Climate Lab – Fatti e Dati in Materia di Clima

Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, poco dopo la fine della COP21 di Parigi, abbiamo messo a punto un documento pubblicato nella sua interezza (e scaricabile qui in vari formati) con il titolo “Nullius in Verba, fatti e dati in materia di clima”. L’idea è nata dall’esigenza di far chiarezza, ove possibile e nei limiti dell’attuale conoscenza e letteratura disponibili, in un settore dove l’informazione sembra si possa fare solo per proclami, quasi sempre catastrofici.

Un post però, per quanto approfondito e per quanto sempre disponibile per la lettura, soffre dei difetti di tutte le cose pubblicate nel flusso del blog, cioè, invecchia in fretta. Per tener vivo un argomento, è invece necessario aggiornarlo di continuo, espanderlo, dibatterle, ove necessario, anche cambiarlo. Così è nato Climate Lab, un insieme di pagine raggiungibile anche da un widget in home page e dal menù principale del blog. Ad ognuna di queste pagine, che potranno e dovranno crescere di volume e di numero, sarà dedicato inizialmente uno dei temi affrontati nel post originario. Il tempo poi, e la disponibilità di quanti animano la nostra piccola comunità, ci diranno dove andare.

Tutto questo, per mettere a disposizione dei lettori un punto di riferimento dove andare a cercare un chiarimento, una spiegazione o l’ultimo aggiornamento sugli argomenti salienti del mondo del clima. Qui sotto, quindi, l’elenco delle pagine di Climate Lab, buona lettura.

  • Effetti Ecosistemici
    • Ghiacciai artici e antartici
    • Ghiacciai montani
    • Mortalità da eventi termici estremi
    • Mortalità da disastri naturali
    • Livello degli oceani
    • Acidificazione degli oceani
    • Produzione di cibo
    • Global greening

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Contenuti a cura di Luigi Mariani e revisionati in base ai commenti emersi in sede di discussione e per i quali si ringraziano: Donato Barone, Uberto Crescenti, Alberto Ferrari, Gianluca Fusillo, Gianluca Alimonti, Ernesto Pedrocchi, Guido Guidi, Carlo Lombardi, Enzo Pennetta, Sergio Pinna e Franco Zavatti.

Un Mese di Meteo – Novembre 2018

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia, Commenti mensili, Meteorologia | 0 comments

Un Mese di Meteo – Novembre 2018

IL MESE DI NOVEMBRE 2018[1]

Mese con piovosità abbondante e temperature per lo più in anomalia positiva più spiccata al settentrione.

Il mese di novembre è climaticamente segnato da precipitazioni abbondanti su tutta Italia in virtù del fatto che alle alte latitudini del nostro emisfero, ove la notte ha durata elevata, si accumulano masse d’aria sempre più fredda. Tali masse d’aria in presenza di  pattern circolatori idonei possono irrompere sul Mediterraneo sul quale stazionano invece masse d’aria umida e mite. Il contrasto fra le diverse masse d’aria produce perturbazioni intense con precipitazioni abbondanti e che possono provocare danni ai beni e alle persone. In proposito ricordiamo ad esempio che nella notte fra sabato 3 e domenica 4 novembre sono straripati diversi torrenti fra le provincie di Palermo e Agrigento provocando 13 morti di cui 9 annegati in una villetta sita nei pressi del torrente Milicia, in comune di Casteldaccia.

Con riferimento agli effetti dei cambiamenti climatici sulle perturbazioni che interessano l’areale italiano è interessate segnalare l’ articolo di Lionello et al., 2016 in cui si sviluppa una climatologia delle depressioni Mediterranee (Mediterranean cyclones) per il periodo 1979-2008, evidenziando da un lato il fatto che novembre è il mese più esposto a tali depressioni nel quadrante NW del bacino (che nel lavoro di Lionello include l’intero areale italiano tranne parte del settore ionico) e dall’altro l’assenza di trend nella frequenza delle depressioni Mediterranee in novembre e nell’anno.

Il novembre 2018 ha visto il territorio nazionale in tutto o in parte interessato da 6 perturbazioni transitate rispettivamente l’1, fra 2 e 3, fra 4 e 11, fra 17 e 21, fra 22 e 23 e fra 24 e 28 novembre (tabella 1).

La topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 1a) mostra l’Italia interessata da una saccatura da Nordovest associata a un profondo minimo depressionario atlantico con centro a sudovest dell’Islanda (lettera B).  Sull’Europa orientale è presente invece un promontorio anticiclonico subtropicale di blocco che limita il progredire verso est delle perturbazioni. La carta delle isoanomale (figura 1a) conferma tale analisi evidenziando un profondo nucleo di anomalia negativa in Atlantico e un forte nucleo di anomalia positiva centrato sul Baltico.

Figure 1a – 850 hPa – Topografie medie mensili del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 1b – 850 hPa – carte delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa. Il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale).

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature medie delle massime mensili (figura 2) hanno manifestato un’anomalia positiva per lo più debole al Centro – Nord mentre al Sud sono risultate nella norma. Le medie delle minime  (figura 3) sono state invece soggette a un’anomalia positiva debole o moderata, localmente forte sul settentrione.

Figura 2 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 3 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

Dalla figura 5 si coglie la presenza di anomalie pluviometriche positive su regioni del Nordovest,  Friuli Venezia Giulia, Liguria, Lazio, Calabria, Sicilia (Est ed estremo ovest) e Sardegna sudoccidentale mentre sul resto del territorio dominano anomalie negative.

Figura 4 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 5 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

L’analisi decadale (tabella 2) evidenzia che le anomalie positive delle temperature si sono concentrate nella prima e seconda decade del mese interessando soprattutto il centro-nord. Le anomalie pluviometriche positive si sono dal canto loro concentrate nella prima decade del mese e sono state mediamente più spiccate al centro-nord.

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

(*) LEGENDA:

Tx sta per temperatura massima (°C), tn per temperatura minima (°C) e rr per precipitazione (mm). Per anomalia si intende la differenza fra il valore del 2013 ed il valore medio del periodo 1988-2015.

Le medie e le anomalie sono riferite alle 202 stazioni della rete sinottica internazionale (GTS) e provenienti dai dataset NOAA-GSOD. Per Nord si intendono le stazioni a latitudine superiore a 44.00°, per Centro quelle fra 43.59° e 41.00° e per Sud quelle a latitudine inferiore a 41.00°. Le anomalie termiche positive sono evidenziate in giallo(anomalie deboli, inferiori a 2°C), arancio (anomalie moderate, fra 2 e 4°C) o rosso (anomalie forti,di  oltre 4°C), analogamente per le anomalie negative deboli (minori di 2°C), moderata (fra 2 e 4°C) e forti (oltre 4°C) si adottano rispettivamente  l’azzurro, il blu e il violetto). Le anomalie pluviometriche percentuali sono evidenziate in  azzurro o blu per anomalie positive rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% e  giallo o rosso per anomalie negative rispettivamente fra il 25 ed il 75% e oltre il 75% .

L’anomalia termica sopra descritta è confermata dalla carta delle anomalie termiche globali riportata in figura 6a, ricavata da dati MSU e dalla quale si nota che l’anomalia termica positiva si lega a un nucleo di anomalia positiva centrato sulla Scandinavia. In figura 6b riportiamo inoltre la carta dell’anomalia termica globale da stazioni il suolo prodotta dal Deutscher Wetterdienst sulla base dei report mensili CLIMAT che i diversi servizi meteorologici fanno confluire presso la sua sede. Le due carte sono coerenti nel rappresentare i principali nuclei di anomalia a livello planetario (nucleo di anomalia negativa sulla parte est degli Usa e del Canada, nucleo di anomalia positiva sulla Scandinavia e nucleo di anomalia positiva su Alaska e Siberia orientale).

Figura 6a – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)

Figura 6b – DWD climat anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile al suolo. Carta frutto dell’analisi svolta dal Deutscher Wetterdienst sui dati desunti dai report CLIMAT del WMO [https://www.dwd.de/EN/ourservices/climat/climat.html).

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[1]              Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2017 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

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Temperature italiane al 2017 e la “pausa”

Posted by on 06:00 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 16 comments

Temperature italiane al 2017 e la “pausa”

Questo post nasce con l’intento di verificare la bontà dei dati annuali di temperature italiane che ho casualmente trovato nel giornale locale di Ferrara La Nuova Ferrara. La sorgente dei dati si trova qui a mentre notizie giornalistiche (di stampo catastrofista, naturalmente) si possono trovare qui.

I dati, in forma di grafici ben leggibili, riguardano 66 città italiane (in realtà sono “zone” o “multizone”, come ad esempio Ferrara e Modena insieme).

Nell’articolo de “La Nuova Ferrara” si legge:

Lo European Data Journalism Network (EDJNet) ha analizzato due serie di dati dello European Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMWF), ERA-20C per il periodo 1900-1979 ed ERA-interim per il periodo 1979-2017.
Entrambe le serie di dati sono “rianalisi”; questo vuol dire che gli scienziati dello ECMWF hanno usato un ampio spettro di fonti (satelliti, stazioni meteo, boe, sonde aerostatiche) per fare una stima di una serie di variabili applicate a quadrati di circa 80 chilometri di lato (125 chilometri di lato per le serie di dati ERA-20C). Se le stazioni meteo forniscono dati molto più affidabili sul momento, le rianalisi dell’ECMWF sono molto più adatte per una ricerca sul lungo periodo come questa. Le stazioni meteo possono spostarsi o, come più spesso accade, le città si estendono intorno a esse, rendendo i dati meno affidabili quando si vanno a guardare tendenze centennali.
I dati dell’ECMWF non tengono conto dei microclimi o delle isole di calore; perciò è probabile che le vere temperature nelle singole città siano di uno o due gradi superiori a quelle indicate. La tendenza invece non cambia.

Per avere un termine di paragone mi sono affidato ai dati pubblicati nel sito di Sergio Pinna. Le temperature medie annuali delle tre macro regioni – nord, centro, sud – disponibili sono in fig.1 (pdf) insieme ai loro fit lineari.

Fig.1. Temperature medie per le tre macro regioni, dal 1951 al 2017, dal sito di Sergio Pinna. Si osserva una crescita delle temperature ad un tasso medio compreso tra 0.17 e 0.27 °C/decade. Si noti inoltre la presenza di tre fasi:1951-1976 con lieve decremento, 1976-2000 con sensibile aumento e 2000-2017 con crescita più limitata.

Come detto, il mio interesse primario è quello di verificare la bontà dei dati ECMWF, confrontandoli con quelli di Pinna nella parte comune (1951-2017). Nel sito ECMWF si possono scaricare i valori numerici delle temperature ma io qui ho preferito digitalizzare i grafici disponibili su La Nuova Ferrara, anche per una maggiore velocità di acquisizione. Il confronto in figura 2 per le tre macro regioni, (pdf, nord), (pdf, centro), (pdf, sud), ci mostra che i dati di rianalisi seguono strettamente, nei dettagli, i dati medi di Pinna che qui sono rappresentati con una linea rosso scuro più breve delle altre. Il centro mostra un risultato più confuso ma la sostanza non cambia.

Fig.2. I valori medi annuali delle 6 città per macro regione, confrontati con i valori medi della corrispondente macro regione disponibili nel sito di Pinna. Le città sono indicate con la sigla provinciale.

I dati ECMWF seguono certamente i valori medi di Pinna nella struttura, ma non nei valori assoluti delle temperature: un esempio – dovuto all’attenzione dell’amico Luigi Mariani – è la serie di Bolzano che nei dati di rianalisi si attesta su valori medi attorno a 4-4.5°C, mentre la sua media annuale è superiore a 10-13°C. Per una verifica è sufficiente esaminare la serie resa disponbile dal Servio Meteo della Provincia Autonoma di Bolzano e calcolare la media tra la TMAX e la TMIN annuale riportate nelle ultime due colonne.

Un altro esempio, non verificato ma sospetto, è l’uguaglianza tra le temperature di Perugia e L’Aquila: a Perugia si coltiva estesamente l’ulivo mentre a L’Aquila no. Un altro esempio ancora è la differenza media di circa un grado tra Ancona e Pescara che ci si aspetterebbe essere quasi impercettibile, vista la vicinanza di entrambe le città e la loro posizione sul mare.

È sufficiente un solo esempio per inficiare l’intera serie delle 66 città del dataset. Io non so quale errore sistematico possa far cambiare la temperatura (ad esempio di Bolzano) di 6-8°C, ma so che questi dati non potranno essere usati in forma assoluta. Credo che il loro uso migliore sia quello in forma di anomalia e quello che sfrutta la loro struttura che appare corretta, come ho fatto nel paragrafo successivo.

Analisi dei dati ECMWF

Si nota, con una semplice ispezione visuale della figura 2, che a partire da circa il 2000 la pendenza diminuisce rispetto al periodo precedente che ho fissato tra il 1976 e il 2000 per evitare la diminuzione di temperatura che si osserva tra il 1950 e il 1976, in particolare al Centro e al Sud (ma anche al Nord, più debole). Senza ripetere l’analisi descritta in questo articolo su CM, e parzialmente ripetendo, solo per i dati annuali e senza spettri, l’analisi del 2015 sui dati di Pinna fino al 2014, ho considerato le due sezioni dei dataset ECMWF, dal 1976 al 2000 e dal 2000 al 2017, da cui ho calcolato i fit lineari e le pendenze che mostro in fig.3 (pdf, nord), (pdf, centro), (pdf, sud). Le corrispondenti figure in cui sono mostrati sia i fit che i dati e le pendenze sono disponibili nel sito di supporto.

Fig.3. Fit lineari delle medie annuali, con i valori delle pendenze, dei tratti 1976-2000 e 2000-2017 (estremi inclusi). Nei file numerici (nord; centro; sud) oltre ai parametri dei fit, viene riportato il test di Student per le pendenze 1976-2000 e 2000-1017 e la probabilità che le pendenze siano diverse.

Ho confrontato la pendenza di ogni coppia 1976-2000 e 2000-2017 tramite il test di Student sulle pendenze, con 25 e 18 dati rispettivamente. Il test ci dice che le pendenze delle due sezioni di ogni dataset sono statisticamente differenti tranne che per due città (Potenza e Salerno) e che la diversità per le due pendenze de L’Aquila è verificata solo al 66%.

Considerazioni conclusive

I dati di rianalisi sono attendibili e adatti a successive analisi, preferibilmente più estese di quella attuale che ha lasciato molte regioni (Lombardia, Veneto, Friuli, Lazio, Molise, Calabria, Sardegna) senza una serie di temperatura che le rappresentasse.

Per quanto mi riguarda, l’affidabilità di questi dati è fissata dal confronto con i dati medi annuali di Pinna e quindi devo concludere che anche i dati di rianalisi ECMWF mostrano dal 2000 una pausa nella crescita delle temperature, cioè una diminuzione della pendenza del fit lineare, per tutte le 18 stazioni utilizzate qui, tranne Potenza e Salerno, e, forse, L’Aquila.

Come sappiamo, questa pausa che più o meno debolmente si continua a registrare (1018 in figura sta per ottobre 2018) anche nei dataset globali, se si escludono i forti El Niño 1998 e 2016, è una spina nel fianco dei modelli cosiddetti CO2-centrici che non prevedono il rallentamento della crescita delle temperature in corrispondenza della crescita continua dell’anidride carbonica in atmosfera.

La temperatura globale (e quella italiana) sta crescendo indiscutibilmente – anche se si possono introdurre gli errori di misura e discutere sul valore e la veridicità di questa crescita – ma la differenza sostanziale tra le due visioni del clima è nelle cause: da una parte si crede che le cause siano essenzialmente naturali (una piccola influenza antropica viene accettata senza particolari opposizioni); dall’altra si assume che il motore primo del clima sia la densità volumetrica della CO2, anche se questa relazione causa-effetto non è mai stata dimostrata rigorosamente, ma solo ad excludendum (le abbiamo provate tutte e solo l’uso dell’anidride carbonica nei modelli permette la ricostruzione delle temperature – poco e male – e quindi la causa principale è indiscutibilmente lei. Ma non è così che procede la scienza, e soprattutto non si lascia prendere in ostaggio dalla politica avendo a disposizione risultati come minimo incerti).

Un’altra differenza tra le due idee del clima è quella che si annida nel legame tra clima e ambiente che la visione basata sulla CO2 vuole strettamente legati (la CO2 è un veleno e se ne emettiamo troppa avveleniamo l’aria che respiriamo e, in definitiva, l’ambiente in cui viviamo: è questo il mantra che ascoltiamo e leggiamo, in particolare durante le riunioni annuali sul clima, le COP). Ma prima di tutto la CO2 non è un veleno e poi, fino a prova contraria, l’uomo non è in grado di influire sul clima che mette in moto enormi quantità di energia – di cui l’energia totale prodotta dalle attività umane è una piccolissima frazione – mentre è bravissimo a modificare, anche pesantemente, l’ambiente: allora questi due palcoscenici devono essere tenuti distinti e non interagenti. È però usuale confonderli, in modo che uno spinga l’altro nel presunto processo di convincimento della popolazione. È molto comune leggere articoli sul clima in sezioni di giornali denominate “ambiente”.

Ringrazio Luigi Mariani per l’attenta lettura della prima stesura di questo lavoro e per gli utili suggerimenti. Dopo un’assenza di circa due mesi da CM, avevo bisogno del suo amichevole supporto.

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui
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COP 24: un accordo moralmente inaccettabile. O no?

Posted by on 20:40 in Ambiente, Attualità, Climatologia, COP24 - Katowice | 3 comments

COP 24: un accordo moralmente inaccettabile. O no?

Un accordo moralmente inaccettabile, questa la bruciante considerazione di J. Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International, come riporta The Independent nel suo commento alla chiusura della COP 24. Le principali ONG sono unanimi nell’esprimere la propria delusione per un accordo che dire minimale è già molto,  ma si tratta di una sola delle due campane che dobbiamo ascoltare in questa sede. L’altra campana è quella del segretario dell’IPCC P. Espinosa che sottolinea come a Katowice siano stati presi molti altri impegni e sono state intraprese azioni concrete e stimolanti. Si impegna, inoltre a rispettare cinque priorità: “ambizione, ambizione, ambizione, ambizione e ambizione. Ambizione nella mitigazione. Ambizione nell’adattamento. Ambizione nella finanza. Ambizione nella cooperazione tecnica e nella creazione di capacità. Ambizione nell’innovazione tecnologica“.  P. Espinosa sottolinea, infine, che a Katowice l’Accordo di Parigi ha dimostrato molta resilienza, in quanto è stato capace di resistere a tutti i tentativi di boicottaggio.

Come al solito la verità sta nel mezzo per cui la dichiarazione finale della COP 24 deve essere considerata per quello che realmente è: una soluzione di compromesso tra le diverse istanze dei delegati. Se io fossi un rappresentante dei Paesi in via di sviluppo, sarei estremamente deluso per i risultati dell’accordo raggiunto: nessun impegno concreto dal punto di vista della finanza, nessuna differenziazione tra i Paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo circa la contabilizzazione delle emissioni e gli impegni di riduzione nazionali, nessun riconoscimento delle conclusioni del SR 1,5°C dell’IPCC, una drastica riduzione della rilevanza del meccanismo “loss and damage” e, cosa estremamente importante, nessun accordo sui meccanismi di mercato, ovvero sulle modalità di contabilizzazione di emissioni e di iniziative finanziarie. L’unico contentino lasciato ai Paesi in via di sviluppo, è stata la possibilità di dichiarare l’impossibilità di raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni dichiarati e la possibilità di chiedere aiuti, per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Se fossi un rappresentante degli Stati Uniti, sarei molto soddisfatto dei risultati del summit. E’ stato impiantato, infatti, un poderoso sistema di dichiarazione e controllo delle emissioni (circa 160 pagine da studiare con grande attenzione) per il raggiungimento degli obiettivi fissati nell’Accordo di Parigi. Tale protocollo noto anche come “libro delle regole” si è potuto approvare solo grazie all’attivismo dei delegati USA che, con la pignoleria che li caratterizza quando si tratta di scrivere regole, non hanno lasciato nulla al caso, individuando in modo minuzioso tutti i meccanismi di dichiarazione e revisione degli obiettivi nazionali. Il capolavoro diplomatico della delegazione USA è stato quello di rendere tale meccanismo uguale per tutte le Parti dei vari accordi e protocolli, primo fra tutti l’Accordo di Parigi. E’ sparita, infatti, la differenziazione tra Paesi storicamente responsabili delle emissioni, obbligati all’assunzione degli obblighi, e Paesi non responsabili storici delle emissioni e, pertanto, esentati dal rispetto degli obblighi validi per gli altri. Ciò significa che Paesi come la Cina non potranno più tirarsi fuori dagli obblighi validi, per esempio, per l’Italia. La cosa buffa di tutto ciò è che il meccanismo non vale per gli USA in quanto essi NON sono Parte dell’Accordo di Parigi. Ad essere precisi lo sono fino al 2020, ma fino a quella data il nuovo meccanismo di trasparenza e revisione non vale. Detto in altri termini gli USA hanno scritto il libro delle regole valido per gli altri, ovvero per i loro competitori internazionali. E la cosa ancora più esilarante in tutto questo, è che i delegati USA, dimostrando un senso dello stato ignoto ai più, hanno congegnato queste regole in modo tale da tutelare gli interessi delle imprese statunitensi anche nell’ipotesi in cui una nuova amministrazione intendesse rientrare nell’Accordo di Parigi. E poi dicono che gli USA di D. Trump si stanno mettendo ai margini della Comunità Internazionale: mi sa che gli osservatori delle vicende internazionali, devono seguire qualche corso di aggiornamento.

Essendo un cittadino di uno dei Paesi che fanno parte del “gruppo degli ambiziosi” mi trovo in una situazione ambigua rispetto a quanto è accaduto a Katowice per diversi motivi. In primo luogo mi sono state dettate delle regole da un Paese che quelle regole non sarà obbligato a rispettare, fino a che ci sarà un’Amministrazione come quella di D. Trump o equivalente. In secondo luogo, oltre ad essere costretto a rispettare gli obiettivi volontari nazionali di riduzione delle emissioni (NDC) dichiarati nel 2015, sono obbligato ad essere “ambizioso” quando tale obbligo non vale per nessuno degli altri Paesi esterni al gruppo. Per il mio Paese e, quindi per me, vale tutto: le conclusioni del SR1,5°C dell’IPCC, l’obbligo del rispetto dei limiti alle emissioni dichiarati nel 2015, l’obbligo del rispetto dei nuovi limiti alle emissioni che verranno stabiliti all’interno del gruppo degli ambiziosi, i vincoli derivanti da eventuali future norme attuative dell’Accordo di Parigi. Per i cittadini italiani e di alcuni Stati Europei “ambiziosi”, la COP 24 è stata un successo, se la guardo dal punto di vista dei sostenitori della responsabilità antropica dei cambiamenti climatici, una sciagura per chi ha opinioni diverse. A meno che uno non voglia essere più realista del re e lamentarsi (come fanno gli ambientalisti duri e puri) che quello di Katowice è un accordo moralmente inaccettabile in quanto non punisce adeguatamente i Paesi sviluppati per le loro responsabilità storiche in fatto di emissioni di gas serra e di disuguaglianze socio-economiche tra il nord ed il sud del mondo. Per i Paesi europei che non fanno parte del gruppo degli “ambiziosi” (e sono la maggioranza) il discorso è leggermente diverso in quanto il vincolo si riduce solo agli NDC del 2015.

L’unica consolazione risiede nel fatto che, grazie agli USA e, in parte, agli altri tre “stati canaglia” (Russia, Arabia Saudita e Kuwait), le regole in fatto di emissioni valide per le imprese italiane, saranno le stesse che varranno per le altre imprese internazionali, comprese quelle cinesi, indiane o vietnamite. A meno che, vittime del masochismo che ci affligge, nei contratti bilaterali non rinunciamo anche a questo. Confesso, a questo punto, che sono particolarmente seccato dal fatto di dovere un minimo di gratitudine all’Amministrazione USA, perché il presidente Trump è uno dei leader mondiali che meno mi piace,  ma di fronte ai fatti non si può girare la faccia da un’altra parte.

Queste considerazioni sono state scritte a caldo dopo la conclusione della COP 24. I documenti elaborati dalla Conferenza delle Parti sono però molto ampi e necessitano di attenta lettura e decodifica che non potevano essere fatte nelle poche ore intercorse tra la chiusura dei lavori e la stesura di queste note, considerando le ore di sonno ed i funerali di un carissimo amico di cui piango la prematura scomparsa. Era però doveroso chiudere la serie di post dedicati alla COP 24 con delle considerazioni finali. Credo però che sull’argomento, torneremo a discutere nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

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COP 24: si va avanti ad oltranza

Posted by on 11:08 in Ambiente, Attualità, Climatologia, COP24 - Katowice | 5 comments

COP 24: si va avanti ad oltranza

Alle 22,30 di sera del 14 dicembre 2018 ancora non sono in grado di dire come sia andata a finire la COP 24. Da Katowice non giungono notizie di sorta o, per essere più precisi non giungono notizie ufficiali. Ad oggi solo due documenti relativi all’attuazione degli articoli più importanti dell’Accordo di Parigi sono stati definiti: quello relativo agli impegni finanziari (art. 9 dell’Accordo di Parigi) e quello relativo alla struttura tecnica che sovrintende all’accordo (art. 10). Per il resto siamo ancora al livello di bozze con numerosi punti da chiarire: 181 erano le questioni ancora aperte oggi pomeriggio. In merito ai documenti già definiti, quello relativo agli impegni finanziari appare piuttosto generico e non sembra fissare termini stringenti: la dizione “as available” è piuttosto diffusa nel testo e questo sembra lasciare tutto alla disponibilità delle Parti e, quindi, siamo ancora a livello di “buona volontà”. Circa il meccanismo “loss and damage” che era assurto al ruolo di protagonista nelle COP precedenti quella odierna, compare in una nota a piè di pagina del documento.

Ieri mattina era già disponibile la bozza di dichiarazione finale riassuntiva della COP 24, ma tale è rimasta fino ad ora. Fonti raccolte da The Independent danno per certo il rinvio a sabato o domenica della chiusura della Conferenza. Di tale parere anche il nostro ministro dell’ambiente in una dichiarazione raccolta dall’ANSA.

Nel frattempo non ci rimane che riportare qualche reazione a margine delle trattative in corso. Secondo molte ONG presenti alla COP i problemi sono nati quando USA, Arabia Saudita, Russia e Kuwait, hanno respinto la proposta di accettare SR 1.5°C quale base scientifica della COP 24, avanzata dai Paesi in via di sviluppo. Questi ultimi, esasperati anche dall’atteggiamento di altri Paesi che tentano di sottrarsi agli impegni finanziari ed a quelli di riduzione delle emissioni assunti in passato o che tentano di rinviarli sempre più in avanti nel tempo, hanno irrigidito la loro posizione, minacciando di bloccare del tutto la trattativa in corso.  Nella bozza di accordo redatta dalla Presidenza della COP 24, un riferimento al rapporto SE 1,5°C è rimasto, ma è piuttosto generico e, in particolare, il rapporto non viene accettato esplicitamente.

Gli osservatori aderenti alle varie organizzazioni ambientaliste paventano che nella concitata fase finale delle trattative vengano fatte concessioni che renderanno vuoto l’accordo finale. Il principale ostacolo al raggiungimento degli obiettivi più ambiziosi che le ONG si augurano, viene visto nel differente atteggiamento delle Parti: quelli che temono di essere maggiormente danneggiati dal cambiamento climatico non riescono a convincere quelli che prevedono danni limitati per le loro strutture sociali, territoriali ed economiche.  Dalle mie parti si dice che colui che è sazio, non crede a chi è digiuno ed in questa circostanza tale detto calza a pennello.

Al momento in cui chiudo queste brevi note, è diventato ufficiale che la Presidenza della prossima Conferenza delle Parti sarà affidata al Cile. Voci di corridoio rendono noto che la dichiarazione finale della COP 24 sarà pronta all’una di questa notte e che la plenaria conclusiva dovrebbe iniziare alle quattro del mattino di sabato 15 dicembre. Nel frattempo il Presidente della Conferenza ha tenuto una conferenza stampa di un paio di minuti, nella quale ha detto ai giornalisti che non c’è nessuna novità da comunicare ed ha assicurato ai presenti che ogni novità sarà resa nota con tempestività.

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Il Pessimum Climatico Medioevale

Posted by on 07:00 in Attualità, Climatologia | 4 comments

Il Pessimum Climatico Medioevale

Con il battage del clima che cambia che fa molto più rumore della COP24, cosa volete che sia un neologismo sul clima? D’ora in poi, quello che abbiamo sempre conosciuto come Optimum Medioevale, il periodo tra gli anni 1000 e 1250, si chiamerà Pessimum Medioevale.

Del resto, come potrebbe essere altrimenti? Se siete sconcertati, perché avete sempre pensato che l’aggettivo Optimo fosse riferito al fatto che il clima fosse mite e favorevole e consentisse a quanti all’epoca non potevano certo contare sulle contromisure di cui disponiamo in tempi moderni di prosperare, vi basterà leggere il documento prodotto dall’OMS per dare il proprio millenaristico contributo alla kermesse in corso a Katovice.

Ecco qua: Health & Climate Change

Clima che va nella direzione di eguagliare il periodo caldo medioevale e salute della popolazione mondiale che va a ramengo. Attesa quindi una sostanziale inversione di tendenza delle aspettative di vita, che crescono sideralmente da quando crescono le temperature (?!?) ma, evidentemente torneranno a scendere.

Alle pagine 20-24 la spiegazione.

Impatti diretti del climate change sulla salute:

  • Tempeste
  • Siccità
  • Allagamenti
  • Onde di calore
  • Variazioni della temperatura
  • Incendi

Incuranti del fatto che:

  • I cicloni extratropicali NON sono aumentati, persino i modelli climatici ne prevedono una diminuzione
  • Non ci sono variazioni significative a livello globale delle arre interessate da siccità
  • L’IPCC non ha registrato alcun aumento negli eventi di allagamento
  • Le onde di calore sono sempre esistite
  • Gli incendi sono in diminuzione a livello globale

Effetti sulla salute (e cause aggiunte da me):

  • Malattie mentali (da stress catastrofismo)
  • Malnutrizione (per soldi spesi a tassare l’aria invece di aggredire la fame nel mondo)
  • Ferite (per le liti durante le COP)
  • Malattie respiratorie (per inquinamento che non ha niente a che vedere con la CO2)
  • Allergie (ai benpensanti del clima)
  • Malattie cardiovascolari (da spavento, vedi primo punto)
  • Infezioni (aboliranno pure gli antibiotici?)
  • Avvelenamento (qualcuno preferirà bere la cicuta piuttosto che starli a sentire)
  • Attacchi di cuore (vedi punti 1 e 6)

Resistete, anche questa COP finirà e torneremo all’Optimum Medioevale.

PS: ringrazio l’amico Sergio Pinna per la simpatica intuizione sul Pessimum Climatico Medioevale.

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COP 24: sull’orlo del baratro.

Posted by on 04:00 in Ambiente, Attualità, COP24 - Katowice | 10 comments

COP 24: sull’orlo del baratro.

In ossequio alla macchinosa procedura ONU, oggi a Katowice sono iniziati i colloqui bilaterali tra i ministri presenti alla COP 24. Gli incontri seguono gli interventi dei singoli ministri nel corso della plenaria di ieri 11 dicembre. Dietro le quinte ed a porte rigorosamente chiuse, le delegazioni trattano alacremente. Man mano che le delegazioni ed i corpi sussidiari completano le loro operazioni, vengono pubblicati i vari documenti e, ad onor del vero, il numero di parentesi quadre tende a diminuire di giorno in giorno. Queste benedette parentesi quadre che contraddistinguono le questioni ancora controverse, consentono di valutare lo stato d’avanzamento dei lavori: quando nella bozza del documento sono sparite tutte le parentesi quadre, essa è pronta per essere inserita nella dichiarazione finale. Il dottor Simon Evans di carbonbrief.org, sfruttando questa curiosa circostanza che è tipica delle kermesse diplomatiche a guida ONU, si è addirittura preso la briga di elaborare un foglio di calcolo con cui segue in tempo reale lo stato dei lavori e, come unità di misura, utilizza, appunto, il numero delle parentesi quadre. In fatto di clima la pensiamo in modo diverso, ma devo riconoscere che il dottor Evans è una fonte inesauribile di notizie e di dati che aiutano moltissimo a capire cosa sta succedendo veramente a Katowice.
Rispetto ad ottobre 2018 il lavoro fatto è stato immenso: da 2809 parentesi quadre siamo arrivati, ad oggi, a 666 parentesi quadre. Questo come totale generale. E’ ovvio che nelle singole tematiche il discorso cambia. Gli argomenti più spinosi della COP 24 sono ancora pieni di parentesi quadre: oltre duecento per la bozza riguardante i meccanismi di mercato, oltre centocinquanta per la bozza relativa alla trasparenza, quasi cento per la bozza riguardante la finanza del clima ed un’ottantina per quella relativa ai meccanismi di adattamento. E possiamo dirci pure fortunati: sabato notte gli argomenti controversi erano quasi mille, in aumento rispetto a sabato mattina di quasi trecento.

Il clima psicologico a Katowice non è, però, dei migliori. I siti ambientalisti più radicali guardano con crescente preoccupazione allo stato dei lavori e lamentano la pachidermica lentezza con cui i negoziati vanno avanti. Greenreport.it ha pubblicato un interessante resoconto circa lo stato dei lavori a Katowice, cui sono debitore del titolo di questo post. Provo a riassumerne brevemente il contenuto, in quanto mi sembra esaustivo per capire il clima in cui si stanno svolgendo i lavori.

Innanzitutto si conferma che ci si trova di fronte ad una situazione di stallo, in quanto le questioni irrisolte risultano tantissime. Grazie al lavoro del dr. S. Evans siamo addirittura in grado di quantificare questo tantissimo: oltre 600 sono i punti controversi. Si sottolineano, inoltre, le problematiche geopolitiche che si stanno incrociando con quelle climatiche. Tralasciando gli aspetti legati al disinteresse per la COP 24 di Capi di Stato e di governo come Macron, May, e Merkel che hanno altre gatte da pelare e di cui ho già scritto nell’ultimo post, spiccano le assenze di rappresentanti ad alto livello di Cina ed India che nelle precedenti edizioni delle Conferenze delle Parti avevano giocato un ruolo importante. Per quel che riguarda la Cina, sembrerebbe che a Pechino non sia andato giù il fatto che alla COP 24 siano stati ammessi, quale Parte, i rappresentanti dei popoli indigeni. Nell’immenso territorio cinese non ci sono indigeni, ma ci sono molte minoranze che potrebbero issare il cartello del clima “che cambia e cambia male”, per vedersi riconosciuti in un consesso mondiale come quello dell’UNFCCC. Già sta succedendo per Taiwan che, pur non essendo riconosciuta dall’ONU, è presente in forze a Katowice e, grazie ad un notevole impegno finanziario, ha acquisito una visibilità che oscura quella cinese. Detto in altri termini, quasi tutti i principali attori dell’Accordo di Parigi sono fuori gioco e, quindi, come già accennato nel post precedente, il compito di condurre il gioco passa nelle mani della presidenza polacca che non ha alcun interesse a forzare la mano a nessuno. Forse proprio per questo motivo è in arrivo a Katowice il segretario generale dell’ONU. Probabilmente sarà proprio lui a guidare le fasi finali delle trattative.

Molto interessanti appaiono, inoltre, le considerazioni circa l’atteggiamento di Nuova Zelanda ed Australia. La Nuova Zelanda si professa uno dei principali sostenitori dell’Accordo di Parigi, ma nei fatti cerca di centrare gli impegni volontari assunti a Parigi, mediante un trucco: cancellare i crediti di carbonio accumulati con il Protocollo di Kyoto. Un volgare trucco contabile in quanto continuerà ad emettere come ora, ma “esigendo” il credito vantato, è come se emettesse secondo gli impegni volontari di Parigi. Un atteggiamento simile ha assunto anche l’Australia che, in sovrappiù, ha tagliato la sua quota del fondo a favore dei Paesi in via di sviluppo (i famigerati 100 miliardi di dollari annui). Poco male: a ripianare il danno provvederà la Germania che aumenterà di 1,5 miliardi di dollari il suo contributo. Forse per farsi perdonare il ritardo nel raggiungimento dei suoi impegni volontari?

In tutto questo marasma di situazioni non meraviglia più di tanto apprendere che le delegazioni contrarie ad imporre limiti stringenti e vincolanti alle emissioni (USA, Arabia Saudita, Russia e Kuwait), lavorino sott’acqua per far naufragare tutto e chiudere la COP 24 senza un nulla di fatto o, al limite, un appiattimento sugli impegni volontari assunti a Parigi.

Personalmente non credo che i delegati andranno via da Katowice senza un accordo che salvi loro la faccia, dopo tutto ciò che si è scritto e detto. Le ONG sono sul piede di guerra, indispettite dallo spettacolo, a loro dire indecoroso, di Katowice e già qualcuna di esse si prefigura un mondo in cui una rivolta di cittadini che hanno a cuore le sorti del pianeta, spazzerà il campo dai pavidi politici incapaci di decidere le giuste misure per salvare il mondo. Una speranza utopica, oserei dire, visto che chi ha cercato di forzare la mano verso una transizione energetica accelerata (vedi Macron in Francia, il governo laburista in Australia e, in senso lato, ma non troppo, i democratici negli Stati Uniti) hanno dovuto fare i conti con il malcontento popolare e dove non sono stati spazzati via, rischiano di esserlo a breve.

Chiudo con una profezia. La COP 24 non chiuderà dopodomani come da previsioni: ci sarà un seguito di durata imprecisata, durante il quale i delegati dovranno necessariamente raggiungere un compromesso e rinviare, ciò su cui non si è riusciti a raggiungere un accordo, alla prossima COP che si terrà in un luogo ancora da definire. Il Brasile che era già stato individuato come Paese ospitante, sembra, infatti, che si sia tirato indietro e che la Germania abbia gentilmente declinato l’invito a sostituirlo. Ora si parla di Cile: staremo a vedere.

Sembra, però, che la COP 26 si svolgerà in Italia, stando a quanto, le agenzie di stampa, attribuiscono al ministro Di Maio.

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COP 24: le cose si ingarbugliano.

Posted by on 04:00 in Ambiente, Attualità, COP24 - Katowice | 8 comments

COP 24: le cose si ingarbugliano.

A Katowice le cose stanno prendendo una brutta piega. L’otto dicembre si è svolta la plenaria del Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice (SBSTA 49). SBSTA 49 rappresenta la struttura che fornisce il supporto scientifico alla COP, ovvero la base scientifica su cui si regge tutto l’impalcato normativo degli altri gruppi di lavoro. E’ questa struttura che ha elaborato la bozza che costituirà la base per le trattative politiche della seconda settimana della Conferenza delle Parti. L’unica differenza tra un accordo diplomatico qualsiasi e l’Accordo di Parigi sta proprio nei documenti prodotti da SBSTA 49, in quanto tali documenti sono quelli che consentono di poter dire che il deliberato delle COP è basato su solide basi scientifiche. SBSTA 49 rappresenta pertanto l’interfaccia diplomatica che connette i rapporti dell’IPCC con gli accordi delle Conferenze delle Parti. La plenaria è stata rinviata per ben tre volte, in quanto non era stato raggiunto il consenso tra i delegati circa la deliberazione finale. Alla fine la plenaria si è svolta, ma il deliberato non è stato unanime: i rappresentanti di USA, Russia, Arabia Saudita e Kuwait, non hanno accettato i risultati del Rapporto Speciale dell’IPCC (SR 15) il cui scopo è proprio quello di fornire le basi scientifiche alle decisioni della COP 24 in corso.

Cosa significa una cosa del genere? La complessa macchina diplomatico-scientifico-economica posta alla base della lotta al cambiamento climatico, si basa sul consenso: più è alto e più ci si va giù pesanti. Quando comincia a serpeggiare il dissenso, le cose si complicano e le decisioni diventano sempre meno vincolanti, fino ad essere inutili. Quattro Paesi su quasi 200 non dovrebbero impensierire nessuno, ma in questo caso non si tratta di Paesi qualunque, bensì di Paesi che hanno un peso enorme nell’economia del negoziato in corso. Con questa base di partenza non ci si possono aspettare decisioni ambiziose e risolutive, la COP 24 non credo che fallirà, ma si trasformerà nell’ennesimo inutile incontro interlocutorio in vista di chissà cosa. A meno che nella seconda settimana di trattative le cose non cambino radicalmente e, bypassando una decisione di non trascurabile importanza, non si arrivi ad un documento ambizioso come auspicato dall’ONU e, almeno a parole, dalla stragrande maggioranza dei partecipanti alla Conferenza in corso.

Questo appare però difficile, in quanto la COP 24 è carente di un ingrediente fondamentale per la sua buona riuscita: una forte ed autorevole guida politica. Parigi riuscì, almeno come dichiarazione d’intenti e di principi, perché da un lato il presidente B. Obama, dall’altro l’U.E. trascinata da Gran Bretagna, Germania e, soprattutto, Francia, imposero l’agenda. India, Cina, Brasile e tutte le altre potenze in via di sviluppo, si accodarono di buon grado alle decisioni dei Paesi ricchi in quanto maggiori beneficiari dell’Accordo. I Paesi produttori di combustibili fossili avrebbero pagato il prezzo più pesante, ma fecero buon viso a cattivo gioco, proprio a causa della natura non vincolante dell’Accordo di Parigi. Esso è, infatti,  monco in quanto privo di regole cogenti per i sottoscrittori: è basato su impegni volontari (NDCs) e non prevede sanzioni per chi non rispetti gli impegni assunti.

Ora è tutto nelle mani della presidenza della Conferenza, ma essa è affidata ad un Paese che, per bocca dalla sua massima istanza istituzionale, sostiene che la transizione energetica deve essere “giusta”: nella fattispecie la Polonia non rinuncerà al carbone come sua fonte energetica prioritaria. Resterebbe l’U.E., ma oggi questa entità ha poco peso politico, in quanto i suoi membri di maggior peso hanno grossi problemi interni.

La Gran Bretagna è alle prese con l’uscita dall’Unione Europea e la sua leadership è estremamente debole, in preda ad una crisi politica di grosse dimensioni.

La Francia di E. Macron, che si era fatto paladino della lotta al cambiamento climatico, cercando di occupare lo spazio lasciato libero dagli USA di B. Obama, vede la sua capitale messa a ferro e fuoco da legioni di dimostranti inferociti contro la sua “carbon tax” e che chiedono a gran voce le dimissioni di E. Macron. Non credo che esistano le condizioni politiche per far si che E. Macron possa diventare capofila di una nuova crociata globale contro le emissioni di CO2, visto che in patria è stato ridotto a mal partito proprio a seguito di da una decisione in linea con le ambiziose aspirazioni dell’Accordo di Parigi, tanto da doverla precipitosamente annullare.

Anche la Germania non se la passa meglio. La cancelliera A. Merkel è stata  fortemente ridimensionata da alcune tornate elettorali i cui risultati non sono stati lusinghieri per il suo partito, tanto che ha annunciato di volersi ritirare dalla vita politica del Paese, appena completato il cancellierato in corso.

In quanto all’U.E. nel suo complesso, a Katowice ha chiaramente fatto sapere che non saranno modificati gli NDCs assunti nel 2015: se terrà fede fino in fondo a questo impegno, possiamo dire fin da ora che l’Accordo di Parigi è morto, in quanto esso non potrà essere rispettato.

In questo quadro essere ottimisti è un lusso che non ci si può permettere anche se la speranza è l’ultima a morire.

Prepariamoci pertanto ad una nuova settimana di trattative, il cui unico scopo sarà quello di far sopravvivere l’Accordo di Parigi anche a costo di un’intesa al ribasso. Perché così andrà a finire questa Conferenza delle Parti, snobbata da tutti i politici di primo piano del mondo. A Parigi i rappresentanti politici dei Paesi partecipanti, erano al massimo livello: tutti Capi di Stato e di Governo. A Katowice i Capi di Stato e di Governo latitano e sono presenti quasi esclusivamente le delegazioni. Il che è un ulteriore segnale di fine ingloriosa per la COP 24. Non bisogna però lasciarsi prendere dallo sconforto:  ci sarà sempre una COPXX che rappresenterà l’ultima spiaggia per il pianeta ed a cui rinviare decisioni che nessuno vuole prendere. E come si fa, del resto, a prendere decisioni draconiane per limitare i consumi di combustibili fossili, visto quello che è capitato a Macron in Francia?  Perché, alla fine, è questo il problema: bisogna incidere pesantemente sul portafogli dei cittadini, se si vogliono veramente ridurre le emissioni e quando questo accadrà, scoppieranno rivolte e i politici ci rimetteranno le penne.

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Nuovi “Rifugiati Climatici” dall’Europa verso l’Asia?

Posted by on 08:00 in Attualità, Climatologia, Media Monitor | 1 comment

Nuovi “Rifugiati Climatici” dall’Europa verso l’Asia?

Grazie ad un articolo scritto da Sara Gandolfi sul Corriere.it, ho avuto modo di sapere che viene calcolato ogni anno un indicatore detto Global Climate Risk Index, con l’obiettivo di classificare gli stati del mondo dal punto di vista della loro esposizione agli eventi climatici estremi. Tale classificazione è effettuata da Germanwatch, un gruppo di persone che si autodefinisce come think tank sugli argomenti in oggetto.

Dire che alcuni dei dati presenti nelle tabelle di Germanwatch lasciano stupefatti è un vero eufemismo. Consiglio infatti di controllare il loro documento per apprendere che, come media annuale del ventennio 1997-2016, l’Italia ha un numero di vittime ogni 100 mila abitanti pari a 1,71 e la Francia 1,83. Per valutarne la portata, si pensi, ad esempio, che il rispettivo dato è di 0,11 per l’Indonesia, di 0,31 per l’India e di 0,98 per le Filippine.

Di fronte a tali cifre, il lettore non può che esclamare: «che sfiga vivere in Europa!». Quando le suddette informazioni dovessero diffondersi, sarebbe presumibilmente lecito attendersi l’innesco di flussi migratori dall’Europa verso altri continenti: dei nuovi “rifugiati climatici”.

Credo sia abbastanza semplice capire in quale modo si siano create delle statistiche così demenziali come quelle appena citate. Da tempo ormai vari enti internazionali (anche il WMO, col suo penoso atlante dei disastri) stanno mettendo insieme dati per nulla congruenti, con l’unico scopo di fornire prove di una situazione catastrofica in atto. Nel caso presente, sono sicuramente stati associati ad Italia e Francia i dati sulla sovra-mortalità dell’estate 2003; metterli però insieme con quelli delle vittime di alluvioni, tornado ecc. ha un valore scientifico equivalente alla classica somma delle mele con le pere, cioè significa non capire nulla di quanto si sta facendo.

La traduzione letterale di “think tank” è serbatoio di pensiero. Ebbene, mi pare che il serbatoio di Germanwatch sia al momento riempito di molti pensieri senza senso, per cui consiglierei ai componenti di questo ente tedesco di studiare un po’, al fine di sostituire certe cose assurde con dati più seri.

Non posso concludere questa breve nota senza sottolineare la preoccupazione data dal vedere come organi di importanza mediatica quali il Corriere prendano per attendibile qualunque stupidaggine che sia indirizzata nel filone catastrofistico.

NB: il post è uscito in origine sul blog dell’autore

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COP 24: i negoziati entrano nel vivo.

Posted by on 06:53 in Ambiente, Attualità, Climatologia, COP24 - Katowice | 0 comments

COP 24: i negoziati entrano nel vivo.

La prima settimana del vertice volge al termine e qualche risultato comincia a delinearsi. Non è facile capire in che direzione evolvano le trattative, in quanto i documenti ufficiali oltre ad essere scritti nel linguaggio criptico della diplomazia, sono pieni di opzioni e parentesi quadre. Come sa chi ha avuto modo di seguire i  resoconti delle precedenti conferenze delle parti, durante le trattative  vengono inserite nelle bozze dei documenti delle formule alternative dette opzioni e delle frasi in parentesi quadre che dovranno essere oggetto di ulteriori trattative.  Giusto per avere un’idea, potrebbe essere utile dare un’occhiata al testo di una proposta di deliberazione in corso di elaborazione nella sessione AP 1.7, che si occupa di individuare gli strumenti normativi necessari a definire con chiarezza e trasparenza gli impegni volontari di riduzione delle emissioni degli Stati aderenti all’Accordo di Parigi ed a monitorarne l’osservanza. Si tratta di uno dei temi cruciali della COP24 e su tale tema le trattative saranno  molto dure. La bozza è molto breve: si tratta di sole 9 pagine. In queste nove pagine troviamo però centinaia di parentesi quadre, addirittura interi paragrafi sono contenuti nelle parentesi quadre e, quindi, del tutto da definire. Detto in altri termini: siamo ancora in alto mare. Dal confronto tra le varie bozze, comunque, si riesce a capire come sta evolvendo la discussione.  Nella fattispecie i progressi sono piccoli, ma ci sono.

Ancora più complesso è il documento relativo al modo in cui dovranno essere erogati e contabilizzati i fondi destinati alle misure di mitigazione ed adattamento che i Paesi più ricchi dovranno destinare a quelli in via di sviluppo. Si tratta dei famigerati cento miliardi di dollari all’anno sui quali si sono arenate le COP precedenti. Anche in questa occasione si procede piuttosto a rilento, ma, a detta di molti osservatori, i progressi registrati sono maggiori di quanto si pensasse. Rispetto ai documenti approntati nel corso degli incontri preparatori, infatti, quelli in discussione a Katowice sono molto più snelli. Provando a leggerli, però, ci si scontra quasi subito con una marea di parentesi quadre ed opzioni. I tempi non sono ancora maturi per poter tentare un primo bilancio. Giusto per avere un’idea, si consideri che l’articolo 9.5 della bozza relativa alla trasparenza dei finanziamenti, si trova ancora in una fase embrionale in quanto non è stato ben definito chi, come e quando deve dichiarare i finanziamenti per le misure di mitigazione ed adattamento. In particolare deve essere deciso da quando bisogna cominciare a dichiarare i finanziamenti (2020/2022/20XX, è scritto nella bozza); se la dichiarazione riguardi solo i trasferimenti dai Paesi ricchi a quelli in via di sviluppo o anche quelli che passano da un Paese in via di sviluppo ad un altro. Sembrano dettagli, ma in realtà rappresentano la sostanza del negoziato in quanto se non si definiscono le modalità di conteggio di questi fondi, si rischia di contarli due volte (dal Paese sviluppato a quello in via di sviluppo e, quindi, da quello in via di sviluppo ad un altro in via di sviluppo). Per finire è solo il caso di notare che ancora non sono state definite le caratteristiche del registro in cui tener traccia dei fondi stanziati.

Che quello finanziario sia uno dei principali temi della COP 24, è cosa ormai nota. Ad oggi non siamo in grado di dire con certezza a quanto ammontino questi fondi. Stando a stime dell’OCSE, basate sulle dichiarazioni dei finanziatori, essi ammonterebbero a oltre settanta miliardi di dollari nel 2016 (di cui 57di fonte governativa e la restante parte proveniente da fonti private), ma tali dati sono contestati dalle organizzazioni non governative (Oxfam, per esempio). Secondo Oxfam, infatti, la cifra stanziata oscillerebbe tra i 16 ed i 21 miliardi di dollari nel 2016. Le ragioni di questa discrepanza contabile devono essere ricercate nell’etichettatura dei finanziamenti, ovvero nello scopo del finanziamento che viene erogato. I finanziamenti “climatici” hanno un doppio indicatore: componente climatica principale e componente climatica significativa. Un progetto ha una componente climatica principale se esso è destinato ad azioni di mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici o di adattamento ai cambiamenti climatici; significativa se esso non è destinato prioritariamente al raggiungimento di questi obiettivi. L’UNFCCC e l’OCSE tengono conto essenzialmente della componente climatica significativa, mentre altri tengono conto della componente climatica principale. Detto in altri termini i Paesi ricchi tendono a far passare per finanziamenti climatici, finanziamenti che con la mitigazione degli effetti del cambiamento climatico o con l’adattamento ai cambiamenti climatici, hanno poco a che fare. L’Accordo di Parigi prevedeva, infine, che i finanziamenti dovessero essere equamente ripartiti tra adattamento e mitigazione, ma sulla base dei dati raccolti dalle organizzazioni internazionali e da quelle non governative, la maggior parte dei finanziamenti riguarda misure per l’adattamento ai cambiamenti climatici.

Sulla scorta di queste considerazioni appare chiaro pertanto come l’argomento sia piuttosto spinoso. Sono diversi anni che su questi temi si infrangono infatti  le speranze dei Paesi poveri di ottenere un aumento dei trasferimenti dal Nord al Sud del mondo. Secondo i rappresentanti dei Paesi in via di sviluppo i Paesi sviluppati tendono a truccare le carte, trasformando in finanziamenti “climatici”, i finanziamenti dei progetti di sviluppo, per così dire, “ordinari”. Possiamo essere ben certi che come accaduto per il passato, su questi temi si decideranno le sorti della Conferenza delle Parti 2018. E stando a voci di corridoio, raccolte dai corrispondenti di The Independent, già cominciano a sentirsi i primi mugugni dei rappresentanti dei Paesi in via di sviluppo.

Altro aspetto da non trascurare per comprendere le dinamiche in atto, è quello relativo al disimpegno degli USA dall’Accordo di Parigi. Gli Stati Uniti hanno contribuito con oltre due miliardi di dollari annui al finanziamento delle iniziative di contrasto dei cambiamenti climatici, risultando al quinto posto tra i donatori dopo Giappone, Germania, Francia e Regno Unito. Gli altri Paesi sviluppati saranno disposti a sostituirsi agli USA? Anche su questa questione si decideranno le sorti della COP 24.

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COP 24: avanti, ma non troppo.

Posted by on 07:29 in Ambiente, Attualità, Climatologia, COP24 - Katowice | 0 comments

COP 24: avanti, ma non troppo.

Come è ormai tradizione consolidata delle COP, i lavori proseguono stancamente. L’elefantiaca macchina partita il 2 dicembre scorso sembra immobile, ma sotto sotto qualcosa si muove. Tra ieri l’altro e ieri le varie sessioni in corso non hanno prodotto nulla di significativo: le pagine dedicate del sito dell’UNFCCC continuano ad essere desolatamente vuote. Gli unici documenti disponibili sono quelli pre-vertice e cliccando sulle altre caselle, appare uno sconsolante messaggio: “information will appear as soon as available” oppure i nomi dei funzionari UNFCCC con i relativi contatti. Sembrerebbe che a Katowice non succeda proprio nulla, ma è solo un’impressione.

Qualcosa in realtà sta succedendo. Consultando la pagina principale del sito apprendiamo infatti che è stato pubblicato e presentato alla COP un ponderoso lavoro curato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dal  comunicato stampa  della WHO apprendiamo che l’attuazione dell’Accordo di  Parigi potrebbe evitare un milione di decessi da qui al 2050. Il ragionamento sviluppato dalla WHO non è incentrato sulle emissioni del diossido di carbonio o altri gas serra, ma parte dal presupposto che riducendo l’uso dei combustibili fossili, come previsto negli Accordi di Parigi, si ridurrebbero anche le emissioni dei composti che determinano danni all’ambiente ed alla salute umana. Diciamo che secondo il report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il raggiungimento degli obiettivi della COP21, oltre ad avere effetti positivi sul clima, come effetto collaterale determinerebbe un miglioramento delle condizioni ambientali generali, soprattutto in quei Paesi come India e Cina che, attualmente, sono soffocati dallo smog e dall’inquinamento atmosferico ed ambientale in genere. Un altro aspetto positivo della riduzione del consumo dei combustibili fossili deve essere ricercato nell’aumento dell’attività fisica. Il disincentivo dell’uso dei mezzi di trasporto alimentati da motori a combustione interna favorirebbe infatti, l’utilizzo di mezzi alternativi come le biciclette o il cammino a piedi, con evidenti ricadute positive sulla salute e benessere fisico dei cittadini del mondo. Tutto ciò in sovrappiù rispetto ai principali vantaggi conseguenti la piena attuazione degli Accordi di Parigi, ovvero la riduzione degli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute umana. Dice, infatti, il dott. Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS che “le prove dimostrano chiaramente che il cambiamento climatico sta già avendo un grave impatto sulla vita e sulla salute umana. Minaccia gli elementi di base di cui tutti abbiamo bisogno per una buona salute – aria pulita, acqua potabile sicura, fornitura di cibo nutriente e riparo sicuro – e minerà decenni di progressi nella salute globale. Non possiamo permetterci di ritardare ulteriormente l’azione “.

Non stupisce che egli giudichi l’Accordo di Parigi come il miglior accordo per la salute di questo secolo, l’unico problema è che è difficile provare che il cambiamento climatico danneggi la salute, come dimostrano le molte discussioni su questo argomento che si sono succedute negli anni su CM.

Altro aspetto che ha caratterizzato la giornata odierna a Katowice è stato un panel  in cui è stato fatto il bilancio di un prodotto di altre COP: il Clean Development Mechanism (CDM). Si tratta di uno strumento che a fronte di progetti di decarbonizzazione dell’economia, attribuisce ai soggetti proponenti un credito spendibile per ogni tonnellata di CO2 non emessa. Tali crediti possono essere venduti sul mercato del carbonio (ETS, per esempio) ed acquistati dai soggetti fortemente emettitori che, in tal modo, si lavano la coscienza. Secondo i relatori il meccanismo ha avuto un successo clamoroso, in quanto ha consentito di incentivare oltre 8000 progetti in 111 Paesi in via di sviluppo. Il problema, stando alle dichiarazioni dei relatori, è che per tale meccanismo non sembra esserci posto nel mondo dopo il 2020. Sempre secondo i relatori è un peccato dover rottamare una struttura che ha così ben funzionato per il passato perché vetusta, basta rinnovarla e rimetterla in corsa: favorirà il raggiungimento degli obiettivi dell’Accordo di Parigi e contribuirà a mantenere l’incremento delle temperature globali al di sotto di 1,5-2°C rispetto ai livelli dell’epoca pre-industriale. All’osservatore poco addentro ai meccanismi decisionali dell’UNFCCC sorge un dubbio. Perché liquidare un meccanismo che ha così ben funzionato? Non è che le modeste prestazioni dei mercati del carbonio hanno reso inutile un simile meccanismo?  Sono solo cattivi pensieri di uno scettico, ma a pensar male…..

E per finire un annuncio che ha gelato il clima della COP24: secondo uno studio dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) nel 2018 le emissioni di diossido di carbonio sono aumentate dello 0,5% rispetto al 2017 a causa di un incremento dell’uso del petrolio e del gas, non compensato da un’adeguata riduzione dell’uso del carbone o di un adeguato incremento delle energie rinnovabili. Possiamo solo immaginare lo stupore e lo sconforto che si è impadronito dei delegati a Katowice: ma com’è possibile, non stiamo facendo del nostro meglio? Probabilmente non è sufficiente, ma, molto più realisticamente, gli stati predicano bene e razzolano male.

“Questo cambiamento dovrebbe essere un altro avvertimento ai governi che si incontrano a Katowice questa settimana. Sono necessari sforzi crescenti per incoraggiare ancora più fonti rinnovabili, maggiore efficienza energetica, più nucleare e più innovazione per tecnologie quali la cattura, l’utilizzo e lo stoccaggio del carbonio e l’utilizzo dell’idrogeno, per esempio”

ha dichiarato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’AIE. Più nucleare? Possibile che a Katowice si possa sostenere un’eresia del genere? Il nucleare non è politicamente corretto, inquina, sporca, uccide, fa male alla salute e via cantando. Meglio tornare alla bicicletta o, visto che ci troviamo, all’asinello.

A questo punto mi viene un dubbio. Le decine di migliaia di delegati ed attivisti che affollano Katowice, si rendono conto della schizofrenia della situazione? Sono decenni che essi discutono di riduzione delle emissioni di gas serra, che negoziano trattati su trattati, che siglano accordi su accordi e qual è il risultato? Le emissioni di gas serra continuano a salire. Mah!

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