Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

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  • Steam and other emissions rise from a coal-fired power station near Lithgow

Non che i nostri media non fossero attenti al cambiamento di passo che sta avvenendo nel mondo della comunicazione circa le vicende climatiche, in effetti qualcosa lo abbiamo già letto su Repubblica qualche giorno fa, ma ora che scende in campo la Reuters la faccenda diventa seria.

 

Ecco qua:

 

Climate scientists struggle to explain warming slowdown

 

Leggere per credere, si “lotta” per capire perché le temperature non salgono. E’ ancora presto perché qualcuno si chieda se piuttosto non fossero sbagliate le previsioni e c’è anche chi si dice fiducioso che global warming tornerà presto a ruggire. Ci sta anche che costoro possano aver ragione, come ne avevano i loro precursori artisti della catastrofe che si attendevano una glaciazione negli anni ’70 e i loro mentori che hanno sostenuto l’arrosto climatico fino a poco tempo fa. Per inciso molti di questi sono le stesse persone, a riprova che si trova sempre qualcuno che “sa come andrà a finire e naturalmente finirà male”. E così, quanti ieri sostenevano che la scienza del cambiamento climatico era definita, ora cercano una spiegazione all’imprevisto. La troveranno e qualcosa mi dice che sarà ancora colpa nostra.

 

Per cui in attesa della prossima emergenza planetaria, godiamoci un piccolo appetizer, con La Stampa che spara un titolo che solo qualche anno fa sarebbe costato il posto al direttore:

 

Il Sole sta perdendo colpi
E ora il clima si raffredderà?

 

Il Sole? Ma stiamo scherzando? Tranquilli, sarà solo un fuoco di paglia, al prossimo anticiclone africano tutto tornerà come prima…

  • Economist

Un articolo, uno fra tanti, ma con una caratteristica particolare. E’ obbiettivo, rispecchia lo stato dell’arte della conoscenza delle cose, non trascura le preoccupazioni in ordine alla presunto peso delle attività umane sul clima, mette in luce le debolezze che la teoria delle origini antropiche dei cambiamenti climatici sta mostrando e, insomma, parla chiaro. E lo fa ponendo l’accento sulla sensibilità climatica, sul fatto che nonostante il presunto forcing antropico continui a ruggire il Pianeta ha smesso da un pezzo di scaldarsi, costringendo anche molti dei duri e puri del movimento-salva-pianeta ad ammettere che in effetti c’è qualcosa che non torna.

 

Vale la pena fare una riflessione, anzi due. La prima, ovvero il problema che tutti dovremmo porci: ma se le tanto osannate premonizioni climatiche (perché questo sono, fatevene una ragione!) si dovessero dimostrare sbagliate, che diavolo ce ne faremo di tutti gli “accessori” che ci siamo inventati? Di che utilità sarà aver contribuito a mettere in ginocchio l’economia del nostro sistema sociale? La seconda, ma perché diavolo non è possibile leggere qualcosa di simile sui nostri media?

 

Non ho una risposta da darvi, spero solo che sia questione di tempo, che magari con il nostro cronico ritardo possiamo arrivarci anche noi. Per adesso, l’unico consiglio che ho da darvi è di leggerlo. Ecco qua:

 

The Economist – A sensitive matter

 

Lettura domenicale di orwelliana memoria. Nelle ultime settimane si stanno moltiplicando gli approfondimenti a sfondo sociologico per cercare di inquadrare quanti si ostinano a mostrare scetticismo circa un eventuale futuro catastrofico del clima in un contesto sociale e politico ben preciso, preferibilmente, naturalmente, quello sbagliato. Del resto il la a questa simpatica attitudine a fare di tutta l’erba un fascio (termine non casuale) lo diede il paladino di tutte le battaglie mediaclimatiche Al Gore, paragonando serenamente i suddetti scettici a quanti negano tutt’ora colpevolmente e assurdamente l’olocausto.

Ma ora l’approccio è più sottile. Si fa un gran parlare di divulgazione scientifica, di come gli sforzi di quanti studiano questa materia vengono trasmessi attraverso i media e recepiti dal pubblico, fatti anche recenti che abbiamo puntualmente commentato. E continuano a uscire articoli a sfondo sociologico.

L’ultimo in ordine di tempo è uno studio uscito su Environmental Research Letters, una Letter i cui autori hanno compiuto una survey su un certo numero di giornali importanti in vari paesi del mondo.

Cross-national comparison of the presence of climate scepticism in the print media in six countries, 2007–10

Dopo essersi sciroppati la bellezza di oltre 2000 articoli raccolti nella finestra temporale di qualche mese tra il 2009 e il 2010 e all’epoca della pubblicazione del 4AR, cioè nel 2007, hanno decretato un certo numero di cose:

  1. I media generalisti tendono a dar voce ad opinioni scettiche negli USA e in UK molto più di quanto non accada in altri paesi (Cina, Brasile, India, Francia); pare quindi che la bestia si annidi essenzialmente in terra anglofona.
  2. Gli articoli di impronta scettica sono per lo più editoriali di opinionisti piuttosto che news vere e proprie; questo salva la categoria del divulgatore per il quale è comunque sempre bene avere un’occhio di riguardo.
  3. Si conferma, anche se non in modo molto marcato, la tendenza dei giornali di indirizzo politico di destra ad ospitare queste opinioni, non già perché esse appaiano in numero superiore rispetto ai media di indirizzo politico di sinistra, quanto piuttosto perché pare che queste opinioni non abbiano ricevuto contestazioni; nella fattispecie la colpa è dunque di quei creduloni dei lettori o, se preferite, di quei marpioni degli opinionisti.

Figure 3. Types of sceptics by country – Painter & Ashe 2012

Comunque la Letter è open access, per cui vi invito caldamente a leggerla. La mia personale curiosità si è purtroppo arrestata alla metodologia impiegata per catalogare gli articoli. E’ stato infatti necessario generare una tassonomia dello scetticismo, individuando tre categorie che racchiudessero i concetti di credulone-marpione:

  • Scettico di tipo 1: nega il trend positivo delle temperature globali.
  • Scettico di tipo 2: riconosce il trend ma ne mette in dubbio l’origine antropica rispetto alle oscillazioni naturali oppure dice che non se ne sa ancora abbastanza.
  • Scettico di tipo 3: riconosce le origini antropiche ma asserisce che l’impatto potrebbe essere positivo o che i modelli non sono sufficientemente attendibili o ancora mette in discussione l’esigenza di di forti politiche di regolazione o intervento.

Sono gli stessi autori a dire che forse messa così la faccenda è un po’ semplicistica (io la trovo ridicola ma questo non conta), anche perché nello stesso paper si interrogano circa la differenza che può esserci tra scienziati come Richard Lindzen e Freeman Dyson e politici come il senatore repubblicano Inhofe. Per i loro scopi, però, possono evidentemente stare assieme perché, piuttosto che focalizzarsi sulla credibilità scientifica delle posizioni, hanno preferito prendere in esame gli argomenti su cui si fonderebbe lo scetticismo, evidentemente poi riportati negli articoli esaminati.

Adesso, prendiamo lo scettico di tipo 1 e mandiamolo a farsi una passeggiata. Per tutti gli altri, direi che i numeri non sono banali. Se è vero che l’orientamento dei media rispecchia il sentire comune, forse c’è qualche numero da rivedere anche in termini di consenso. Ma questo, chi è scettico, lo sapeva già.

Questa sopra è una rappresentazione intuitiva delle differenze tra le diverse unità di misura della temperatura. Per renderla di più comodo e autorevole utilizzo da parte dei cavalieri dell’apocalisse ne è stata approntata una versione ancora più semplice.

Scala Fahrenheit per i giornalisti*

——–0————————————————100———-
solo tempo meteorologico……………………….cambiamenti climatici

*Approvata dall’IPCC

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NB: da qui.

Prima del passaggio dell’Uragano Irene su NY, molti tra esperti, viaggiatori, cittadini o letterati sono stati intervistati sul tema. In alcuni momenti è sembrata una situazione analoga a quella descritta nella famosa canzone di Edoardo Bennato che iniziava con la frase: “e nel nome del progresso / il dibattito sia aperto / parleranno tutti quanti / dotti medici e sapienti…”. Passato l’allarme e sapendo che le cose sono andate come scritto su CM qui e qui, senza alcuna pretesa di essere esaustivi ed al solo scopo di offrire uno spunto di riflessione, mettiamo insieme quanto è stato affermato da alcuni esperti su alcuni quotidiani. Tra virgolette trovate le dichiarazioni, mentre ne è priva l’eventuale aggiunta del giornalista.

Previsione della traiettoria ed effetti di Irene:

  • “Senza dubbio Irene si sta annunciando come un fenomeno molto intenso e violento. La forza e la struttura di Irene fanno pensare ad un uragano con un periodo di ritorno di diversi anni. Accade, infatti, che fenomeni estremamente intensi tendano a ripetersi ciclicamente”. (Vincenzo Levizzani ISAC-CNR, IL MATTINO del 27 agosto).
  • “Ora molto probabilmente Irene arriverà a New York quando non sarà più nemmeno un Uragano, ma una semplice tempesta tropicale. Però i tempi per decidere eventuali misure di precauzione sono davvero stretti. In questo contesto capisco la precauzione presa dalle autorità americane” (Prof. Claudio Ravanelli, IL MESSAGERO del 28 agosto).
  • “Irene e’ un uragano particolarmente anomalo e anche se e’ stato declassato continua ad avere moltissima energia, anche perche’ all’origine doveva essere potentissimo.”(Prof.Giampiero Maracchi Univ. di Firenze, Avvenire del 28 agosto).
  • “Ogni ciclone tropicale trae la propria energia dalla sua zona d’origine. Quando cambia latitudine, e si sposta più a Nord, va a diminuire di intensità e dunque di pericolo.” (Prof. Franco Prodi, IL MATTINO del 28 agosto).
  • “Abbiamo azzeccato la direzione, ma sbagliato la forza”. (James Franklin National Hurricane Center, CORRIERE DELLA SERA del 30 agosto).

E’ già successo nel passato che un uragano arrivasse a New York?

  • “Si, una volta almeno è già successo. Si tratta in ogni caso di una assoluta rarità” (Prof. Claudio Ravanelli ICES-CNR, IL MESSAGERO del 28 agosto).
  • “Negli ultimi 40 anni solo una mezza dozzina di uragani sono arrivati fino a New York”.(Avvenire del 28 agosto).
  • “Il Panico preventivo è comprensibile. Non ho studiato nello specifico la traiettoria di Irene, ma direi che siamo di fronte alla normalità di eventi estremi”. (Prof. Franco Prodi, IL MATTINO del 28 agosto).
  • “Siamo di fronte a nuovi uragani figli di un clima mutante. Seguono altre rotte, la loro potenza è anomala, l’andamento è imprevedibile. Questa volta i danni sono stati limitati, ma purtroppo la linea di tendenza è chiara[...] E’ colpa di una situazione meteo eccezionale che ha impresso a Irene una traiettoria sorprendente”. (Vincenzo Ferrara Climatologo ENEA, LA REPUBBLICA del 29 agosto).

Dimensioni dell’onda provocata da Irene:

  • “Il problema non è solo il vento. La preoccupazione sono le onde di tsunami”. Come i terremoti, infatti, anche gli uragani possono provocare tsunami con onde di 10 metri. (Vincenzo Levizzani ISAC-CNR, IL MATTINO del 27 agosto).
  • ”Il problema sono anche i fortissimi rovesci d’acqua che accompagnano l’uragano, che possono provocare gravi danni. Anche le onde marine spinte dal vento, parlare di Tsunami e’ una licenza giornalistica visto che vengono provocati dai terremoti, possono avere un grave impatto, come abbiamo visto con l’uragano Katrina, soprattutto per le citta’ moderne a ridosso del mare, con un tessuto urbano complesso che si rivela sempre piu’ fragile davanti a eventi come questi”. (Prof.Giampiero Maracchi Univ. di Firenze, Avvenire del 28 agosto).

Dimensioni dell’uragano:

  • “Non abbiamo verificato un aumento dell’estensione delle tempeste, né una trasformazione della velocità con cui si spostano. Irene non è particolarmente fuori scala o inusuale, ma ha un’area di azione superiore del 30-40% alla media degli ultimi 30 anni. Fa parte di questi “uragani anabolizzanti. Inoltre, a differenza di molti altri uragani, andrà a colpire zone densamente popolate”. (Prof. James B.Elsner Florida State University, TERRA del 28 agosto).
  • Le correnti “si sono sparse su una vasta area”. Questo ha portato Irene ad allargarsi perdendo però d’intensità. (James Franklin National Hurricane Center, CORRIERE DELLA SERA del 30 agosto).

Causa creazione e della potenza distruttrice dell’uragano Irene:

  • Irene ”e’ un segnale del forte riscaldamento dell’oceano di questi ultimi anni. L’indice di dissipazione di energia sta crescendo in modo drammatico e oggi e’ quattro volte di piu’ rispetto all’inizio degli anni Novanta. E’ evidente che qualcosa sta cambiando. Lo testimoniano, se si vuole una prova oggettiva, anche i risarcimenti pagati dalle assicurazioni per questo tipo di danni, cresciuti 6-7 volte dagli anni Novanta” (Prof.Giampiero Maracchi Univ. di Firenze, Avvenire del 28 agosto).
  • “Chiamare in causa il clima per spiegare un evento meteorologico si può fare sulla si può fare sulla base di studi almeno decennali, e trarre conclusioni da singoli fenomeni eccezionali correlandoli ai cambiamenti climatici è scorretto: non ci sono evidenze di un aumento di questi fenomeni negli ultimi anni […] Non bisogna confondere il meteo con il clima (a cui il cambiamento è connaturale): la media dei valori e dei fenomeni , in un sistema fortemente variabile, non coincide con la normalità”. (Prof. Franco Prodi, IL MATTINO del 28 agosto).
  • “Se gli oceani si scaldano a causa del Global Warming, aumenta il potenziale energetico che può essere convertito in forza dei venti. Negli ultimi anni non abbiamo visto aumentare il numero degli uragani: ciò che è cambiata è l’intensità di questi fenomeni, almeno per quanto concerne gli studi sull’oceano Atlantico[…]Se controlliamo il clima controlliamo gli uragani.” (Prof. James B.Elsner Florida State University, TERRA del 28 agosto).
  • “E’ il cambiamento climatico che aumenta l’energia in gioco e altera i parametri della meteorologia. Nel 2004 un uragano è andato fuori rotta e per la prima volta ha colpito le coste del Brasile. Ora è toccato a NY” (Vincenzo Ferrara Climatologo ENEA, LA REPUBBLICA del 29 agosto).

Analogie tra Irene e Katrina:

  • Era violentissimo anche l’uragano Katrina, che nel 2005 si è abbattuto su New Orleans, “ma aveva colpito una zona meno sensibile. Il problema di Irene è che sta puntando dritto verso NY, ossia verso una zona densamente popolata e sensibile dal punto di vista sociale ed economico”. (Vincenzo Levizzani ISAC-CNR, IL MATTINO del 27 agosto).
  • “No, […] New Orleans è una città che è stata costruita sotto il livello del mare e dunque facilmente inondabile,New York invece è sopra il livello del mare e non in zona lagunare.[…] Quando Katrina si abbattè sulla costa di New Orleans era al massimo della sua potenza […] una intensità decisamente non paragonabile con Irene. Al contario, questo uragano arriverà a colpire NY dopo aver dissipato gran parte della sua energia” (Prof. Claudio Ravanelli ICES-CNR, IL MESSAGERO del 28 agosto).

Confidando nel detto che “chi dice la verità prima o poi viene scoperto” credo che non servano commenti, ognuno può, o potrà, giudicare quali sono le affermazioni di buon senso e/o fondate sul metodo scientifico o sulla prova storica. Certo che probabilmente Totò ascoltandone qualcuno degli esperti avrebbe detto:“In questo manicomio succedono cose da pazzi”.

Ne abbiamo viste di tutti i colori in questi giorni. Dai surfer che si gettano dal pontile per affrontare le onde provocate dall’uragano, al nudista euforico alle spalle del reporter, agli stage preparati ad arte per “condire” le informazioni. Ma il cronista che si rotola nella schiuma dell’oceano definendola ‘organica’, annusandola e assaggiandola per capirne l’origine è davvero troppo. Godetevelo.

E’ più o meno su tutte le agenzie e su tutti i quotidiani. Un gruppo di 14 ragazzi è stato attaccato da un orso polare, uno di loro ha perso la vita e altri quattro sono rimasti feriti. Quanto segue viene da corriere.it e dall’ANSA:

[...] ABBATTUTO – L’orso è stato abbattuto ed è stata aperta un’inchiesta. L’addentrarsi di orsi polari nei centri abitati alle Svalbard, ha spiegato Roberto Sparapani, capo spedizione della base dirigibile Italia del Cnr a Ny Alesund, a circa 150 chilometri da dove è avvenuto l’attacco, è «normalmente abbastanza raro in questa stagione», ma «quest’anno si è notato una presenza anomala» maggiore di questi carnivori. Alle Svalbard, ha sottolineato il ricercatore, «secondo le ultime stime la popolazione di orsi è sui 4mila esemplari, per lo più concentrati a Nord-Est, a fronte di circa 3mila persone che invece vivono soprattutto a Sud e a Ovest». Non a caso, precisa, «al di fuori dei centri abitati è assolutamente obbligatorio per tutti, ricercatori e turisti, circolare armati». Fra i motivi che potrebbero aver indotto l’orso all’attacco la fame o «il ritiro più veloce dei ghiacci che potrebbero far perdere loro la rotta o metterli in difficoltà». Secondo il responsabile del programma specie del Wwf Italia, Massimiliano Rocco, «l’orso polare e l’orso grizzly sono i due più grossi al mondo e due dei pochi animali che possono vedere l’uomo come preda e cacciarlo» (Ansa) (Grassetto aggiunto)

Il ragionamento indotto è semplice. L’orso si sarebbe avvicinato al “centro abitato” perché smarrito a causa del veloce ritiro dei ghiacci. E ti pareva!

Quattromila orsi e tremila persone. Il “centro abitato”, inusuale meta per gli orsi polari era un campo distante 40km dal “centro abitato”. L’anno scorso un altro giovane era sfuggito ad un attacco solo grazie al fatto che il suo compagno di viaggio ha ucciso l’animale. Alle Svalbard si gira armati perché quella è la casa degli orsi, non degli uomini. Qui su Wikipedia una lista degli attacchi fatali agli uomini da parte degli orsi in Nord America.

Dall’ultima immagine disponibile sul sito dell’NSIDC, si vede chiaramente che il ghiaccio nella zona è perfettamente in media con quello che dovrebbe esserci. Il pack arriva a toccare la parte nord dell’isola.

Per raccogliere queste informazioni ci sono voluti 10 minuti. Evidentemente troppi, sia per l’esperto interpellato, sia per il redattore.

Probabilmente entrambe le cose, ma per pudore speriamo si tratti solo del secondo caso. Le poche righe che seguono vengono da un media cinese e sono la chiosa di un breve articolo che spiega la relazione di causa effetto che intercorre tra i terremoti e gli tsunami. Tenetevi forte:

In addition to the earthquake magnitude, global climate change may also have a bearing on the occurrence of tsunamis. According to experts from the China Meteorological Administration, the 2004 tsunami that struck Southeast Asia was partially linked to the rising sea level caused by global climate change.

Oltre alla magnitudo del terremoto, anche il cambiamento climatico globale potrebbe avere a che fare con l’occorrenza degli tsunami. Secondo degli esperti del Servizio Meteorologico Cinese, lo tsunami del 2004 che colpì il sud est asiatico è stato parzialmente collegato al sollevamento del livello dei mari causato dai cambiamenti climatici.

Di quanti centimetri è salito il mare negli ultimi decenni? E di quanti metri erano le onde generate dagli tsunami? Ho deciso, non c’è dolo, chi scrive queste cose è solo deficiente (nel senso letterale, del termine, colui o colei che deficia di materia grigia).

Come ormai i lettori di CM sanno bene, circa un paio di giorni fa la NOAA e la NASA hanno pubblicato (qui link e commento di CM) i loro dati a consuntivo per le temperature medie superficiali globali. Dopo aver lungamente anticipato che quello appena trascorso avrebbe finito per essere l’anno più caldo da quando esistono delle misurazioni abbastanza affidabili, alla fine sono riusciti a far quadrare i conti, anche se sussistono ancora delle perplessità dovute al fatto che sono stati pubblicati prima i dati annuali che quelli dell’ultimo mese dell’anno, ovvero il freddo dicembre scorso.

Sui media americani, carta stampata, TV e rete (blogosfera compresa) la notizia ha avuto una discreta copertura. Da noi si sono viste alcune agenzie e se ne è parlato in rete, ma in generale la notizia è stata snobbata. La stessa cosa è accaduta nel Regno Unito, dove tra le altre cose opera l’Hadley Centre, l’altro gestore di dataset di temperatura che con NASA e NOAA gode della fama di maggiore affidabilità nel panorama globale. Una fama che potrebbe forse migliorare, se ci fosse un po’ più di chiarezza e di coerenza nella gestione dei dati, ma questa è un’altra storia.

Strano, in genere queste notizie vengono letteralmente fagocitate dai media. Dalle pagine del Guardian che non smentisce una particolare attenzione a questo settore dell’informazione, si avanza tra le altre cose l’ipotesi che il periodo estremamente freddo cui è stato soggetto il paese abbia fatto venire qualche remora agli editori. Una notizia “calda” sarebbe stata forse poco digeribile alla fine di un anno che proprio caldo non è stato, almeno lì e almeno nella percezione dei lettori. Infatti, si smentisce subito lo stesso articolo, è più probabile che sia ormai sopraggiunta una “consapevolezza” globale nella realtà e ineluttabilità dei cambiamenti climatici, per cui la notizia avrebbe perso il suo appeal. Oppure ancora, aggiungono, può darsi che si voglia attendere -come sarebbe giusto- che siano consolidati i dati di dicembre e che anche l’Hadley Centre dica la sua.

Mi permetto di pensarla diversamente. La sordina che sembra essere stata applicata all’argomento clima credo abbia altre origini, nei media e nella comunità scientifica allo stesso tempo. Da un lato l’informazione tende com’è ovvio a prediligere l’attualità e, ultimamente, questa non è certo mancata, anche in campo atmosferico. Dalle alluvioni in Pakistan, al gelo in Europa e negli Stati Uniti, alle inondazioni in Australia e, ultime ma non meno importanti le piogge torrenziali in Brasile, di carne al fuoco ce n’è stata, ma è tutta carne meteorologica, non climatica. Inoltre la contingenza economica sfavorevole ha frenato non poco gli entusiasmi politici sulla “lotta al cambiamento climatico” e la stampa si è logicamente conformata. Dall’altro la comunità scientifica, o almeno quella parte di essa che ha fruttuosamente veicolato un certo genere di informazione molto catastrofica, si è resa conto che ogni cosa portata all’eccesso finisce per ottenere effetti contrari a quelli desiderati. Il tam tam pre-Copenhagen più che favorire il successo dei negoziati, ne ha amplificato l’insuccesso. E così si è deciso di andare avanti in tono minore, prediligendo la via burocratica (che non fa mai notizia) a quella delle decisioni e relativi annunci a sensazione, visto che questi tardano ad arrivare.

Così a Cancun sono state fatte delle cose che assicurano ossigeno al movimento salva-pianeta, ma che non hanno e non possono occupare posizioni di alta classifica nel panorama dell’informazione. A questo deve aggiungersi in parte giustamente in parte meno, la contingenza climatica di breve periodo (che potrebbe diventare anche medio e lungo) che sta vedendo accadere tutte cose che stonano non poco con l’ipotesi dell’origine antropica dei cambiamenti climatici. Piaccia o no ai gestori di dataset, le temperature medie superficiali globali sono livellate da oltre un decennio, mentre il forcing antropico è forte più che mai. C’è di più, molti degli eventi atmosferici cui stiamo assistendo, sono strettamente imparentati con un clima a guida solare, come ci insegna la storia della Piccola Età Glaciale, non gelido come forse sarebbe facile immaginare,  ma certamente meno benevolo. Nell’affrontare in prima istanza (approfondiremo presto) le inondazioni in Australia, abbiamo già avuto modo di mostrare come questi eventi siano in realtà diminuiti, sia d’intensità che di frequenza nel corso degli ultimi 150 anni. Ma se non si vuole andare proprio all’altro capo del mondo, anche i tre inverni di fila caratterizzati da intensi scambi di masse d’aria lungo la longitudine e conseguenti condizioni atmosferiche “freddine” cominciano ad avere il loro significato.

Nel grafico pubblicato dal Guardian che riproduciamo qui sopra, sono evidenti dapprima l’ascesa, culminata nei mesi della pubblicazione del 4° report IPCC nel 2007 (pubblicazione sapientemente diluita) e nella conferenza di Copenhagen con un livello di copertura ai limiti del parossismo, in un mondo dove guerre, fame e disagi di vario genere non hanno certo smesso di accadere. Di lì in avanti una lenta discesa dell’interesse, un declino che non sembra si abbia l’interesse di nascondere o contrastare, diversamente da quello delle temperature. Non riuscendo, o non potendo convincere il mondo a sposare tout-court l’ipotesi AGW e tutto quello che ne consegue, meglio andare avanti piano e lasciare che il mondo prenda atto delle decisioni a fatto compito. Appunto, sottotraccia ma non troppo.

Oggi mi sento molto buono, quasi angelico (eh eh) e vorrei spezzare una lancia in favore dei sostenitori dell’AGW. Voi sapete che ho comprensione (davvero) per la buona fede di tanti che credono nell’AGW perché questo gli racconta la Scienza ufficiale, e loro credono a quella [ Detto per inciso, è proprio questo approfittare della loro buona fede che sarà un danno difficilmente riparabile, quando venisse fuori che avessimo invece ragione noi scettici blu. ]. Ho forse meno comprensione per personaggi come Al Gore, per il quale mi priverei anche del boccone di torta che ho in bocca, per… ehm, volevo dire…cioè, no, è meglio che non dico niente. :-)

Dunque, si lamentano costoro della mancanza di buona comunicazione, a cui attribuiscono i recenti insuccessi di consenso tra la gente.

E qui vorrei spendere la mia parola amichevole e bonaria:

ma no, amici miei, non crucciatevi di questo, non attribuitevi errori che non avete fatto !

Certo non vi è mancata la buona volontà, a giudicare dal bombardamento assillante delle vostre “notizie” sull’ipotetico AGW, con cui avete riempito ogni ora delle trasmissioni tv, tra tg, rubriche di ogni genere (c’è sempre un modo per infilarci una notizia sul clima…), e perfino nelle trasmissioni per bambini, e nei cartoni per i piccini, come quel barbapapà che distrugge una diga (vero e proprio atto terroristico, a mio parere, “distruggere una diga”) per far felici gli animali… i bambini vanno… “educati” da piccoli, eh ?

Quindi non lamentatevi di non aver detto ababstanza, o di non aver detto bene. Non avete forse sempre vantato il vasto consenso ? E come si fa a dire di avere un vasto consenso, e poi, contemporaneamente a lamentarsi di avere una cattiva capacità di comunicazione ?

Delle due l’una, o non avete avuto un vasto consenso, o avete comunicato male.

E allora, amici miei, sostenitori dell’AGW (e qualcuno della dea Gaia), non vi cospargete il capo di cenere per colpe non commesse !

Non è il vostro potere mediatico che ha fallito. Quello che doveva dire, l’ha detto, molto e spesso, e con successo.

Ma allora qual’è il vostro problema ?

Non come dite le cose, ma “cosa” dite. Quando le cose che prevedete falliscono, quando le cose che dite sono sotanzialmente sbagliate, non accusate la “forma”. Quella va benissimo, è efficace.

Accusate la “sostanza” di quel che dite.

Se “la sostanza” non corrisponde al vero, ed è smentita dai fatti, NON prendetevela con “la forma” colla quale la comunicate !

Un abbraccio “circolare” a tutti voi.