Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

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Più volte nel corso degli ultimi anni sono state sondate le posizioni delle persone rispetto al Global Warming di origine antropica. In particolar modo vengono tenute sotto controllo le opinioni del popolo americano. Oggi abbiamo la possibilità di fare un punto della situazione grazie ad un interessante pannello informativo che riepiloga le opinioni espresse dai cittadini americani. Il pannello è un cosiddetto Infographic, ovvero dati numerici espressi e semplificati tramite una rappresentazione grafico-pittorica.

Per oggi, e solo per oggi, prenderò per buone le fonti a cui l’autore di questo pannello ha attinto.

Il pannello grafico lo trovate qui.

Innanzitutto andiamo a vedere quanti americani credano o meno nell’AGW: nel 2006 era ben il 65% di loro. Il restante 35% si divideva tra incerti e chi invece era convinto che non esistesse. Oggi, è il 53% a credere nell’AGW, mentre gli incerti e chi non crede sono aumentati (in proporzione, di più gli incerti). Altro dato interessante è l’opinione sull’inizio dell’AGW. A fasi alterne il 50-60 % degli intervistati (negli ultimi 10 anni) crede che sia già iniziato. Attualmente si attestano a circa il 50%. Sono invece in forte crescita coloro i quali credono che l’AGW non avrà mai inizio, o comunque non durante le nostre vite.

Circa l’informazione, invece, quali sono le opinioni? Sono in aumento, e sono attestati intorno al 50%, le persone che credono che i media distorcano in modo sensibile le informazioni in ambito climatico. La restante metà, comunque in diminuzione, è divisa tra chi ritiene l’informazione equilibrata e chi la ritiene, addirittura, poco schierata.

La tematica del clima è importante? Sì, estremamente importante, per il 14% degli americani. Molto importante per il 32% e abbastanza per il 30%: per il restante 24% non è un argomento importante. Le azioni intraprese dal governo americano per mitigare il riscaldamento globale, che tipo di effetti potrebbero avere?  Creerà più posti di lavoro? Lo pensa il 50% degli americani. Danneggerà l’economia? Lo pensa il 56% degli americani. Dati alquanto contrastanti, che mettono in evidenza un certo strabismo nelle valutazioni complessive degli effetti delle politiche di mitigazione. Probabilmente vi è la speranza che la green-economy possa attivare nuovi cicli industriali, parimenti però vi è la consapevolezza che questo tipo di industria possa avviarsi a discapito dei restanti comparti industriali.

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Siamo ormai tutti abituati alla fisiologica diffusione virale delle notizie, chi non se ne fosse accorto e puntualmente fa la predica per il tam-tam mediatico, sarebbe ora che si svegliasse e guardasse il calendario: 2010. Tuttavia, devo ammetterlo, questa volta sono rimasto piuttosto stupito anche io quando, andando a leggere il Telegraph, ho trovato nel giro di poche ore un fuoco di fila, davvero serrato, sul caso IAC (Inter Academy Council), IPCC e Pachauri. Bontà loro che se lo possono permettere.

Guardate un po’ qui:

28 agosto:

UN climate change panel to be warned over reports

30 agosto

Climate change predictions must be based on evidence, report on IPCC says

Rajendra Pachauri: profile of IPCC chairman

IPCC report: the errors that raised questions about UN panel

IPCC told to stop lobbying and restrict role to explaining climate science

Flawed science

31 agosto:

IPCC ‘must avoid playing politics’

IPCC report raises fresh questions over Dr Rajendra Pachauri’s leadership

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Era da qualche tempo che James Hansen non ci allietava più con le sue filippiche sul global warming antropico. Caso vuole che mi sia capitata tra le mani l’esegesi del suo ultimo libro (nonchè il primo), intitolato: “Storms of My Grandchildren: The Truth About the Coming Climate Catastrophe and Our Last Chance to Save Humanity”. Avete già capito tutto, vero? Lo ammetto, il libro è uscito a dicembre del 2009, ma siamo ad agosto, voi siete sicuramente in vacanza e tutto sommato vale la pena leggerne alcuni interessanti passaggi.

Il fatto che in questo libro venga enunciata l’ultima possibilità per salvare il genere umano, mi spinge a consigliarvene l’acquisto, di cuore. Ecco l’incipit:

The startling conclusion is that continued exploitation of all fossil fuels on Earth threatens not only the other millions of species on the planet but also the survival of humanity itself—and the timetable is shorter than we thought (…)

In italiano, leggiamo: la conclusione è che il continuo utilizzo di tutti i combustibili fossili presenti sulla Terra minaccia non solo milioni di altre specie sul pianeta, ma anche la sopravvivenza dell’umanità stessa, e il tempo è più breve di quanto si pensi.

Un buon inizio, non c’è che dire. Hansen, che è uno scienziato, fornisce anche un fondamento scientifico all’affermazione precedente:

During the past few years, however, it has become clear that 387 ppm (CO2) is already in the dangerous range. It’s crucial that we immediately recognize the need to reduce atmospheric carbon dioxide to at most 350 ppm in order to avoid disasters for coming generations

In poche parole, solo recentemente abbiamo capito in modo indubitabile che 387 ppm di CO2 sono già nel range pericoloso. Di conseguenza dobbiamo immediatamente tornare ad almeno 350 ppm, per evitare il disastro per le future generazioni.

Come fare ce lo spiega subito, e per chi segue l’Hansen-pensiero non è una novità: immediata decarbonizzazione del globo terracqueo, con la tecnica del fee-and-dividend (una sorta di carbon tax, dove però il 100% degli introiti viene obbligatoriamente ridistribuito tra i cittadini). I sostituti del petrolio, secondo Hansen, sono il solare e l’eolico. Dal momento che la domanda di petrolio per la trazione privata è sostanzialmente inelastica, ve l’immaginate che razza di tassazione dovrà essere imposta per decarbonizzare le nostre auto?

Le sue parole:

Our goal is a global phaseout of fossil fuel carbon dioxide emissions (…)

E poi, sarebbe per me oltremodo utile che intervenisse un geologo o un paleoclimatologo e mi spiegasse come mai agli attuali livelli di CO2 si prospetta l’Armageddon, quando in passato a livelli n-volte superiori scorrazzavano bestie alte 3 piani, felici e pasciute. Questo rimane e, probabilmente rimarrà, un mistero, per me sia chiaro. Capisco che i catastrofisti abbiano ben chiara tutta la faccenda.

Attenti al climax, però:

The above scenario —with a devastated, sweltering Earth purged of life—may read like far-fetched science fiction. Yet its central hypothesis is a tragic certainty—continued unfettered burning of all fossil fuels will cause the climate system to pass tipping points such that we hand our children and grandchildren a dynamic situation that is out of control

Attenzione, dice Hansen, lo scenario che si prospetta – ovvero una Terra devastata, soffocata dal caldo e purgata da ogni organismo vivente (parole sue, sia chiaro) – potrebbe sembrarci fantascienza. Ma no, no e poi no. L’ipotesi centrale su cui si fonda quello scenario è una tragica certezza. Lasceremo ai nostri figli e ai nostri nipoti una situazione dinamicamente fuori controllo.

Ora, sappiamo tutti su CM che la Terra è un sistema dinamico complesso, da sempre, addirittura da prima che stampassero il libro di Hansen. Come è possibile, mi chiedo, pensare anche solo per un attimo che la Terra possa essere un sistema dinamico complesso sotto il nostro controllo? E’ un nonsense fisico e matematico. E invece no, l’uomo onnipotente può decidere quale livello di energia complessivo fornire al sistema e, addirittura, renderlo stabile e in equilibrio (almeno fino alla nascita dei nostri nipoti, poi se la vedano loro).

Qualcuno sostiene che Hansen non sia più uno scienziato, bensì un politico. Io pensavo ad altro, in realtà. Bisogna rendergliene atto, è comunque una mente libera: per sua stessa ammissione, infatti, ha sostenuto le candidature di Gore e Lieberman nel 2000, nel 2008 ha provato addirittura entusiasmo per McCain ad un certo punto della sua campagna elettorale, e si è commosso per l’elezione di Obama.

Il problema di chi urla alla catastrofe è che, non verificandosi nulla di così devastante, è costretto ad alzare sempre di più la voce. E il buon senso ci dice che, a forza di alzare la voce: 1) nessuno più ci ascolta; 2) prima o poi ne spariamo una grossa, ma grossa davvero. Purtroppo ad Hansen sta capitando di attraversare entrambe le fasi, ed è un peccato, perchè è probabilmente il più grande climatologo di tutti i tempi (citazione da verificare).

Concludo, riportando quanto Al Gore dice del libro di Hansen:

The title refers to his growing concerns about the world his grandchildren may inhabit if we do not do all in our power to address man-made pollution to the atmosphere

Ovvero, il titolo si riferisce alle crescenti preoccupazioni di Hansen circa il mondo in cui vivranno i suoi nipoti se noi non riusciremo a fare tutto ciò che è in nostro potere per ridurre l’inquinamento antropico dell’atmosfera.

Alt, fermi tutti!

Ha detto inquinamento?

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Non saprei in quale altro modo definire il tira e molla, a botta di peer review, tra IPCC e comunità scientifica. Alcune perle di raro sconcerto le abbiamo già viste negli ultimi mesi (i ghiacciai himalayani sono solo gli ultimi). Da tempo, inoltre, circola la voce che anche le previsioni sulla foresta amazzonica siano state in qualche modo esagerate, manipolate o vedete voi qual è il verbo che più vi piace.

Ne abbiamo già parlato anche su CM, oggi però vorrei semplicemente lasciarvi con questo laconico messaggio stampa1 , da parte dell’associazione ambientalista che aveva commissionato lo studio sulla foresta amazzonica:

(WWF) says it cannot be held responsible for how the UN climate change group used its data

In altre parole, il WWF non può essere considerato responsabile per come l’ONU, o meglio l’IPCC, abbia utilizzato i suoi dati.

La frase incriminata secondo il WWF:

Probably 30 to 40% of the forests of the Brazilian Amazon are sensitive to small reductions in the amount of rainfall

Probabilmente tra il 30 e il 40% della foresta amazzonica brasiliana è sensibile a piccole riduzioni nel quantitativo di precipitazione.

La frase secondo l’IPCC?

Up to 40% of the Amazonian forests could react drastically to even a slight reduction in precipitation

Fino al 40% delle foreste del bacino amazzonico potrebbero reagire drasticamente anche ad una lieve riduzione delle precipitazioni. Ah, non c’è differenza?

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  1. fonte: Brian Lilley, Toronto Sun []

Finalmente, per gli americani, è uscito il tanto atteso studio di fattibilità sull’American Power Act (APA) di Kerry e Lieberman. I risultati sono quantomeno sconcertanti. In buona sostanza direi che potrebbero stravolgere completamente le nostre idee e da domani trasformarci tutti quanti nei più verdi sostenitori del Climate Bill.

Lo studio della EPA, sull’APA (gioco di parole sicuramente voluto), ci dice che con la modesta cifra di 146$ per famiglia, da qui al 2050, potremo (potranno) ridurre le emissioni americane e sconfiggere il Global Warming antropico, se non altro nella componente a stelle e strisce. I sostenitori del Climate Bill ce lo dicono senza mezzi termini: una modesta cifra per evitare la catastrofe. Prima erano 99 mesi per salvare il mondo, ora sono 146$ per evitare la catastrofe. Lo studio di fattibilità ha concluso che il Power Act risulti essere pienamente sostenibile per la (zoppicante) economia americana, più che altro per i (malandati) bilanci familiari americani.

Alla efficace domanda: “Salveresti il mondo per 146$ (all’anno)?”, voi cosa rispondereste? Soprattutto se addirittura vi facessero i seguenti paragoni, 146$ l’anno equivalgono a1:

  • 2 SMS al giorno;
  • 24 confezioni di Coca-Cola al mese;
  • consumo medio di carta igienica annuale di una famiglia;
  • un film al mese al cinema (più pop-corn).

Chiaramente l’altra campana, quella un po’ più scettica, composta anche da economisti e non solo da blogger (…), sostiene che la stima sia sottostimata e che nasconda una serie di costi che si espliciteranno nei prossimi anni, facendo lievitare enormemente quei 146$. In fondo si sa, come per i preventivi per la ristrutturazione delle nostre case, ogni conto finale è destinato ad aumentare. Sarà anche questo il caso? Per quanto riguarda i dettagli tecnici su carbon tax e cap and trade, vi rimando ai numerosi articoli già pubblicati su CM.

Nel frattempo, voi paghereste 146$ all’anno per salvare il mondo (in Europa, e in Italia probabilmente ne stiamo già pagando anche di più)?

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  1. http://www.grist.org/article/2010-06-16-climate-bill-cost-you-up-to-146-extra-a-year-what-does-that-mean/ []

Parte da oggi una piccola rubrica, che cercherò di tenere con cadenza settimanale, sui principali peer review in ambito economico ambientale. Devo ringraziare i numerosi lettori, principalmente studenti di economia, che mi scrivono quotidianamente, per avermi suggerito questa idea. E’ quindi a loro, ma non solo (!), che dedico questo piccolo spazio di CM.

Sicuramente la lettura di uno studio è un qualcosa che richiede conoscenze di un certo tipo, se poi parliamo di argomenti economici aggiungiamoci pure la noia (!). Tuttavia sono certo che anche al lettore più frettoloso, potrà tornare utile scoprire in quale direzione si stiano muovendo gli studi e le ricerche in ambito enviro-eco.

Di volta in volta vi proporrò gli abstract (in inglese, purtroppo il tempo è tiranno e non posso permettermi di tradurre tutto quanto), i link e in casi particolarmente interessanti, anche qualche commento di fondo.

Nella speranza che questo possa diventare per me, e per voi, un appuntamento abituale, vi lascio ai primi studi già revisionati in sede paritaria.

Soft and Hard Price Collars in a Cap-and-Trade System

Harrison Fell, Dallas Burtraw, Richard Morgenstern, Karen Palmer, and Louis Preonas

Abstract
We use a stochastic dynamic framework to compare price collars (price ceilings and floors) in a cap-and-trade system. Sources of  uncertainty include shocks to baseline emissions, affecting corresponding abatement costs, and shocks to the supply of offsets. We consider a continuum between soft collars, which have a limited volume of additional emission allowances (a reserve) available at the price ceiling, and hard collars, which provide an unlimited supply of additional allowances, thereby preventing allowance prices from exceeding the price ceiling. For all cases considered, we set the price floors and ceiling such that the expected cumulative emissions net of offsets are equal to the cumulative allowances. Consequently, increasing the size of the allowance reserve requires higher price ceilings and floors, and a lower probability of reaching the ceiling. Across most parameter values examined, we find that increasing the size of the allowance reserve leads to lower expected net present values of compliance costs, although the differences are not large. However, when offset supply shocks are highly persistent and exhibit strong (negative) correlation with baseline emission shocks, hard collars deliver noticeably lower expected costs, though with a wider range of emission outcomes than the soft collars.

[Link]

The effects of domestic climate change measures on international competitiveness

Hiau Looi Kee, Homg Ma, Muthukumara Mani

Summary
Under the Kyoto Protocol, industrialized countries (called Annex I countries) have to reduce their combined emissions to 5 percent below 1990 levels in the first commitment period of 2008-12. Efforts to reduce emissions to meet Kyoto targets and beyond have raised issues of competitiveness in countries that are implementing these policies, as well as fear of leakage of carbon-intensive industries to non-implementing countries. This has also led to proposals for tariff or border tax adjustments to offset any adverse impact of capping carbon dioxide emissions. This paper examines the implications of climate change policies such as carbon tax and energy efficiency standards on competitiveness across industries, as well as issues related to leakage, if any, of carbon-intensive industries to developing countries. Although competitiveness issues have been much debated in the context of carbon taxation policies, the study finds no evidence that the energy intensive industries? competitiveness is affected by carbon taxes. In fact, the analysis suggests that exports of most energy-intensive industries increase when a carbon tax is imposed by the exporting countries, or by both importing and exporting countries. This finding gives credence to the initial assumption that recycling the taxes back to the energy-intensive industries by means of subsidies and exemptions may be overcompensating for the disadvantage to those industries. There is, however, no conclusive evidence that supports relocation (leakage) of carbon-intensive industries to developing countries due to stringent climate change policies.

[Link]

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Questione eternamente dibattuta, terreno fertile per messaggi di lacerante efficacia nei confronti del pubblico sentire, la questione Orsi Polari sì, Orsi Polari no, accompagna da sempre il dibattito sul clima che cambia e sul mondo che va arrosto. Come stanno? Si nutrono? Nuotano? Sopravvivono? Forse non se la passano poi così male, visto che il loro numero è sensibilmente aumentato nelle ultime decadi, ma forse non è così, dato che vengono citati ogni volta che si parla di Global Warming. E’ giusto quindi lasciare che a dirci come stanno le cose siano quelli che li studiano da vicino. Magari, appunto, da qualche decade.

Esiste un’associazione scientifica che si chiama Polar Bear Specialist Group (PBSG) che riunisce parecchi esperti del settore, tra cui anche tal Mitchell Taylor che sembra essere uno dei più noti ricercatori della materia. Ospite fisso di tutte le kermesse in materia di plantigradi polari, una sessantina di pubblicazioni al suo attivo, Taylor insomma sembra sia l’uomo con cui parlare se si vuol sapere qualcosa sull’argomento.

Il gruppo si riunisce annualmente per fare un pò di somme e, tra lo sconcerto di molti, compreso l’interessato, quest’anno si è deciso di fare a meno del contributo del buon Taylor. E’ andato in pensione? No, risulta che abbia ancora un paio di contratti in corso e qualche docenza qua e là. E’ improvvisamente impazzito e si è messo a dar la caccia ai suoi protetti con la carabina? Non risulta nemmeno questo. Allora cosa può aver fatto sì che fosse allontanato e sostituito con tre baldi giovani alle prime armi nell’elenco dei relatori del congresso?

Semplice, si è messo a dire in giro che non crede all’AGW. La classica buccia di banana (qui uno dei suoi interventi ma il web ne è pieno). In effetti, sul sito del gruppo ci sono un sacco di esaltazioni e peana della teoria del riscaldamento globale di origine antropica. Sembra proprio che questa compagine di biologi si sia fatta -perchè no- una cultura in fisica dell’atmosfera, clima e affini, perchè altrimenti sarebbe difficile dar credito a tanto impegno. Invece pare di no, nelle parole del chairman del gruppo, ci si fida ciecamente di quanto dice al riguardo la scienza ufficiale, quella dell’IPCC. Giusto? Forse sì, non si può pretendere l’onniscienza da nessuno. Però, quando si fanno comunicati stampa, quando si abbracciano certe teorie e soprattutto quando si usano queste teorie ricercandone le implicazioni nel proprio settore, forse ci si dovrebbe documentare un po’ di più. Specie se si è un’organizzazione scientifica.

Appare curioso che si affermi di non aver neanche affrontato i temi del Global Warming nei propri meeting e poi si legga nelle dichiarazioni di fine lavori: “Il PBSG riconosce le conclusioni dell’IPCC circa i gas serra e raccomanda che siano prese misure urgenti per ridurne significativamente la concentrazione in atmosfera”. Vuoi vedere che è per questo che Taylor non è più il benvenuto nel loro gruppo? Che ne dite?

Questo il testo della mail con cui l’ex chairman del gruppo “motiva” l’esclusione di Taylor, scrivendo direttamente all’interessato:

Hi Mitch,

The world is a political place and for polar bears, more so now than ever before. I have no problem with dissenting views as long as they are supportable by logic, scientific reasoning, and the literature. I do believe, as do many PBSG members, that for the sake of polar bear conservation, views that run counter to human induced climate change are extremely unhelpful. In this vein, your positions and statements in the Manhattan Declaration, the Frontier Institute, and the Science and Public Policy Institute are inconsistent with positions taken by the PBSG. I too was not surprised by the members not endorsing an invitation. Nothing I heard had to do with your science on harvesting or your research on polar bears – it was the positions you’ve taken on global warming that brought opposition. Time will tell who is correct but the scientific literature is not on the side of those arguing against human induced climate change. I look forward to having someone else chair the PBSG.

Best regards, Andy (Derocher)

Come dargli torto? La politica pervade ormai il mondo della scienza, specie (parole sue) quella degli Orsi Polari. Nulla da eccepire sulla preparazione di Taylor, ma le sue posizioni su altra questione scientifica che la stessa organizzazione dichiara ufficilamente di non conoscere perchè non ritiene di essere competente, è sufficiente a togliergli la parola. Questione ovviamente di libere scelte. Questo però chi raccoglie i loro statement e li traduce in notizie diffondendole in quanto accreditate magari non lo sa. Ancor meno lo sa chi queste notizie le legge. Quanti fanno così? E’ questo che si intende per consenso? Associazioni scientifiche che senza cultura specifica aderiscono ad una teoria (per loro ammissione), fanno comunque numero e quel numero è spesso citato per suffragare la validità della teoria. A me sembra un circolo vizioso. Ora, posto che ogni gruppo può autonomamente decidere cosa dire e a chi farlo dire nelle proprie assise, se è vero che Taylor è un’autorità in materia di Orsi Polari, vuol dire che si rinuncia scientemente al suo bagaglio culturale per questioni ideologiche. Da loro, non ne sapremo di più sull’AGW, ne sapremo di meno sugli Orsi Polari. Ci vorrebbe un pò di etica, per dirla con Luigi Mariani.

Gli Orsi Polari sono già nella lista delle specie minacciate, ma forse a breve sarà il caso di inserirci anche quelli che come Taylor, siano nel giusto o no, hanno il coraggio delle proprie opinioni.

 

NB: Potete leggere tutta la storia qui, a me è stata segnalata da Francesco, uno dei nostri lettori.

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Ormai più di un anno fa abbiamo pubblicato un post sulle dinamiche multidecadali del clima, ovvero sulla ciclicità di alcune delle forzanti più note, i cui cambiamenti di stato sembrano aver prodotto delle discontinuità nella temperatura dello strato superficiale e nello stato generale dei pattern climatici a scala emisferica o globale. Si parla ovviamente delle oscillazioni di temperatura dei bacini oceanici a breve e lunga scala temporale (PDO, AMO, ENSO).

Nel gennaio scorso è uscito un articolo sul GRL1 in cui gli autori riprendono questa tesi e ne approfondiscono il significato per esplorare la variabilità naturale del clima pur -e questo è un loro parere- in presenza di un trend di aumento sottostante di probabile origine antropica. Più che al passato, comunque assolutamente necessario per capire, l’interesse è volto al presente, ovvero alla fase di stazionarietà che le temperature medie globali stanno attraversando da qualche anno. Una fase che scherzosamente abbiamo già definito le ferie dell’AGW.

Questo lavoro, che si proponeva evidentemente di ricercare le cause dell’arresto del Global Warming occorso a partire dall’inizio del nuovo secolo nonostante le emissioni di gas serra abbiano continuato ad aumentare, non ha trovato il favore dei sostenitori dell’AGW, forse perchè hanno pensato che potesse minare le basi della loro ortodossia.

Per sanare il problema uno degli autori è stato ospitato -o invitato?- a dare spiegazioni sul sito dei siti, nella roccaforte dell’AGW, ovvero sul famigerato Realclimate. In quest’ultima occasione, con toni abbastanza divulgativi, egli si affretta a spiegare che la variabilità naturale innescata da queste discontinuità, non ha nulla a che vedere con il trend di fondo e che ci sarebbe ben poco da rallegrarsi di un sistema soggetto a questa improvvisa instabilità, perchè questo significherebbe che le modifiche indotte dal contributo antropico potrebbero essere dirompenti. Come dire, il nostro problema è capire realmente la sensibilità climatica, però sappiamo che il clima è molto variabile, per cui questa deve necessariamente essere alta. Il concetto è coerente, peccato che si parli di sensibilità climatica nei confronti di un fattore di forcing -i gas serra- dei quali la storia del clima ha documentato l’inefficacia.

Ma andiamo avanti. Io credo che quanti non hanno gradito le prime conclusioni, difficilmente potranno gradire le seconde. Certamente gli autori fanno molta attenzione a rassicurre l’uditorio, facendo precedere ogni considerazione dalla certezza che i gas serra siano i soli ed unici responsabili del trend di aumento delle temperature ma, questa affermazione, presente sia sull’articolo che sul post di Realclimate, sembra messa lì giusto per non scontentare nessuno o, se si preferisce, giusto per guadagnarsi il plauso dei più facinorosi.

Sappiamo bene che nell’impossibilità di dare una spiegazione antropica alle dinamiche climatiche della fine dell’800 e della prima metà del’900, l’attenzione si è spostata tutta sull’ultimo trentennio del secolo scorso e sull’anomala pendenza che il trend delle temperature avrebbe assunto appunto in quel periodo. Tsonis ed i suoi colleghi ci forniscono la spiegazione di questo evento e della successiva fase di recupero, cioè quella che stiamo vivendo e presumibilmente vivremo ancora per un po’. Ma se il trend di fondo viene da lontano, come può essere di origine antropica? Com’è possibile che l’impatto delle attività umane sulle temperature sia stato efficace già più di un secolo fa? Non dimentichiamo che circa la metà dei sette decimi di grado di cui si dice sia aumentata la temperatura media globale -l’incertezza è nel numero, non nel valore- è arrivata nella prima parte del ’900. Non sorge il sospetto che la causa di questo trend possa essere altrove, magari una bella e naturale fase di recupero dall’ultimo periodo di raffreddamento della Piccola Era Glaciale? A sovrapporsi a questo arrivano le dinamiche altrettanto naturali a media ed alta frequenza, con un non trascurabile contributo antropico non già nel valore assoluto delle temperature di superficie -che già di per sè dicono poco o nulla se paragonate alla complessità delle dinamiche troposferiche- quanto piuttosto nella disomogeneità della loro distribuzione geografica, nella scarsità dei dati sulle superfici oceaniche, nel bias dell’urbanizzazione e dell’uso del suolo, insomma, nella loro impossibilità di essere correttamente definite.

Nonostante ciò, siamo comunque in attesa di un altro di questi shift che dovrebbe far riprendere la corsa al riscaldamento che potrebbe, sempre secondo gli autori, non arrivare prima di una decade o due, nel rispetto della ciclicità del ripetersi di questi eventi. Per dirla con Richard Lindzen, di cui abbiamo commentato le più recenti considerazioni in questo post, sembra logico che si cerchi di spingere sull’acceleratore dell’AGW, visto che il clima reale non collabora.

No, direi che gli esami di riparazione non sono andati bene, questo lavoro esalta le dinamiche naturali e la nostra incapacità di comprenderle abbastanza per capirle sul serio, l’omaggio -a quanto pare dovuto- all’AGW poteva anche essere evitato.

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  1. Swanson K. L., A. A. Tsonis (2009), Has the climate recently shifted?, Geophys. Res. Lett., 36, L06711, doi:10.1029/2008GL037022 []

Qualche giorno abbiamo dedicato qualche riflessione ad una delle ultime uscite di James Lovelock, uno che di ambiente se ne intende, ma anche uno che evidentemente non riesce proprio a dire cose normali. Nel nostro articolo abbiamo riportato la sua recente conversione al nucleare ed i suoi anatemi contro una scienza troppo modellistica e non più sperimentale. Ora troviamo una sua affermazione riportata dal Guardian e ripresa dal il Riformista: Secondo lo scienziato inglese l’assillante propaganda di chi promuove l’energia derivata dal vento è una forma di fascismo eolico. Va giù duro James, e c’è da sperare che abbia voluto ricorrere ad un tale paradosso solo per assicurarsi che il messaggio arrivasse. Però, nello stesso articolo troviamo anche alcune informazioni un pò fuorvianti che giungono a sostegno della presunta inutilità di far ricorso in modo massiccio a questa risorsa enegetica.

Secondo chi firma l’articolo, puntare ad un misero 6% del fabbisogno nazionale (tanto si riuscirebbe a fare con la forza di Eolo) tappezzando il paese di torri eoliche sarebbe improduttivo soprattutto alla luce di un rateo di crescita annuo del fabbisogno del 2,8%. Un rateo che si ritiene sia basato essenzialmente sullo spreco, per cui si suggerisce che una sana politica di ammodernamento della rete sarebbe molto più produttiva, perchè garantirebbe addirittura un risparmio del 15%. Messa così non fa una piega. C’è da dire però che è alquanto improbabile che il rateo di crescita del fabbisogno sia solo dovuto agli sprechi, certamente non diventiamo più bravi ma neanche più spreconi ogni anno che passa. Ci sta pure che crescano le esigenze di un paese in (pur se limitata) crescita. Quanto all’importante risparmio prospettato, è probabile che sia riferito al solo consumo domestico, che è una parte, ma non la più pesante del fabbisogno. Il tutto condito da pesanti dubbi in ordine all’impatto ambientale delle diecimila e più torri eoliche attualmente in costruzione e/o progettazione in Italia. Il problema non è semplice e, se si vuole dichiararsi contrari, occorre dire le cose come stanno. Buttare lì due numeri senza chiarirne il significato è un pò troppo facile.

Nel seguito dell’articolo in pratica si compie il medesimo errore, svelando di avere un approccio più ideologico che critico. La posizione è la seguente: l’energia eolica non è conveniente, ma siccome qui da noi c’è un sacco di gente che ci sta facendo i soldi, facciamo finta di non accorgercene. Anche perchè -lo leggiamo sempre nell’articolo- alcune testate giornalistiche fanno capo ad holding impegnate nel settore. Insomma, la colpa se non l’avete capito è dei padroni, tanto per cambiare. Per supportare questa tesi si snocciolano altri numeri e si danno spiegazioni. Per essere remunerativo un sito eolico deve poter contare su circa 2000 ore annue di vento compreso tra 15 e 80kmh. Leggiamo che queste condizioni in Italia sarebbero rare. Penso di poter dire che ciò non è affatto vero, almeno per quel che riguarda il centro ed il sud del paese. Al nord è un pò diverso, ma è pur vero che non è lì che ci sono gli investimenti più importanti.

Insomma il problema è controverso, siamo tutti daccordo che non è con l’eolico che si risolveranno tutti i nostri problemi, ma neanche si può serenamente buttare via il classico bambino con l’acqua sporca. Devo anche dire che su un punto mi trovo concorde con l’articolo, l’atteggiamento trasversale delle associazioni ambientaliste, alcune favorevoli, altre contrarie ed altre saggiamente sedute sulla riva del fiume, la dice lunga sul fatto che al riguardo i signori non hanno le idee molto chiare. L’impatto ambientale c’è ed è giusto tenerne conto, ma non si può neanche continuare con la vecchia storia dell’immobilismo e dei no ad oltranza, perchè sono proprio questi atteggiamenti ad averci portati dove siamo. E’ così difficile pensare che dove c’è il vento è giusto puntare sull’eolico, dove c’è il sole sul fotovoltaico, dove c’è l’acqua sull’idroelettrico e dove tutto questo non è possibile o per sopperire all’attuale scarsa efficenza di queste fonti si debba ricorrere ai sistemi tradizionali fossili o nucleari, con intelligenza e senza pregiudizi?

Il problema, come mi ha chiarito un amico che lavora in questo settore è strutturale: ad oggi ricavare energia dal vento non sarebbe conveniente se non ci fossero gli incentivi, essendo questi soldi pubblici, non c’è dubbio che possano gravare solo sulla collettività. Se qualcuno non se ne fosse accorto, l’energia, specialmente se prodotta da fonti rinnovabili, potrà soltanto costare di più e questa non è una buona notizia per un modello di società che poggia su una grande disponibilità di energia a basso costo. Non è un problema di padroni, padroncini o dipendenti, è un problema serio che dovrebbe far riflettere una volta di più sulla necessità di investire il poco che c’è per qualcosa di tangibile piuttosto che correr dietro alle molecole di CO2 come fossero farfalle.

 

NB: Un personale ringraziamento a Fabio Malaspina per la segnalazione.

 

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Qualche giorno fa, mi ha scritto uno studente della Facoltà di “Comunicazione internazionale”, presso l’Università per stranieri di Perugia. C’è stato un rapido scambio di email circa l’argomento che qui, su Climate Monitor, trova spesso spazio: il bias nell’informazione scientifica, in particolare quella climatologica. Lo spunto fornitomi dal gentile Enrico, nonché questo articolo (e anche questo), mi hanno fatto riflettere sul significato di equilibrio nell’informazione e sulla “ragion di stato”.

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