Climate Lab – Fatti e Dati in Materia di Clima

Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, poco dopo la fine della COP21 di Parigi, abbiamo messo a punto un documento pubblicato nella sua interezza (e scaricabile qui in vari formati) con il titolo “Nullius in Verba, fatti e dati in materia di clima”. L’idea è nata dall’esigenza di far chiarezza, ove possibile e nei limiti dell’attuale conoscenza e letteratura disponibili, in un settore dove l’informazione sembra si possa fare solo per proclami, quasi sempre catastrofici.

Un post però, per quanto approfondito e per quanto sempre disponibile per la lettura, soffre dei difetti di tutte le cose pubblicate nel flusso del blog, cioè, invecchia in fretta. Per tener vivo un argomento, è invece necessario aggiornarlo di continuo, espanderlo, dibatterle, ove necessario, anche cambiarlo. Così è nato Climate Lab, un insieme di pagine raggiungibile anche da un widget in home page e dal menù principale del blog. Ad ognuna di queste pagine, che potranno e dovranno crescere di volume e di numero, sarà dedicato inizialmente uno dei temi affrontati nel post originario. Il tempo poi, e la disponibilità di quanti animano la nostra piccola comunità, ci diranno dove andare.

Tutto questo, per mettere a disposizione dei lettori un punto di riferimento dove andare a cercare un chiarimento, una spiegazione o l’ultimo aggiornamento sugli argomenti salienti del mondo del clima. Qui sotto, quindi, l’elenco delle pagine di Climate Lab, buona lettura.

  • Effetti Ecosistemici
    • Ghiacciai artici e antartici
    • Ghiacciai montani
    • Mortalità da eventi termici estremi
    • Mortalità da disastri naturali
    • Livello degli oceani
    • Acidificazione degli oceani
    • Produzione di cibo
    • Global greening

____________________________________

Contenuti a cura di Luigi Mariani e revisionati in base ai commenti emersi in sede di discussione e per i quali si ringraziano: Donato Barone, Uberto Crescenti, Alberto Ferrari, Gianluca Fusillo, Gianluca Alimonti, Ernesto Pedrocchi, Guido Guidi, Carlo Lombardi, Enzo Pennetta, Sergio Pinna e Franco Zavatti.

La forzante solare – Redux

Posted by on 12:00 in Attualità, Climatologia | 0 comments

La forzante solare – Redux

Da WUWT, con buona pace di tutti i benpensanti del clima che cambia e cambia male:

The Smoking gun of the Ice Ages

Un breve commento ad un articolo uscito su Science nel dicembre scorso che a sua volta rimanda ad un paper vecchio di quaranta anni in cui l’evidenza del contributo orbitale e delle dinamiche del sistema solare è schiacciante.

Variations in the Earth’s Orbit: Pacemaker of the Ice Ages

A volte mi capita di pensare dove sarebbe la conoscenza sul clima se non ci fossimo ubriacati di CO2 negli ultimi decenni, se queste teorie, di gran lunga più solide e realistiche di quelle della “mosca cocchiera antropica”, fossero state investigate mettendoci almeno pari impegno e risorse di quanto fatto per il contributo antropico all’evoluzione del clima.

Magari avrete già visitato il link, ma se così non fosse stato, ecco il settimo ed ultimo punto del loro abstract:

Un modello del clima futuro basato sulla relazione osservata tra clima e fattori orbitali, ma che ignora gli effetti antropogenici, prevede che il trend di lungo periodo per i prossimi settemila anni vada verso estese condizioni glaciali per l’emisfero nord.

Per quanti non lo sapessero, l’ultimo massimo glaciale è stato 18.000 anni fa e da 12.000 anni ci stiamo “godendo” condizioni interglaciali, ovvero di aumento della temperatura, in cui incidentalmente la specie umana ha prosperato. A seguire… beh, a seguire, se non ci pensa la CO2, che non ci penserà, piaccia o no alle vestali del clima, farà freddo. Considerato tutto quello che è successo negli ultimi cento anni, un abbondante numero di multipli di questo periodo vedrà cose al largo dei bastioni di Orione che neanche Harrison Ford di Blade Runner avrebbe saputo immaginare.

E noi qui a fare le mosche cocchiere…

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Un Mese di Meteo – Aprile 2017

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia, Commenti mensili, Meteorologia | 2 comments

Un Mese di Meteo – Aprile 2017

IL MESE DI APRILE 2017[1]

Mese caratterizzato dal prevalere di condizioni di blocco anticiclonico sul vicino Atlantico con prevalenza sulla nostra area di correnti settentrionali che fra il 18 e il 22 aprile si sono orientate da nordest con sensibile calo delle temperature minime

La carta media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 5) mostra il vicino Atlantico dominato da un promontorio anticiclonico subtropicale di blocco esteso dall’Africa del Nordovest verso il Golfo di Biscaglia ed evidenziato dalla lettera A. L’azione di tale struttura fa sì che la circolazione media sull’area italiana risulti da  Nordovest, con un carattere favonico sul settentrione attestato dal “naso di foehn” evidente a Nord dello spartiacque alpino.

Figura 5 – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Fin qui la media, la quale non ci mostra da un lato il transito di 5 perturbazioni e dall’altro l’elemento più critico dal punto di vista agricolo e cioè la gelata tardiva verificatasi nel periodo compreso  fra il 18 e il 21 aprile, allorché un anticiclone con centro sul vicino Atlantico a Ovest delle isole Britanniche ha spinto un proprio promontorio verso gli Urali dando luogo  sull’Italia a un regime di correnti da est-nordest con afflusso di aria gelida di origine artica e polare continentale che ho provocato un sensibile calo delle temperature specie sul Centro-Nord e sulla Sardegna. Si noti inoltre che la massa d’aria fredda in virtù della traiettoria da Est ha potuto penetrare nel bacino padano senza alcuna interferenza da parte dell’arco alpino che in molti casi protegge tale bacino dalle irruzioni fredde.

Come in gran parte dei fenomeni di gelata, una componente chiave è stata costituita  dall’irraggiamento verso lo spazio, in virtù del quale la superficie del suolo si raffredda e di conseguenza raffredda lo strato d’aria che la ricopre, che dunque risulta più fredda dell’aria sovrastante (inversione termica). L’irraggiamento è contrastato dall’effetto serra, il quale è mediamente determinato per il 51% dal vapore acqueo, per il 24% dalle nubi e per il 18% dalla CO2. Nel caso in esame tale fenomeno benefico è stato attenuato dal fatto che la massa d’aria in arrivo è risultata particolarmente povera di vapore acqueo e che i cielo era in gran parte sgombro da nubi.

A ciò si aggiunga che più cielo la superficie del pianeta vede, più energia emette verso lo spazio e più si raffredda. In tal senso la cima di una montagna o di una collina si raffredda molto più rispetto ai fondivalle e dunque produce moltissima aria fredda, che però non si mescola con quella calda ed essendo più densa drena vero le zone più basse, che dunque vengono raffreddate per l’aria fredda che scende dai rilievi. Tale fenomeno, noto come avvezione locale, è stato una componente essenziale della gelata in questione ed è apparso significativo non solo in coincidenza con i rilievi più potenti ma anche con riferimento a rilievi collinari di piccole e medie dimensioni.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa (il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da correnti occidentali con variabilità perturbata).
Giorni del mese Fenomeno
1-4 aprile Sabato 1 aprile una saccatura atlantica ha fatto il suo ingresso sul Mediterraneo occidentale per poi isolare una depressione sull’Alto Tirreno domenica 2. Tale depressione si è poi mossa  verso sudest raggiungendo la Sicilia martedì 4 (perturbazione n. 1).
5-8 aprile sull’Italia un debole regime di correnti da Nordovest che sul settentrione ha assunto lieve carattere favonico, come evidenzia il “naso di foehn” presente a Nord dello spartiacque alpino.
9-11 aprile Locali infiltrazioni di aria fredda da Nord nella giornata di domenica 9 hanno provocato sporadica attività temporalesca su Alpi occidentali e Appennino tosco-emiliano con occasionali piovaschi pomeridiani e notturni, in estensione al resto dell’areale padano-alpino e all’Italia peninsulare fra lunedì 10 e martedì 11 (perturbazione n. 2).
12-16 aprile mercoledì  12 promontorio da ovest dell’anticiclone atlantico influenza la nostra area con tempo stabile salvo variabilità sul basso Tirreno associata ad attività temporalesca locale.
13-17 aprile Da giovedì 13 a lunedì 17 l’arretramento dell’anticiclone espone le nostre regioni a un regime di correnti da nordovest con attività temporalesca locale (perturbazione n. 3).
18-20 aprile Un anticiclone con centro sul vicino Atlantico a Ovest delle isole Britanniche protende un proprio promontorio verso gli Urali. Tale struttura dà luogo sull’Italia a un regime di correnti da nordest con afflusso di aria gelida di origine artica e polare continentale che provoca un sensibile calo delle temperature con gelate tardive anche in pianura sul Centro-Nord e la Sardegna.
21-24 aprile il promontorio anticiclonico è di nuovo arretrato verso ovest spostando il proprio centro sul vicino Atlantico ad ovest delle Isole britanniche ed esponendo la nostra area ad un regime di più miti correnti da Nordovest.
25-28 aprile La nostra area è sotto l’influenza di una saccatura Atlantica con asse da Nordest connessa ad un minimo depressionario sul Baltico e che dà luogo a tempo perturbato sulle regioni centro-settentrionali (perturbazione n. 4). Il transito si conclude venerdì 28 allorché si assiste and un rapido miglioramento a iniziare da Nordovest.
29-30 aprile Campo di pressioni livellate con tempo stabile salvo attività temporalesca residua nella nottata fra venerdì e sabato su Alto Adriatico e Basso Tirreno. Dalla serata del 30 nuovo peggioramento per effetto di una saccatura atlantica con asse da Ovest (perturbazione n. 5) associata a una profonda area depressionaria in Atlantico.

Andamento termo-pluviometrico

Per quanto concerne le temperature mensili (figure 1 e 2) domina una debole anomalia positiva nelle massime mentre vicine alla norma appaiono le minime, salvo locali anomalie positive o negative. La tabella delle temperature decadali (tabella 2) evidenzia nelle prime due decadi anomalie positive moderate nelle massime e deboli nelle minime cui subentrano anomalie negative nella terza decade.

Figura 1 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 2 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Tale andamento termico può essere raccordato con quello globale osservando la carta globale di anomalia termica media mensile della bassa troposfera (figura 6). Si notino le anomalie positive sull’area siberiana e sulla penisola Iberica e quelle negative sul Nordest Africano e sul Nord Europa (più spiccate sul Baltico). Le temperature sull’Italia appaiono invece nella norma o in lieve anomalia positiva.

Figura 6 – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

La carta delle anomalie pluviometriche (figura 4) evidenzia il prevalere di anomalie negative su quasi tutta l’area con eccezioni in Veneto, Trentino Alto Adige, Romagna, Valle d’Aosta, Lombardia centro meridionale, Sicilia Occidentale e Calabria. Anche a livello decadale (tabella 2) dominano deboli anomalie negative con la sola eccezione della debole anomalia positiva al sud nella prima decade e al centro nella terza

Figura 3 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 4 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

(*) LEGENDA:
Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.
Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche sono evidenziate con i colori (giallo o rosso per anomalie positive rispettivamente fra 1 e 2°C e oltre 2°C; azzurro o blu per anomalie negative rispettivamente fra 1 e 2°C e oltre 2°C) . Analogamente le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate con i colori ( azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75%; giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75%) .

[1]             Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2015 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Completamente d’accordo a metà

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 3 comments

Completamente d’accordo a metà

La frase è celebre, ed è del Trap, famoso oltre che per le sue doti calcistiche sia da giocatore che da allenatore, anche per un lessico a volte approssimativo, ma comunque sempre efficace. Del resto, chi non è mai stato d’accordo a metà su qualcosa?

Prendete per esempio questo paper open access uscito su Science Advances:

State dependence of climatic instability over the past 720,000 years from Antarctic ice cores and climate modeling

Si tratta di uno studio basato su dati di prossimità provenienti dai carotaggi in Antartide. Analizzando le serie, i ricercatori hanno individuato periodi con diversi livelli di stabilità climatica, riscontrando climi più stabili nelle fasi più fredde delle glaciazioni e negli interglaciali e una maggiore tendenza a brusche oscillazioni, quindi anche alta variabilità, nelle fasi intermedie dei periodi glaciali. Ne consegue che tanto il freddo insostenibile, quanto i periodi benigni che separano le glaciazioni, hanno scarsa probabilità di nascondere eventi climatici estremi, mentre le fasi intermedie risultano essere climaticamente più difficili.

Ora siamo notoriamente in un interglaciale, e non ci vuole molto per associare le condizioni che caratterizzano questa era climatica (che si chiama Olocene e della quale abbiamo parlato appena ieri), a più basse frequenze di occorrenza degli eventi estremi, non fosse altro perché, piaccia o no, l’Olocene è stato la culla della nostra civiltà.

A regolare le fortune del clima, con la CO2 che segue e non anticipa le variazioni di temperatura (esaminare i dati dei carotaggi per credere), soprattutto le masse glaciali, la cui espansione o ritiro regolano a loro volta la circolazione oceanica.

Ma, scrivono gli autori, nonostante il passato insegni che i periodi caldi [interglaciali] come l’attuale siano caratterizzati da stabilità climatica, lo scioglimento delle calotte glaciali dovuto al riscaldamento, corre il rischio di destabilizzare la situazione e sovvertire l’ordine degli eventi.

Di seguito la parte finale dell’abstract:

Esperimenti numerici condotti con un modello di corcolazione generale pienamente accoppiato tra atmosera e oceano, con acqua dolce riversata nel Nord Atlantico, hanno mostrato che il clima diviene più instabile nelle condizioni glaciali intermedie associate con profondi cambiamenti per il ghiaccio marino e per la Meridional Overturning Circulation.Gli esperimenti sulla sensibilità del modell0 suggeriscono che il prerequisito per la più frequente instabilità climatica con andamento opposto tra i poli durante il tardo pleistocene, è associato con una ridotta concentrazione di CO2 che scaturisce da un raffreddamento globale e dalla formazione di ghiaccio nel Nord Atlantico, con l’aggiunta di un estesa coltre di ghiaccio sull’emisfero nord.

In poche parole, stando a questo studio, caldo è bello ma durerà poco. Mi viene in mente un nome più calzante per l’era dell’isteria climatica. D’ora in avanti la chiamerò #Antroposceme.

Enjoy

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Libero clima in libera Natura

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 3 comments

Libero clima in libera Natura

Chiedo venia per il titolo di questo post, ma è appena il 3 maggio e a Piazza San Giovanni ci sono ancora le tracce del concertone, quindi uno slogan un po’ retrò ci stava tutto. Del resto il clima è retrò per definizione, specialmente se ci si aggiunge il suffisso “paleo” e si parla di Olocene, l’era climatica che ci accompagna dalla fine dell’ultima glaciazione. E poi lo stesso autore del post pubblicato da Judith Curry di cui parliamo oggi parla di “Nature Unbound”, Natura sciolta, slegata, libera…insomma, alquanto incline ad andare per i fatti suoi.

Lo so che a qualcuno sarà già venuto in mente che oggi non siamo più nell’Olocene, quanto piuttosto nell’Antropocene, l’era dominata dall’uomo, ma sulla inconsitenza di tale affermazione ci siamo già espressi più volte e non mi sembra il caso di tornarci su.

Parliamo piuttosto della variabilità climatica di questo periodo decisamente benigno, l’Olocene, in cui le oscillazioni dei parametri a cui oggi dovremmo guardare con i sudori freddi, sono state molto più ampie di quel che si possa pensare, a riprova del fatto che prima di giudicare “anomalo” un avvenimento, si dovrebbero quanto meno conoscere i confini di quella anomalia.

E’ un post in due parti, la prossima uscirà tra qualche giorno, a loro volta costituenti il terzo capitolo di una serie di scritti di paleoclima. In una parola, tra una cosa e l’altra vi conviene mettervi comodi.

Prima di rimandarvi al link – non penserete mica che stia qui a ripeterel’intera faccenda vero? – mi preme sottolineare due tra le cose che più hanno catturato la mia attenzione.

Innanzi tutto la disarmante assenza di “coerenza” nella relazione CO2-Temperatura del pianeta anche di fronte a variazioni percentuali dell’anidride carbonica piuttosto significative, naturalmente fatte le dovute proporzioni rispetto all’attualità. Coerenza che invece è palese con la forzante astronomica, a riprova del fatto che chi comanda è la fonte primaria di energia del sistema, il Sole.

E poi, sempre in relazione al forcing astronomico, la sorprendente catena degli eventi che in risposta alla variazione dell’obliquità dell’asse terrestre, ha portato alla conclusione del periodo umido africano, con le conseguenze che conosciamo in termini di evoluzione delle società moderne.

Giusto per stuzzicare ulteriormente la vostra curiosità, vi riporto punto per punto le conclusioni di quello che penso sia un lavoro davvero interessante ed esaustivo:

Conclusioni

  1. L’Olocene è un periodo di 11,700 anni caratterizzato da un intenso riscaldamento della durata di circa 2,000 anni e un raffreddamento in progressiva accelerazione per gli ultimi 6,000 anni, in risposta alle variazioni dell’obliquità dell’asse terrestre.
  2. Le oscillazioni dei gas serra non possono spiegare i cambiamenti climatici dell’Olocene e, infatti, le loro concentrazioni viaggiano con trend opposti a quello delle temperature per gran parte dell’Olocene.
  3. I modelli climatici vanno davvero male quando si tenta di riprodurre l’evoluzione climatica dell’Olocene. Questo probabilmente è dovuto all’eccessiva sensibilità alle variazioni dei gas serra ed alla ridotta sensibilità alla variabilità solare.
  4.  L’Ottimo Climatico Olocenico è stato un periodo più umido, più caldo di 1-2°C della Piccola Età Glaciale, durante il quale i ghiacciai hanno raggunto la loro minima estensione a livello globale.
  5. La Transizione del Medio Olocene, causata da variazioni orbitali, ha portato un completo cambiamento delle modalità climatiche, con una diminuzione della forzante seolare e un aumento in quella oceanica, spostando l’equatore climatico e terminando il Periodo Umido Africano, aumentando allo stesso tempo l’attività dell’ENSO.

Il post è qui; come già detto, mettetevi comodi, vi soprenderà: Nature Unbound III: Holocene climate variability (Part A)

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Analisi multi-scala dei cicli climatici basata su serie temporali climatiche e fenologiche

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 6 comments

Analisi multi-scala dei cicli climatici basata su serie temporali climatiche e fenologiche

Lo sviluppo delle piante è fortemente influenzato dalle condizioni meteorologiche. Questo è un dato di fatto e la maniacale attenzione con cui il mondo dell’agricoltura segue la meteorologia, costituisce una conferma dello stretto legame tra evoluzione delle piante e tempo meteorologico. Chi si occupa della coltivazione dei campi ha un’idea diversa di “bel tempo” e “cattivo tempo” rispetto a chi vive in città: se una o più giornate di pioggia vengono considerate per esempio una iattura da chi vive in città per i disagi che possono provocare, per chi si dedica all’agricoltura possono rappresentare la salvezza del raccolto ed il degno coronamento di un’intera stagione di lavoro.

L’interazione tra lo sviluppo delle piante ed il tempo meteorologico costituisce il campo di studio della fenologia, ossia di quella parte della biologia che studia lo sviluppo delle piante in funzione di fattori meteorologici come la piovosità, l’insolazione, le temperature etc. Come ben sanno tutti i lettori di CM, il clima è diverso dal tempo meteorologico, ma, su distanze temporali trentennali, l’evoluzione della temperatura acquista valore climatologico e non più meteorologico. Lo stesso si può dire per tutte le altre grandezze fisiche che caratterizzano il sistema. A questo punto appare evidente che i dati fenologici relativi ad una certa coltura, se coprono un intervallo temporale piuttosto esteso, potrebbero rappresentare degli ottimi dati di prossimità per studiare l’evoluzione del clima in aree più o meno estese. Io ho parlato di evidenza, ma questa evidenza è anche evidenza scientifica o si tratta di una semplice ipotesi, frutto di un ragionamento più o meno sensato? Per poter parlare di evidenza scientifica occorre verificare con dei dati l’ipotesi e questo è ciò che hanno fatto L. Mariani e F. Zavatti con uno studio estremamente interessante, i cui risultati sono stati pubblicati on-line dalla rivista Science of the Total Environment nell’articolo il cui titolo è qui sotto (da ora in avanti Mariani et al., 2017).

Multi-scale approach to Euro-Atlantic climatic cycles based on phenological time series, air temperatures and circulation indexes

In Mariani et al., 2017 si analizzano tredici serie di dati climatici e fenologici allo scopo di individuare ciclicità caratteristiche del clima europeo ed atlantico a diverse scale temporali. Di esse sei sono costituite da dati climatici: indice AMO, indice NAO, anomalie europee di temperatura o ETA, una serie di temperature misurate in Francia, una serie di temperature misurate in Svizzera ed una serie di misure di precipitazioni rilevate in Germania. Le restanti sette serie di dati sono riferite a fattori fenologici: la data di fioritura dei ciliegi in Svizzera e le date di vendemmia in diverse aree della Francia e dell’Italia (la Valtellina per la precisione).

L’indice AMO è determinato sulla base delle temperature superficiali dell’Atlantico settentrionale e la serie temporale presa in esame copre l’intervallo che va dal 1857 al 2015. L’indice NAO che è derivato dalla differenza di pressione tra l’Atlantico del nord e quello all’altezza delle isole Azzorre, viene misurato fin dal 1827. Entrambi gli indici sono estremamente importanti in quanto si influenzano a vicenda e sono in grado di determinare le correnti occidentali che condizionano la circolazione a macro scala nell’area atlantica.

Le anomalie delle temperature europee (ETA) coprono un intervallo temporale ancora più lungo: partono, infatti, dal 1660 e giungono fino al 2010. La serie è quella che compare in alto a destra nella home page di CM. Le altre due serie termometriche hanno lunghezza plurisecolare. La serie di precipitazioni presa in esame da Mariani et al., 2017 è quella della bassa Bavaria ed è stata ricostruita sulla base di analisi dendrologiche condotte su abeti rossi. Essa copre l’intervallo temporale compreso tra il 1480 ed il 1978. Le serie fenologiche riguardano periodi temporali variabili che vanno dal 1354 ai giorni nostri.

Nel corso della storia umana alcune tipologie di coltura hanno rivestito grande importanza. Un esempio è costituito dalla coltivazione della vite. Negli annali delle aree ove la vite ha rappresentato una delle principali fonti di sostentamento per intere popolazioni, è possibile risalire alle date di inizio e fine della vendemmia. In alcuni casi le date sono registrate in modo diretto, in altri tale data si può desumere dai registri di acquisto delle derrate destinate ai vendemmiatori e dalle date di assunzione dei lavoratori. La data di inizio della vendemmia dipende da diversi fattori. Il principale è costituito dal contenuto zuccherino degli acini. Questo dipende, a sua volta, dalle temperature primaverili ed estive, dal quantitativo di pioggia e, ovviamente, dalle caratteristiche del suolo. Per secoli i viticoltori europei hanno coltivato le stesse varietà di vite per cui le date di inizio della vendemmia rappresentano un potenziale dato di prossimità per stimare l’evoluzione del clima europeo. Mariani et al., 2017 ha analizzato questi dati tenendo conto anche di singolarità che ne hanno alterato l’omogeneità. Uno di questi eventi è rappresentato dalla comparsa in Europa della fillossera e di alcune fitopatologie fungine che hanno alterato il comportamento dei vitigni.

Mariani et al., 2017 indaga due “catene causali”:

  • MCTP (Macroscale Circulation => Temperature => Phenology)
  • MCPP (Macroscale Circulation => Precipitation => Phenology)

Lo scopo è quello di verificare se la circolazione a macro scala determinata dagli indici AMO, NAO ed ENSO sia in grado di influenzare la temperatura e le precipitazioni e queste ultime, a loro volta, la fenologia dei vegetali. Per poter verificare l’esistenza delle catene causali anzidette, Mariani et al., 2017 ha cercato di individuare nelle serie termometriche ed in quelle delle precipitazioni alcuni caratteri distintivi tipici degli indici circolatori. La stessa cosa è stata fatta, infine, per i dati fenologici.

Le serie di dati come quelle prese in esame dagli autori, non possono essere confrontate in modo diretto in quanto sono molto rumorose: le oscillazioni ad alta frequenza mascherano ogni forma di regolarità con frequenza più bassa. Si rende necessario pertanto sottoporle a trattamenti statistici che eliminino il rumore ad alta frequenza e consentano di isolare segnali a frequenza inferiore. Si tratta di metodiche di analisi spettrale piuttosto complesse che consentono, però, di ottenere dei risultati rilevanti.

Mariani et al., 2017 ha applicato alle serie di dati studiate che presentano una sostanziale continuità temporale, il metodo della massima entropia (MEM), mentre per le serie che presentano delle lacune e/o delle discontinuità, si è stato utilizzato il metodo Lomb-Spargle Periodogram (LOMB).

Sulla scorta delle elaborazioni numeriche eseguite, opportunamente verificate mediante test statistici atti ad escludere eventuali ipotesi nulle, si è potuto accertare che tanto nelle serie fenologiche che in quelle climatiche, possono essere individuati alcuni periodi particolari.

Mariani et al., 2017 ha potuto verificare che

  • il periodo di 65 anni è presente nel 58% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 24 anni è presente nel 58% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 20,5 anni è presente nel 58% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 13,5 anni è presente nel 50% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 11,5 anni è presente nel 58% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 7,7 anni è presente nel 75% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 5,5 anni è presente nel 58% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 4,1 anni è presente nel 58% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 3 anni è presente nel 50% delle serie prese in considerazione;
  • il periodo di 2,4 anni è presente nel 67% delle serie prese in considerazione.

Messa così la cosa si riduce ad un semplice esercizio statistico, ma i dati ottenuti consentono di sviluppare delle considerazioni piuttosto interessanti da un punto di vista climatico.

L’aspetto a mio giudizio più importante di Mariani et al., 2017 è che i dati fenologici contengono al loro interno importanti informazioni relative all’evoluzione del clima nel corso del tempo. Detto in altri termini le serie fenologiche possono essere considerate efficaci dati di prossimità delle grandezze che caratterizzano il clima. Le implicazioni dello studio di L. Mariani e F. Zavatti sono, però, molto più profonde.

Prendiamo in considerazione, per esempio, il periodo di 65 anni. Esso è presente nella serie dell’indice AMO, ma non in quella dell’indice NAO, nella serie termometrica di Parigi e nel giorno di inizio della vendemmia in Borgogna. Possiamo dire che il periodo di 65 anni verifica la catena causale MCTP. Analogo discorso vale per gli altri periodi indagati. Il periodo di 7,7 anni è presente in quasi tutte le serie di dati prese in esame per cui è un forte indicatore dell’influenza della circolazione a macroscala sulle temperature e sulla fenologia vegetale. Tale periodo è guidato, secondo gli autori, da una combinazione di AMO e NAO e rappresenta, quindi, un forte indizio dei legami tra la circolazione a macroscala e gli aspetti termici e fenologici delle aree considerate.

Altro aspetto estremamente significativo di Mariani et al., 2017 è rappresentato dall’assenza di particolari legami tra la serie delle precipitazioni e gli indici di circolazione a macroscala. Le precipitazioni non mostrano, inoltre, periodi comuni con le serie fenologiche per cui dobbiamo dedurre che la catena causale MCPP non appare giustificata dai dati. Le motivazioni di questa mancanza di legami tra le serie devono essere ricercati, a giudizio dei ricercatori, nella peculiarità delle precipitazioni in area europea che sono fortemente condizionate dalla circolazione a mesoscala più che da quella a macroscala e dal fatto che le caratteristiche del terreno sono in grado di “tamponare” gli effetti delle precipitazioni alterando i periodi propri delle precipitazioni.

E per finire è opportuno considerare che l’esistenza dei periodi più brevi (2,4, 3 e 4,1) evidenza un legame con i periodi propri delle aree tipiche dell’ENSO. Dall’analisi dei dati sembrerebbe, quindi, che esistano delle chiare teleconnessioni anche tra ENSO e le condizioni meteo-climatiche europee.

In questo commento mi sono limitato a riassumere quelli che possono essere considerati a mio giudizio gli aspetti salienti di Mariani et al., 2017, ma l’articolo presenta molti altri aspetti meritevoli di approfondimento e che lo spazio di un post non consente di porre opportunamente in evidenza. A titolo puramente esemplificativo e non esaustivo vorrei citare l’analisi comparata delle cause giustificative dell’assenza di alcuni periodi da alcune serie e della loro presenza in altre che io, per esigenze di sintesi, ho completamente trascurato, ma che nell’articolo sono molto ben argomentate.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Le cause della pausa nel riscaldamento globale

Posted by on 06:41 in Attualità, Climatologia | 8 comments

Le cause della pausa nel riscaldamento globale

In un recente post G. Guidi ha segnalato un interessante articolo, pubblicato su Nature Climate Change. in cui C. Hedemann, T. Mauritsen, J. Jungclaus e J. Marotzke (da ora in avanti Hedemann et al., 2017) analizzano una possibile spiegazione della pausa nel riscaldamento del clima terrestre, verificatasi nel corso della prima decade del 21° secolo.

The subtle origins of surface-warming hiatuses

Giusto per ricordarlo a me stesso, la pausa o iato è stato un fenomeno piuttosto controverso che ha agitato le acque della climatologia nel corso degli ultimi anni: il trend di aumento delle temperature superficiali terrestri è diminuito rispetto agli anni precedenti per cui sembrava scricchiolare il principale assunto dell’AGW: maggiore concentrazione di diossido di carbonio atmosferico => maggiore aumento delle temperature superficiali terrestri.

La pausa è stata riconosciuta come un fatto reale da molti ricercatori e, in modo alquanto sfumato, anche da IPCC che ha rivisto al ribasso i valori della Sensibilità Climatica all’Equilibrio; mentre molti altri ricercatori non hanno mai riconosciuto l’esistenza della pausa anzi ne hanno negato l’esistenza come nel caso di Karl et al., 2015. Le spiegazioni del fenomeno sono state molte, ma nessuna soddisfacente per cui, ad un certo punto, i ricercatori sembrava che avessero deciso di dedicarsi ad altro. Ciò anche in considerazione del fatto che con il forte El-Nino 2015 la pausa poteva considerarsi un fatto superato. Mi è parso strano, quindi, che un nuovo lavoro scientifico sull’argomento venisse pubblicato in questi giorni, per cui ho cercato di approfondire l’argomento, scoprendo molte cose interessanti (almeno per me, ovviamente).

Hedemann et al., 2017 non è liberamente accessibile, per cui ho potuto leggere solo l’abstract, i materiali supplementari, studiare i grafici di cui alle figure 1, 2 e 3 dell’articolo ed il commento sul sito del Max Plank Institut fur Meteorologie cui l’autore principale è associato. Molto interessante mi è parso il grafico di fig. 1 in quanto riassume in modo estremamente efficace l’andamento del trend di variazione della temperatura terrestre calcolato su un intervallo temporale standard di 15 anni. In altri termini il grafico rappresenta “l’accelerazione” delle anomalie termiche. Nel seguito riporto il grafico tratto dalla figura 1 di Hedemann et al., 2017 (qui la fonte).

E’ un grafico piuttosto complesso che richiede più di qualche parola per essere descritto in modo comprensibile. Il grafico rappresenta il trend delle Temperature Medie Superficiali Terrestri (GMST) espresso in gradi centigradi per decade nel corso degli anni. Esso è stato ottenuto come ensemble di 100 termini del modello matematico accoppiato oceano-atmosfera MPI-ESM1.1. La parte fino al 2000 è stata forzata in base all’andamento delle temperature reali, quella successiva ipotizzando le condizioni previste dallo scenario di emissioni RCP 4.5 (lo scenario prevede una riduzione delle emissioni rispetto a quelle attuali). Le zone colorate del grafico sono rappresentative del numero di membri dell’ensemble (più scuro maggior numero di membri, più chiaro, minor numero di membri). La curva in grigio rappresenta il membro minimo dell’ensemble, mentre quella blu rappresenta la media dell’ensemble e, quindi, la temperatura attesa nel corso degli anni compresi tra il 1850 ed il 2015.

La curva rossa rappresenta la “definizione di iato” o di pausa che dir si voglia ed è stata costruita mediante una traslazione della curva blu verso il basso di un vettore, con direzione verticale, il cui modulo è pari alla differenza tra il valore del trend misurato nel periodo 1998-2012 (croce gialla) e quello previsto dai modelli (croce nera) sempre nello stesso periodo. In tal modo si è definita una curva formata dai punti che, potenzialmente, individuano uno iato uguale a quello verificatosi nella prima decade del 21° secolo. Il valore della differenza tra il trend rappresentato dalla croce nera e quello rappresentato dalla croce gialla, è pari a 0,17°C per decade. Conoscere questo dato non è importante per capire il ragionamento degli autori, ma rappresenta un utile completamento del discorso, in quanto consente di avere un’idea della differenza tra quello che prevedono i modelli e quello che accade in realtà. E’ solo un inciso, ma credo che esso sia importante in un discorso più generale sulle performance dei modelli matematici e della climatologia in genere.

Gli autori definiscono pausa o iato un periodo durante il quale il membro minimo dell’ensemble si posiziona al di sotto della curva rossa. Questo significa che il trend delle temperature decadali è inferiore di 0,17°C per decade rispetto a quanto atteso e, quindi, ci troviamo di fronte ad uno iato maggiore o uguale a quello sperimentato dopo il 2000. Sulla base di quanto sono riuscito a capire dai documenti, tra il 1850 ed i giorni nostri sono stati sperimentati ben 364 periodi in cui la tendenza delle variazioni delle temperature medie superficiali è stata uguale o inferiore a quella dell’ultima pausa cioè -0,17°C per decade.

Hedemann et al., 2017 considera due possibili spiegazioni  per la pausa: un maggior riscaldamento degli oceani o un maggior flusso di calore che esca dall’atmosfera. Del resto se consideriamo il sistema climatico come una macchina termica e la temperatura superficiale una variabile che ne quantifica lo stato, la variazione della temperatura media superficiale può essere dovuta, stante la costanza del flusso di energia in entrata, o ad una variazione del contenuto di calore oceanico, oppure ad una variazione dell’energia emessa dal sistema attraverso la sua frontiera atmosferica che poi altro non è che il TOA. Ovviamente la causa potrebbe benissimo essere una combinazione di entrambe.

La fig.3 dell’articolo è fortemente esplicativa di quanto ho fin qui esposto e di quanto scriverò in seguito. Se consideriamo i flussi di calore da e verso l’oceano e quelli in uscita dal TOA, possiamo valutare l’anomalia tra quanto ci aspettiamo sulla base dei modelli e quanto misuriamo. Hedemann et al., 2017 hanno calcolato tanto le anomalie del contenuto di calore oceanico che quelle radiative al TOA ed hanno costruito un diagramma in cui hanno rappresentato il contributo allo iato della variazione del contenuto di calore oceanico e quello dello sbilanciamento radiativo al TOA. Il calcolo delle anomalie è esemplificato a pagina 2 (fig. 1) dei materiali supplementari e nelle pagine successive viene illustrato il complesso processo statistico con cui vengono quantificati i contributi dello squilibrio radiativo al TOA e delle variazioni del contenuto di calore degli oceani ai vari periodi di pausa individuati dagli autori dello studio.

Analizziamo la figura 3 di Hedemann et al., 2017. Notiamo che per tutti i periodi di pausa confrontabili con quello del 21° secolo, abbiamo avuto sia un contributo radiativo che di variazione del contenuto di calore oceanico. Gli autori hanno potuto calcolare che oltre il 70% dei periodi di pausa è stato determinato esclusivamente o con un sostanziale contributo dallo squilibrio radiativo al TOA. Altro aspetto degno di rilievo è che le pause sono determinate, contrariamente a quanto si pensava, da piccolissime variazioni nel flusso di calore dall’oceano all’atmosfera o dall’atmosfera allo spazio. La cosa è di fondamentale importanza in quanto le tecniche di misura dello squilibrio radiativo al TOA e del flusso di calore dall’oceano all’atmosfera NON consentono di misurare tali flussi di energia con sufficiente precisione, quindi, allo stato attuale dell’arte, siamo del tutto incapaci di stabilire la causa delle pause nel trend delle variazioni delle temperature superficiali medie globali. L’entità delle divergenze di flusso in grado di determinare le pause, sono, infine, talmente piccole da rientrare nella variabilità naturale del sistema. E con questo Hedemann et al., 2015 hanno assestato un bel colpo a chi crede che gli esseri umani abbiano completamente capito come funziona il sistema climatico terrestre e che restano da definire solo i dettagli.

Voglio, ora, svolgere alcune considerazioni che esulano un poco dal focus della ricerca di Hedemann e colleghi.

Credo che si sia capito che il lavoro commentato è basato quasi esclusivamente su elaborazioni di dati desunti da modelli matematici e di rianalisi, per cui ci troviamo di fronte a quelli che si chiamano “dati sisntetici”. Se ipotizziamo, però, che i modelli sono in grado di simulare il clima che cambia (come del resto fanno da decenni i ricercatori ed i decisori politici), possiamo fare alcune considerazioni circa le tendenze delle variazioni decadali delle temperature terrestri medie globali.

Tutte le considerazioni che seguono sono fatte con riferimento alla curva rossa che rappresenta “la definizione di iato”, ma valgono anche per la curva blu a meno di una semplice traslazione di 0,17°C per decade.

Guardando il grafico si nota come, a partire dal 1850, la tendenza della variazione delle temperature medie superficiali (da ora in poi deltaT per semplicità) vari in modo piuttosto bizzarro nel tempo.

  • Dal 1850 al 1860 (circa) deltaT  è cresciuto in maniera costante. Nel ventennio successivo deltaT è diminuito in modo non costante: ad una prima riduzione graduale ha fatto seguito una variazione repentina del trend che da -0,05°C per decade è passato a -0,35°C per decade.
  • Dalla metà degli anni settanta del 1800 il deltaT è cresciuto costantemente passando da -0,35°C per decade a +0,05°C per decade: un riscaldamento globale ruggente con i fiocchi.
  • In una decina d’anni il deltaT è tornato a diminuire oscillando tra circa -0,15° C per decade e -0,05°C per decade. Questo fino agli anni ’50 del secolo scorso, quando il deltaT ha cominciato a registrare un’altra serie di brusche oscillazioni. In un decennio (1945-1955) il deltaT è passato da -0,15° C per decade a -0,20°C per decade. Nel decennio successivo il deltaT è cresciuto fino ad arrivare allo zero e, tra alti e bassi, esso ha oscillato intorno a -0,05°C per decade fino alla fine degli anni ottanta del 20° secolo.
  • In quegli anni il trend ha iniziato a salire raggiungendo il picco di 0,20°C per decade intorno al 1990. Dopo il 1990 il deltaT è diminuito fino ad azzerarsi intorno al 2000. Detto in altri termini le temperature globali sono sempre cambiate e con tassi di variazione sempre diversi l’uno dall’altro.

Di fronte ad un grafico del genere si fa molta fatica ad imputare le variazioni del trend decadale di variazione delle temperature alla sola CO2, in quanto la sua concentrazione atmosferica è aumentata in modo monotono durante tutta l’era industriale, per cui appare logico tener conto di una variabilità interna al sistema che genera queste oscillazioni.

Questo grafico, per quel che mi riguarda, è una pietra tombale sull’ipotesi che il sistema sia guidato solo ed esclusivamente dalla CO2 in quanto DEVE esistere una variabilità interna al sistema di cui, oggi come oggi, non si tiene conto o la si considera del tutto secondaria rispetto al ruolo delle cause antropiche. Detto in altri termini resta grande come un macigno il quesito: quanta parte dell’ultimo riscaldamento è imputabile all’uomo e quanta parte alla variabilità interna al sistema? Evitare di rispondere a questo quesito, sulla scorta di posizioni ideologiche è negare la scienza. La scienza non pensa, infatti, fa ipotesi da sottoporre a verifica sperimentale. Ed il lavoro di Hedemann et al., 2017 va in questa direzione.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Il Riscaldamento dell’Artico e gli eventi estremi, il verdetto non c’è

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 3 comments

Il Riscaldamento dell’Artico e gli eventi estremi, il verdetto non c’è

No, per dirla come gli autori di un interessante articolo che fa il punto sullo stato dell’arte della conoscenza sulla relazione causale tra il riscaldamento dell’Artico, la giuria è ancora fuori dall’aula.

Nella trasposizione nel mondo reale del riscaldamento globale e suoi derivati, primo tra tutti il disfacimento climatico, gli effetti reali, presunti o previsti sul tempo di tutti i giorni sono un argomento topico. Nessuno, tranne chi fa ricerca sul clima, sarebbe in grado di accorgersi del clima che cambia se questo fosse riferito – come in effetti è – al solo aumento di 0,8 decimi di grado della temperatura media globale. Perché tutto questo diventi tangibile devono essere più forti le piogge, più insopportabile il caldo, più rigido il freddo etc etc. Ma quanto di tutto ciò è realmente attribuibile al cambiamento piuttosto che alla intrinseca variabilità naturale del sistema? E, questa attribuzione, può trovare la sua origine nei cambiamenti che avvengono nell’Artico?

Può effettivamente l’amplificazione artica – il fatto cioè che le alte latitudini settentrionali si scaldano di più del resto dell’emisfero – avere effetti sul motore del tempo atmosferico, la corrente a getto, e quindi averne sul tempo osservato?

Il riscaldamento dell’Artico e la conseguente perdita di massa glaciale, hanno già avuto effetti sulle condizioni atmosferiche delle medie latitudini?

Queste dinamiche, se possono essere distinguibili dalla variabilità naturale, a prescindere dal fatto che possano già avere avuto un effetto tangibile, potranno giocare un ruolo significativo in futuro?

Queste le tre domande che si sono posti gli autori di questo articolo:

The impact of Artic warming on the midlatitude Jet Stream: Can it? Has it? Will it?

Con riferimento alla prima domanda, l’unica indagine possibile deve essere condotta con approcci di tipo modellistico, tentando di modulare le variabili in gioco per valutarne l’effetto. In letteratura, il risultato di questo approccio è molto incerto. Due gli elementi di incertezza fondamentali: l’ampiezza degli effetti del riscaldamento, pur confermandone il ruolo, è minimale rispetto alla potenza del segnale della variabilità naturale. I risultati delle simulazioni, inoltre, sono largamente discordanti.

La seconda domanda. La posizione media del getto può variare anche di 10° di latitudine tra una stagione e l’altra. Ancora una volta, l’analisi della letteratura disponibile non consente di identificare un segnale chiaro con riferimento al passato. La conclusione cui giungono gli autori è che quello che abbiamo visto negli ultimi anni è semplicemente il risultato di quello che il sistema, con o senza il riscaldamento dell’Artico e la perdita di massa glaciale, ha in serbo per noi.

E infine il futuro, scuro per definizione. Ma non in quanto cupo, quanto piuttosto perché imperscrutabile. Facendo correre i modelli climatici ritenuti più validi, si scopre che nella maggior parte dei casi questi prevedono uno spostamento verso nord della corrente a getto in tutte le stagioni tranne che in inverno, mentre i modelli forzati con l’evoluzione reale delle temperature e della massa glaciale nell’Artico individuano uno shift verso sud della corrente a getto. Bene, un getto più a nord è tipicamente associato con meno frequenti situaizoni di blocco e meno frequenti eventi intensi, ossia il contrario di quanto prospettato come relazione causale tra il riscaldamento dell’Artico e gli eventi estremi. Infine, le dinamiche dell’Artico sono uno degli elementi da considerare e la loro influenza sul tempo atmosferico delle media latitudini non è lineare, quanto piuttosto condizionata da altri numerosi fattori.

Torniamo quindi dove abbiamo iniziato con qualche ragione in più per giustificare l’assenza di un verdetto. Interessante, occorrerà ricordarsene laprossima volta che qualcuno emetterà una sentenza senza appello.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Un Mese di Meteo – Marzo 2017

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia, Commenti mensili, Meteorologia | 0 comments

Un Mese di Meteo – Marzo 2017

IL MESE DI MARZO 2017[1]

Mese caratterizzato dal predominio di promontori anticiclonici atlantici con piovosità ridotta accompagnata da anomalie termiche positive su gran parte dell’area.

La carta media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 5) mostra l’area italiana  interessata da un promontorio da Ovest dall’anticiclone delle Azzorre. In tali condizioni hanno prevalso condizioni di stabilità, temporaneamente interrotte dal transito di 6 perturbazioni per lo più di debole entità.

Trattandosi di un mese di norma caratterizzato dal prevalere di condizioni di variabilità perturbata tipiche della primavera si tratta di una situazione anomala come attesta il quadro delle precipitazioni, risultate anomalmente ridotte su gran parte dell’area. A ciò si è accompagnata una diffusa anomalia termica positiva, da debole a moderata.

Figura 5 – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa (il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da correnti occidentali con variabilità perturbata).
Giorni del mese Fenomeno
1-2 marzo Regime di correnti occidentali con attività temporalesca sull’Italia peninsulare il giorno 1 (perturbazione n. 1).
3-4 marzo Sul centro-nord transita una saccatura atlantica (perturbazione n. 2).
5-6 marzo Flusso ondulato occidentale con variabilità a tratti perturbata.
7-8 marzo Sul settentrione regime favonico. Sull’Adriatico sviluppo di una depressione mediterranea (perturbazione n. 3) che nel successivo moto verso sudest raggiunge lo Ionio il giorno 8.
9-11 marzo Sul settentrione si afferma un promontorio anticiclonico da sudovest. La depressione ionica si porta sull’Egeo e influenza il settore ionico.
12-16 marzo Un promontorio anticiclonico da ovest interessa l’area italiana.
17-19 marzo L’arretramento dell’anticiclone espone le nostre regioni a un debole regime di correnti da nordovest.
20-22 marzo Campo di pressioni livellate. La Sicilia è marginalmente influenzata da una depressione africana centrata sulla Tunisia e in lento moto verso est (perturbazione n. 4).
23-26 marzo Una depressione inizialmente sul Golfo di Biscaglia e in lento moto retrogrado verso ovest interessa marginalmente la nostra area (perturbazione n. 5).
27-28 marzo Campo di pressioni livellate con tempo stabile salvo variabilità residua sul meridione peninsulare e la Sicilia ove si assiste ad isolata attività temporalesca nei giorni 27 e 28 associata ad un debole saccatura da est (perturbazione n. 6).
29-31 marzo Il centro-nord è interessato da un promontorio da sudovest mentre una depressione dell’Egeo influenza marginalmente le regioni del versante ionico.

Andamento termo-pluviometrico

Per quanto concerne le temperature minime e massime mensili (figure 1 e 2) domina una anomalia positiva da debole a moderata su gran parte dell’area. La tabella delle temperature decadali (tabella 2) evidenzia che le anomalie delle minime sono state più rilevanti nella prima e terza decade al centro-nord e quelle delle massime sono state più sensibili al centro-nord.

Figura 1 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 2 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

(*) LEGENDA: Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015. Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche sono evidenziate con i colori (giallo o rosso per anomalie positive rispettivamente fra 1 e 2°C e oltre 2°C; azzurro o blu per anomalie negative rispettivamente fra 1 e 2°C e oltre 2°C) . Analogamente le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate con i colori ( azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75%; giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75%) .

La carta delle anomalie pluviometriche (figura 4) evidenzia anomalie negative su quasi tutta l’area con la sola eccezione del nordovest, del Trentino e di parte della Toscana. L’anomalia decadale delle precipitazioni (tabella 2) è stata più sensibile nella seconda e terza decade.

Figura 3 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 4 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

___________________________________

[1]              Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2015 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

Se lo dice la NOAA…

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 17 comments

Se lo dice la NOAA…

Beh, lo dice e basta. E ve lo riporto pari pari:

In conclusione, né le nostre proiezioni modellistiche per i 21° secolo, né le nostre analisi dei trend del numero degli uragani e delle tempeste tropicali in Atlantico negli ultimi 120 e più anni, supportano l’idea che il riscaldamento indotto dai gas serra possa portare ad un significativo aumento nel numero totale delle tempeste tropicali o degli uragani in Atlantico. I nostri studi modellistici prevedono un importante (circa 100%) aumento degli uragani atlantici di categoria 4-5 nel 21° secolo, ma stimiamo che questo aumento possa non essere distinguibile fino alla seconda metà del secolo.

Un interessante presa di posizione questa della NOAA. Lo spauracchio del clima (e del tempo ad esso correlato) già impazzito può, evidentemente attendere. E dovrà farlo almeno per qualche altra decade, se non per buona parte di questo secolo.

In particolare, c’è da sottolineare il fatto che in quanto osservato sin qui, negli anni del global warming ruggente, non è possibile distinguere alcun segnale di cambiamento che abbia un’ampiezza tale da non essere compreso nella normale variabilità di origine naturale di questi eventi, sia per numero che per intensità.

Ma, oltre al testo completo del documento, che comunque contiene alcuni irrinunciabili aspetti ansiogeni in termini futuristici a compensazione dello scarso tasso di catastrofismo di questa notizia, ci sono anche delle immagini piuttosto interessanti. In particolare quella qui sotto, alla quale pregherei di fare attenzione per intero, vale a dire andando a rintracciare quei piccoli segni verdi in basso a destra.

Fatto? Bene. Il verde, recita la legenda, rappresenta la proiezione elaborata con un modello ad alta risoluzione, idealmente più performante dei modelli climatici usati per i dati che riempiono il grafico. Nella proiezione ad alta risoluzione, l’intensità degli uragani in Atlantico, espressa dal Power Dissipation Index, è consistentemente più bassa di quanto prevedano invece tutti gli altri modelli, dei quali è assai nota l’incapacità di riprodurre con efficacia la dinamica di lungo periodo di questo genere di eventi.

Se poi, in alternativa all’indice PDI, volete saper com’è andata l’intensità degli uragani nelle ultime decadi, qui sotto c’è anche il grafico dell’ACE (Accumulated Cyclone Energy) che mostra chiaramente come non ci sia proprio nulla da mostrare, se non il fatto che mentre il clima idealmente impazziva, gli uragani inspiegabilmente rinsavivano.

Il documento della NOAA è qui.

Enjoy.

Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail

La moltitudine dei numeri scemi

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia | 7 comments

La moltitudine dei numeri scemi

A volte ritornano, specie se non se ne sono mai andati, come l’exex futuro presidente degli Stati Uniti d’America, Al Gore, riscopertosi consulente finanziario del clima che cambia. Naturalmente con un unico cliente: se stesso.

E’ nelle sale (da Tè, non d’essay) il sequel della madre di tutte le Science Fiction, bollata già a suo tempo come a-scientifica dall’Alta Corte britannica. Non pago, l’uomo da molti milioni di verdissimi dollari, ha partorito un seguito che vorrebbe la “verità al potere”. Come non essere d’accordo, basta che il potere lo lasci lui e il risultato sarà acquisito.

Nell’attesa, godiamoci il teorema di questo rinnovato anatema globale:

La Brexit sarebbe la conseguenza delle tensioni in Europa causate dai conflitti mediorientali, a loro volta provocati dalla guerra in Siria, la cui origine starebbe in una forte migrazione interna causata dalla siccità che avrebbe colpito la Siria negli anni scorsi. Siccità che senza i cambiamenti climatici, non ci sarebbe mai stata.

Quindi al diavolo la bolla finanziaria immobiliare nel Paese che la sua parte politica governava, al diavolo i titoli derivati che hanno innescato la crisi, al diavolo la dittatura siriana e il Risiko che sempre la stessa parte politica ha giocato in Medio Oriente negli ultimi anni. La colpa è tutta dell’aria (per l’occasione fritta come quella del sequel in questione), che si ostina a cambiare come mai avrebbe fatto se non ci fossimo permessi il lusso di progredire… secondo lui.

Si accettano scommesse su primo media-vestale-del-clima Italiano che recensirà genuflesso quest’ultima raccolta di bufale scientifiche.

E la Siccità in Siria? Beh, se volete capire qualcosa sull’infondatezza delle affermazioni di Al Gore tornate a leggere il post che Luigi Mariani ha firmato su CM nel settembre del 2015, o la successiva analisi di Donato Barone, sempre per CM, nell’ottobre 2016. Tutto il resto è fuffa.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...Facebooktwittergoogle_pluslinkedinmail