor (Mariani, 2019).

Nello specifico alla domanda “In your 2016 paper you concluded that the global area burned has overall decreased in the last decades. Has this trend changed recently?” Gli intervistati rispondono significativamente che:

Since we compiled the data for our study in 2015 there have indeed been many extreme fire events around the world: California in 2017, 2018 and, again, right now; Portugal in 2017; Greece in 2018; Australia 2019-20 – we could go on. So, there is no doubt that, as explained in our paper, fire activity is on the rise in some regions, such as the western side of North America. And very importantly, associated with these regional increases, we are already seeing a rise in fire impacts, for example in the number of fatalities. In the 20 years preceding our paper, an average of 71 deaths per year had been recorded in wildfire disasters. Since 2015, this has risen to 122. That noted, when considering the total area burned at the global level, we are still not seeing an overall increase, but rather a decline over the last decades. This has been confirmed in a series of subsequent studies, using data up to 2017 or 2018. This may sound counter-intuitive. The global decrease is mostly driven by less fire in savannahs and grasslands, mainly in Africa, but also in South America and Australia. In quantitative terms, fire in those grassy ecosystems account for around 70% of the total global area burnt, so the reduction in fire activity here outweighs the increase in burned area that we are seeing in other parts of the world.”

E circa il ruolo del cambiamento climatico osservano inoltre che:

There is strong evidence that the increase in fire activity we are seeing in many forested regions is indeed linked to climate change. Even the decrease in fire in tropical savannas that we just mentioned does not mean that climate change is not having an impact there too; actually, quite the opposite. This reduction has been in part attributed to conversion of savanna to agricultural land but, also, to shifting rainfall patterns that reduce the overall flammability of grasslands.”.

Insomma, questi ricercatori ci stanno dicendo che il cambiamento climatico non ha sempre e solo effetti negativi ma il suo ruolo dev’essere viceversa letto e interpretato caso per caso, oltre il luogo comune.

Un’ultima osservazione, marginale fin che volete ma che ci tengo non resti nella penna: fino allo scorso anno sui report EFFIS in formato PDF si poteva operare con il “taglia-incolla”, cosa che da quest’anno è impossibile essendo il documento protetto da copia, il che rende penoso trasferire dati e brani. La “mania” di proteggere i documenti PDF dalla copia affligge da anni una significativa fetta della pubblica amministrazione italiana, costringendo non di rado chi per motivi professionali accede a documenti pubblici ad avvilenti sessioni di dattilografia. Non vorrei che il contagio si stesse diffondendo anche a livello europeo!

Ringraziamenti

Ringrazio l’amico agronomo Gabriele Fontana per avermi segnalato l’uscita del report EFFIS e per aver redatto un primo sommario commento allo stesso.

Riferimenti citati nel testo

  • Cristina Santin and Stefan Doerr, 2020. GLOBAL TRENDS IN WILDFIRE AND ITS IMPACTS  – ‘society needs to understand that we live on a flammable planet …’ – https://royalsociety.org/blog/2020/10/global-trends-wildfire/
  • Report EFFIS
  • Doerr S.H., Santin C., 2016. Global trends in wildfire and its impacts: perceptions versus realities in a changing world. Phil. Trans. R. Soc. B 371: 20150345.  http://dx.doi.org/10.1098/rstb.2015.0345
  • Mariani L., 2017. Il Declino Globale delle Aree Soggette a Incendio: Alcune Riflessioni in Chiave Storica, Etnografica ed Ecologica, su Climate Monitor , http://www.climatemonitor.it/?p=44979
  • Mariani L., 2019.  “Il Declino Globale di Incendi di Boschi e Praterie” su Climate Monitor, http://www.climatemonitor.it/?p=51351
Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Perché le mucche hanno le corna?

Posted by on 10:38 in Ambiente, Attualità | 8 comments

Perché le mucche hanno le corna?

Ci sono diverse ragioni per cui la lettura che sto per proporvi, nonostante la divertente ironia della narrazione, lascia l’inevitabile sorriso che ne deriva a metà. La prima è che è tutto dannatamente vero, c’è gente che pratica riti esoterici per far crescere le piante e pretende anche di sfamarci miliardi di persone. La seconda è, se volete, anche peggio: c’è parecchia altra gente che ci crede.

Ecco che, parafrasando qualcosa che ho letto ieri non ricordo dove (e me ne scuso se qualcuno dovesse riconoscere la paternità di questo pensiero), la scienza diventa catalogo, ognuno prende quel che più gli aggrada per soddisfare i propri convincimenti. Quindi è scienza il medico che ti salva la pelle dal Covid, ma non lo è quello che ti dice che devi stare attento. E’ scienza chi fa previsioni decennali sul clima, ma non lo è quella che ti dimostra con le misure che quelle previsioni sono fuori fase. E così via.

Sicché, si dovrebbe fare attenzione a cosa si fa entrare nel mondo della scienza, ma non sembra questo l’atteggiamento di cui leggerete tra poco. Il post arriva da “Agrarian Sciences”, qui nella versione originale.

Spero comunque che arrivi il sorriso :-).

gg

NON BASTA UNA SOCIETÀ SCIENTIFICA PER STRAPPARE IL BIODINAMICO AL LIMBO DELLE PSEUDOSCIENZE

di ANTONIO FERRANTE e LUIGI MARIANI

La nascita di una nuova società scientifica

Il 25 settembre scorso, sul numero 29/2020 di Terra e Vita, è apparso l’articolo di Marco Serventi¹ “Una società scientifica anche per la biodinamica” in cui in sostanza si accredita l’idea che il rifiuto della biodinamica espresso da una significativa parte del mondo scientifico sia frutto di un pregiudizio oggi sempre più spesso superato da università in cui la ricerca e l’insegnamento della biodinamica sono già oggi attivi. Al riguardo l’articolista cita varie università straniere (l’università olandese di Wageningen, tutte le facoltà di agraria tedesche, l’università inglese di Coventry, ecc., ecc.) e italiane (le Università di Firenze, Napoli, Bologna, Salerno, Urbino, Catania e l’università politecnica delle Marche).

Nell’articolo si annuncia poi la costituzione di una “società scientifica di scienze biodinamiche” che dovrebbe avvenire, Covid-19 permettendo, in un convegno previsto l 12 novembre 2020 presso il salone del 500 in Palazzo Vecchio a Firenze.  

Siamo di fronte a una pseudoscienza

Alla provocazione di Marco Serventi possiamo rispondere affermando che la biodinamica è una pseudoscienza, come la cura Di Bella o il metodo Stamina, sui quali i nostri concittadini hanno alla fine aperto gli occhi. L’agricoltura biodinamica si caratterizza infatti per la presenza di un nucleo pseudoscientifico di tipo esoterico, i cosiddetti preparati biodinamici, il cui uso è obbligatorio, cui si sovrappongono una serie di principi propri dell’agricoltura biologica. Quest’ultima, a sua volta, ammette l’uso dei preparati biodinamici come risulta dal regolamento 834/2007, attualmente in vigore. Lo scopo dei preparati dell’agricoltura biodinamica è quello di far convergere verso il campo coltivato forze terrestri e cosmiche con lo scopo di conservare la fertilità. Per tale scopo Steiner raccomanda ai suoi adepti di diluire pochi grammi di deiezioni bovine fresche, impropriamente indicate come letame, in 100 litri d’acqua e mescolate a mano per un’ora. Un processo analogo è utilizzato per la silice. Il preparato ottenuto viene poi irrorato sul terreno a bassissimo volume con l’obiettivo di accrescere la produzione e la qualità dei prodotti agricoli. Per comprendere il quadro concettuale cui siamo di fronte si leggano i brani tratti dalle lezioni di Steiner del 1924 riporti nei box 1 e 2.

Brano tratto dalla quarta lezione del corso di agricoltura di Rudolf Steiner – Perché le vacche hanno le corna

Avete mai pensato perché le vacche o certi altri animali hanno le corna? È una domanda importantissima e ciò che la scienza ordinaria ci dice di essa è di regola unilaterale e superficiale. Proviamo quindi a rispondere alla domanda: perché le vacche hanno le corna? [……] La mucca ha le corna per inviare in se stessa i poteri formativi astrale-eterei, che, premendo verso l’interno, sono destinati a penetrare fino all’organismo digestivo.

Proprio attraverso la radiazione che proviene dalle corna e dagli zoccoli, molto lavoro nasce nello stesso organismo digestivo. Chiunque desideri comprendere l’afta epizootica, cioè la reazione della periferia sul tratto digerente, deve percepire chiaramente questa relazione. Il nostro rimedio contro l’afta epizootica si basa su questa percezione.

Così nel corno hai qualcosa di ben adattato per sua natura intrinseca, per rispedire le proprietà viventi e astrali nella vita interiore. Nel corno hai qualcosa che irradia vita, anzi, irradia anche astralità. È proprio così: se tu potessi strisciare all’interno del corpo vivente di una mucca – se tu fossi lì dentro la pancia della mucca – sentiresti l’odore della vita astrale e della vitalità vivente dalle corna. E così è anche per gli zoccoli.

Brano tratto dalla Sesta lezione del corso di agricoltura di Rudolf Steiner – Le forze cosmiche

Parlando in un senso più ampio possiamo dire che tutte le forze che agiscono sulla terra dai pianeti vicini sono influenzate dalla lavorazione del gesso o del calcare, mentre quella che opera dalla sfera circostante è influenzata dalle lavorazioni di silice. Sebbene le influenze della silice provengano dalla terra stessa, tuttavia trasmettono ciò che proviene originariamente da Giove, Marte e Saturno, non ciò che proviene da Luna, Venere e Mercurio. Al giorno d’oggi, le persone non sono spesso abituate a tener conto di queste cose e pagano per la loro ignoranza. In effetti, in molte regioni del mondo civilizzato è stato pagato un caro prezzo per questa ignoranza delle influenze cosmiche…

La pseudoscientificità dei preparati biodinamici è resa evidente dal fatto che nessuno ha mai osservato o misurato le forze cosmiche che secondo Steiner sarebbero prodotte dai pianeti per essere poi “canalizzate” verso il campo coltivato. Steiner stesso, del resto, non propose mai l’effettuazione di misure, sostenendo che tali “forze” non sono sottoponibili a verifica scientifica e proponendone di fatto l’accettazione fideistica. Più in particolare Steiner afferma che la riproducibilità dei risultati non è necessaria in quanto “la verità può rivelarsi da sé”. In tal senso Steiner fa a nostro avviso una scelta di campo del tutto chiara, rivendicando l’appartenenza della biodinamica al campo delle pseudoscienze e ponendone il nucleo esoterico al di fuori dell’ambito della verifica scientifica. In tal senso i tentativi del mondo biodinamico italiano di accreditarsi come disciplina scientifica organizzando convegni presso sedi universitarie prestigiose (Università di Napoli, Università Bocconi, Politecnico di Milano) e ora creando una “Società di scienze biodinamiche” appaiono a nostro avviso contrari ai principi posti da Steiner e dovrebbero essere sottoposti a critica anzitutto da parte degli stessi biodinamici ortodossi.

In sostanza occorre considerare che la biodinamica fa riferimento ad un ambito del reale che è quello della metafisica, che con il dominio della scienza sperimentale non ha nulla a che spartire. È possibile fondare una scienza su tali presupposti? A nostro avviso no, per cui auspicheremmo che le università italiane ed europee che ospitano insegnamenti di biodinamica spiegassero i reali motivi di una scelta che a noi pare grottesca.
Ricordiamo anche ai lettori che al nucleo pseudoscientifico che caratterizza fin dalle origini il biodinamico sono andate nel tempo sovrapponendosi una serie di pratiche che pseudoscientifiche non sono (trattamenti antiparassitari con rame e altri prodotti la cui efficacia fitofarmaceutica non è in discussione, rotazioni, sovesci, difesa dalle malerbe con scerbature o mezzi meccanici, ecc.). A ciò si somma l’agroecologia, disciplina sviluppatasi nell’ambito dell’agricoltura convenzionale (David et al., 2012; Schaller, 2013) e che oggi viene da più parti proposta come “cavallo di troia” per sdoganare il biodinamico in ambito scientifico.

La sovrapposizione di metodi scientificamente fondati al nucleo pseudo-scientifico originario crea quella “cortina fumogena” in grado di confondere molte persone in perfetta buona fede. Tale cortina fu a suo tempo evidenziata da Karl Popper, il quale osservò che le pseudoscienze tendono spesso a sottrarsi alla falsificazione introducendo concetti sempre diversi e che tuttavia non intaccano il loro nucleo concettuale di base.
Alla luce di ciò, ai biodinamici in buonafede non possiamo far altro che indicare come via maestra per far uscire la loro disciplina dal limbo delle pseudoscienze quella di dimostrare l’esistenza delle “forze cosmiche” e la capacità di parte di organi animali (corna di vacca, vesciche di cervo, pelli di topo, ecc.) di intercettare tali energie e di canalizzarle verso i campi coltivati. Questo potrebbe ragionevolmente essere l’obiettivo fondante di una “società scientifica di scienze biodinamiche”, che dovrebbe perciò farsi carico delle remore della comunità scientifica senza accusarla, come fa Serventi, di pregiudizi a sfondo ideologico.

Prospettive

Nel mondo vi sono tantissime persone che credono nell’oroscopo, nella cartomanzia, a pratiche magiche ed esoteriche. Infatti non c’è da stupirsi se esiste un mercato delle arte magiche, della professione del mago e dell’imprenditoria legate a questo settore (Venturini, 2005). Come si vede dunque il biodinamico è in buona compagnia, il che non toglie che persista il dovere per chi fa scienza di esprimere tutta la propria contrarietà all’introdurre nella università una disciplina che vanta un nucleo esoterico tanto robusto e inattaccabile. Al riguardo sarebbe auspicabile una presa di coscienza del carattere pseudoscientifico del biodinamico sia da parte dei politici che con il DDL 998 sul biologico si propongono di promuovere l’applicazione de biodinamico in agricoltura sia da parte di media come il Corriere della Sera, che troppo spesso si comportano da “cattivi maestri” tessendo le lodi del biodinamico.

¹Presidente di Agrifound, agenzia di ricerca in agricoltura biodinamica.

Bibliografía

  • Venturini,Il mago e l’imprenditore magico, in Cassazione penale, 2005, 1019: 1028
  • David, A. Wezel, S. Bellon, T Doré, E. Malézieux,2012mot Agroecologie, Texte inscrit dans le dictionnaire des mots de l’agronomie disponible en ligne 
  • Schaller N., 2013Agro-ecology different definitions common principles, Centre for Studies and Strategic Foresight, Analysis No. 59, July 2013
Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Un Mese di Meteo – Settembre 2020

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia, Commenti mensili, Meteorologia | 0 comments

Un Mese di Meteo – Settembre 2020

IL MESE DI SETTEMBRE 2020

Le tempeste equinoziali hanno portato temperature lievemente superiori alla norma e piovosità superiore alla norma su gran parte del Centro-Sud.

La topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 1a) indica la presenza di un regime di veloci correnti occidentali sull’Europa centro-settentrionale mentre sull’Italia è mediamene presente un campo di pressioni livellate, frutto dell’espansione verso oriente dell’Anticiclone delle Azzrre. Tale struttura meteorologica è da ritenere pienamente nella norma per il periodo in esame, come si desume dalla carta delle isoanomale della NOAA (figura 1b)che indica in bianco l’intero areale italiano.

Figure 1a – 850 hPa – Topografie medie mensili del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 1b – 850 hPa – carte delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

La tabella 1 indica la presenza di 10 giorni anticiclonici, 2 intermedi e 18 giorni con tipi di tempo perturbati. Al riguardo i lettori più attenti sanno che la presenza di un tipo di tempo perturbato non significa che l’intero territorio nazionale sia soggetto ad esso, per cui ad esempio il periodo dal 16 al 18 settembre rientra fra i giorni con tempo perturbato per effetto di una depressione africana che ha interessato quasi esclusivamente il versante ionico di Sicilia e Calabria. Al riguardo si consiglia di leggere la declaratoria della tabella 1 e la descrizione del regime circolatorio dei singoli giorni fornita in tabella 2. Da quest’ultima si desume ad esempio che il territorio nazionale è stato in tutto o in parte interessato da 7 perturbazioni,  manifestatesi rispettivamente dall’1 al 2 settembre, dal 6 al 7 dal 16 al 18,  dal 19 al 21, dal 22 al 24, dal 25 al 28 e dal 29 al 30.

Prendendo in esame la piovosità media di tutte le stazioni di ogni macroarea, al Nord i tre giorni più piovosi sono stati il 22 settembre (9.6 mm), il 25 (7.4 mm) e il 7 (6.5 mm), al Centro il 27 settembre (20.2 mm), il 23 (10.3 mm) e il 25 (9.3 mm) e al Sud il 28 settembre (11.1 mm), il 27 (8.4 mm) e il 26 (6.1 mm).

Dal punto di vista climatologico il mese di settembre è di norma contrassegnato dal prevalere di un regime circolatorio improntato alla variabilità a tratti perturbata proprio del periodo prossimo agli equinozi.  A testimonianza di ciò si consideri che la piovosità media di settembre rispetto alla media annua è mediamente dell’8-11% al Nord, del 6-11% al Centro e del 6-8% al Sud.

Andamento termo-pluviometrico

A livello mensile (figure 2 e 3) le temperature medie delle minime e delle massime sono risultate nella norma o in debole anomalia positiva, con anomalie concentrate nella seconda decade del mese (tabella 3), allorché ha giocato un ruolo chiave il promontorio anticiclonico subtropicale descritto in precedenza.

Figura 2 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 3 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

La carta di anomalia pluviometrica percentuale (figura 5) mostra sull’area italiana la presenza di vistose anomalie positive al Centro-Sud (Sardegna, Umbria, Marche, Lazio, Campania, Calabria ionica e Sicilia Nordoccidentale). Al settentrione dominano invece le anomalie negative salvo un anomalia positiva a carattere locale sulla Lombardia centro  settentrionale. L’analisi pluviometrica delle singole decadi (tabella 3) indica inoltre che l’anomalia positiva al Centro-Sud si è concentrata nella terza decade del mese.

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore registrato ed il valore medio del periodo 1990-2019.

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo(anomalie deboli, fra 1 e 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti, di  oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (fra 1 e  2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente  l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in  azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e  giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

Figura 4 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 5 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

La carta dell’anomalia termica globale mensile dell’Università dell’Alabama (figura 6a) mostra l’Italia interessata da una debole anomalia positiva e tale diagnosi è in sostanza confermata dalla carta dell’anomalia termica mensile del Deutscher Wetterdienst (figura 6b).

Figura 6a – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla media 1981-2010 espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)


Figura 6b – DWD climat anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla media 1961-1990 espresso in °C) della temperatura media mensile al suolo. Carta frutto dell’analisi svolta dal Deutscher Wetterdienst sui dati desunti dai report CLIMAT del WMO [https://www.dwd.de/EN/ourservices/climat/climat.html).

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail
Translate »