Climate Lab – Fatti e Dati in Materia di Clima

Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016, poco dopo la fine della COP21 di Parigi, abbiamo messo a punto un documento pubblicato nella sua interezza (e scaricabile qui in vari formati) con il titolo “Nullius in Verba, fatti e dati in materia di clima”. L’idea è nata dall’esigenza di far chiarezza, ove possibile e nei limiti dell’attuale conoscenza e letteratura disponibili, in un settore dove l’informazione sembra si possa fare solo per proclami, quasi sempre catastrofici.

Un post però, per quanto approfondito e per quanto sempre disponibile per la lettura, soffre dei difetti di tutte le cose pubblicate nel flusso del blog, cioè, invecchia in fretta. Per tener vivo un argomento, è invece necessario aggiornarlo di continuo, espanderlo, dibatterle, ove necessario, anche cambiarlo. Così è nato Climate Lab, un insieme di pagine raggiungibile anche da un widget in home page e dal menù principale del blog. Ad ognuna di queste pagine, che potranno e dovranno crescere di volume e di numero, sarà dedicato inizialmente uno dei temi affrontati nel post originario. Il tempo poi, e la disponibilità di quanti animano la nostra piccola comunità, ci diranno dove andare.

Tutto questo, per mettere a disposizione dei lettori un punto di riferimento dove andare a cercare un chiarimento, una spiegazione o l’ultimo aggiornamento sugli argomenti salienti del mondo del clima. Qui sotto, quindi, l’elenco delle pagine di Climate Lab, buona lettura.

  • Effetti Ecosistemici
    • Ghiacciai artici e antartici
    • Ghiacciai montani
    • Mortalità da eventi termici estremi
    • Mortalità da disastri naturali
    • Livello degli oceani
    • Acidificazione degli oceani
    • Produzione di cibo
    • Global greening

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Contenuti a cura di Luigi Mariani e revisionati in base ai commenti emersi in sede di discussione e per i quali si ringraziano: Donato Barone, Uberto Crescenti, Alberto Ferrari, Gianluca Fusillo, Gianluca Alimonti, Ernesto Pedrocchi, Guido Guidi, Carlo Lombardi, Enzo Pennetta, Sergio Pinna e Franco Zavatti.

Segnalazioni e riflessioni

Posted by on 10:21 in Attualità, Climatologia, Energia | 5 comments

Segnalazioni e riflessioni

Da alcuni giorni le nostre pagine sono occupate da un’accesa discussione in tema di energia nucleare. In realtà, come sempre accade, l’autore del post che ha dato origine al dibattito lo aveva spiegato bene e anche ribadito nei commenti: l’intento era quello di parlare del reale potenziale delle risorse rinnovabili di far fronte alla domanda di energia attuale e futura nel contesto di un mondo che vorrebbe abbassare la propria intensità di carbonio, ove non abbatterla del tutto. Il confronto non può che essere con l’energia nucleare, l’unica davvero “pulita” in termini di emissioni, ma notoriamente problematica per tante altre ragioni. Così siamo finiti nel solito ginepraio di nucleare sí, nucleare no che caratterizza le discussioni su questo tema.

Il punto è che nel nostro Paese, dove più che mai gli argomenti che richiederebbero atteggiamenti razionali e ragionati finiscono per essere dei campi di battaglia tra opposte fazioni ideologiche, la discussione sull’energia nucleare è quanto di più inutile e sterile si possa immaginare, semplicemente perché le scelte fatte a suo tempo e ribadite (già inutilmente) di recente, hanno chiuso definitivamente il capitolo.

Ce lo ha ricordato appena ieri IlSole24Ore, pubblicando un interessante articolo sui costi e sul percorso da compiere, ancora dopo soli trent’anni, per smantellare le centrali che abbiamo deciso di smettere di utilizzare, perdendo tempo, know how e capacità produttiva, appunto chiudendo il capitolo. Costi che sono aumentati, arrivando alla bella cifra di 7,2 mld di Euro, percorrendo però una roadmap che, almeno sulla carta, l’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia derivata dall’Atomo) considera virtuosa, ovvero da esempio per quanti volessero intraprendere il cammino per liberarsi dal “problema”.

Ex centrali atomiche, smantellamento più caro – Il Sole24Ore, 20 settembre 2017.

Ma perché decarbonizzare il pianeta? Ormai non più perché le risorse fossili sono in esaurimento, dal momento che in barba all’incubo del picco del petrolio con cui siamo cresciuti, ora tra nuove tecniche di estrazione e nuovi giacimenti il petrolio non si sa più dove metterlo. Per non parlare del carbone, che ancora abbonda ben oltre l’orizzonte di utilizzo. Il mondo, dicono, va decarbonizzato per aggiustare il clima, il giocattolo con cui ormai tutti vogliono giocare che però le perfide attività in cui ci cimentiamo per stare al mondo avrebbero rotto.

Allora torna utile un’altra segnalazione, un nuovo paper che sta avendo, per dirla in gergo, parecchia stampa a fargli da eco. In Italia lo ha ripreso solo Il Foglio, unico media che ancora pubblica notizie non allineate al pensiero unico in tema di clima.

Modelli sbagliati, clima giusto – Il Foglio, 20 settembre 2017.

Ebbene sì, su Nature Geoscience è uscito un lavoro, per una volta, spiega che le cose vanno meglio del previsto. Il mondo si è scaldato meno di quanto si pensava avrebbe fatto, per cui abbiamo ancora qualche possibilità di raggiungere gli obbiettivi dell’accordo di Parigi, ovvero di limitare il riscaldamento a quei famosi 1,5 gradi centigradi che sono piaciuti tanto alla politica, specie quella degli annunci.

Il problema è che il pianeta se ne frega di tutto. Della CO2 supposta in eccesso – ove con questo si intenda qualcosa di esclusivamente dannoso – degli 1,5 gradi, degli annunci, delle proiezioni climatiche, dei modelli, dei dibattiti e di tutto il circo che ruota attorno a questo tema. E questo paper lo dimostra, chiarendo per esempio il fatto che i conti con cui sono stati stabiliti i limiti della sopportabilità e dei tempi del riscaldamento erano sbagliati. Il che vuol dire che, forse, non abbiamo capito proprio bene come funzionano le cose, con buona pace di chi vorrebbe convincerci del contrario.

Emission budgets and pathways consistent with limiting warming to 1.5 °C

Della serie, non avevamo capito, ma visto che le cose non vanno proprio male ce la possiamo ancora fare. Per cortesia continuate a credere nelle nostre “certezze” 😂😂😂

Buona giornata.

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Un Mese di Meteo – Agosto 2017

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Un Mese di Meteo – Agosto 2017

IL MESE DI AGOSTO 2017[1]

Piovosità inferiore alla norma sulla maggior parte del territorio con significative eccezioni al Nord e anomalie termiche positive in prevalenza moderate

La carta media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 5a) mostra l’anticiclone delle Azzorre in posizione arretrata, in pieno Atlantico, mentre sull’Italia domina un promontorio dell’anticiclone africano, struttura meteorologica che si è riproposta con frequenza in questa estate 2017 e che è all’origine della principale andata di caldo di agosto e dell’intero 2017, quella dell’1-10 agosto. Fra i due anticicloni subtropicali (Azzorre e Africano) e il ciclone d’Islanda (lettera B in alto in figura 1) si mantiene un regime di veloci correnti occidentali che nel loro flusso da ovest verso est trasportano le perturbazioni atlantiche, più attive a nord delle Alpi. Il settore ionico infine è interessato da un regime di correnti settentrionali (mMeltemi) che fluiscono fra l’anticiclone africano e la depressione anatolica, quest’anno particolarmente attiva.

Da tale regime circolatorio è conseguito un totale di solo 3 perturbazioni transitate rispettivamente fra il 5 e il 6, fra l’8 e il 12 e fra il 20 e il 22 e in coincidenza delle quali  le temperature sono temporaneamente scese al di sotto della norma.

La piovosità è risultata generalmente al di sotto della norma con le significative  eccezioni del Trentino-Alto Adige, della Lombardia Nord orientale e di alcune limitate aree di Puglia, Basilicata, Sicilia e Toscana. A ciò si è associato il prevalere di anomalie termiche positive nelle temperature minime e massime.

Per quanto riguarda poi la distribuzione delle anomalie termiche positive nel corso del mese, si osserva che le stesse si sono concentrate intorno ai giorni 1-6, 17-18 e 27-28.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa (il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano  variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale). 

Giorni del mese Fenomeno
1-4 agosto Un promontorio anticiclonico africano interessa la nostra area determinando tempo stabile e soleggiato.
5-6 agosto L’arretramento del promontorio espone le regioni settentrionali al transito di una saccatura atlantica con variabilità perturbata e attività temporalesca localmente intesa (perturbazione n. 1).
7 agosto Campo di pressioni livellate con tempo stabile salvo attività temporalesca a carattere locale limitata al settore tirrenico del meridione
8-12 agosto Transito una saccatura atlantica da ovest che interessa in modo più diretto le regioni centro-settentrionali. (perturbazione n. 2).
13-15 agosto Si afferma un promontorio anticiclonico mobile da sudovest che martedì 15 mostra segni di cedimento sulle Alpi ove si assiste ad una vivace attività temporalesca pomeridiana e serale.
16-17 Agosto mercoledì 16 e giovedì 17 agosto l’Italia è stata in gran parte interessata da un campo di pressione alta e livellata garantito da una sella che raccorda l’anticiclone delle Azzorre e l’anticiclone presente sulla Russia. Una certa variabilità si osserva sul settore ionico per effetto di una saccatura da sudest associata alla depressione anatolica.

 

18-19 agosto Dalla serata di venerdì 18 cedimento della sella con transito di una saccatura che interessa dapprima il settentrione e poi le regioni centrali del settore adriatico (perturbazione n. 3).
20-22 agosto Sul settentrione si afferma un promontorio anticiclonico da ovest mentre un regime di correnti da Nordest interessa il meridione con condizioni di variabilità.
Agosto 23-31 Periodo dominato da un anticiclone africano rafforzato da una depressione stazionaria con centro ad ovest della penisola iberica che si presenta giovedì 24 in forma di saccatura per poi isolarsi dal flusso perturbato atlantico da sabato 26 agosto. Attività temporalesca locale è registrata in ambito alpino nei giorni 23, 24, 30 e 31 agosto.

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature mensili (figure 1 e 2) manifestano anomalie positive più spiccate nelle massime, più sensibili al forcing sinottico, che nelle minime, che dipendono maggiormente  da fattori attivi a scala locale. La tabella delle temperature decadali (tabella 2) evidenzia che l’anomalia positiva delle massime è più spiccata al centro-nord nelle prime due decadi e al centro-sud nella terza, il che è sintomatico del regime circolatorio sopra descritto. Si noti inoltre la forte anomalia delle massime riscontrata al nord nella seconda decade.

Il raccordo fra l’anomalia termica mensile sull’Italia e l’anomalia globale non ci è a momento possibile in quanto la carta del mese di agosto prodotta dall’Università dell’Alabama – Huntsville non è tutt’oggi disponibile. I lettori interessati sono pregati di verificarne l’uscita attesa per i prossimi giorni al sito http://nsstc.uah.edu/climate/.

Figura 1 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 2 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

 

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

La carta delle anomalie pluviometriche (figura 4) evidenzia anomalie negative su Valle d’Aosta, Liguria, Emilia Romagna centro-orientale, Mantovano, Friuli Venezia Giulia, regioni centro meridionali e Sicilia. Prevalgono le anomalie positive sulle restanti aree del Paese con massimi su Lombardia nord orientale e Trentino Alto Adige Occidentale.

Figura 3 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 4 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

Figura 5a – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 5b – 850 hPa – carta delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

[1]             Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2015 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

 

 

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Un Mese di Meteo – Luglio 2017

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Un Mese di Meteo – Luglio 2017

IL MESE DI LUGLIO 2017[1]

Prevale un regime circolatorio tipicamente estivo con temperature in prevalenza nella norma. Piovosità inferiore alla norma sulla maggior parte del territorio

La carta media mensile del livello di pressione di 850 hPa (figura 5a) mostra una struttura circolatoria tipicamente estiva, con l’Anticiclone delle Azzorre che espande un proprio promontorio longitudinalmente verso la penisola iberica e l’Italia. Al contempo le perturbazioni atlantiche corrono a Nord delle Alpi spingendosi temporaneamente verso sud a lambire le regioni settentrionali, come mostra la caratteristica curvatura a valle dell’arco alpino presente nell’isoipsa di 1530 m che è evidenziata in blu sulla carta di figura 5a. Sull’Europa centro settentrionale domina invece un regime di veloci correnti atlantiche che fluiscono fra una depressione d’Islanda molto ben strutturata (figura 5b) e l’anticiclone della Azzorre. Il meridione è invece esposto a un regime di deboli correnti settentrionali (Meltemi) che fluiscono fra la parte distale del promontorio anticiclonico atlantico e la depressione anatolica. Nel corso del mese sono transitate un totale di 6 perturbazioni.

Figura 5a – 850 hPa – Topografia media mensile del livello di pressione di 850 hPa (in media 1.5 km di quota). Le frecce inserire danno un’idea orientativa della direzione e del verso del flusso, di cui considerano la sola componente geostrofica. Le eventuali linee rosse sono gli assi di saccature e di promontori anticiclonici.

Figura 5b – 850 hPa – carta delle isoanomale del livello di pressione di 850 hPa.

Tabella 1 – Sintesi delle strutture circolatorie del mese a 850 hPa (il termine perturbazione sta ad indicare saccature atlantiche o depressioni mediterranee (minimi di cut-off) o ancora fasi in cui la nostra area è interessata da regimi che determinano  variabilità perturbata (es. flusso ondulato occidentale).

 

Giorni del mese Fenomeno
1luglio Una depressione inizialmente centrata sulle isole britanniche e in graduale moto verso il Baltico influenza la nostra area dando luogo a un regime perturbato con precipitazioni a prevalente carattere temporalesco (perturbazione n. 1)
2 luglio Promontorio anticiclonico in espansione da Ovest verso la nostra area determina una progressiva stabilizzazione, con lieve episodio di foehn alpino al settentrione e instabilità residua su Abruzzo, Campania, Basilicata e Puglia.
3-9 luglio L’Italia è soggetta all’influsso di un promontorio anticiclonico subtropicale da sud che mantiene condizioni di tempo stabile e soleggiato salvo attività temporalesca sparsa registrata su Alpi, Prealpi e fascia pedemontana alpina.
10-11 luglio L’anticiclone arretra temporaneamente verso sud esponendo le regioni centro-settentrionali a un regime di correnti atlantiche con condizioni di variabilità a tratti perturbata (perturbazione n. 2).
12-14 luglio Regime di correnti atlantiche da ovest con transito di una saccatura da Nordest nella nottata fra il 13 e il 14 luglio. Ne consegue attività temporalesca che dall’areale padano-alpino si estende rapidamente all’Italia centro meridionale peninsulare (perturbazione n. 3).
15-18 luglio Un promontorio da Ovest dell’Anticiclone delle Azzorre si afferma sul centro-nord mentre un regime di correnti Nord Orientali interessa il meridione con lieve variabilità residua.
19-22 luglio Un debole promontorio anticiclonico subtropicale da sudovest interessa l’area italiana dando luogo a prevalenti condizioni di tempo stabile salvo attività temporalesca sparsa su Alpi e Prealpi.
23-25 luglio Il cedimento dell’anticiclone espone le regioni del cento nord e del meridione peninsulare al flusso perturbato atlantico al cui seguito transita una perturbazione fra lunedì 24 e martedì 25 (perturbazione n. 4).
26-28 luglio Sull’Italia flusso di correnti nordoccidentali con apporto di masse d’aria più fresche ed instabili di origine nord-atlantica. Ne consegue attività temporalesca sparsa sull’intera penisola (perturbazione n. 5).
29 luglio Transito di una debole perturbazione sul settentrione (perturbazione n. 6).
30-31 luglio Un promontorio anticiclonico da sudovest determina tempo stabile e soleggiato sull’intera area italiana, salvo instabilità residua sui settori alpini e prealpini.

Andamento termo-pluviometrico

Le temperature mensili (figure 1 e 2) evidenziano massime in prevalenza nella norma o lievemente al di sotto della stessa mentre anomalie positive da deboli a moderate si colgono sul versante adriatico centro-meridionale. Anomalie positive da deboli a moderate prevalgono invece nelle minime, specie al centro-sud e in Emilia Romagna.

Figura 1 – TX_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle massime del mese

Figura 2 – TN_anom – Carta dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media delle minime del mese

La tabella delle temperature decadali (tabella 2) evidenzia massime in prevalenza nella norma, salvo deboli anomalie positive nella prima decade al Nord, nelle prima e nella seconda decade al centro e nella seconda decade al sud. Anche le minime sono in prevalenza nella norma salvo deboli anomalie positive al centro nelle tre decadi e al sud nella prima decade.

Tabella 2 – Analisi decadale e mensile di sintesi per macroaree – Temperature e precipitazioni al Nord, Centro e Sud Italia con valori medi e anomalie (*).

Le lievi anomalie positive segnalate in particolare al centro-sud risultano coerenti con la carta globale dell’anomalia mensile per la bassa troposfera prodotta dall’Università dell’Alabama – Huntsville (figura 6). In particolare tale carta mostra che l’anomalia del nostro centro-sud si raccorda con un più vasto campo a debole anomalia positiva che interessa il mediterraneo Centro-Orientale.

Figura 6 – UAH Global anomaly – Carta globale dell’anomalia (scostamento rispetto alla norma espresso in °C) della temperatura media mensile della bassa troposfera. Dati da sensore MSU UAH [fonte Earth System Science Center dell’Università dell’Alabama in Huntsville – prof. John Christy (http://nsstc.uah.edu/climate/)]

La carta delle anomalie pluviometriche (figura 4) indica una piovosità in prevalenza al di sotto della norma, pur in presenza di aree relativamente ampie con piovosità nella norma o al di sopra della stessa, reperibili ad esempio in Piemonte, Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Lombardia centro-orientale, Liguria, Lazio settentrionale, Calabria meridionale e Puglia settentrionale. Per quanto concerne le anomalie decadali (tabella 2) nelle prime due decade prevalgono anomalie negative ovunque moderate salvo con l’eccezione del centro che nella seconda decade appare soggetto a un’anomalia forte. Si noti infine la moderata anomalia positiva cui è esposto il Settentrione nella terza decade del mese.

Figura 3 – RR_mese – Carta delle precipitazioni totali del mese (mm)

Figura 4 – RR_anom – Carta dell’anomalia (scostamento percentuale rispetto alla norma) delle precipitazioni totali del mese (es: 100% indica che le precipitazioni sono il doppio rispetto alla norma).

 

[1]             Questo commento è stato condotto con riferimento alla  normale climatica 1988-2015 ottenuta analizzando i dati del dataset internazionale NOAA-GSOD  (http://www1.ncdc.noaa.gov/pub/data/gsod/). Da tale banca dati sono stati attinti anche i dati del periodo in esame. L’analisi circolatoria è riferita a dati NOAA NCEP (http://www.esrl.noaa.gov/psd/data/histdata/). Come carte circolatorie di riferimento si sono utilizzate le topografie del livello barico di 850 hPa in quanto tale livello è molto efficace nell’esprimere l’effetto orografico di Alpi e Appennini sulla circolazione sinottica. L’attività temporalesca sull’areale euro-mediterraneo è seguita con il sistema di Blitzortung.org (http://it.blitzortung.org/live_lightning_maps.php).

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Equivoci Verdi

Posted by on 07:26 in Ambiente, Attualità, Energia | 51 comments

Equivoci Verdi

Care lettrici e cari lettori del blog di Climatemonitor,

spesso sulla stampa, dai media mainstream alle pubblicazioni più piccole e di nicchia (a volte con ambizioni tecniche o scientifiche, a volte semplici fogli di parte), si leggono le promesse di un futuro green nel campo dell’energia, promesse a dir poco mirabolanti. In realtà, esse si basano su alcuni grossi equivoci, per usare un eufemismo, che qui andremo a vedere.

Il primo equivoco è che il kW di potenza installata rinnovabile valga il kW fossile/nucleare (prendo il kW, e non il W o il MW, per semplicità). Sembrerà strano che la stessa unità di misura sia diversa, anzi sembrerà proprio un’eresia: infatti c’è il trucco. Il kW della potenza installata, come appunto dice il nome, si riferisce alla potenza dell’impianto; in quell’istante, è capace di produrre la stessa energia, da cui i mirabolanti record di ore o anche giorni a 100% energia rinnovabile in qualche località. Ma per l’energia dobbiamo passare ad un’altra unità di misura, il kWh, cioè quanti kW vengono prodotti in un’ora: e l’energia rinnovabile, funziona per le stesse ore di quella “convenzionale”? Direi proprio di no, vediamo come va negli il fattore di capacità, cioè quanta parte dell’anno le centrali elettriche producano realmente energia, fonte EIA per gli USA:

Come ben si vede, in realtà ci vogliono es. da 3kW a 7kW rinnovabili installati, per pareggiare ogni 1kW nucleare installato. Per il solare, inoltre, con picchi massimi estivi comunque non comparabili, e picchi minimi invernali anche prossimi allo 0%.

Il secondo equivoco che ne deriva, è appunto quello dei costi. Essi possono abbassarsi ad libitum, ma siccome le energie rinnovabili dipendono da variabili esterne – principalmente meteorologiche ed astronomiche – non controllabili, allora il costo è in realtà un fattore secondario: per assurdo non ha nessun senso avere un costo nullo, se non si produce nulla. Anzi il costo reale viene quasi sempre taciuto, dato che non è il solo costo dell’impianto, col pannello solare o la pala eolica sempre più economici, ma pure i tre costi:

  • degli interventi necessari sulla rete elettrica, ora sottoposta a stress per i (troppo) frequenti picchi minimi e massimi di potenza immessa in rete, a volte anche con altri problemi connessi (es. le piccole variazioni di frequenza elettrica dei generatori eolici);
  • degli annessi impianti a gas e a batteria, necessari a compensare e a coprire i picchi minimi di energia, ovvero ad immagazzinarla durante i picchi massimi;
  • ripetendo quanto detto sopra, il kW installato in sé potrà costare quanto gli altri o anche meno, ma ce ne vogliono comunque di più a parità di energia.

Se siete scettici sul tema, ed è giusto che lo siate, guardate il famoso grafico dei prezzi dell’elettricità in Europa, e chiedetevi chi ha l’Energiewende (Germania) e chi invece oltre i due terzi di nucleare (Francia), fonte Eurostat:

Qualche media nei giorni scorsi ha provato a convincerci che, passando al 100% di rinnovabili, avremmo diminuito sensibilmente i costi energetici all’utenza(1). Peccato che invece, leggendo l’articolo fino in fondo, si scopra che tale risparmio sia dovuto esclusivamente al quasi dimezzamento dei consumi: a quel punto, conta pure poco come si produce l’energia. Anche sui posti di lavoro ci sarebbe molto da ridire, visto che pare che nessuno lavori con le altre fonti di energia (vi assicuro che, per alcuni, l’uscita dell’Italia dal nucleare a fine anni ’80 fu un evento tragico). La realtà è che invece alcuni mega-progetti rinnovabili si stanno dimostrando dei clamorosi fallimenti, anche se su di essi è calato il silenzio dei principali quotidiani: non un disastro mentre li si costruisce (ritardi e aumenti dei costi appartengono a tutti i grandi progetti), ma un disastro finanziario mentre sono operativi, con energia che dovrebbe essere praticamente gratis. Vedere Ivanpah(2)(3), la mega-centrale solare (termica) californiana. Disastro ampiamente coperto dai soldi dei contribuenti di tutti gli USA.

Il terzo equivoco è quello della sostenibilità ambientale e umana. Sorvolo sul trattamento sia dell’ambiente che dei lavoratori nelle miniere di terre rare ed altri materiali indispensabili alle rinnovabili, assumendo che in molte miniere di carbone od uranio le condizioni siano simili (anche se non è proprio vero). Sicuramente invece il carbone è più inquinante, ma contrariamente a quanto si pensi, non lo è il nucleare (scorie incluse – anche le rinnovabili andranno smaltite). Voglio invece concentrarmi sul consumo di suolo, tanto giustamente esecrato quando si parla di poco utili nuovi “capannoni” o case, quanto ingiustamente dimenticato quando si parla di impianti solari, eolici ed idroelettrici. Faccio un solo esempio, dalla lontana California. L’unica centrale nucleare rimasta nello stato, Diablo Canyon(4), ha una potenza installata di 2200MW ed occupa una superficie di 900 acri, cioè circa 3km2 e mezzo. La già attiva centrale solare (fotovoltaica) di Topaz(5) ha un fattore di capacità del 23% annuo, con 550MW installati su 25km2: avete letto bene, facendo i calcoli produce ogni anno ca. 1100GWh contro i ca. 4200GWh annui di un equivalente reattore nucleare, cioè praticamente un quarto dell’energia e occupando 27 volte la sua superficie! Se non vi basta, nel centro dello stato americano è progettata la costruzione della più grande centrale solare (fotovoltaica) del mondo, Westlands(6), da 2700MW su 24.000 acri: quasi 100km2. Avete letto bene: cento chilometri quadrati. E nonostante la potenza installata sia superiore, come già detto produrrà molta meno energia ogni anno (solo un terzo) della centrale nucleare di Diablo Canyon, ma occupandone una superficie 27 volte maggiore! Perdonate i punti esclamativi.

Veniamo ora al quarto equivoco, quello per cui la gran parte delle rinnovabili sembra essere solare ed eolico. In realtà non è affatto così: anche idroelettrico e biomassa mantengono un impatto rilevante, anzi il primo rimane la prima fonte rinnovabile. Per la seconda, sì, esatto, bruciamo legna e rifiuti per produrre elettricità, e la consideriamo pure una fonte rinnovabile (che in effetti è):

Il quinto equivoco è infine quello legato alla mobilità elettrica, su ben tre punti. Ben venga l’elettrificazione dei trasporti, se significa meno inquinamento ad esempio: ma è davvero così? Non sempre, infatti dipende da come viene prodotta l’energia, in molti casi la situazione rimane quasi costante, in qualcuno peggiora pure almeno per la CO2:

Si dirà che si può produrre l’energia con fonti rinnovabili: molto semplice a dirsi, quanto molto difficile a farsi, per non dire quasi impossibile. Sostituire il parco veicoli odierni con veicoli elettrici infatti implicherebbe quasi il raddoppio della produzione di energia elettrica, con uno sforzo finanziario ed industriale senza precedenti in pochi decenni; e probabilmente inutile, se il nucleare (a bassissimo impatto di CO2) non sarà la parte principale della soluzione. Infine una constatazione più terra-terra: le auto elettriche non solo hanno scarsa autonomia e lunghi tempi di ricarica (pur in miglioramento), ma hanno anche sollevato grossi problemi di sicurezza legati agli incendi(7). Questo per una buona ragione: l’energia in forma “fossile”, cioè petrolio e carbone, è anche altamente stabile e facilmente maneggiabile. Gli accumulatori elettrici, non solo non raggiungono la stessa densità di potenza, ma sono anche meno stabili; inoltre la ricarica veloce dei veicoli, con gli alti amperaggi implicati, aumenta il rischio di sovraccarichi termici o elettrici. La mobilità elettrica a batteria (fuori quindi da treni, tram e filobus) rimane la grande promessa del futuro, non ancora la realtà del presente, in attesa di grandi miglioramenti su questi punti.

In conclusione, se il nostro obiettivo è quello di decarbonizzare l’economia, è meglio farlo con criterio, utilizzando tutto il mix energetico senza puntare troppo su soluzioni ancora troppo incerte e sperimentali, escludendone altre di ormai rodate e ampiamente sicure; anche i tempi devono essere congrui alle tecnologie ed alle risorse finanziarie disponibili, senza “balzi in avanti” di tragica memoria. L’ambientalismo radicale ha dimostrato di essere inapplicabile in ogni campo; ma anche le derive populiste di certi governi sul tema, cavalcando paure poco razionali e progettando scenari tecnicamente e finanziariamente improbabili, hanno creato notevoli danni nel breve e nel medio periodo (sul lungo ancora non sappiamo, ma, come diceva un noto politico, saremo tutti morti). La storia della generazione elettrica in Italia nell’ultimo trentennio ed in Germania nell’ultimo lustro è lì a dimostrarlo: alti costi, grossi problemi, riduzione delle emissioni molto blanda se non inesistente al netto delle crisi economiche. Le soluzioni alternative ci sono, anche a livello europeo es. con grandi e nuove interconnessioni tra stati; basta non gettarle alle ortiche in nome di un cultismo neo-pagano ed irrazionale.

autore: Ing. Filippo Turturici, MBA

  1. http://www.repubblica.it/economia/2017/09/06/news/un_italia_a_energia_rinnovabile_farebbe_risparmiare_6_500_euro_a_testa_e_creerebbe_mezzo_milione_di_posti_di_lavoro-174683185/
  2. https://www.fool.com/investing/general/2016/04/02/how-a-22-billion-solar-plant-became-a-money-pit.aspx
  3. https://en.wikipedia.org/wiki/Ivanpah_Solar_Power_Facility#Fossil_fuel_consumption
  4. https://en.wikipedia.org/wiki/Diablo_Canyon_Power_Plant
  5. https://en.wikipedia.org/wiki/Topaz_Solar_Farm
  6. https://en.wikipedia.org/wiki/Westlands_Solar_Park
  7. https://www.technologyreview.com/s/521976/are-electric-vehicles-a-fire-hazard/
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Il Dissesto Idrogeologico in Italia: Ci Vuole il “Geologo Condotto”

Posted by on 06:00 in Ambiente, Attualità | 11 comments

Il Dissesto Idrogeologico in Italia: Ci Vuole il “Geologo Condotto”

di Uberto Crescenti

Ogni anno, generalmente in autunno, in Italia accadono fenomeni di dissesto idrogeologico (frane e alluvioni) con gravi danni alla popolazione ed al territorio in generale. Il problema si è sempre più acuito nel tempo, a causa dell’intenso sviluppo delle attività antropiche che si sono insediate sul territorio in aree pericolose, tenendo poco conto delle propensioni al dissesto del nostro Paese. La letteratura specializzata, ma anche le notizie di cronaca, sono ricche di informazioni riguardanti questi fenomeni particolarmente frequenti in Italia a causa delle caratteristiche geologiche, morfologiche e climatiche proprie del nostro territorio. Eppure, ormai da diversi anni, ogni volta che accadono eventi catastrofici quale quello recente in Toscana, i mass media affermano che ciò e dovuto al cambiamento climatico causato dalle attività antropiche (in particolare immissione in atmosfera della famigerata anidride carbonica). Ma non è così.

Questa situazione di dissesto idrogeologico ha da tempo sollecitato l’impegno della nostra società che si è realizzato attraverso due itinerari distinti e cioè attraverso la emanazione di leggi da parte dello Stato e attraverso la ricerca scientifica perseguita da strutture nazionali (Università, C.N.R., Servizio Geologico d’Italia e Servizi Geologici regionali). Da tempo ci sono leggi che tutelano la sicurezza della popolazione per quanto riguarda lo sviluppo futuro delle attività antropiche, in particolare urbanizzazioni e aree industriali, che devono realizzarsi in aree idonee e al riparo dal rischio idrogeologico, ma non sempre queste leggi sono state rispettate. La speculazione edilizia purtroppo molto diffusa ha portato in molti casi ad utilizzare aree non idonee. La conseguenza è nota a tutti; assistiamo a calamità che provocano ingenti danni perché sono state urbanizzate aree aventi geologicamente naturali propensioni a subire alluvioni e frane.

Tanto per fornire alcuni dati sul dissesto idrogeologico in Italia, ricordo di seguito alcuni eventi particolarmente disastrosi. Nel 1951 ci fu l’alluvione del Polesine che provocò circa 100 morti, la distruzione di 52 ponti, 170.000 persone senza tetto. Nel 1966 ricordiamo l’alluvione di Firenze, associata anche a frane, con 96 morti, 20.000 persone senza tetto. Nel 1987 le frane della Val Pola in Lombardia, con 40 vittime e 19.500 senza tetto. Nel 1994, alluvione e frane in Piemonte, con 70 vittime, 2.226 senza tetto, 10 ponti distrutti. Nel 1998 i dissesti a Sarno e Quindici con 153 morti e 1500 senza tetto e nel 2000 a Soverato con 12 morti. Per non parlare degli ingenti danni registrati negli ultimi anni in Liguria e Toscana. L’elenco è ancora molto lungo, purtroppo.  Per un quadro, sia pure molto sintetico del problema, si veda la figura tratta da una nota di Canuti, Caciagli e Tarchi pubblicata a Roma nel 2001 nel dossier della XIV Legislatura.

Questa figura ci dà un quadro della notevole diffusione delle frane nel nostro Paese, dei relativi danni e costi, e riporta anche alcuni eventi eccezionali.

In fatto di danni provocati dalle frane, l’Italia è al 2° posto assieme all’India ed agli Stati Uniti, con perdite di 1-2 miliardi di Euro all’anno, mentre per quanto riguarda le vittime siamo al 4° posto nel mondo dopo i Paesi Andini, la Cina e il Giappone, con una media di 59 vittime all’anno (F. Guzzetti 2000, IRPI, CNR Perugia).

Questa rapida rassegna, certamente incompleta, è comunque sufficiente a testimoniare il grave problema del dissesto idrogeologico in Italia per quanto riguarda la salvaguardia sia di beni sia della pubblica incolumità. Le numerose ricerche, l’esperienza del passato, i dati raccolti consentono oggi di affrontare la difesa da queste calamità con approcci nuovi  rispetto al passato. E’ ormai da tutti accettato il concetto che la migliore difesa dagli eventi calamitosi è la previsione dei loro effetti. Si dice: “Bisogna correre davanti alle calamità naturali, non dietro”. Significa, questa considerazione, che è opportuno far prevalere progetti e programmi di prevenzione a quelli di bonifica e consolidamento.

Se in teoria tutti, anche politici ed amministratori, sono d’accordo su questo concetto, in pratica si investe ancora molto di più nel risanamento.

Per dare concretezza a questa mia breve nota ai fini della salvaguardia dagli eventi calamitosi, riporto di seguito alcune considerazioni che tengono conto delle conoscenze acquisite dalla ricerca scientifica.

E’ ormai accettato da parte della comunità scientifica che le notizie storiche sono molto utili ai fini della previsione nelle aree soggette a frane e alluvioni, anzi sono il punto di partenza per una corretta lettura dei fenomeni in esame. Le frane cosiddette di nuova generazione (ossia che avvengono su versanti mai colpiti da questi eventi) sono assai rare, non superano qualche punto percentuale rispetto a quelle che si riattivano lungo versanti già colpiti da questi fenomeni. Per esempio nella Regione Emilia e Romagna sono meno del 5% del numero totale di frane accadute dal 1950 alla fine del secolo. Da qui la grande utilità della ricerca storica.

Altri strumenti abbiamo per la previsione, come la modellazione matematica sulla stabilità di versanti indiziati di fenomeni franosi, il monitoraggio di tali versanti con tecnologie sempre più sofisticate atte a verificare la evoluzione sia di movimenti superficiali sia profondi.

Credo infine sia pleonastico affermare la importanza della ricerca geologica ai fini della previsione delle calamità naturali fin qui considerate, sottolineando in particolare i progressi che ci sono stati nella interpretazione di grandi fenomeni franosi. Desidero ricordare che fenomeni di instabilità di grande dimensione, derivanti dalla evoluzione di lenti movimenti su aree di grande estensione, sono stati bene studiati a partire dal 1980 in poi. Mi riferisco in particolare alle cosiddette deformazioni gravitative profonde di versante, diffuse nel nostro Paese ed evidenziate da specifiche ricerche di vari gruppi di ricercatori italiani e stranieri. Di questi grandi fenomeni legati alla evoluzione geodinamica dei nostri territori, si dovrebbe tenere conto in una prospettiva di pianificazione futura del territorio.

Cosa fare di fronte a questa vera e propria “malattia” del nostro Paese? Potrebbe sembrare che la parola “malattia” sia usata a sproposito. Ma non è così. Il nostro Pianeta è un vero e proprio organismo vivente e come tutti gli organismi viventi è in costante, sia pure lenta, evoluzione. Le montagne nascono, si sviluppano, evolvono, e infine scompaiono, per essere sostituite da altre montagne o da bacini oceanici. Bisogna conoscere in dettaglio questo modo di esprimersi della Natura, prevederne il comportamento per difenderci da quelle variazioni che possono risultare nocive alla comunità. Conoscere per prevenire gli effetti dannosi di queste modifiche. Ogni territorio ha un proprio modo di evolvere, bisogna quindi conoscerne in dettaglio le modificazioni. Le frane e le alluvioni, come tutte le altre calamità naturali (terremoti, vulcani in particolare) rappresentano malattie proprie di ciascun territorio, in relazione alle relative caratteristiche geologiche, geomorfologiche e climatiche.   Per una conoscenza capillare del comportamento di un certo territorio, ecco allora la necessità di affidare tale compito ad un esperto “medico di questo organismo”. E il medico dell’Organismo Terra è proprio il geologo, capace di studiarne la storia evolutiva, il comportamento di fronte ad eventi critici di piovosità e di prevederne le reazioni. Ecco allora il concetto di geologo “condotto”, che vive con il territorio, sa prevederne il comportamento, come ad esempio cosa può accadere quando piovono 50 mm di pioggia, o 100, 200 e così via. Questo controllo capillare, costante, che consente di prevedere, è a mio modesto avviso il modo migliore per difendersi da queste malattie naturali. Si tratta di un controllo a basso costo; piccoli comuni potrebbero consorziarsi per dotarsi di questa figura professionale, cui potrebbe anche essere affidato il parere sulla fattibilità geologica degli interventi sul territorio stesso.

Esistono ormai le competenze, ci sono i progressi degli studi geologici applicativi, perché continuare a non tenerne conto a difesa della pubblica incolumità? E soprattutto non attribuiamo questi eventi al riscaldamento globale che è ormai di moda criminalizzare ad ogni occasione.

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Percezione, Media e senso critico

Posted by on 14:08 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 6 comments

Percezione, Media e senso critico

Dal sito web di Sergio Pinna, una breve ma significativa dimostrazione sull’assenza di una relazione dimostrabile tra le tendenze climatiche recenti e gli eventi estremi. L’esercizio è semplice, chi avesse accesso a dati simili ci farebbe cosa gradita contribuendo alla discussione.
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Invece di bere tutto quanto ci viene propinato dai media, impariamo a sviluppare un po’ di senso critico

Fra i dogmi più granitici della teoria del “clima impazzito” vi è senza dubbio quello della correlazione diretta, negli ultimi decenni, fra aumento delle temperature ed incremento degli eventi pluviometrici estremi, sia per frequenza sia per entità. Eppure non è certo molto difficile verificare la falsità di tale assunto; in questa breve nota ne do un esempio basato sui contenuti del bellissimo sito tedesco www.wetterzentrale.de, nel quale è presente un archivio dati con una sezione dedicata ad eventi meteorologici estremi in stazioni della Germania e dell’Olanda. Sono considerate le città di Karlsruhe nella prima e De Bilt nella seconda; si badi bene che questa è una verifica che richiede soltanto pochi minuti.

Anche senza analisi statistiche, un semplice esame qualitativo dei due grafici (direttamente ottenuti dal suddetto sito web) dimostra come non si sia determinata nel corso del tempo alcuna tendenza apprezzabile all’incremento della densità (frequenza degli eventi estremi) e dell’altezza (entità degli stessi) delle barrette. Se quanto asserito da vari esperti e ripetuto ossessivamente dai media fosse vero, in serie storiche così lunghe la cosa dovrebbe necessariamente risultare palese; il fatto che non appaia nulla ci dice che il dogma da granitico è derubricato ad argilloso ed anche con elevato contenuto di umidità . . . . . .

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Malaria, Global Warming e la Santa Ignoranza

Posted by on 06:00 in Ambiente, Attualità, Climatologia | 13 comments

Malaria, Global Warming e la Santa Ignoranza

Se l’Italia fosse un paese serio esigerebbe che chi fa il giornalista alla RAI avesse un minimo di conoscenza della nostra storia, quantomeno per evitare l’infortunio in cui è incorsa la giornalista del GR1 Tiziana Ribichesu la quale, parlando della triste vicenda della bimba trentina morta ieri di malaria a Brescia, ha affermato che “se il clima anche da noi diventa equatoriale, con tanto caldo e forte umidità, le zanzare anofele trovano condizioni molto favorevoli”.

Tale affermazione infatti trascura totalmente il fatto che l’Italia è paese soggetto alla malaria fin da epoche remote. Di malaria (il cui nome internazionale è guarda caso un termine italiano) soffrirono infatti gli etruschi e poi i romani e alla presenza di vaste aree malariche nei fondovalle si deve ad esempio il fatto che le nostre città erano spesso allocate su colli e montagne.

Nonostante i grandi sforzi volti  a contenere tale flagello (e al riguardo ricordiamo fra gli altri il contributo determinante del grande malarialogo Giovani Battista Grassi – https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Battista_Grassi) il problema si mantenne fino agli anni 50 del XX secolo allorché, in tempi evidentemente non sospetti di global warming, l’Italia vantava ancora una mortalità da malaria particolarmente elevata, specie in Sardegna e in vaste aree del meridione.

Nei secoli scorsi la mortalità da malaria era peraltro elevata anche nell’Europa del centro Nord. Al riguardo ricordo che a Londra nel 1658 (e dunque nella piccola era glaciale) muore di malaria contratta sul Tamigi Oliver Cromwell e che fino almeno al XIX secolo erano importanti aree malariche il circondario di Cambridge in Inghilterra e di Goteborg in Svezia (Reiter, 2000, 2005 e 2008). Ricordo anche le tremende epidemie di malaria che colpirono a  più riprese l’Unione Sovietica negli anni 20 del XX secolo con 10 milioni di casi l’anno e 600mila morti.

En passant rammento che l’anemia falciforme che ancor oggi colpisce molti nostri concittadini dev’essere letta come un’eredità genetica lasciataci dalla malaria.

Già, ma se non occorre conoscere la storia del nostro Paese e più i generale quella europea per diventare giornalista RAI cosa occorrerà mai allora? Forse l’asservimento all’ideologia dominate che vede nel global warming la causa di tutti i mali? Noi che grazie a Dio non abbiamo di questi problemi, possiamo permetterci di dire che negli anni 50 la malaria fu sconfitta grazie a un rimedio non “politicamente corretto” che si chiama DDT (Zanzare, malaria e DDT: note storiche su un caso di damnatio memoriae) e che da allora un elemento chiave sono le politiche sanitarie volte a limitare gli areali adatti alla presenza e alla moltiplicazione della zanzara anofele.

Ci auguriamo pertanto che la triste vicenda dalla bimba trentina non coincida more solito con ondate di stupidità collettiva orchestrata dai media ma viceversa consenta una volta tanto di ragionare sulle cause che hanno fatto sì che l’Italia, paese malarico fin da tempi remoti, sia da 70 anni quasi del tutto indenne da tale flagello.

Bibliografia

  • Gilioli G. e Mariani L.,  2001. Sensitivity of Anopheles gambiae population dynamics to meteo-hydrological variability: a mechanistic approach, Malaria Journal201110:294
  • Reiter P., 2000. From Shakespeare to Defoe: Malaria in England in the Little Ice Age [disponibile in rete al sito http://www.cdc.gov/Ncidod/eid/vol6no1/reiter.htm]
  • Reiter P., 2005. Memorandum to the UK parliament, https://publications.parliament.uk/pa/ld200506/ldselect/ldeconaf/12/12we21.htm
  • Reiter P., 2008. Global warming and malaria: knowing the horse before hitching the cart, Malaria Journal20087(Suppl 1):S3 (https://malariajournal.biomedcentral.com/articles/10.1186/1475-2875-7-S1-S3
  • Sallares R., 1999. Malattie e demografia nel Lazio e in Toscana nell’antichità, Demografia, sistemi agrari, regimi alimentari nel mondo antico, Atti del Convegno Internazionale di Studi (Parma, 17-19 ottobre 1997), a cura di Domenico Vera, EDIPUGLIA, 131-188.
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Il MOI (Mediterranean Oscillation Index)

Posted by on 06:30 in Attualità, Climatologia | 15 comments

Il MOI (Mediterranean Oscillation Index)

Riassunto: Viene descritto il MOI, indice di oscillazione mediterranea, nelle due versioni che riguardano la differenza normalizzata di pressione tra Algeri-Cairo e Gibilterrra-Israele. Entrambe confermano una dicotomia che divide in due il Mediterraneo, come verificato nella pendenza del livello del mare negli anni ’80 del secolo scorso. Si confrontano brevemente MOI e NAO e si mostra una somiglianza solo parziale tra i due indici.
Abstract: MOI, Mediterranean Oscillation Index, is described in its versions, i.e. Algiers-Cairo and Gibraltar-Israel sea-level pressure difference. Both confirm a separation between west and east regions of the Mediterranean Sea as the tide gauge slope in the 80’s has already shown. Also, MOI and NAO are compared and only a partial similar appearance is shown between those indices.

In un precedente post sulla identificabilità dello shift climatico degli anni ’80 del secolo scorso nei dati mareografici del Mediterraneo, un commento di Luigi Mariani aveva aperto la possibilità di usare l’Indice dell’Oscillazione Mediterranea (MOI) (Conte et al.,1989) per confermare una netta dicotomia tra le parti occidentale e orientale del Mediterraneo da lui evidenziata in base a ispezione visuale della variazione del livello marino negli anni ’80. Mariani aveva identificato la variazione come positiva, negativa o nulla e notato che tutte le stazioni mediterranee (23, a cui è stata aggiunta Bakar, Croazia) mostrano una pendenza positiva o nulla a occidente dell’Italia e negativa o nulla ad oriente. La mappa prodotta da Mariani è visibile nei commenti al post citato (il segno positivo per Algeri è sicuramente un refuso perché non sono disponibili dati di livello marino per questa stazione). In fig.1 riproduco la mappa di Mariani (con +,-,= che indicano i tre livelli di pendenza considerati).

Fig.1: Localizzazione geografica delle 24 stazioni con indicata la pendenza del livello marino negli anni ’80. Si noti che le stazioni del Mar Nero sembrano confermare la divisione osservata nel Mediterraneo. Nella mappa sono visibili 23 stazioni ma ci sono due stazioni per Alicante.

In questo post mi propongo di rappresentare l’Indice di Oscillazione Mediterranea (Mediterranean Oscillation Index o MOI) per tentare di capire le sue caratteristiche, anche considerando che non sono in grado di accedere al lavoro in cui l’indice viene definito (Conte et al., 1989), pubblicato in un volume dell’Accademia delle Scienze finlandese. Ho scritto all’Accademia chiedendone una copia e attendo fiducioso.

Il MOI è disponibile nel sito CRU (Climate Research Unit) in due versioni basate sulla differenza normalizzata di pressione a livello del mare (SLP) tra Algeri e Cairo (MOI1) e tra Gibilterra e Israele (MOI2). I dati giornalieri attualmente disponibili vanno dal 1.1.1948 al 31.12.2016 e sono costituiti da 25203 linee per ogni serie. Per entrambe le serie ho calcolato le medie mensili che mostro, insieme ad un filtro passa-basso di base 13 mesi, nelle figg. 2 (pdf) e 3 (pdf).

Fig.2: Medie mensili di MOI1 (grigio chiaro). La linea rossa è un filtro passa-basso con finestra pari a 13 mesi che approsimativamente rappresenta l’andamento annuale dell’indice.

Fig.3: Medie mensili di MOI2 (grigio chiaro). La linea rossa è un filtro passa-basso con finestra pari a 13 mesi che approsimativamente rappresenta l’andamento annuale dell’indice.

In fig 4 (pdf) viene mostrato il confronto diretto tra le serie filtrate

Fig.4: Confronto diretto tra le serie MOI1 e MOI2 filtrate su 13 mesi. Nel grafico sono anche riportati i valori medi e la rispettiva deviazione standard. L’errore relativo è superiore al 100% per MOI1 ed è circa il 90% per MOI2. MOI1 presenta massimi positivi per 13 volte e MOI2 per 11 volte in 68 anni.

Come si vede dalle ultime tre figure, il valore medio dell’indice è negativo, indicando così che la pressione delle stazioni orientali (Cairo e Israele, aeroporto Lod) è maggiore di quelle occidentali. La fig.1 mostra quindi che le zone a pressione inferiore hanno livelli marini che negli anni ’80 sono cambiati in senso positivo (sono cresciuti) mentre il contrario è successo per le areee con pressione inferiore. Dalla stessa figura si nota anche che, malgrado la mancanza di dati mareografici in loco, l’Italia sembra essere il “separatore” tra le zone a pendenza positiva e negativa del livello marino almeno negli anni ’80 e, si potrebbe pensare, tra le zone di maggiore e minore SLP. Quest’ultima affermazione mi sembra debole in quanto se è possibile immaginare differenze di pressione atmosferica al di quà e al di là dell’Italia causata dalla presenza della catena appenninica, il MOI dipende debolmente da catene montuose (Sicilia meridionale, forse qualche rilievo del sud della Grecia per MOI2; la catena dell’Atlante per MOI1); la debolezza della dipendenza (se una dipendenza esiste davvero) è sottolineata anche dalla notevole somiglianza tra i due MOI che non permette di immaginare cause diverse per le due serie.

Senza voler sottolineare con troppa enfasi il fatto, dalla fig.4 si vede che il maggior picco positivo (e negativo) per MOI2 e uno dei maggiori per MOI1 si ha in corrispondenza di una fluttuazione triennale, tra il 1987 e il 1989, che separa una crescita circa decennale dei MOI da una loro decrescita di pari estensione temporale. Immaginare una fase di aumento negli anni ’80 (in corrispondenza dello shift climatico), seguita da una fase di diminuzione negli anni ’90 è facile anche se si osservano altri periodi di cambiamento di pendenza (ad esempio quello che termina con il minimo relativo del 1978).

In fig 5 (pdf) viene mostrato lo spettro MEM dei dati filtrati (circa annuali) delle due serie che ancora mostrano notevoli somiglianze, insieme a qualche diversità.

Fig.5: Confronto tra gli spettri MEM (Massima Entropia) dei due MOI: accanto a molte similitudini, il massimo di periodo 1.2 anni è presente solo per MOI1, come si vede anche negli spettri singoli nel sito di supporto.

Il massimo spettrale di periodo 3.4 anni, il più potente per MOI1 e il secondo per MOI2 ricorda i simili massimi di El Niño (3.5-3.6 anni) identificati nelle diverse regioni del Pacifico in questo post, fig.5, su CM. Anche il massimo principale di MOI2 a 1.2 anni è simile al massimo di 1.5 anni di El Niño.

Legame tra MOI e NAO
Generalmente si considera esistente un legame tra MOI e NAO (North Atlantic Oscillation), mentre in Lionello et al, 2006 (in particolare nell’introduzione al volume) la relazione tra i due indici viene considerata debole, con ENSO a fare la parte del leone tra le numerose teleconnessioni individuabili, ad esempio quella tra Mediterranneo occidentale e Sahel. In particolare, nella sua debolezza, viene considerata più importante la serie invernale di NAO (DJFM).
Per verificare la presenza o meno di tale relazione mostro in fig.6 (pdf) le serie MOI1 (scalata arbitrariamente) e NAO DJFM e i rispettivi spettri MEM.

Fig.6: Confronto tra MOI1 e NAO invernale. Da notare che mentre per NAO si tratta delle medie annuali, per MOI1 si utilizzano i dati filtrati a 13 mesi, simili ma non uguali alle medie annuali. NAO è disegnata in arancio nel quadro superiore e in verde in quello inferiore. La serie NAO si trova in http://www.cru.uea.ac.uk/cru/data/nao/nao.dat e si usa con l’aggiornamento di Osborne fino ad aprile 2017. La parte invernale della serie è stata ricavata da FZ.

Il confronto tra le due serie appare buono a partire dal 1980 e genericamente non buono prima di questa data, a parte alcuni brevi tratti. Gli spettri non sembrano in accordo: forse solo i massimi a ~5 e ~11 anni mostrano una coincidenza, mentre quello a 5.7 anni % molto più debole in NAO. In particolare i più potenti massimi di MOI1 non coincidono con quelli di NAO. Lo stesso confronto per MOI2 è disponibile nel sito di supporto.

Conclusioni
L’indice di oscillazione mediterranea MOI mostra una differenza media di pressione quasi costante nel tempo, dal 1948 al 2016 e quindi una dicotomia pressoria tra le due parti del Mediterraneo che si possono supporre separate dal Canale di Sicilia (v. anche Diodato e Bellocchi, 2010). La pendenza delle variazioni del livello marino nel Mediterraneo durante gli anni ’80 del secolo scorso sembra confermare questa differenza est-ovest. Le due serie del MOI disponibili presentano una notevole somiglianza e fanno supporre una causa comune per la variazioni di SLP sia della parte meridionale (Algeri-Cairo) che della parte centrale del Mediterraneo (Gibilterra-Israele). La relazione con NAO invernale non appare particolarmente significativa, anche se si possono individuare alcune somiglianze nella parte più recente di entrambe le serie.

Tutti i grafici e i dati, iniziali e derivati, relativi a questo post si trovano nel sito di supporto qui.

Bibliografia

 

  • Conte, M., Giuffrida, A. and Tedesco, S., 1989: The Mediterranean Oscillation. Impact on precipitation and hydrology in Italy Climate Water., Publications of the Academy of Finland, Helsinki
  • Diodato N., Bellocchi G., 2010: Storminess and Environmental Changes in the Mediterranean Central Area , Earth Interactions, 14, 1-16.doi:10.1175/2010EI306.1
  • P. Lionello, P. Malanotte-Rizzoli, R. Boscolo (eds), 2006. Mediterranean Climate Variability, Elsevier, Amsterdam. Per un’introduzione al clima del Mediterraneo vedere ad es. Lionello et al., The Mediterranean Climate: An overview of the main characteristics and issues, pagg. 1-26. Il volume è parzialmente disponibile su Google books cercando la prima bibliografia (Conte et al.,1989).

 

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Spiegazioni (parziali) sotto al naso

Posted by on 06:00 in Attualità, Climatologia, Meteorologia | 4 comments

Spiegazioni (parziali) sotto al naso

Premessa: una correlazione NON è un rapporto di causalità, ma rappresenta certamente un buon indizio o, se credete, un interessante spunto di ricerca.

Su WUWT è apparso ieri un breve lavoro di confronto tra l’andamento dell’indice AMO (Atlantic Multidecadal Oscillation), che regola le oscillazioni multidecadali delle temperature superficiali del bacino sovraimposto, eventualmente a trend di più lungo periodo, con l’andamento dell’indice ACE (Accumlated Cycloine Energy) con cui si misura nel tempo l’energia sprigionata dagli uragani.

https://wattsupwiththat.files.wordpress.com/2017/09/clip_image0081.jpg?w=838

La correlazione è piuttosto solida, cosa che non stupisce dal momento che la temperatura superficiale è uno (non l’unico certamente) degli ingredienti della ricetta degli uragani, se non per il loro incipit, certamente per le fasi di intensificazione e sostentamento.

Il problema è che le origini delle oscillazioni riassunte dall’indice AMO non sono note, né attualmente queste variazioni possono essere efficacemente riprodotte con l’approccio modellistico.

Se si tiene conto della persistenza nel tempo delle oscillazioni dell’AMO, ne deriva che qualsiasi altra speculazione che con molta fretta cerca di attribuire le dinamiche recenti di questi eventi ai cambiamenti climatici è quantomeno miope.

Forse concentrando gli sforzi su quanto è già noto, si otterrebbero risultati migliori di quanto non accada ipotizzando una generica dipendenza di questi eventi da non meglio specificate derive incontrollate del clima.Il tutto alla luce del fatto che queste ipotesi negli ultimi anni hanno miseramente fallito il bersaglio, prevedendo tempeste sempre più numerose e intense che non sono mai arrivate (qui, sempre su WUWT).

Da tenere a mente, specie quando tra qualche giorno un altro uragano – Irma – avrà completato l’attraversamento dell’Atlantico e sarà sui Caraibi.

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Deformazioni Professionali

Posted by on 05:59 in Ambiente, Attualità | 32 comments

Deformazioni Professionali

Nonostante la mia ferma intenzione di tenermi a distanza da certi articoli di giornale, capita talvolta che qualche attento lettore del Blog mi faccia recedere dal nobile proposito segnalando una perla giornalistica di particolare rilievo. Talvolta ne nasce un articolo, come in questo caso.

Come già accaduto in passato, è la Stampa a deliziarci con una doppietta di articoli pubblicati in un fazzoletto di ore tra il 25 e il 26 Agosto scorsi. Il primo è un pezzo, oserei dire… di cronaca. Il secondo è l’editoriale di Luca Mercalli che usa il primo articolo come assist per delle considerazioni climatiche. Per la serie: le disgrazie non vengono mai sole.

Primo goal

Il primo articolo si intitola: “Cambia il clima, la petroliera russa conquista la rotta artica senza rompighiaccio”. Sottotitolo: “Il riscaldamento globale riduce la massa di acqua congelata. Si apre così la tratta dalla Norvegia a Oriente. Putin esulta”.

Nonostante il titolo dell’articolo sia del tutto fuorviante, la vera notizia è il varo di un gioiello tecnologico della marina mercantile: la nave gasiera Christophe De Margerie che trasporterà gas liquefatto dalla penisola russa di Yamal, sul Mare di Kara, fino ai terminali asiatici attraverso cosiddetto “Passaggio a Nord”: la rotta che consente di raggiungere il Pacifico transitando attraverso l’Artico. È la prima di una serie di 15 navi simili che verranno prodotte per agevolare il trasporto delle enormi riserve di gas siberiano superando l’ostacolo rappresentato dai ghiacci artici. Ghiacci che non sono affatto scomparsi, ma che cessano di essere un ostacolo insuperabile nel momento in cui la nave gasiera diventa anche un rompighiaccio. Perché la De Margerie è proprio questo: un rompighiaccio con capacità di trasporto di gas liquefatto.

Un messaggio apparentemente semplice, quello del progresso tecnologico nell’industria navale, inserito nel contesto più generale della corsa allo sviluppo delle risorse minerarie russe, diventa in questo articolo qualcosa di assolutamente deformato. A partire dal titolo, che sembra suggerire che Putin esulti perché il global warming gli consente di mandare a spasso petroliere a imbrattare le candide pellicce degli orsi polari. Un titolo quasi  tragicomico nella collezione impressionante di inesattezze concentrate in sole 12 parole:

  • Si parla di petroliera, quando invece la nave in questione è una gasiera che trasporta metano allo stato liquido: completamente diversa da una petroliera, in tutto. Persino nelle implicazioni ambientali (una fuga di gas liquefatto è ben diversa da uno sversamento di petrolio in mare).
  • Si cita un presunto cambiamento climatico che non si capisce cosa c’entri con il varo di un rompighiaccio.
  • Ci si sorprende che un rompighiaccio non si faccia scortare a sua volta da un’altra nave rompighiaccio. A che scopo? Per fare un trenino di rompighiaccio?

Il sottotitolo dello stesso articolo completa l’opera:

  • Non si capisce in cosa consista la conquista della “rotta artica”, a meno che non si ritenga che il transito di un rompighiaccio sull’Artico in estate rappresenti un evento epocale in sè. Forse i rompighiaccio sono concepiti per navigare in acque tropicali?
  • Se il “pericoloso scioglimento” dei ghiacci fosse realmente nei termini in cui viene descritto, che bisogno ci sarebbe di un rompighiaccio per navigare in Artico d’estate? Non basterebbe forse un carrier convenzionale, magari scortato solo per qualche decina di miglia secondo necessità? Mandiamo i russi a ripetizioni di ingegneria navale alla redazione della Stampa?
  • O piuttosto mandiamo la redazione della Stampa a ripetizione di climatologia, per scoprire che il tratto di mare in questione è completamente libero dai ghiacci solo per poche settimane all’anno (per la cronaca, si è aperto solo pochi giorni fa) e senza un rompighiaccio si farebbe ancora oggi la fine di Shackleton e della sua Endurance?

Eppure non è che gli spunti di interesse mancassero, in una notizia del genere: tecnologia, dominio dei mari, geopolitica, risorse energetiche… Per non dire del nome stesso della nave, intitolata al carismatico ex-direttore generale della Total (membro del consorzio internazionale che sviluppa il mega-giacimento di Yamal), considerato molto vicino al presidente russo e scomparso nell’ottobre del 2014 a seguito di un incredibile incidente all’aeroporto di Mosca, quando uno spazzaneve impazzito decise di buttarsi nel mezzo della pista di decollo proprio mentre transitava l’aereo del top manager.

..E raddoppio

E siccome un articolo del genere evidentemente non bastava, arriva subito dopo l’editoriale di Mercalli a mettere quello che gli inglesi chiamerebbero “l’ultimo chiodo nella bara”: La banchisa mai così fragile e sottile, recita il titolo con toni vagamente patetici. Titolo inesatto nella sua essenza stessa, visto che come spiega lo stesso Mercalli, l’evoluzione dei ghiacci artici si segue accuratamente solo dal 1979 per mezzo dei dati satellitari. E ci sono fondati sospetti che l’Artico abbia già conosciuto epoche in cui i ghiacci si scioglievano completamente d’estate: come nell’Olocene, in corrispondenza, guarda caso, di un massimo di attività solare (io indagherei sulle emissioni di CO2 di qualche civiltà aliena, se è vero come dice l’odierna scienza climatica “settled” che la forzante antropica è dominante).

L’articolo, come in altre occasioni, comincia bene (il decremento dell’estensione e del volume dei ghiacci artici negli ultimi decenni è un fatto incontrovertibile) ma deraglia successivamente in una serie di affermazioni a dir poco opinabili. Tra le quali:

  • Lo spessore dei ghiacci non supera i due metri (è una fake news: li supera diffusamente, come evidenziato nella carta in Fig. 1).
  • La diminuzione del ghiaccio ha effetti negativi sugli orsi polari (che invece a quanto pare se la passano benissimo, come sta sperimentando anche Shackleton 2.0).
  • Solito riferimento al noto feedback positivo dovuto all’assorbimento di calore da parte dell’oceano, più scuro. Ma nulla si racconta, invece, sulla miriade di possibili feedback negativi che stanno rallentando lo scioglimento dei ghiacci negli ultimi anni rispetto alle previsioni più catastrofiche.
  • Incremento dei fenomeni estremi conseguente allo scioglimento della banchisa (indimostrabile, anzi, irragionevole alla luce della diminuzione del gradiente termico e dell’instabilità baroclina che di quel gradiente è espressione, nonché causa concorrente alla genesi di fenomeni intensi).
  • Quanto alla “scomparsa dell’impianto di raffrescamento del Pianeta, mi sfugge come mai la massa glaciale enormemente più estesa dell’Antartide e quella groenlandese, entrambe stabili quando non addirittura in aumento, diventino trascurabili rispetto alla riduzione della banchisa artica.

Spessore dei ghiacci artici al 29 Settembre 2017. In arancione le aree con spessore superiore ai 2 metri. Fonte: www.ocean.dmi.dk

 

Gran finale

Il finale, come nelle opere migliori, è la ciliegina sulla torta: “…e che una petroliera possa navigare più facilmente da un Continente all’altro non è una consolazione: il suo contenuto non farà altro che alimentare il riscaldamento globale”.

A parte il fatto che lo Yamal è in Asia, e quindi il continente di destinazione attraverso il “Passaggio a Nord” è il medesimo, resta il fatto che vedere nella nave gasiera in questione un mero vettore di effetto serra lascia francamente senza parole. È come se guardando il Golden Gate si sostenesse che quel ponte è servito solo ad ammazzare 11 operai, e non ad agevolare la mobilità di un miliardo e mezzo di persone.

Poco importa, se anche grazie a gioielli della tecnologia come la De Margerie, possiamo soddisfare la sete di energia del Pianeta: la stessa energia grazie alla quale si scrivono, si pubblicano e si leggono articoli come quelli che commentiamo oggi. Energia che alla luce del risultato poteva anche essere risparmiata, con indubbio beneficio delle emissioni globali.

Quello che rimane dalla lettura di questi articoli è uno spiacevole senso di distorsione, di deformazione della notizia in chiave climatico-catastrofista a tutto danno della qualità dell’informazione stessa. Una forma di deformazione professionale, laddove la professione del Catastrofista Climatico, con le tonnellate di “confirmation bias” che si porta dietro, riesce più o meno inconsapevolmente e in buona fede a trasformare una notizia, qualsiasi notizia, in una sentenza di morte (per caldo) per l’intero genere umano.

PS: per chi fosse interessato agli aspetti più propriamente tecnici della De Margerie, allego un link ad un articolo tra i pochi online in cui si parla della prima gasiera rompighiaccio della storia senza avventurarsi in digressioni salvamondiste più o meno ridicole. Uno dei tanti esempi di come internet ancora consenta, a chi vuole farlo, di informarsi per il piacere di imparare cose nuove, e non solo per essere confermato nella religione giusta.

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