Climate Lab – Fatti e Dati in Materia di Clima

Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, poco dopo la fine della COP21 di Parigi, abbiamo messo a punto un documento pubblicato nella sua interezza (e scaricabile qui in vari formati) con il titolo “Nullius in Verba, fatti e dati in materia di clima”. L’idea è nata dall’esigenza di far chiarezza, ove possibile e nei limiti dell’attuale conoscenza e letteratura disponibili, in un settore dove l’informazione sembra si possa fare solo per proclami, quasi sempre catastrofici.

Un post però, per quanto approfondito e per quanto sempre disponibile per la lettura, soffre dei difetti di tutte le cose pubblicate nel flusso del blog, cioè, invecchia in fretta. Per tener vivo un argomento, è invece necessario aggiornarlo di continuo, espanderlo, dibatterle, ove necessario, anche cambiarlo. Così è nato Climate Lab, un insieme di pagine raggiungibile anche da un widget in home page e dal menù principale del blog. Ad ognuna di queste pagine, che potranno e dovranno crescere di volume e di numero, sarà dedicato inizialmente uno dei temi affrontati nel post originario. Il tempo poi, e la disponibilità di quanti animano la nostra piccola comunità, ci diranno dove andare.

Tutto questo, per mettere a disposizione dei lettori un punto di riferimento dove andare a cercare un chiarimento, una spiegazione o l’ultimo aggiornamento sugli argomenti salienti del mondo del clima. Qui sotto, quindi, l’elenco delle pagine di Climate Lab, buona lettura.

  • Effetti Ecosistemici
    • Ghiacciai artici e antartici
    • Ghiacciai montani
    • Mortalità da eventi termici estremi
    • Mortalità da disastri naturali
    • Livello degli oceani
    • Acidificazione degli oceani
    • Produzione di cibo
    • Global greening

____________________________________

Contenuti a cura di Luigi Mariani e revisionati in base ai commenti emersi in sede di discussione e per i quali si ringraziano: Donato Barone, Uberto Crescenti, Alberto Ferrari, Gianluca Fusillo, Gianluca Alimonti, Ernesto Pedrocchi, Guido Guidi, Carlo Lombardi, Enzo Pennetta, Sergio Pinna e Franco Zavatti.

La Temperatura del mare a Trieste

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 6 comments

La Temperatura del mare a Trieste

Recentemente è stato pubblicato (grazie Guido per la segnalazione e per il post del 18 luglio) un database di temperature marine “vicino alla superficie” da misurazioni nel golfo di Trieste, a 2 metri di profondità. Il riferimento è a Raicich e Colucci (2019) dell’Istituto di Scienze Marine (ISMAR) del CNR di Trieste.

Mi lamento spesso, forse più del dovuto, della mancanza o della non facile reperibilità di dati meteo-climatici italiani; per me quindi è d’obbligo (ma soprattutto è un piacere) ringraziare Raicich e Colucci per avere reso disponibile questo catalogo in modo diretto, senza alcun vincolo burocratico. Il loro articolo riporta con dovizia di particolari i punti di misurazione e la strumentazione (anche quella storica) usata. Gli autori sottolineano anche che le serie sono una combinazione di dati analogici e digitali, e non potrebbe essere altrimenti, che presentano nella parte iniziale (in pratica, dico io, fino al 1933) almeno due ampi periodi di dati mancanti. Da notare anche che questi dati non possono essere considerati in senso stretto temperature del mare, perché a 2 metri di profondità è ancora forte l’interazione atmosfera-acqua. Raicich e Colucci si impegneranno in nuove ricerche di archivio per tentare di colmare i “buchi” delle serie.

Qui uso le serie mensile e annuale (1899-2015) limitate al periodo 1934-2015, ma mostro in figura 1 entrambe le serie complete originali per evidenziare i periodi di dati mancanti e per giustificare, in qualche modo, la scelta di utilizzare il sottoinsieme 1934-2015. Questo sottoinsieme (d’ora in poi questi per me saranno “i dati”) viene mostrato, separatamente, in figura 2 e figura 3 per i valori mensili e annuali, rispettivamente.

Fig.1: Le serie complete, prodotte da Raicich e Colucci, a passo mensile (in alto) e annuale. Nella serie annuale sono riportati i fit lineari della serie completa e di tre sezioni, a mio giudizio, caratteristiche.

Fig.2: I dati mensili utilizzati e il loro spettro Lomb. La riga rossa è il fit lineare usato per il detrending richiesto dal calcolo dello spettro.

Fig.3: I dati annuali utilizzati. Anche qui la linea rossa è il fit utilizzato per il detrending dei dati.

Nel quadro inferiore di entrambe le figure precedenti è riportato il rispettivo spettro Lomb che appare notevolmente simile, con piccole differenze legate sicuramente alla diversa risoluzione temporale dei due dataset.

Dalla figura 3, confermo la pendenza complessiva di (1.1±0.3) °C/secolo riportata di Raicich e Colucci mentre non sono d’accordo con la loro scelta del periodo 1946-2015 (pendenza di 1.3±:0.5 °C/secolo) perché (v. figura 3) questo intervallo di tempo mescola arbitrariamente due periodi (1934-1980 e 1980-2015) con pendenze statisticamente diverse e non compatibili.

Dalla figura 1, pur con tutte le incertezze dovute alla parte iniziale per mancanza di dati, si vede nettamente che l’intero periodo osservato si può dividere in due sezioni di pendenza praticamente uguale, la prima e la terza, ed entrambe (dal test di Student) incompatibili con quella centrale.

Curiosamente (ma non troppo) le tre sezioni ricordano la struttura delle serie di temperatura (terra+oceano) globali (v. ad esempio la serie NOAA di maggio 2019, ma HadCRUT4 accentua la pendenza negativa tra il 1940 e il 1980) con i periodi pre-1940 e post-1980 aventi la stessa pendenza, come a volte evidenziato dagli scettici per le serie globali.

Gli spettri

Gli spettri mostrano quasi gli stessi periodi per le due serie, ma sono diverse le potenze (le altezze dei picchi) relative. Nei dati mensili domina il periodo di 12.6 anni, seguito da 5.2 e da 19.3 anni, e poi gli altri, con 82 anni buon quinto; nei dati annuali 81 anni è il periodo di gran lunga dominante, seguito da 7 e 12.7 anni e via via dagli altri.
Complessivamente possiamo dividere i periodi in tre zone: 80, 12-27 e 3-8 anni.

  • 80 anni: AMO è dominata da un massimo spettrale a 72 anni, ma non credo che la sua influenza si estenda fino a far aumentare il periodo di oscillazione del golfo di Trieste (o dell’Adriatico).
    Oscillazioni di 80 anni si osservano nello spettro di WeMOI (West Mediterranean Oscillation Index) di gennaio (non in quello di agosto) e nel WeMOI annuale.
  • 12-27 anni: SST di ERSST3 mostra massimi a 12.8, 14.8 e 20.8 anni nell’intervallo che ci interessa e forse potrebbe giocare un ruolo.
  • 2-8 anni: Anche in questo range SST-ERSST3 mostra picchi spettrali. Credo però che anche SST risenta di ENSO e che questa oscillazione influenzi anche l’Adriatico (v. questo esempio).

Per concludere, mostro in figura 4 la temperatura media per ogni mese calcolata su tutto l’intervallo disponibile 1934-2015 (82 anni).

Fig.4: Temperatura media di ogni mese nell’intervallo di 82 anni disponibile.

Lo so che questo calcolo andrebbe fatto su periodi di 30 anni (es. 1961-1990) ma ho voluto vedere la variazione mensile di temperatura su tutto il dataset. Noto con qualche sorpresa che il massimo si ha a giugno e non a luglio o agosto come mi sarei aspettato data l’inerzia termica del mare. Se questo risultato non deriva da un errore materiale (lo controllerò) il golfo di Trieste reagisce molto velocemente alla massima insolazione del solstizio, credo anche per via della bassa profondità delle acque, come scrivono Raicich e Colucci.

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui

Bibliografia

 

  • Raicich Fabio, Colucci Renato R. A near-surface sea temperature time series from Trieste, northern Adriatic Sea (1899-2015).Earth System Sc Data11, 761-768., 2019. https://doi.org/10.5194/essd-11-761-2019.    pdf (copia locale)

NB: l’immagine scelta per il post viene da Wikimedia Coomons

 

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Il livello del Mar Caspio negli ultimi 11 mila anni

Posted by on 09:32 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 2 comments

Il livello del Mar Caspio negli ultimi 11 mila anni

Il Mar Caspio è in realtà  un lago, il più grande al mondo, con una superficie di 317000 km2. Dal punto di vista della morfologia, si può considerare diviso in tre parti di aree equivalenti: la parte nord è quella con minore volume e profondità  (10 m in media) e quindi la più vulnerabile rispetto sia alle attività umane che alla situazione idrologica. La parte centrale ha una profondità  media di 170 m e massima di 790 m, mentre nella parte meridionale la profondità  media è di 325 m e massima di poco più di 1000 m. È caratterizzato da ampie variazioni di livello e da situazioni potenzialmente catastrofiche quando soffiano i forti venti da sud, in grado di trasportare acqua fino ad allagare migliaia di km2 (sito UNU).
Un esempio della variabilità  del livello del Caspio su circa 11 mila anni è mostrato in figura 1a (pdf).

Fig.1: Le singole figure (dati e spettri) che compongono questo collage sono disponibili nel sito di supporto. a) Livello del Caspio dal 9000 BCE a circa il 2000 CE (CE=epoca corrente; BCE= prima dell’epoca corrente). Le fluttuazioni di livello sono sempre state notevoli. Nei quadri inferiori di tutte le figure, lo spettro dei dati. Dati digitalizzati da UNU (Università delle Nazioni Unite, fig.8.3). La linea rossa (verde per fig.1d) che attraversa i dati è il fit lineare rispetto al quale sono calcolati i valori detrended richiesti dallo spettro Lomb utilizzato qui. b) Livello del Caspio tra il 600 BCE e il 1990 CE, e suo spettro. Il livello è caratterizzato da forti oscillazioni (fino a 15 metri) con un andamento medio crescente su tutti i 2600 anni della serie. Dati digitalizzati da UNU (fig.8.2). c) Livello durante quella che ho definito l’epoca moderna, dal 1830 al 1990 circa e spettro della serie. Il livello è caratterizzato da una forte diminuzione (circa 3 metri) che inizia attorno al 1930 e prosegue fino a circa il 1978 per poi risalire. Dati digitalizzati da UNU (fig.8.1). d) Livello del Caspio dal 1992 al 2019. Dati esatti, non digitalizzati, ottenuti da gravimetria e altimetria satellitare, disponibili sul sito Hydroweb. I dati satellitari di questa figura hanno una cadenza mensile e mostrano nettamente le oscillazioni stagionali.

L’andamento medio del livello del Caspio è decrescente (complessivamente, persi poco meno di 10 metri di acqua, equivalenti a 0.9 mm/anno) anche se sono visibili fluttuazioni massime di circa 26 metri, in particolare nei periodi preistorici, dal 3000 al 9000 BCE. Nelle epoche più vicine a noi, a partire dal 3000 BCE, le oscillazioni del livello sembrano diminuire.

Nel periodo dal 660 BCE al 2000 CE (circa) si osserva una crescita media di circa 1 metro, cioè il livello resta praticamente costante, con una fluttuazione massima di circa 14.5 metri.

Il periodo, dal 1830 al 1991, descritto in figura 1c mostra una quasi costanza fino al 1930 (fluttuazioni massime di circa 1 metro) e poi da una brusca discesa del livello fino a circa il 1978, seguita da una risalita. La variazione massima in questo periodo è di circa 4 metri.

L’andamento del livello nel periodo “satellitare” di figura 1d è caratterizzato da una diminuzione media di circa 1.2 metri (su 28 anni e quindi, mediamente, di 4 cm/anno), con l’inizio della diminuzione più decisa attorno al 2006. Dal 2016 si intravede un calo della pendenza che fa pensare ad una prossima (probabilmente temporanea) stabilizzazione.

Lo spettro
Data l’estensione temporale coperta dalle quattro serie utilizzate, pur con le loro differenze di risoluzione spaziale, gli spettri coprono periodi di 3600, 2400, 1500, 900 anni, passano per 500, 380, 200, 100 anni e per 60, 30, 20 anni; arrivano infine a 8, 5, 4, 3 anni. Si può dire che sono presenti le ciclicità  solari (2200-Hallstatt; 1000-Eddy; 200-de Vries e TSI; 88-Gleissberg; 22-Hale); quelle oceaniche (60-AMO), quelle planetarie (8 e 9-Giove-Saturno) e quelle legate a El Nino (3, 4, 5, 7). Nella serie satellitare di figura 4 è presente la ciclicità  annuale (1 anno), attesa, visto che il Volga, il maggiore fiume europeo, è l’unico immissario (insieme a 6 altri corsi d’acqua minori) e che il bilancio idrico è regolato dall’alternarsi di pioggia (livello massimo a giugno-luglio) ed evaporazione (livello minimo a dicembre-gennaio).
In Mariani et al., 2018 vengono messe in evidenza le influenze (percentualmente comprese tra il 75 e il 100%; per il Sole anche tra il 25 e il 50%) di AMO, NAO, Attività  solare, ENSO come derivate dagli spettri di numerose (55) serie di dati di prossimità  (proxy) e di dati diretti.

Conclusioni
La storia del Mar Caspio, datata da prima dell’inizio della storia del vino (6000 BCE, Mariani et al., 2018), si qualifica con grandi fluttuazioni del livello delle acque e con la tendenza generale alla sua costanza (diminuzione di circa 1 mm/anno per 11 mila anni). Lo spettro mostra la presenza di un’ampia varietà  di fenomeni naturali: non sembra quindi corretto selezionare un periodo particolare, come ad esempio il grafico di figura 1c, o anche più breve, come quello di figura 1d, verificare una diminuzione e attribuirla ad una qualsiasi attività umana, ad esempio CO2 che induce temperature più alte o, come va di moda ora, immissione in atmosfera di inquinanti che modificano il clima (riscaldamento globale indotto dall’uomo) o anche soltanto alla captazione delle acque per uso agricolo o industriale e gridare contro questo cattivo abitante di un pianeta che altrimenti sarebbe bellissimo, e non è chiaro per chi sarebbe tanto vivibile, come fa Repubblica, basandosi su Chen et al., 2017 che però dice altro.

Nello stesso sito, sotto il titolo “Riscaldamento globale, i laghi a rischio”, introducendo la presentazione delle foto si dice: “Il Mar Caspio sta evaporando a un ritmo mai misurato e il suo livello è sceso in maniera preoccupante, a un ritmo doppio rispetto alla più grave crisi idrica che ha interessato il lago più grande del mondo alla fine degli anni ’70. Un team di studiosi guidati da Jianli Chen dell’Università  del Texas ha misurato, grazie alle misurazioni satellitari, un abbassamento della profondità di quasi sette centimetri all’anno dal 1996 al 2015. Una picchiata dovuta soprattutto alla crescita delle temperature (un grado in più, in media, rispetto a 40 anni prima) che causa eccessiva evaporazione, insieme alla scarsità  di piogge e al diminuito apporto da parte dei fiumi. A questo ritmo tutta la sua parte settentrionale, la meno profonda, potrebbe evaporare totalmente in 75 anni.”

Almeno per il Caspio, negli ultimi 11 mila anni non è cambiato nulla, anzi, la variabilità  del suo livello sembra essere diminuita nei duemila anni precedenti l’epoca attuale.

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui

Bibliografia

 

  • Beni et al., 2013 A. Naderi Beni, H. Lahijani, R. Mousavi Harami, K. Arpe, S.A.G. Leroy, N. Marriner, M. Berberian, V. Andrieu-Ponel, M. Djamali, A. Mahboubi and P. J. Reimer: Caspian sea-level changes during the historical and geological evidence from the south Caspian Sea , Clim. Past., 9, 1645-1665, 2013. http://dx.doi.org//:10.5194/cp-9-1645-2013
  • Chen et. al., 2017 J.L. Chen, C.R. Wilson, B.D. Tapley, H. Save and Jean-Francois Cretaux: Long-term and seasonal Caspian Sea level change from satellite gravity and altimeter measurements , J. Geophys. Res. Solid Earth , 122, 2274-2290, 2017. http://dx.doi.org/10.1002/2016JB013595
  • Klige R.K., Myagkov M.S.: Changes in the Water Regime of the Caspian Sea, GeoJournal, 27:3, 299-307, 1992. http://dx.doi.org/10.1007/bf02482671 (abstract: chiedere per il pdf completo)
  • http://archive.unu.edu/unupress/unupbooks/uu18ce/uu18ce08.htm (Università delle Nazioni Unite)
  • L. Mariani, G. Cola, O. Failla, D. Maghradze, F. Zavatti: Influence of Climate Cycles on Grapevine Domestication and Ancient Migrations in Eurasia, Science of the Total Environment, 635, 1240-1254, 2018. doi:10.1016/j.scitotenv.2018.4.175

 

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Il livello del lago di Garda dal 1995 al 2019

Posted by on 06:00 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 6 comments

Il livello del lago di Garda dal 1995 al 2019

Riassunto: Il livello del lago di Garda, i cui dati sono meritoriamente disponibili nel sito della Comunità del Garda, sono, su una media di 5 anni, oscillanti tra 70 e 110 cm rispetto al livello idrometrico di 64.027 m slm, si mostra rigorosamente costante in media, incurante dei numerosi proclami giornalistici che evocano scenari apocalittici. Lo spettro mostra periodi di circa 12, 4.5 e 2 anni, oltre quelli attesi di 6 e 12 mesi.

Abstract: Garda Lake level, whose data are available at the Comunità del Garda site, shows an oscillatory behaviour between 70 and 110 cm (5-year low-pass filter) over the 64.027 m asl official hydrometric level and and an overall strictly constant mean level, in spite of the newspaper warnings which provide apocalyptic scenarios. Spectral periods of about 12, 4.5, 2 years are present in the data, beyond the expected ones of 6 and 12 months.

Livello del lago
Il livello del lago di Garda e il deflusso (verso il Mincio) è disponibile nel sito della Comunità del Garda in forma di valori giornalieri dal 1995 al 2019 (al momento in cui ho scaricato i dati, fino al 30 giugno 2019).

Se posso permettermi una “velata” polemica, questa disponibilità è veramente meritoria, specialmente se ci confrontiamo con i dati di tutti i Grandi Laghi italiani nel sito degli Enti regolatori grandi laghi dove essi non sono disponibili in forma numerica e vanno copiati uno alla volta leggendo i valori dal quadro che si apre scorrendo i grafici con il mouse (trascurando il fatto che dal link si apre un grafico del livello del lago Maggiore di cui posso apparentemente leggere il livello fino al 31 dicembre 2019! Evidentemente non può essere così, ma la chiarezza non è certo il loro forte, anche seguendo le spiegazioni per l’uso del grafico.).

In forma grafica, un esempio dei dati giornalieri di ogni mese per tutti gli anni disponibili si vede nella figura 1:

Fig.1: Dati giornalieri, per ogni mese, del 1995, primo anno disponibile. Per vedere tutti gli altri grafici fare riferimento al sito di supporto dove si può cambiare l’anno e visualizzare. Le indicazioni a lato del grafico (es. 9501) riportano l’anno e il mese come aamm. I colori dei mesi sono gli stessi per tutti gli anni. Qui si può vedere anche il grafico dell’ultimo anno completo, il 2018.Da questi valori ho calcolato la media e la deviazione standard mensile, per un totale di 282 mesi, mostrate in figura 2 insieme allo spettro MEM.

Fig.2: a) Valori mensili del livello del Garda e la loro deviazione standard. b) Spettro MEM; notare il periodo in anni. c) Spettro MEM della parte ad alta frequenza; notare il periodo in mesi.

Per completare il quadro del Garda, riporto nella prossima figura 3 il livello del lago con due indicazioni dell’andamento medio: un filtro passa-basso e il fit lineare. Nel grafico si vede bene (i minimi tra il 2002 e il 2008 ad esempio) il ritmo di periodo 2 anni che si osserva nello spettro b) di figura 2.

Fig.3: Il livello del Garda e un filtro passa-basso di finestra 60 mesi (5 anni, linea rossa). La linea blu è il fit lineare dei dati che in media non mostrano variazioni di livello, almeno negli ultimi 24 anni.

Lo spettro mostra il picco principale a 2 anni (che abbiamo appena visto nei dati originali) di cui io non sono in grado di dare una spiegazione. È come se succedesse qualcosa un anno sì e un anno no, apparentemente nei minimi del livello e raramente nei massimi, e io non so da cosa possa essere causato. Per il massimo spettrale di 4.5 anni non mi sento di invocare El Niño, la cui influenza sulle acque interne credo sia molto piccola; il periodo di 12 anni potrebbe essere legato al ciclo solare, in qualche modo “ammortizzato” dai tempi di risposta della massa d’acqua.

Deflusso
I dati di deflusso verso il fiume Mincio sono, nella forma di media e deviazione standard mensile, mostrati in figura 4 insieme al loro spettro.

Fig.4: Deflusso medio mensile dal Garda. a) Valori medi mensili del deflusso del Garda e la loro deviazione standard. b) Spettro MEM; notare il periodo in anni. c) Spettro MEM della parte ad alta frequenza; notare il periodo in mesi. Questo spettro presenta gli stessi massimi già osservati nel livello, con l’eccezione del picco a 14 anni.

Come per i valori del livello del lago, mostro l’andamento medio dello scarico mensile medio nella figura 5.

Fig.5: Deflusso mensile medio del Garda e un filtro passa-basso di finestra 60 mesi (5 anni, linea rossa). La linea blu è il fit lineare dei dati che in media mostrano una diminuzione al ritmo di (0.4±0.3)m3/sec per mese e sono passati da 55.5 a 45.4 metri cubi al secondo durante il periodo di osservazione.

Il deflusso, dopo un massimo attorno al 2013-14, mostra una tendenza alla diminuzione e attualmente ha un valore inferiore al minimo precedente del 2006.

Considerazioni conclusive

Il risultato evidente è che il lago di Garda non presenta sintomi tra quelli attribuiti (in particolare dalla stampa) al riscaldamento globale antropico (AGW). Il suo livello medio è rimasto costante dal 1995, cioè da quando sono disponibili i dati usati qui, e su questo livello si innestano fluttuazioni -attese- di periodo annuale e semi-annuale e -probabilmente dovute a cause locali- di periodo 2, 2.6 e 12 anni.
È difficile attribuire i 12 anni a El Niño (le regioni Nino 3.4 e 4 mostrano un evidente picco a 12 anni, più debole in Nino 3, vedi qui, su CM, figura 3) senza ulteriori conferme da altri laghi. Nelle stesse regioni equatoriali non ci sono massimi spettrali a 2 e 2.6 anni e, non conoscendo il “ritmo di vita” (il “respiro”) del lago non sono in grado di attribuire una causa a queste periodicità che, nel caso di 2 e 12 anni, sono quelle di maggiore potenza.

La stampa periodicamente (v. ad esempio qui e qui) riporta l’allarme per l’esistenza futura dei laghi italiani, basandosi sui minimi visibili in figura 2-a), ma il livello varia molto e la preoccupazione forse accettabile in un certo mese non ha motivo di esistere il mese successivo.

Sia come sia, le previsioni modellistiche di diminuzione del livello dei laghi ad opera dell’AGW non si applicano al lago di Garda.
Per la cronaca, le stesse previsioni non si applicano neppure ai Grandi Laghi americani, come si può leggere in un articolo di Roy Spencer. Anche i livelli di questi laghi, che dispongono di dati su 100 anni, sono rimasti essenzialmente costanti, con una leggera tendenza a crescere negli ultimi anni (come il Garda).

Un lago a rischio prosciugamento è il Mar Caspio, il più grande del mondo. Repubblica qui attribuisce all’AGW questa situazione, basandosi su Chen et al., 2017 che, essendo un serio articolo scientifico, si guarda bene dal fare simili affermazioni. Inoltre, in questo sito, che produce grafici del livello del Caspio dal 9000 BCE dal 600 BCE (BCE= Before Current Epoch), grafici che sono stati usati nell’articolo (peer-review) Mariani et al., 2018, si legge:

The Caspian Sea is exceptional by many standards. It is the largest lake in the world. Moreover it is a closed lake with very large variations in its water level because of natural oscillations of the components that make up the water balance. The variations in the water level have had a strong influence on most aspects of economic life. This has been particularly so during the past few decades.

Cioè che le oscillazioni di livello sono grandi nel Caspio e avvengono da tempi immemorabili e che quindi -dico io- i livelli di CO2 non hanno molta importanza.

In definitiva credo si possa dire che i laghi, non solo italiani, vivono di vita propria (certo, questa vita dipende anche dalle regolazioni fatte dall’uomo), incuranti o quasi dei livelli di gas serra in atmosfera.

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui

Bibliografia

  • J. L. Chen, C. R. Wilson, B. D. Tapley, H. Save, Jean‐Francois Cretaux, Long‐term and seasonal Caspian Sea level change from satellite gravity and altimeter measurementsJGR Solid Earth122-3, 2274-2290, 2017. https://doi.org/10.1002/2016JB013595
  • L. Mariani, G. Cola, O. Failla, D. Maghradze, F. Zavatti: Influence of Climate Cycles on Grapevine Domestication and Ancient Migrations in EurasiaScience of the Total Environment,635, 1240-1254, 2018. https://doi.org/10.1016/j.scitotenv.2018.04.175
Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Inverni sempre più bollenti, oppure dati molto dubbi?

Posted by on 08:31 in Attualità, Climatologia, Media Monitor | 4 comments

Inverni sempre più bollenti, oppure dati molto dubbi?

I media locali hanno dato spazio ai risultati di una ricerca condotta da studiosi pisani (Bartolini S. et al., 2019, “Forty-year investigations on apricot blooming: Evidences of climate change effects”), che ha come tema gli effetti dei cambiamenti climatici sulla fioritura degli albicocchi nella Toscana sud-occidentale. In tale comunicazione, spiccano le informazioni inerenti all’aumento delle temperature invernali nell’ultimo quarantennio, con crescita delle medie di gennaio e febbraio di quasi 2°.

Questo dato mi ha davvero sorpreso, in quanto – come ben noto per chi si occupa di climatologia – il riscaldamento avvenuto nell’ultima parte del XX secolo si è manifestato in Italia con aumenti estivi ben superiori a quelli registrati nella stagione invernale; in effetti, in base ai dati da me elaborati (e pubblicati sul volume “L’andamento del clima in Italia dopo il 1950”), le temperature dell’estate e dell’inverno – come media generale del territorio italiano – sono rispettivamente salite di 1,5° e 0,6° dal decennio 1951-1960 a quello 2008-2017. Mi è parso quindi utile effettuare qualche verifica.

Ho scaricato dal web la pubblicazione in oggetto, nella quale è riportato un grafico delle temperature medie mensili (di novembre, dicembre, gennaio, febbraio e marzo), mediate per cinque periodi successivi: 1973-1982, 1983-1992, 1993-2002, 2003-2012 e 2013-2016; i valori del diagramma derivano da misure effettuate con strumentazione posta all’interno del frutteto, che è situato nella zona di Venturina.

Tali valori – per i mesi di gennaio e febbraio – sono stati confrontati con quelli della stazione di Venturina, gestita dal SIR (il Servizio Idrologico Regionale della Toscana); in questo caso le statistiche sono però disponibili a partire dal 1990. La tabella sotto riportata consente pertanto un raffronto relativo agli ultimi tre dei cinque periodi prima citati.

Per il decennio 1993-2002, si nota una perfetta concordanza fra le due stazioni, mentre i valori divergono nettamente nei due periodi successivi.

Considerando che le temperature hanno una variabilità spaziale abbastanza ridotta, si deduce che le chiare differenze mostrate dalla tabella devono dipendere dalla presenza di dati erronei in uno dei dataset posti a confronto. Senza ulteriori verifiche, un’annotazione fa immediatamente nascere forti perplessità sui dati di Bartolini et al: la media 2003-2012 di febbraio è superiore di 0,3° rispetto a quella del decennio precedente. Questa pare essere una situazione impossibile, visto che 2003, 2005 e 2012 hanno costituito – fatto ben conosciuto in climatologia – delle anomalie negative assai marcate per questo mese. A titolo d’esempio, si tenga conto che a Pisa e Grosseto le temperature medie di febbraio nel decennio 2003-2012 sono inferiori rispettivamente di 0,8° e 0,7° nei confronti di quelle 1993-2002.

È pressoché superfluo sottolineare che, se i dati corretti sono (come presumibile) quelli del SIR, il discorso sui vistosi aumenti delle temperature invernali si smorza notevolmente. Come sempre, qualunque informazione che vada in direzione di un cambiamento catastrofico è accettata come sicuramente buona, senza curarsi di effettuare un qualsiasi riscontro sulla qualità dei dati.

NB: Articolo uscito in origine sul blog dell’autore.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Sole, se minimo sarà, non sarà come quello di Maunder

Posted by on 12:12 in Attualità, Climatologia, Sole | 9 comments

Sole, se minimo sarà, non sarà come quello di Maunder

E’ opinione ormai abbastanza diffusa, confortata da osservazioni che stanno via via diventando più solide, che il Sole stia andando verso una fase di quiete, dopo lunghe decadi di attività decisamente intensa. Tuttavia, per quel che si legge su di un paper appena pubblicato su Scientific Reports di Nature, sebbene in termini di macchie solari e di attività magnetica di medio periodo il minimo atteso per i prossimi 20-30 anni potrà essere paragonabile a quello di Maunder, dei tempi della Piccola Età Glaciale, come effetti complessivi sullo stato termico del pianeta la questione potrebbe essere diversa.

L’amico che mi ha segnalato su Twitter questa pubblicazione e a cui queste pagine devono tantissimo, ha commentato così:

Un commento che, per molti aspetti e sebbene con grandissima prudenza, mi sentirei di condividere. Il tema è quello dell’influenza dell’attività solare nel suo complesso sul bilancio radiativo della Terra. Nel paper gli autori parlano di un ciclo solare di lungo periodo, in fase ascendente da circa 200 anni, dalla fine della PEG, da cui deriverebbe un aumento della TSI tale da portare un guadagno di 1,5W/m-2.

Una cosa enorme, specie se si pensa che nel modello descrittivo del forcing radiativo dei gas serra, in cui il sole è praticamente ignorato, si stima la forzante antropica in un +2,43W/m-2. Praticamente, se il discorso fatto in questo paper dovesse trovare conferma, ben oltre la metà del riscaldamento osservato dall’inizio dell’era industriale (anche fine della PEG), sarebbe attribuibile al sole. Altro che forcing antropico esclusivo e mondo CO2-centrico!

Ma allora, se stiamo andando verso un minimo paragonabile a quello di Maunder, perché si dovrebbe assistere a qualcosa di diverso? La risposta, secondo il paper, sarebbe nella persistenza di questo ciclo di lungo periodo, dovuto alle dinamiche interne del sole e sovraimposto a quello che ne sta abbattendo l’attività, che continuerebbe comunque ad esercitare un forcing positivo, almeno per altri 4-500 anni.

Ergo, CO2 o no, nel breve medio periodo il pianeta dovrebbe raffreddarsi un po’, ma nel lungo periodo è assicurato un riscaldamento. Sarà forse il caso di farsene una ragione, almeno fino alla prossima glaciazione!

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Alcuni dati sull’ondata di caldo registrata in Francia il 28 giugno 2019

Posted by on 07:29 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 12 comments

Alcuni dati sull’ondata di caldo registrata in Francia il 28 giugno 2019

di Luigi Mariani e Franco Zavatti

Il 28 giugno a Gallargues-le-Montueux (4,17 E, 43,72 N, 44 m slm) nel Gard (sud della Francia) è stato segnato il nuovo record assoluto di temperatura massima in Francia con 45,9 °C. In questo scritto riporteremo alcune considerazioni in merito alla rilevanza da dare a questo dato e alla rappresentatività della stazione in questione.

IL COMMENTO DI METEOFRANCE

Ampi stralci del commento prodotto in tempo quasi reale da Meteofrance e disponibili qui, vengono di seguito riportati in versione italiana.

I 45,9 °C toccati venerdì 28 giugno alle ore 16,20 a Gallargues-le-Montueux, nell’ovest del Gard costituiscono il valore più elevato mai registrato in Francia da quando si effettuano misure. Si tratta di una temperatura massima simile a quella che si registra n un normale giorno di agosto a Furnace Creek nella Death Valley in California (Usa).

Il precedente record di temperature assolute per la Francia era di 44,1 °C, raggiunti a Conqueyrac, sempre nel Gard, il 12 agosto 2003 ed è stato superato questo pomeriggio da alcune delle stazioni riportate in tabella 1.

Si osservi inoltre che in tutto il paese giovedì 27 è fin qui il giorno più caldo mai registrato a giugno con 27,9 °C di temperatura media nazionale (8,6 °C al di sopra della norma). Il precedente record di giugno era di 26.4 °C, toccati il 21 giugno 2017. Solo durante l’ondata di caldo dell’agosto 2003 la Francia ha registrato temperature nazionali medie giornaliere superiori a quelle del 27 giugno 2019 e che non si registravano almeno dal 1947. Il giorno più caldo mai registrato in assoluto in Francia è stato invece il 5 agosto 2003 con 29.4 °C di temperatura media nazionale.

Anche la notte fra 28 e 29 giugno è stata la più calda mai registrata a Nantes, Limoges, Tolosa, Poitiers, ecc. e le temperature minime del 29 giugno hanno fatto registrare valori record in molte località, come si evidenzia in tabella 2.

Tabella 1 – Temperature massime registrate da un gruppo di stazioni del sud della Francia venerdì 28 giugno 2019.

Tabella 2 – Temperature minime registrate in alcune località del Sud della Francia al primo mattino di sabato 29 giugno 2019.

GLI ASPETTI PROBLEMATICI DELLA STAZIONE DEL RECORD

La stazione di Gallargues-le-Montueux è collocata in un luogo per molti versi problematico. Al riguardo invito a leggere l’articolo
“45.9°C à Gallargues : quelles conditions de mesure?” uscito il 30 giugno sul sito di meteo Paris. In tale articolo si presenta un’interessante documentazione fotografica e cartografica che riproduciamo citando ovviamente la fonte. In particolare la cartografia in figura 1 ci ha consentito di individuare la stazione (cerchiolino rosso) nella figura 3 che abbiamo tratto da Google Earth.

L’articolo ci informa anche che il vento in occasione del record termico era da settentrione il che da un lato conforta la nostra ipotesi di condizioni di Mistral (vedi più avanti nel testo) e dall’altro ci dice che la stazione è stata raggiunta in pieno dal “pennacchio urbano” della cittadina. Al riguardo si noti come nel quadrante settentrionale si collochino tutta una serie di aree che esposte al sole raggiungono temperature molto elevate. Fra di esse in particolare si veda il piazzale asfaltato e l’edifico con tetto molto scuro – forse un supermercato – sito a nordest della stazione.

Dalla figura 2 si osserva che una stazione amatoriale Davis collocata sempre a Gallargues-le-Montueux in un sito assai problematico (tetto di un edifico) abbia comunque fatto segnare un valore massimo inferiore rispetto alla stazione ufficiale di Meteofrance, il che è di rilevanza tutt’altro che trascurabile. Infatti se una stazione mal collocata come la Davis in questione ha fatto segnare un massimo di 44.2°C contro i 45.9°C delle stazione  ufficiale di Meteofrance (-1,7°C), possiamo ipotizzare che il valore realmente toccato nell’area rurale circostante Gallargues-le-Montueux  sia stato pari a 43.2°C (valore registrato dalla stazione Davis cui è stato detratto 1°C per tener conto del fatto che la stazione è posta su un tetto ove si verificano valori più elevati di almeno 1°C rispetto a quelli che si registrerebbero su tappeto erboso.

D’altronde Meteofrance classifica la propria stazione di Gallargues-le-Montueux  come “stazione di classe 3” in una scala che va da 1 a 4, il che la dice lunga sulla rappresentatività dei dati da essa ricavabili (per maggiori notizie sulla classe 3 WMO si veda qui).

Peraltro dal manuale indicato si osservi che la classe del WMO viene stabilità in base alle caratteristiche dell’aerale posto nelle immediate circostanze del sito d’installazione mentre vengono trascurati gli effetti avvettivi da maggiori distanze come quelli legati all’aria calda proveniente dal paese di Gallargues-le-Montueux.

 

Figura 1 – Mappa del sito di installazione della stazione di Gallargues-le-Montueux (fonte: meteo Paris).

Figura 2 – Alcune foto della stazione di Gallargues-le-Montueux (fonte: meteo Paris). A destra la stazione di Meteofrance che ha fatto segnare il record e a sinistra una stazione amatoriale Davis installata su un tetto sempre a Gallargues-le-Montueux.

Figura 3- Altre foto della stazione di Gallargues-le-Montueux (fonte: meteo Paris)

ALCUNE CONSIDERAZIONI FINALI DESUMIBILI DAI DATI

Le temperature massime assolute estreme registrate venerdì 28 giugno appaiono un fenomeno che probabilmente ha risentito di fattori attivi a mesoscala. Al riguardo si osservi che:

  1. tutte le stazioni presentate in tabella 1 sono in un raggio di circa 120 km fatto centro a metà strada fra Montpellier e Marsiglia, dal che si desume che si è trattato di un fenomeno a mesoscala.
  2. l’area teatro delle temperature estreme del 28 giugno è soggetta a un vento da nord, il Mistral, che scende dalle montagne del Massiccio Centrale e che può ragionevolmente aver contribuito ad accentuare l’anomalia termica. Al riguardo si segnala che su Wikipedia spicca la frase seguente “Par effet de foehn, l’air s’assèche brutalement dans les basses vallées de l’Ardèche et du Gard.

Il carattere a mesoscala del fenomeno emerge anche da una verifica effettuata sui dati delle sue stazioni aeroportuali “storiche” di Parigi (Orly e Le Bourget), da cui emerge che le temperature massime raggiunte nel giugno 2019 non sono in alcun modo eccezionali nel senso che non è stata mai raggiunta o superata la soglia di 35°C (tabella 4) che può essere considerata come soglia per individuare la presenza di ondate di caldo e che è stata superata parecchie volte in passato (in 33 occasioni a Orly e in 42 a le Bourget). Al riguardo si segnala che le stazioni di Orly e Le Bourget presentano parecchi dati mancanti negli anni passati ma non nel giugno 2019, per cui il numero di casi individuato è probabilmente sottostimato.

Si ritiene infine non corretto sostenere che il fenomeno sia legato a una singola stazione mal localizzata anche se a giudizio di chi scrive il valore registrato a Gallargues-le-Montueux è inficiato da una localizzazione tutt’altro che ottimale e che può avere accresciuto in modo significativo il valore record ottenuto, che pertanto per Gallargues-le-Montueux dovrebbe essere ridotto a 43.2°C, valore comunque molto elevato e sensibilmente anomalo.

Figura – Il sito di collocazione della stazione di Gallargues-le-Montueux, desunto dalla mappa in figura 1 (cerchiolino rosso).

Tabella 3 – Le temperature massime (Tx) e minime (Tn) registrate nel giugno 2019 dalle stazioni aeroportuali “storiche” di Parigi (Orly e Le Bourget). In rosso le massime assolute.

Tabella 4 – I valori di temperatura superiori a 35°C registrati dalle stazioni di Orly e Le Bourget nel bimestre giugno – luglio dall’anno di installazione ad oggi. Si noti che nel 2019 non è mai stato registrato un valore superiore a 35°C.

Conclusioni

L’ondata di caldo sulla Francia occorsa nella terza decade di giugno 2019 è sicuramente un evento fortemente anomalo poiché è stato con ogni probabilità caratterizzato da livelli di anomalia rispetto alla norma superiori a 3 deviazioni standard. La genesi del fenomeno è sicuramente sinottica (un promontorio di blocco africano con avvezione di masse d’aria sahariana, effetti di compressione dovuti alla discesa della massa d’aria nell’anticiclone ed apporto energetico molto forte per l’intenso soleggiamento).

L’evento termico estremo del 28 che ha interessato il dipartimento del Gard e le aree ad esso limitrofe ha avuto invece il contributo determinante di processi a mesoscala e la nostra ipotesi è che un ruolo significativo possa averlo giocato il Mistral, vento catabatico tipico dell’area.

Riteniamo infine che Meteofrance dovrebbe condurre verifiche approfondite prima di convalidare il valore record di 45.9°C registrato dalla propria stazione di Gallargues-le-Montueux, a nostro avviso inficiato dalle caratteristiche scadenti del sito d’installazione.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

L’ondata di caldo della terza decade di giugno 2019 sull’area rurale milanese

Posted by on 12:33 in Attualità, Climatologia | 14 comments

L’ondata di caldo della terza decade di giugno 2019 sull’area rurale milanese

Evento anomalo ma non eccezionale nel senso che eventi analoghi si sono già registrati negli anni 50, 60, 80 e, con una maggiore frequenza, dopo il 2000.

Oggi (27 giugno) la prima ondata di caldo del 2019 dovrebbe toccare il suo picco e nella giornata di ieri la stazione di Milano Linate ha fatto segnare la massima più elevata da inizio anno (35.0°C).

Per verificare il livello di anomalia di tale dato termico ho estratto i giorni con temperature >=35°C per il periodo 1 giugno – 10 luglio degli anni che vanno dal 1951 al 2018 dalla mia serie storica di riferimento per l’area rurale milanese che è così composta:

19510101-19721231: Linate AM

19730101-19921231: Linate da dataset GSOD (GSOD 16080)
19930101-20171231: Montanaso Lombardo (Crea-CMA)
da 20180101: Linate da dataset GSOD (GSOD 16080).

Questo il risultato:

giorni con tx >= 35°C fra 1 giugno e 10 luglio
n    yyyy    giorno
1    19520703    35.3
2    19520706    35.6
3    19570706    36.3
4    19570707    36.4
5    19650626    35.2
6    19650628    35.0
7    19820707    37.1
8    20020624    35.0
9    20030612    35.0
10    20030613    35.9
11    20030621    35.1
12    20050627    35.0
13    20130618    35.8
14    20130619    35.2
15    20140611    35.3
16    20140612    35.4
17    20150706    35.6
18    20150707    35.4

Come si vede abbiamo 4 casi negli anni 50, 2 negli anni 60, nessuno negli anni 70,  1 negli anni 80,  nessuno negli anni 90, 5 negli anni 2000, e 7 negli anni 2010.

In sintesi emerge una maggiore frequenza dopo il 2000 che coincide con una più elevata frequenza di promontori subtropicali di blocco da sud-sudovest.

In sede di interpretazione dei dati qui presentati si tenga anche conto che:

  1. A Linate la massima più elevata di questa ondata di caldo è stata fin qui raggiunta ieri (26 giugno) con 35°C e oggi verrà probabilmente superata seppur di poco (probabile che arriveremo a 35.5-36.0 o giù di lì)
  2. La stazione di Milano Linate è inserita in un’area con un discreto livello di urbanizzazione per cui il dato non è del tutto rappresentativo di condizioni rurali.
Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

A proposito di clima pazzo…

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 20 comments

A proposito di clima pazzo…

Ci siamo, è già partita la caccia al record delle temperature, seconda in termini di inutilità soltanto agli annunci di record previsti. E’ colpa del clima impazzito, che sia per il freddo d’inverno, per il caldo d’estate o per i capricci di primavera. Una pazzia o, estremizzazione, che gli esperti attribuiscono nell’ordine a: CO2 che aumenta, pianeta che si scalda, ghiacci che si sciolgono, circolazione atmosferica che si disfa. E così, d’inverno il freddo scivola verso sud, perché dal Polo a qui è discesa, notoriamente e con buona pace dei terrapiattisti, e d’estate il caldo si arrampica verso nord, perché nessuno gli ha detto, appunto, che non può andare in salita.

Scherzi a parte, il meme di questi difficili tempi climatici è sempre lo stesso: aumentano le situazioni estreme, quali che siano.

Sarà utile quindi leggere quanto riportato in un paper fresco di stampa:

Reduction in northern mid-latitude 2-m temperature variability due to Arctic sea ice loss

Ovvero, esattamente il contrario del meme. Pare che la variabilità della temperatura a 2m sulle medie latitudini si sia ridotta, almeno questo scaturisce dalle rianalisi. E pare che l’unico segnale d’attribuzione che restituisca qualcosa di soddisfacente sia quello della riduzione del ghiaccio artico. Cioè, meno ghiaccio non significa più estremi, ma il contrario, per effetto della riduzione del gradiente latitudinale. Del resto, se le alte latitudini si scaldano di più delle medie e molto di più di quelle basse, la differenza lungo la latitudine si attenua, abbassando la probabilità che si verifichino eventi che si allungano verso le code della distribuzione.

Questo viene dai numeri, speriamo che lo leggano anche gli esperti.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Meglio tardi che mai: La Stagione degli Uragani 2019

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 0 comments

Meglio tardi che mai: La Stagione degli Uragani 2019

Siamo in clamoroso ritardo e, a dire il vero, un po’ lo sono state anche le fonti ufficiali da cui usualmente si apprendono le previsioni per la stagione degli uragani nell’area atlantica. Ritardo perché nominalmente la stagione inizia il 1° giugno e, sebbene dopo lo sbuffo anticipato di una Tempesta Tropicale spentasi sul nascere, non ci siano stati e non ci siano all’orizzonte eventi importanti, l’informazione circola già da un po’. Ed è la seguente:

La NOAA prevede una stagione degli uragani nella norma, ossia con 9-15 eventi nominabili di cui 4-8 uragani e 2-4 eventi di categoria superiore a 3 della scala Saffir Simpson, che va da 1 a 5.

Fonte NOAA

Per gli amanti della nomenclatura qui di seguito la lista dei nomi (in cui non ci sono né Attila né Scipione…) che saranno utilizzati nel corso della stagione.

Fonte NOAA

Per gli amanti della pluralità delle informazioni, sul blog di Judith Curry c’è un’interessante disamina di quanto previsto da altre organizzazioni, compresa quella per cui lei lavora. In sostanza è un pareggio, perché Tropical Storm Risk prevede una stagione sotto media, la Colorado State University la immagina nella media coma la NOAA e Climate Forecast Application Network va per sopra la media. Per finire, non disponibile liberamente, l’ECMWF prevede che sia sopra media. Da notare che la previsione della NOAA è di un 40% di probabilità che sia nella norma, e 30% sia per sopra che sotto la norma. Decisamente salomonica. Interessanti anche le consistenti differenze nella previsione dell’ACE (accumulated cyclone energy), logicamente dipendente anche dal numero degli eventi, ma in un contesto di numeri che comunque negli ultimi anni non sono mai cambiati molto, l’ACE è un indicatore dell’intensità che fornisce informazioni più significative del numero degli eventi.

I predittori, a parte i “segreti” che specialmente gli operatori commerciali fanno fatica a svelare, sono per lo più sempre gli stessi. L’attività dell’ENSO, che è in fase positiva, ossia un El Niño debole ma persistente che in genere inibisce l’attività degli uragani; un generale stato di temperature sopra la media per il bacino atlantico, che invece sarebbe disponibile a fornire l’energia necessaria; un monsone africano piuttosto intenso che renderebbe possibile una più frequente formazione di onde atmosferiche che viaggiano da est verso ovest e possono evolvere in sistemi organizzati passando sull’area con maggiore probabilità di sviluppo di uragani.

Insomma, come sempre staremo a vedere, per adesso segniamoci che dall’inizio nominale della stagione non c’è stata traccia di eventi e questo è però già accaduto pare per il 42% delle ultime 23 stagioni.

 

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Tornado negli USA 1950-2017

Posted by on 10:01 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 0 comments

Tornado negli USA 1950-2017

I tornado, tra le manifestazioni atmosferiche più violente, sono recentemente tornati all’attenzione dei giornali per una sequenza di eventi avvenuta in Ohio, Kansas ed altri stati (v. ad esempio questo articolo di Microsoft News) a cui viene – come normalmente succede in questi strani tempi – associato con sicurezza il riscaldamento globale (oggi ridefinito crisi climatica?), anche se viene citato un esperto come Kerry A. Emanuel del MIT che dice che è “assolutamente complicato” legare tornado e cambiamento climatico. In pratica nei dati non ci sono elementi che permettano di associare la frequenza di apparizione all’AGW.
Ad onor del vero viene anche citato un articolo di Science, del 2014, Brooks et al., 2014) che nel titolo parla di aumento della variabilità  nell’occorrenza dei tornado in USA (non della loro frequenza).

L’aumento (o il supposto tale, visto che i tornado sono presenti anche a novembre-dicembre) dei fenomeni a maggio 2019 è stato analizzato da Roy Spencer sul suo blog, dove si fornisce una spiegazione meteorologica per gli eventi (le pianure del nord, quest’anno, sono state “il posto più freddo della Terra”) e mostra l’istogramma della distribuzione dei tornado di categoria maggiore o uguale a F3, dal 1954 al 2018 (fonte NOAA).

Per confronto, ho scaricato i dati dei tornado dallo Storm Prediction Center di NOAA dal 1950 ad agosto 2018 (ma ho usato i dati fino al 2017, ultimo anno completo su questo sito), ho separato le categorie “violente” F3, F4, F5 e ho tracciato in figura 1 l’istogramma del numero di eventi per le singole categorie e per la loro somma.

Fig.1: Istogrammi della frequenza di tornado negli USA: nel quadro superiore i tornado di categoria F3, F4, F5 e la loro somma (All). Nel quadro inferiore solo i tornado di categoria F4 e F5. Sono anche riportate le rette di regressione delle singole distribuzioni.

Si vede chiaramente che le pendenze sono, in tutti i casi, negative e che quindi i tornado degli ultimi 67 anni sono mediamente in diminuzione. I valori numerici dei fit lineari sono disponibili in questa immagine o nel file numerico .
Sembra che il numero di tornado del 2018 (non riportato in figura) sia il più basso della storia e che tutti gli eventi “violenti” siano in quell’anno di categoria F3; questo valore e un’eventuale fluttuazione positiva del 2019 rientrebbero nella normale variazione, ben visibile in figura 1, e quindi, come è ormai solito, “niente di nuovo sotto il sole” e un eccessivo spreco di inchiostro (reale e digitale) nei gridi di dolore catastrofisti.

Relazione AMO – frequenza dei tornado
In genere si lega la frequenza di apparizione dei tornado all’Oscillazione Multidecennale Atlantica (AMO) proprio a causa dell’influenza di quest’ultima sul clima continentale. La relazione sarebbe di tipo inverso, nel senso che quando AMO è negativa la frequenza degli eventi aumenta. Una verifica viene mostrata in figura 2, dove la serie AMO è rovesciata in modo da evidenziare una correlazione positiva

Fig.2: Relazione tra AMO (moltiplicata per -1) e frequenza dei tornado.Sono mostrate anche le serie filtrate su una finestra di 11 anni e, nel quadro inferiore, la funzione di cross-correlazione (CCF) dei dati osservati e filtrati. Si vede che il filtraggio deforma la CCF. CFF(0) è la correlazione a lag 0, ovvero il coefficiente di correlazione di Pearson. I dati dei tornado sono stati divisi per 200 così da avere valori confrontabili con quelli di AMO.

La CCF tra AMO e frequenza dei tornado mostra un’interessante valore centrale di circa 0.55, non altissimo ma tale da evidenziare una possibile relazione. Il grafico delle medie mensili di AMO (dal 1856 al 2017) e del loro spettro è disponibile qui.

Lo spettro della frequenza dei tornado
L’estensione temporale della serie dei tornado è di 67 anni per cui non ci si aspetta di trovare nel loro spettro il periodo principale di AMO (circa 72 anni) e infatti nello spettro MEM di figura 3 non abbiamo un massimo attorno a 60-70 anni; solo un debole accenno di massimo centrato a 55 anni nello spettro dei tornado F3 che si ripercuote nello spettro dei dati totali ma nulla per i dati F4 e F5.

Fig.3: Lo spettro delle quattro serie di figura 1 (sono mantenuti gli stessi colori che identificano le singole serie). I massimi spettrali a circa 9 anni coincidono con il massimo dello spettro di AMO (il più forte dopo il massimo principale di 72 anni), mentre in quest’ultimo non è presente il massimo a 4.2 anni che risulta essere il massimo principale nelle serie All e F3 dei tornado. Nello spettro di F4 e di F5 è presente un massimo a 19 e 18 anni, rispettivamente, che non si nota in F3 (sembra spostato a circa 13 anni).
Appare, in definitiva, che la frequenza dei tornado risente di relazioni connesse a El Niño (3-6.5-7.5 anni) e al Sole-pianeti (18-20 anni) e in modo più incerto ad AMO (9 anni), sempre nei limiti di un’estensione temporale delle serie che è inferiore al periodo principale dell’oscillazione atlantica.

 

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui

Bibliografia:

 

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail
Translate »