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Il titolo è un gioco di parole ovviamente ma non è molto lontano dalla realtà che sta emergendo dalle ultime ricerche sulla concentrazione del metano atmosferico. Su Nature dei ricercatori americani hanno pubblicato un paper dove abbinano il declino della concentrazione di etano atmosferico a quella del rateo della concentrazione di metano atmosferico, evidenziando il fatto che i due trend sono strettamente correlati.

Quello che segue è il titolo del paper, da cui estraiamo la figura 4.

Continue reading “Metà metano” »

Ecco qua, quando si dice prendere due piccioni con una fava. La zootecnia è un problema anche per l’impatto del consumo di carne sulle dinamiche del clima? Presto fatto, invece di ridurre drasticamente il consumo di carne, opzione tanto cara alle moltitudini vegetariane ma che credo incontri il dissenso di chi magari finalmente la carne la vorrebbe assaggiare – leggi paesi che stanno faticosamente uscendo dalla fame e dalla denutrizione – basta far bere le mucche.

E l’acqua allora? Nessun problema, i bovini berranno vino. Cioè, per la verità avranno scarti di produzione mescolati col mangime, però pare che questo riduca del 20% le loro emissioni di metano. Saranno mucche un po’ brille magari, ma in fondo pazze lo sono sempre state. E poi vuoi mettere il piacere di gustare un filetto marinato all’origine?

NB: da qui e qui.

Alla nuova sede dell’università Bocconi di Milano, Giovedì 1 dicembre 2011 c’è stato un convegno sugli impatti della produzione agricola sui cambiamenti climatici e sull’ecologia del pianeta, tra i relatori il già noto prof Riccardo Valentini dell’IPCC

Nell’analisi degli impatti ambientali dei cibi sono stati selezionati i seguenti indicatori ambientali:

  • il Carbon Footprint, che rappresenta e identifica le emissioni di gas serra responsabili dei cambiamenti climatici, ed è misurato in massa di CO2 equivalente;
  • il Water Footprint (o virtual water content), che quantifica i consumi e le modalità di utilizzo delle risorse idriche, ed è misurato in volume (litri) di acqua;
  • l’Ecological Footprint, che misura la quantità di terra (o mare) biologicamente produttiva necessaria per fornire le risorse e assorbire le emissioni associate a un sistema produttivo: si misura in metri quadri o ettari globali.

Nel film “Pane e cioccolata”, una commedia tragicomica che racconta le disavventure di un emigrante italiano in Svizzera, Nino Manfredi è in prova come cameriere e si deve confrontare con un collega turco sempre in prova. A entrambi porgono dalla cucina un piatto molto caldo e solo dopo che lo hanno preso in mano, dicono loro: “Avverti i signori che il piatto scotta!”. Manfredi farà cadere il piatto, mentre il turco resisterà, si scotterà, ma riuscirà a consegnare il piatto a tavola.

Mi è venuta in mente questa scena dopo aver letto questo articolo da Rinnovabili.it:

Il piatto che scotta!
Il rapporto della FAO “La lunga ombra del bestiame: le questioni ambientali e le opzioni” (2006) sostiene che la filiera del bestiame sia una delle principali problematiche ambientali del mondo, contribuendo con circa il 18% di gas ad effetto serra di origine antropica (GHG) al bilancio climatico. Partendo da questi dati la Commissione europea ha voluto avviare un’indagine dettagliata per il territorio europeo e ha incaricato il Centro comune di ricerca di fornire una stima delle emissioni nette di gas serra e dell’ammoniaca (NH3) generate dalla produzione animale nei Ventisette sulla base della valutazione del ciclo di vita. Nel calcolo sono stati presi in esame specie animale, prodotti alimentari e sistemi di allevamento ma anche le emissioni legate dall’introduzione di fertilizzanti minerali e pesticidi, all’energia consumata e alla terra per il pascolo e i foraggi, nonché quelle derivate dalla gestione del letame. Dal rapporto GGELS http://ec.europa.eu/agriculture/analysis/external/livestock-gas/full_text_en.pdf
si evince che la produzione zootecnica europea possiede un potenziale totale di riscaldamento globale di 661 milioni di tonnellate di CO2 eq, pari al 9,1% -12,8% delle emissioni totali dell’UE nel 2004.”

Il piatto che dovrebbe scottare invece non è manco tiepido, perché nell’ultimo rapporto della UE sulle emissioni zoogeniche (il rapporto GGELS) solo il 13% delle emissioni totali europee, è ascrivibile alla zootecnia. Eliminando tutta la zootecnia europea bisogna sostituire il cibo animale con cibo vegetale, quindi il risparmio di emissioni sarebbe solo di qualche punto percentuale, probabilmente meno di quello che si dovrebbe ottenere con il protocollo di Kyoto.
kyoto with without
In figura la proiezione del MET office inglese della mitigazione climatica che si avrebbe con la riduzione delle emissioni secondo il protocollo di Kyoto, 6 centesimi di grado 50 anni.
Nel sostituire i prodotti zootecnici bisogna considerare in equipollenza tutto ciò che viene prodotto dagli allevamenti di edibile e non edibile, i sottoprodotti e i foraggi delle aree marginali, quindi fare attenzione alle rese all’ettaro.

Il silomais,  che è il foraggio base per i bovini, ha una resa ettaro di 750 quintali (350 in ss) mentre il mais granella non arriva a 110, il mais dolce per umana (quello che si vende lesso) ha una resa reale molto più bassa perchè c’è lo scarto, i proteici invece cioè fagioli, piselli e soia, non arrivano ai 40 quintali ettaro di resa, circa 10 volte meno del silomais. L’uomo non digerisce la cellulosa, non è un gorilla, che pur essendo un primate ha sviluppato un sistema digerente adatto ad una dieta prevalentemente vegetale con l’integrazione di qualche larva di insetto. I gorilla hanno un cieco enorme dove avviene la digestione dei vegetali ad opera di batteri e protozoi, come nei cavalli, con liberazione di acidi grassi volatili che assorbiti dalle pareti intestinali vanno a costituire il nutrimento dei gorilla. L’uomo quindi, sfrutta meno la superficie agricola utile perchè non può mangiare il silomais anche se a Riffkin, Pollan, Foer, Tozzi, Veronesi, Pratesi, Maugeri ecc io una bella insalatiera di silomais gle la farei mangiare così si accorgono dove sbagliano a fare i confronti.

Sempre da Rinnovabili.it

“Se il rapporto è letto attraverso i valori emissioni/kg di carne si scopre che sono i ruminanti quelli ad avere le emissioni medie nette più elevate (22,2 kg di CO2 eq per il bovino e 20,3 kg per la carne di pecora e capra), mentre la produzione di carne di maiale (7,5 kg) e di pollo (4,9 kg) ha associato un valore emissivo significativamente inferiore, soprattutto a causa di un processo di digestione più efficiente e l’assenza di fermentazione enterica.”

Anche in questo rapporto ci sono differenze enormi tra le emissioni dei ruminanti e quelle dei suini, questo è dovuto al solito errore sul CO2 equivalente, cioè conteggiare come CO2 equivalente il metano lordo delle emissioni dei bovini e ovini, come se fosse tutto aggiuntivo e determinasse una forzante radiativa, mentre questa è data solo dal metano netto, cioè quello che realmente aumenta in atmosfera. Nel caso della zootecnia europea, che è in declino, è molto meno. Tutte le analisi sull’impronta del carbonio fatte sui prodotti zootecnici, quindi su tutta la filiera, sono viziate da gravissimi errori di fondo nella stima delle emissioni zoogeniche, come già detto più volte e spiegato qua dove trovate tutti i link per gli approfondimenti.

Andiamo avanti

“Si abbassano ancora di più le medie emissive per i prodotti caseari: 1,4 kg di CO2 eq per il latte di mucca e 2,9 kg per quello ovino”

Sembrano le barzellette di Pierino, ma come sempre fanno i confronti a kg e non in equipollenza proteica o calorica. In realtà produrre latte in equivalenza energetica o proteica comporta più emissioni rispetto a produrre carne bovina o ovina, come spiegato qui.

Nel rapporto GGELS, migliorano la stima delle emissioni perché finalmente stornano dal totale delle emissioni gli effluenti zootecnici cioè letami, polline e liquami, perché in UE si devono utilizzare come fertilizzanti, quindi si sintetizzano meno concimi minerali risparmiando emissioni, ma non stornano pelli, lana e piumini.
Un’altra novità è stima dell’ammoniaca come gas climalterante in quanto precursore del protossido d’azoto e degli aerosol nitrati (che ancora devo scoprire che ruolo abbiano). Il peso dell’ammoniaca sul totale delle emissioni non è poco perché per i suini, supera quello del trasporto della carne.
Il rapporto è però molto importante perchè stabilisce che nel caso in cui tutti gli europei fossero costretti ad una dieta vegana, senza carne, latte, formaggi, e uova la riduzione delle emisisoni sarebbe di pochi punti percentuali, quindi noi dovremmo rinunciare a : crudo, cotto, mortadella, bresaola, gorgonzola, pecorino, carbonara, milanese, fiorentina, amatriciana, pizzaiola, spezzatino, polpettone, mozzarella, pizza, grigliatine, e branzino (allevato) ecc ecc ….
per una manciata di centesimi di grado a secolo!
Eppure ci sono quelli che affermano che dovremmo smettere di mangiare carne entro il 2050, per salvare l’umanità dall’estinzione di massa.

Il WWF vorrebbe ridurre il consumo di carne in Gran Breatagna dell’80% nei prossimi anni e il prima possibile, quindi prima che il fanatismo ambientalista renda la carne proibitiva per salvare il pianeta, vi consiglio di gustarla con una ricetta tipica delle mie parti che vi allego. Buon Appetito!

MANZO ALL’OLIO

Carne bovina (scamone o cappello del prete) da dosi per 1 kg: un bicchiere d’olio d’oliva, due bicchieri di vino bianco caldo, uno spicchio d’aglio, prezzemolo tritato, rosmarino tritato, pepe e sale, brodo, 4 cucchiai di pan grattato.
La preparazione deve avvenire il giorno precedente a quello in cui s’intende consumare il piatto. In una pentola alta si mettono l’olio e la carne, si lasciano insaporire appena con i profumi sopra elencati, quindi si aggiungono sale e pepe, si versa il vino e lo si lascia un poco evaporare a fuoco vivace. Si aggiunge il brodo e si copre il tutto. La carne deve cuocere a fuoco moderato per due ore abbondanti, quindi la si taglia a fette e le si fa riprendere la cottura per almeno un’ora con il pan grattato. Delicatamente le fette vengono poi accomodate in un piatto ovale profondo e lasciate riposare coperte con il loro sugo.

Storia: Il manzo all’olio è una ricetta tipica di Rovato in Franciacorta (BS), questa è tratta dalla raccolta di Veronica Porcellaga della metà del 1500. A Rovato c’è un mercato del bestiame antichissimo nel quale confluivano tra gli altri, i manzi allevati in val camonica. Quelli dal mantello marrone, cioè i figli della vacca bruna alpina, erano chiamati i frati, quelli dal mantello nero cioè l’incrocio tra la bruna alpina e il toro della frisona, erano chiamati i preti. Questi incroci ormai sono stati abbandonati. Dopo il mercato, si poteva dire: “andiamo a mangiarci i frati e i preti.”

Riferimenti

  • http://ec.europa.eu/agriculture/analysis/external/livestock-gas/full_text_en.pdf
  • Adrian Leip1, Franz Weiss1, Tom Wassenaar2,4, Ignacio Perez3,5, Thomas Fellmann3, Philippe Loudjani2, Francesco Tubiello2, David Grandgirard2,6, Suvi Monni1,7, Katarzyna Biala1,8 (2010): “Evaluation of the livestock sector’s contribution to the EU greenhouse gas emissions (GGELS) –“ final report. European Commission, Joint Research Centre.

Ho già scritto molto sugli errori di valutazione degli ambientalisti nell’accusare la zootecnia di essere tra le prime cause del riscaldamento globale, quindi avrei poco da aggiungere nel commentare l’ultima campagna del WWF sulla dieta del viver bene, la Livewell Diet, se non che per viver bene bisognerebbe iniziare a non raccontare più balle. Cito da qui:

(Politicambiente.it, gen 2011) – Ciascuno di noi può combattere quotidianamente il surriscaldamento terrestre? Certo, ogni volta che ci si siede a tavola, ad esempio: basta mangiare meno carne o cibi “trasformati” ed aumentare invece il consumo  di verdura e cereali integrali, anche a vantaggio della salute e del portafoglio. La conferma, autorevole, giunge dal “Rowett Institute of Nutrition and Health” della Aberdeen University (GB), i cui scienziati hanno messo a punto una dieta ecosostenibile  – la Livewell Diet (“dieta vivibene”)  – con una tabella settimanale e menu giornalieri. Lo studio, commissionato dal WWF, servirà ora come base scientifica per una campagna di persuasione a livello nazionale e internazionale

Ma da quando i lavori del WWf possono essere considerati come una base scientifica da utilizzare per la persuasione? Dal rapporto sui ghiacci himalayani?

La giornalista  Tracy McVeigh, in un lungo articolo sull’Observer di domenica 30 gennaio, ha sottolineato una delle conclusioni della ricerca: se tutti i sudditi della regina Elisabetta adottassero la Livewell Diet si potrebbero abbassare sensibilmente – ossia del 25%  – le emissioni di gas serra della Gran Bretagna. […] Colin Butfield, responsabile delle campagne informative del WWF, ha ribadito all’Observer che quello del consumo di carne, soprattutto di manzo, è uno dei problemi-chiave del mondo come causa dei cambiamenti climatici

Ricerca dove fanno i soliti errori nel traslare a CO2 equivalente le emissioni di metano lorde, senza fare il bilancio tra il metano zoogenico che effettivamente si aggiunge in atmosfera, e il metano zoogenico che va a sostituire la quota di metano atmosferica (di origine zoogenica) ormai ossidata a CO2. Solo il metano aggiuntivo cioè il netto, si presume, senza alcuna dimostrazione peraltro, che dia una forzante riscaldante. Inoltre non fanno i confronti con i sostituti di tutti i prodotti zootecnici edibili e non edibili, quindi non stornano le emissioni necessarie a produrre tutti i sostituti. Considerano le emissioni zoogeniche senza considerare che il 20-40% delle razioni è prodotto tramite i sotto prodotti dell’industria alimentare tramite il sistema di ricircolo più grande del mondo. Sottoprodotti che altrimenti sarebbero rifiuti da smaltire. Quindi le emissioni del 20-40% delle razioni andrebbero stornate ma ovviamente nella ricerca citata non lo fanno. Per gli approfondimenti vi rimando ai miei articoli nell’archivio di CM.

La dieta è basata su una normale lista della spesa, che ogni famiglia può fare facilmente, ma limita molto i prodotti alimentari trasformati e la carne, entrambi accusati anche di causare malattie cardiache e diabete. Né la carne né i prodotti alimentari già pronti sono causa di diabete o di malattie cardiache, causate invece dall’assunzione in eccesso di calorie, cosa che vale anche per diete vegetariane con pasta, birra e patatine fritte.Un esempio di menu? A colazione, cereali ricchi di fibre con latte semiscremato, toast e marmellata; a pranzo, minestra di lenticchie, un sandwich di scampi e maionese su pane nero;  a merenda, una mela, frutti di bosco, qualche biscotto e latte semiscremato; a cena, pollo al curry con riso e pitta bread (focaccia di pane). Il costo settimanale della Livewell Diet è di circa 29 Sterline (35 Euro) a persona.

Scampi? Però non specificano tra quelli pescati e quelli allevati, perché sostituire la carne con il pesce pescato senza considerare l’impatto di over fishing vuol dire fare i conti senza l’oste. Se invece si riferiscono agli scampi allevati mi risulta che in equipollenza la filiera comporti le stesse emissioni, se non di più, dei polli e dei suini.

[...] nei soli Stati Uniti, il 70% della superficie agricola è dedicata alla coltivazione di cibo per il bestiame, con enormi quantità di risorse idriche utilizzate.

In agricoltura e in zootecnia l’acqua è utilizzata non consumata a parte alcune eccezioni, come già spiegato qui e negli articoli precedenti.

Senza contare che il bestiame bovino vivo produce grandi quantità di azoto, un gas serra molto più potente dell’anidride carbonica.

Va beh, questo è un errore, perché l’azoto N2 non è un gas serra. In realtà dai reflui zootecnici si sprigiona un potente gas serra che è il protossido di azoto, N2O ma non in grandi quantità bensì in tracce infinitesimali e comunque si sprigiona anche dai concimi minerali azotati di sintesi, quindi concimare con i reflui o con i minerali poco cambia per le emissioni di protossido d’azoto come spiegato qui.

Anche i prodotti alimentari trasformati – con i loro cicli di produzione extragricoli, gli imballaggi, i trasporti e i consumi di energia – rappresentano un potente fattore di surriscaldamento della Terra. Mentre il pianeta si avvia ad avere una popolazione di 9 miliardi di persone entro il 2050 – ha sottolineato Colin Butfield – il problema di come potremo nutrirle tutte sta diventando uno dei più importanti e pressanti. Finora eravamo abituati a pensare a guerre combattute per l’oro e il petrolio, mentre da oggi in poi potrebbero essere combattute sempre più per l’acqua o per i terreni agricoli e fertili. Anche per questo la nostra dieta è fondamentale per il futuro. E la tabella Livewell – ha concluso il dirigente del WWF – dimostra quanto facile possa essere per tutti variare certe abitudini alimentari e mettersi al riparo da numerosi problemi. Basti pensare che, in fatto di cibo, le proteine di origine animale hanno un impatto del 57% sul clima, ossia più di tutte le altre sostanze alimentari messe assieme”.

Questo è sbagliato e vale solo per chi fa i conti della serva. Inoltre non specificano la provenienza della carne come se derivasse tutta da allevamenti industriali, invece il 50% circa della la carne bovina e il 100% di quella ovina proviene da allevamenti a pascolo in zone altrimenti improduttive. Eliminando la carne, servirebbe più terra per sostituire i milioni di tonnellate di carne con proteine vegetale. Non è specificato. E non lo è nemmeno il fatto che gli allevamenti che utilizzano i reflui polline, liquami e letami per produrre bioenergia con combustione, biogas e o gassificazione, vanno a credito di emissioni quindi non sono più accusabili di essere causa di AGW.

Sempre sulla stessa livewel diet cito questo commento:

La dieta salva-pianeta ha un costo di 35 euro a settimana e potrà servire anche a salvare la deforestazione dell’Amazzonia. Il menu settimanale, Livewell Diet, è stato proposto per i sudditi britannici, per dare l’esempio alla popolazione perché, come ha spiegato il WWF, un hamburger consumato a Londra, a New York o a Roma ha un potenziale distruttivo sulla foresta amazzonica. Se tutti mangiassero come un europeo servirebbero due pianeti per nutrirli entro il 2050.

Anche di questo ne ho già parlato su climatemonitor. La deforestazione ci sarebbe comunque anche senza la zootecnia perché è una fonte di reddito. Anzi la zootecnia dei paesi occidentali non ha nessun ruolo nella deforestazione, casomai può averla la zootecnia dei paesi emergenti che è in forte crescita. Tra l’altro quanti hanno voluto a tutti i costi gli incentivi sulle bioenergie sanno che ogni ettaro destinato a biomassa, biogas, bioetanolo ecc,  equivale ad un ettaro di deforestazione. Ricordo che l’ultimo scandalo alimentare dovuto alla diossina è stato causato da una ditta produttrice di biodiesel che ha venduto residui tossici di raffinazione come olio per grassare i mangimi.

I consigli dei ricercatori e del WWF sono per una dieta equilibrata, per alimenti semplici e genuini. In sostanza bisogna eliminare gli eccessi e il consumo di cibi pronti all’uso che non solo hanno un costo maggiore dei prodotti freschi, ma sono dannosi per il cuore e provocano il diabete.

Saranno contenti alla Findus! Spero in una bella causa multimilionaria! Ricordo che il gruppo Cremonini ha citato Report dopo il vergognoso servizio “La carne” per un risarcimento di 12 milioni di euro.

Un alimento da consumare con moderazione è certamente la carne. Solo negli USA il 70% dei terreni agricoli è destinato alla produzione di foraggio ed erba medica per il bestiame, il cui allevamento oltre a togliere terra all’agricoltura necessita di moltissima acqua.

La maggior parte di questi terreni sono appunto pascoli in zone desertiche o montane altrimenti improduttivi, e la zootecnia nulla toglie all’agricoltura: è agricoltura cioè produce cibo e non bisogna dimenticare che le colture proteiche come soia, fagioli e piselli hanno rese all’ettaro circa 10 volte inferiori al silomais che è la base alimentare dei bovini.

In Gran Bretagna è stato calcolato che ogni individuo consuma in media 79 chili di carne all’anno.  Il WWF vorrebbe portare questa quantità a 10 kg annuali, che equivalgono a circa 203 grammi ogni settimana. Per abbattere i consumi e mangiare ecosostenibile bisogna consumare più frutta e verdura, meglio se prodotti da agricoltura biologica.

E questa qui è un’altra balla perché il biologico a parità di prodotto richiede molta più terra agricola e determina più emissioni. Il WWF vorrebbe portare il consumo di carne a 10 Kg a testa per salvare il pianeta, io invece vorrei che le associazioni allevatori portassero il WWF davanti ai giudici. Chi salverà la terra da questi analfabeti zootecnici?

Non tutti gli impianti a biogas utilizzano come biomassa le materie prime, ce ne sono alcuni che utilizzano solo i rifiuti organici urbani e industriali, gli alimenti scaduti e i reflui urbani e zootecnici, e sono gli unici che a mio giudizio andrebbero finanziati e incentivati. Queste matrici organiche si possono gestire anche con il compostaggio e la maturazione, ma la digestione anaerobica ne garantisce la sanificazione, la deodorizzazione sia in stoccaggio sia in distribuzione e la disinfestazione dai semi delle piante infestanti. La sanificazione nel caso si utilizzino scarti industriali come farine di carne o reflui urbani è fondamentale perché c’è il rischio di contaminare l’ambiente con patogeni molto pericolosi come la salmonella e i coli patogeni.

Questi impianti sono poco diffusi perché poi bisogna collocare il digestato che ne deriva e questo anziché essere una condizione obbligatoria per gli agricoltori per ricevere la PAC diventa un costo e un problema organizzativo non da poco per comuni e industrie. Inoltre mentre i rifiuti hanno una buona resa in gas, i reflui ce l’hanno bassissima1 perché l’energia degli alimenti è già stata sfruttata dagli organismi, i liquami hanno dei volumi enormi (specie i reflui urbani) quindi servono di gestori di grandi dimensioni che hanno tempi di abbattimento del debito enormi, ecco perché negli impianti che utilizzano i reflui l’integrazione è molto praticata.

Un metro cubo di liquame suino produce in media 16 m3 di biogas da cui si possono ricavare circa 28 kWh di energica elettrica, mentre un metro cubo di silomais produce 68 m3 di biogas e 121 kWh di energia elettrica.

SCHEMA BIOGAS

Fig 1 http://www.habitatenergy.it/img/foto_cogeneratore_imp1.jpg

In fig 1 c’è lo schema di un impianto a biogas tipo plug flow tra i più semplici in commercio, il liquame dopo il separatore finisce nel digestore, e il biogas viene bruciato nel cogeneratore per produrre energia elettrica, mentre l’energia termica viene sfruttata per mantenere sopra i 35° C la temperatura nel digestore.

Ci sono però degli impianti virtuosi già in attività che anziché utilizzare i reflui tal quali ne utilizzano solo i flottati che sono le particelle fini separate con flottazione. Segue lo schema di un impianto a flottato suino che ho visitato in provincia di Bergamo.

- Il liquame puro e fresco passa da due separatori a tamburo e il separato si spande nei terreni aziendali. Sarebbe meglio utilizzare separatori a coclea elicoidali in polimeri con vasca di premiscelazione. Il separato non viene aggiunto alla biomassa da fermentare nel digestore perché ha resa molto bassa in quanto è costituito prevalentemente da cheratina (setole, forfora, consumo di unghielli) fibra indigerita, sabbia, e eventuali chicchi non macinati o semi di infestanti questo più per i bovini che per i suini.

- Il chiarificato viene ulteriormente separato dalle particelle fini tramite flottazione. Per far coagulare in fiocchi le particelle fini usano due additivi: un elettrolita e un sale di alluminio, si possono usare anche dei sali ferrosi anziché quelli di alluminio, il sistema di miscelazione e additivazione è brevettato.

- Il flottato si separa con un flottatore a supero ed è immesso in un semplice digestore anaerobico mesofilo rettangolare tipo Plug Flow.

- dal flottatore oltre al flottato esce l’ultrachiarificato che ha un colore verde trasparente, e una bassissima percentuale di sostanza secca. In pratica è un refluo minerale liquido del tutto simile ai concimi minerali di sintesi liquidi.

Il flottato è solo il 10% del liquame in entrata quindi il reattore è molto piccolo rispetto agli impianti che utilizzano reflui tal quali. Secondo i dati del costruttore nel flottato finisce il 70% della sostanza organica del chiarificato che ha una resa in gas molto alta perché è molto fermentescibile in quanto costituita soprattutto da proteine e carboidrati.

L’impianto dovrebbe essere predisposto anche a ricevere per integrazione i rifiuti organici, gli scarti alimentari, e i flottati di altri allevamenti che per dimensioni ridotte non riescono a produrre biogas a sufficienza per giustificare un impianto. Il vantaggio di questo sistema non è solo nel volume ridotto del digestore, ma anche e soprattutto dal fatto che nel digestore non entrano le sostanze abiotiche contenute nei liquami che non hanno nessuna resa in gas ma che anzi limitano le fermentazioni. Queste sostanze tossiche sono: tutto l’ammonio, gran parte dei nitrati e nitriti, rame e zinco, e residui di antibiotici che rimangono invece nell’ultrachiarificato.

In aggiunta a questo schema io proporrei un sistema di ricircolo, soprattutto in caso di integrazione con rifiuti organici, in modo che il digestato in uscita dal digestore torni alla flottazione in modo da recuperare altro flottato costituito dalla massa batterica fermentante e privo di ammonio da immettere nuovamente nel reattore. Questo tipo di impianti già esiste, sono piccoli facili da realizzare, costano poco, , andrebbero sostenuti da un legislazione adeguata che faciliti lo smaltimento dei digestati e degli ultrachiarificati e come già detto dovrebbero essere gli unici a godere di finanziamenti regionali e di incentivi per la produzione di energia rinnovabile. Un sistema simile applicato alle acque nere urbane ne abbatterebbe i costi di depurazione e permetterebbe il recupero dei preziosi minerali di azoto fosforo e potassio contenuti nei reflui.
Mi è capitato di vagliare progetti di impianti a soli liquami con rese in kWh molto alte, ma riguardavano le lettiere cioè il liquame misto a paglia o a stocchi.
Certamente la paglia fa aumentare le rese in gas, sia perchè apporta sostanza organica, sia perchè diminuisce la diluizione del liquame tal quale. Questo aumenta la resa energetica perchè a parità di volume da riscaldare del digestore, e a parità di costi di esercizio si produce più gas metano, ma servono impianti a biogas con trituratori e miscelatori che costano di più e che si rompono spesso.
La paglia però costa, e molto, sia come materia prima ( imballaggio trasoprto e triturazione) sia come gestione (spandiemnto e raccolta in stalla) e una stalla da 500 vacche con lettiera è antieconomica, anche se non posso escludere che ci siano stalle di queste dimensioni che ancora usano la paglia sono destinate a trasformarsi in stalle senza paglia, questa è la tendenza degli ultimi 40 anni. Negli anni ’70 le stalle erano tutte con paglia, ora sono quasi tutte senza.
La paglia è un integrazione, costa senz’altro meno del silomais e fa meno danni perchè non è in competizione territoriale, ma è in competizione alimentare perchè la paglia si usa nella razione dei bovini unefeed come fonte indispensabile di fibra lunga ( altrimenti il bovino non rumina) se la si usa nella lettiera o aggiunta nel digestore ( o aggiunta nella biomassa delle caldaie o dei gassificatori) non c’è più per i bovini, quindi la si deve sostituire, se questo avviene con fieni è competizione alimentare, se avviene con altra paglia si sottrae comunque sostanza organica al terreno.

Ho analizzato piani di rientro capitale di impianti a biogas molto brevi 4-5 anni, che è un tempo dimezzato rispetto ai dati del politecnico di Milano.
Andando in dettaglio si scopre che al posto del liquame, fanno i conti con il letame di lettiera, e che le rese in gas e in kWh sono sempre massime, magari ottenute da prove di laboratorio.
In realtà nei liquami le rese sono molto variabili a seconda delle sostanze abiotiche che contengono ad es dopo un trattamento antibiotico certe rese in gas bisogna scordarsele e d’inverno è difficile mantenere il cuore del reattore a 35°C, inoltre le rese del gas in energia elettrica sono massime se si usano i cogeneratori a scoppio endogeno (cosiddetti motori) che però spesso si bloccano e si rompono. Le turbine hanno rese più basse ma spesso sono preferite perchè più affidabili.
Ma soprattutto in questi piani di rientro contabilizzano anche l’energia termica cioè danno un valore in euro al kWh termico.
Non posso escludere che si riesca ad utilizzare l’energia termica, ma è molto difficile negli impianti zootecnici, perchè il teleriscaldamento richiede una distanza massima di utilizzo di 500 mt (per questi impianti piccoli)
Ma è difficile che ci sia un centro abitato o industriale così vicino ad un allevamento.
Mentre il teleriscaldamento è realizzabile in quegli impianti comunali che sfruttano i rifiuti urbani umidi, o altro, che sono costruiti proprio con l’intento di sfruttare anche l’energia termica dei codigestori. La rete di teleriscaldamento è realizzata a spese del comune che impone il teleriscaldamento ai cittadini. In Germania e Austria ci sono vari esempi di questi impianti anche in Italia ci sono progetti simili.
Le ditte produttrici di impianti di biogas, in generale, nel piano di rientro capitale considerano solo il kWh dell’energia elettrica e non il kWh termico.
Tuttavia ci sono esempi di allevamenti suini, dove effettivamente l’energia termica viene sfruttata, soprattutto nel caso in cui si tratti di sistemi che utilizzano solo i flottati che hanno a disposizione più energia termica, perché ne serve meno a mantenere le temperature nel digestore più piccolo e con materiale meno diluito, rispetto agli impianti ad integrazione.
Negli allevamenti suini l’energia termica in esubero può essere sfruttata per riscaldare certi settori come le sale parto e gli svezzamenti, o per scaldare l’acqua che si utilizza nei lavaggi con le idropulitrici a vapore. Mentre nel settore dell’ingrasso l’energia termica può essere utilizzata a riscaldare la broda di alimentazione aumentando la resa in carne.

  1. http://www.rotaguido.it/prodotti/recupero-biogas.html []

Alcune regioni ad alta densità zootecnica hanno deciso di finanziare a fondo perduto gli impianti di biogas. Quindi gli allevatori oltre agli incentivi sul kWh prodotto possono ottenere rimborsi sulle spese di impianto. Questi i criteri di finanziabilità stabiliti nel maggio 2008 per sostenere gli impianti di trattamento per biogas:

“Potranno essere ammesse a finanziamento regionale le strutture che trattino per almeno il 50% in peso gli effluenti zootecnici; è consentito l’utilizzo di scarti e prodotti dedicati di origine vegetale, in precedenza esclusi, per un quantitativo massimo pari al 30% in peso della miscela; il mais è ammesso fino al 20% in peso.
Le produzioni agricole dedicate, utilizzate negli impianti a biogas dovranno essere reperite entro un raggio massimo di 70 km dall’impianto.
Dovranno inoltre essere fornite garanzie per la corretta collocazione del quantitativo di azoto in uscita dall’impianto di trattamento, evitando trasferimenti o rilascio in atmosfera, prevedendo di destinare i prodotti o i sottoprodotti dell’impianto a terreni che richiedono azoto, ottenendo così un corretto bilanciamento dei fabbisogni delle colture”

In pratica possono essere finanziati gli impianti che usano il 50% di reflui zootecnici e il resto in produzioni vegetali dedicate cioè insilati di mais, sorgo, orzo o altro. Ma gli impianti a biogas che usano solo mais non sono vietati, infatti c’è un progetto per un impianto in provincia di Cremona da 6 MW che non sarà finanziato dalla regione, ma che otterrà incentivi sul kWh prodotto. Gli impianti a biogas costano molto, circa 3 milioni di euro ogni MW di potenza (compreso le trincee), e il rientro dell’investimento è molto lungo circa 12 anni, che è molto di più rispetto ad un impianto analogo a pannelli fotovoltaici, tanto che non è considerato un buon investimento industriale e molte banche non finanziano grossi impianti senza garanzie, diversamente da ciò che avviene per i pannelli fotovoltaici.

Il problema che limita lo sviluppo degli impianti a biogas è che il digestato in uscita contiene la stessa quantità di azoto della matrice in entrata e quindi va smaltito sui terreni come i liquami. Gli impianti più diffusi sono ad integrazione, quindi molte regioni come la Lombardia finanziano gli impianti di biogas abbinati all’abbattimento dell’azoto. L’abbattimento dell’azoto può essere distruttivo come la depurazione che è il sistema meno costoso, o conservativo come lo strippaggio di ammoniaca e successiva salificazione a sintetizzare solfato di ammonio, poco diffuso per via dei costi.

Quindi si crea il seguente corto circuito:

  • i cittadini pagano la PAC per far produrre mais agli agricoltori che lo usano per fare biogas ed ottenere energia rinnovabile;
  • il kwh prodotto è pagato, attraverso gli incentivi, cinque volte più del costo kwh ottenuto con i carburanti fossili;
  • ovviamente gli incentivi sono pagati dai cittadini direttamente in bolletta, e molti neanche lo sanno;
  • sempre i cittadini pagano però per finanziare attraverso la regione gli impianti a biogas che abbattono l’azoto con la depurazione che comporta consumo di energia e quindi emissioni;
  • le industrie che producono concimi minerali di sintesi, obbligate ad acquistare una quota di energia rinnovabile, comprano proprio quella prodotta dal mais con il biogas e la utilizzano per sintetizzare la stessa quota di azoto che è stata abbattuta con la depurazione del digestato grazie al finanziamento a fondo perduto della regione.

Anche questo corto circuito è un colossale nitroparadosso!

La produzione di energia elettrica con la biomassa gode di incentivi e finanziamenti, come le fonti rinnovabili perchè teoricamente comporta meno emissioni di CO2 rispetto alla produzione con fonti fossili. Tra questi sistemi a biomassa ci sono anche gli impianti di biogas che molti ambientalisti ritengono, per me erroneamente, che possano essere utili a limitare il rischio di inquinamento di falda da nitrati da parte dei liquami zootecnici.

La produzione di biogas è una fermentazione anaerobica, nel digestore si introduce sostanza organica da varie fonti tra cui effluenti zootecnici e ne esce il digestato che è un liquido verde chiaro ricco di sali minerali e povero di sostanza organica. In pratica si trasforma il carbonio della sostanza organica in metano, ma tutto l’azoto, il fosforo e il potassio presenti nelle matrici in entrata, restano nel digestato in uscita che quindi è obbligatoriamente da smaltire come fertilizzante attraverso il piano di utilizzo agronomico (PUA).

Il digestato può essere vegetale o animale a seconda delle fonti utilizzate mais, orzo, sorgo, oppure liquami, letami o rifiuti ecc. Come fertilizzante presenta alcuni svantaggi quali la carenza di sostanza organica, la facilità di dilavamento e l’emissione di ammoniaca. L’apporto continuativo di sostanza organica con il digestato viene meno e aumenta quindi il rischio di dilavamento e di erosione dei terreni.

Il digestato è facilmente solubile quindi dilavabile, perchè in pratica è quasi un concime minerale liquido, solo che la quota ammoniacale è molto più alta del liquame, quindi allo spandimento emette più ammoniaca e più protossido d’azoto rispetto al liquame. Se usato in prearatura autunnale per una semina primaverile presenta un rischio maggiore di inquinamento di falda da parte dei nitrati, rispetto al liquame stesso.

I vantaggi del digestato sono la mancanza di odori sgradevoli, una migliore disponibilità alla pianta dei nutrienti in quanto presenti in forma mineralizzata e ovviamente per gli allevatori europei i contributi per la produzione di energia rinnovabile senza i quali nessuno produrrebbe biogas. Nel caso in cui il digestato sia filtrato con separatori a griglia o meglio a elica, è ridotto al minimo il rischio che contenga semi di infestanti, unico aspetto negativo, con le emissioni di odori sgradevoli, degli effluenti zootecnici.

Misteriosamente i limiti di spandimento per i digestati vegetali sono 340 kg azoto/ha anche in zona vulnerabile contro i 170 kg azoto/ha dei digestati animali che sono del tutto simili. Un’altra cosa inspiegabile dal punto di vista scientifico è la differenza nei limiti di spandimento tra i digestati vegetali e i liquami ultrachiarificati. Il liquame tal quale può essere filtrato dai solidi grossi con separatori a griglia o a elica, diventando liquame chiarificato che può essere ulteriormente filtrato dai solidi fini per flottazione, microfiltrazione a membrana, centrifugazione, sedimentazione a stadi, osmosi inversa ecc. Il liquame utrachiarificato che ne deriva è del tutto simile dal punto di vista chimico analitico al digestato vegetale in quanto l’azoto è sottoforma minerale e non organica. Queste disposizioni di legge sui limiti di spandimento facilitano l’utilizzo di biomassa da materie prime per la produzione di biogas come mais, orzo e sorgo. Il 90% dei nuovi impianti a biogas prevedono l’integrazione ai liquami di biomassa, o peggio il solo utilizzo di biomasse vegetali causando non pochi problemi, tra cui la competizione alimentare, e quella dei terreni di smaltimento.

Se infatti per l’integrazione si utilizzano materie prime vergini come mais, orzo e sorgo sottoforma di insilati, (cioè la pianta umida trinciata e insilata) pastoni (cioè la granella umida trinciata o insilata) o granella secca, ci sarà un ammanco di questi prodotti sul mercato. Come abbiamo già visto nel capitolo sulla deforestazione, gli ammanchi delle derrate agricole possono essere colmati solo con un aumento delle produzioni mondiali quindi con una ulteriore deforestazione o con un aumento delle produzioni unitarie. Come nel caso delle centrali a cippato, la biomassa degli impianti a biogas deve essere comunitaria ed è molto penalizzata se proviene da più di 70 Km di distanza, ma anche questo è un paradosso perché se nella mia provincia costruissero impianti a biogas che utilizzano 100 mila tonnellate di mais anno rastrellato nel raggio di 70 km creando un ammanco nazionale, io e gli altri allevatori della mia provincia saremmo costretti a comprare 100 mila t di mais da un commerciante e questo lo deve obbligatoriamente importare dall’estero, cioè dal Sud america, che è molto più lontano di 70 km. In realtà è come se nel digestore entrasse mais extracomunitario proveniente da migliaia di km.

E’ ovvio che sui terreni dove si producono insilati si potrebbe produrre granella quindi anche l’uso di insilato è da considerarsi una competizione alimentare.

Inoltre l’utilizzo di materie prime come biomassa energetica comporta un aumento esponenziale dei metri cubi di digestato azotato da smaltire sui terreni agricoli con il PUA, questo crea competizione sui terreni di smaltimento, ed è molto dannoso per gli allevatori specie nelle zone vulnerabili che coincidono in gran parte con le zone ad alta densità zootecnica. Gli allevatori avendo meno terreno a disposizione, saranno più ricattabili dagli speculatori agricoli, oppure saranno costretti a depurare, o peggio a chiudere gli allevamenti frutto di generazioni di sacrifici. Anche gli allevatori che utilizzano impianti a biogas ad integrazione cioè dove aggiungono materie prime ai liquami per aumentare la resa altrimenti molto scarsa, con l’integrazione aggiungono azoto nel digestore, quindi vanno a duplicare o triplicare la quota di azoto da smaltire poi con i digestati. Questo meccanismo è creato solo dalla falsificazione del mercato a causa degli incentivi, nelle zone vulnerabili toglie terreno agricolo a disposizione degli altri allevatori che devono smaltire i liquami.

Del consumo di sostanza organica nei terreni pure non ne parla nessuno, ma per incassare il premio PAC (premio agricolo comunitario) gli agricoltori dovrebbero dimostrare di apportare continuativamente sostanza organica ai terreni per evitare ai terreni erosione, desertificazione, dilavamento e successivo inquinamento della falda da nitrati e fosfati. Invece gli agricoltori che utilizzano concimi minerali stanno “bruciando” l’humus accumulato in millenni, e se la sostanza organica viene utilizzata per fare energia, non andrà mai nei terreni. Questo non viene attuato se la concimazione avviene solo con i concimi minerali, o con i digestati, quindi gli incentivi già ci sono, basterebbe applicarli, ma nessuno lo fa e la PAC che diventerà PAAC premio agricolo ambientale comunitario la danno a tutti gli agricoltori anche a chi usa i concimi minerali, e la PAC è molto importante perchè rappresenta più del 20% del reddito delle aziende agricole.

E’ sbalorditivo per me che i politici che tanto si preoccupano delle emissioni da incentivare la produzione di biogas anche se ottenuto con materie prime non si rendano conto che questo comporta un aumento:

  • di emissioni per le lavorazioni dei terreni
  • di competizione alimentare
  • dei costi delle materie prime
  • delle importazioni e quindi delle emissioni dovute ai trasporti
  • della deforestazione e quindi un aumento delle emissioni di CO2
  • di consumo di humus con conseguente aumento di erosione e dilavamento nei terreni agricoli.

Io non trovo nulla di ecologico nel mischiare cereali al liquame, anzi personalmente la ritengo un’aberrazione. Eppure alcune regioni ad alta densità zootecnica hanno deciso di finanziare a fondo perduto gli impianti di biogas. Ve ne parlerò nel prossimo post di questa serie.

La lega antivivisezione LAV ha lanciato il “Cambia menu”. Dalla finestra ambiente cito le seguenti affermazioni:

La carne ci sta consumando! E noi ne siamo ignari! Non sappiamo quanto una sola bistecca possa davvero costare all’ambiente e al nostro corpo. E’ arrivato il momento di scoprirlo e di fare una scelta consapevole: diminuire il consumo di carne e cambiare il menù……4°C di aumento delle temperature previsti in questo secolo a causa degli allevamenti ……la zootecnica determina meno ossigeno per tutti, più fame nel mondo, risorse di acqua a secco, e buco dell’ ozono.”

Una bistecca costa al pianeta 17,5 mq di foresta… il 70% delle aree forestali disboscate sono state destinate al pascolo…. 80 milioni di bovini pascolano dove c’era la foresta

4°C di aumento previsti entro il secolo solo a causa della zootecnia è una proiezione che non ha nessun riscontro scientifico. Vi risparmio tutte le accuse, sul consumo di acqua che invece è utilizzo, sulla fame nel mondo che resta sempre fame, sui chili di cereali per fare chili di carne che sono i confronti ridicoli fatti a peso, sul buco dell’ozono da CFC vietati dal 1987, sulla deplezione di ossigeno che mai mancherà, perché ne abbiamo già parlato.

Analizzerò invece la deforestazione perché anche il WWF accusa la zootecnia di esserne la causa.

“Una delle maggiori cause di emissioni di gas serra è infatti la deforestazione: ogni anno si perde nel mondo un’area di foresta equivalente a mezza Inghilterra (oltre 120.000 km2) e la causa principale di questa perdita è proprio l’espansione del sistema produttivo alimentare, per la produzione di raccolti e l’allevamento di animali.”

La deforestazione ha molte cause, riconducibili ad una sola cioè il reddito, è legata allo sfruttamento dei legnami e non solo alla ricerca di nuovi pascoli o di nuovi terreni agricoli, quella è spesso una conseguenza non una causa. L’aumento della popolazione zootecnica è legata all’aumento demografico, ma anche al’aumento del benessere e del potere di acquisto nei paesi in via di sviluppo. La richiesta di terreni per per la zootecnia potrebbe essere una causa di deforestazione nel futuro, ma non adesso, quando ci si può permettere di destinare milioni di ettari di terreno agricolo a scopi non alimentari come coltivazioni energetiche, tessili, thè, caffè, cacao o alla produzione di alcolici.

Infatti il WWF dice:

“In Africa, più precisamente in Costa d’Avorio, la foresta tropicale è stata quasi totalmente abbattuta per fare spazio a delle monoculture, principalmente a delle piantagioni di cacao e caffè.”

Addirittura per decenni e fino al 2009 obbligavano gli agricoltori europei al set aside cioè ad un periodo di fermo produttivo del 5-15% dei campi agricoli per evitare la sovraproduzione dei cereali e il crollo dei prezzi, eppure in questi decenni la deforestazione è stata massiccia,ma non era certo dovuta ai fabbisogni di cereali.

La produzione dei terreni destinati alla bioenergia, viene a mancare sul mercato, ma i fabbisogni di cereali, foraggi o soia non cambiano. Quindi per colmare gli ammanchi o si procede alla deforestazione o all’aumento delle produzioni all’ettaro con la meccanizzazione e il doppio raccolto annuale.

Purtroppo queste colture, colza e piantagioni di palma da olio per il biodiesel, pioppelle da cippato per le centrali a biomassa su terreni agricoli dove prima si coltivava riso o mais, cereali come mais orzo e sorgo, per etanolo o biogas (più del 90% dei nuovi impianti di biogas sono ad integrazione cioè grano mischiato ai liquami), spesso determinano una nuova richiesta di terre, perché l’aumento produttivo unitario va a colmare le richieste dovute all’aumento demografico.

I contributi ai biocarburanti in UE furono fortemente voluti dal partito dei verdi tedeschi (sempre per salvare il pianeta), mentre in USA da Al Gore durante l’amministrazione Clinton, salvo pentirsene col senno di poi. Al Gore nel suo libro “La scelta” afferma che i contributi alle bioenergie sono sbagliati perchè hanno causato deforestazione.

Purtroppo il WWF accusa la produzione di carne di essere causa di deforestazione in amazzonia.

“Anche limitare il consumo della carne è un’azione immediata ed efficacie nella salvaguardia delle foreste tropicali: la deforestazione dell’Amazzonia è causata principalmente dal bisogno di far spazio al pascolo dei bovini e per produrre la soia. Quest’ultimo prodotto agricolo è importato in Svizzera per dar da mangiare ai nostri bovini: mangiare meno carne è quindi un ottima iniziativa a favore delle foreste tropicali.”

Sottolineo il fatto che quasi nessuno in Europa produce uova e latte senza soia, però le accuse stranamente sono sempre alla produzione di carne. Ma la produzione di carne in Italia (o in Svizzera) non è aumentata negli ultimi decenni anzi, quindi non può aver causato la richiesta di deforestazione per produrre più soia.

Sempre il WWF dice:

“Lo studio del WWF Brasile, dell’ Amazon Enviromental Research Institute (IPAM) e dell’Università di Minas Gerais (UFMG), supportato dal Woods Hole Research Centre del Massachusetts (USA), quantifica la quantità di carbonio stoccato in tutte le aree protette gestite dall’ARPA e la confronta con la deforestazione stimata di queste aree se non fossero nel programma. I risultati dimostrano che grazie all’ARPA vengono stoccati 4,6 miliardi di tonnellate di carbonio, che rappresentano un decimo del carbonio totale stoccato nella parte rimanente della foresta amazzonica brasiliana. Ciò equivale a 20 volte le emissioni annuali della Germania.”

Dal punto di vista del bilancio del carbonio, ridurre la zootecnia potrebbe diminuire la deforestazione, quindi ci sarebbe più carbonio stoccato nelle foreste, ma verrebbe meno il carbonio stoccato nella lunga filiera zootecnica cioè nelle colture agricole, negli animali zootecnici stessi e nei loro reflui. Il mais capta molto più di un bosco di pioppi in accrescimento, utilizzando un indice indiretto come il fabbisogno di azoto il mais ne richiede circa 3 volte più del pioppo coltivato che cresce più di un bosco naturale. Stornando gli enormi stock temporanei di carbonio contenuti nella filiera zootecnica, che si rinnovano annualmente, i bilanci del carbonio sono molto diversi rispetto ai dati di stima citati dal WWF. Paradossale la regola UE che permette i contributi per energia rinnovabile solo se la biomassa utilizzata è stata prodotta in UE e a una distanza massima di 70 Km dall’utilizzo. Mettiamo che in Lombardia ci siano 10.000 Ha destinati a bioenergia, (secondo me contando il biogas sono molto di più) l’ammanco nella produzione di cerali, sarà colmato da cereali importati proprio dal Brasile, alla faccia dei 70 km. Per aumentare la produzione di cereali purtroppo spesso si procede alla deforestazione quindi i 10.000 ettari lombardi destinati a bioenegia equivalgono a 10.000 Ha di deforestazione in Brasile.

Greepeace invece lancia accuse dirette alle multinazionali di essere causa di deforestazione in Indonesia e Malesia a causa dell’utilizzo di olio di palma.

“Il rapporto di Greenpeace “Come ti friggo il clima” ha dimostrato come, a causa della crescente domanda sul mercato internazionale di un prodotto come l’olio di palma, le più grandi industrie alimentari, cosmetiche e di biocarburanti stanno distruggendo le torbiere e foreste pluviali indonesiane. Tra queste; l’Unilever, la Nestlè e la Procter& Gamble che insieme originano enormi volumi di consumo di olio di palma proveniente prevalentemente da Indonesia e Malesia…”

“Olio di palma: deforestazione e clima in coma. Il sapone Dove e la Nutella tra i responsabili”

In una nota inchiesta chiamata “Amazzonia che macello” Greenpeace accusa direttamente la zootecnia di essere causa di deforestazione in Amazzonia, ma solo per quanto riguarda la carne e i pellami.

“Un paio di scarpe Geox, Nike o Adidas, un divano di pelle Chateaux d’Ax, un pasto a base di carne Simmenthal o Montana possono avere un’impronta devastante sull’ultimo polmone del mondo e sul clima del nostro pianeta”

Stranamente i pellami vengono considerati solo come causa di deforestazione ma non vengono mai stornati dal conteggio delle emissioni zoogeniche.

Molte di queste ditte si sono affrettate a cambiare fornitori per non essere accusate da Greenpeace e quindi considerate dall’opinione pubblica negativamente perchè causa indiretta di deforestazione. Cambiare fornitore però non cambia assolutamente nulla nel mercato globale. Se l’olio di palma, la carne e i pellami anziché importati fossero prodotti in UE, questo aiuterebbe la lotta alla deforestazione? Ma neanche per idea! Confrontiamo la stessa tipologia di allevamento bovino, quindi allevamento intensivo in Brasile cioè bovini in stalla alimentati con insilati, sostituiti con manzi in stalla in Italia. Con cosa dovremmo nutrire i manzi?

Bisogna destinare migliaia di ettari in Italia alla coltivazione di foraggi e insilati, vuol dire che queste superfici non produrranno cereali, che mancheranno al mercato, e che quindi verranno importati dal Brasile con emissioni 10 volte superiori rispetto ad importare mezzene di manzo. Per aumentare la produzione di cereali in Brasile come già detto purtroppo spesso si procede alla deforestazione.

Se invece il confronto è tra allevamento estensivo in Sudamerica e intensivo in Italia (come avviene in realtà perché per l’estensivo in Italia mancano spazi) la differenza è ancora maggiore, 15-20 volte di più, perché verrebbe meno lo sfruttamento dei pascoli del sudamerica altrimenti improduttivi.

La stessa cosa vale per l’olio di palma, se la Ferrero è costretta a non comprare l’olio dall’Indonesia, perché Greenpeace ha deciso che questo salva la foresta e il pianeta dalla catastrofe climatica, per la produzione di Nutella l’olio verrà comprato magari dalla Thailandia, dove si faranno piantagioni di palma da olio in terreni che prima erano destinati magari alla produzione di riso, quindi senza deforestare, e tutti saranno contenti. Ma l’ammanco di riso in Tahilandia da dove sarà colmato? Dall’Indonesia, dove semineranno il riso nei terreni deforestati, e nulla cambierà per le foreste.

La deforestazione è un problema serio, che a mio avviso va affrontato soprattutto con la creazione di aree protette, con un’attenzione particolare nel limitare l’esplosione demografica con una prevenzione sulla gravidanza responsabile, cercando di meccanizzare il più possibile le aree agricole del pianeta per raddoppiare i raccolti unitari, evitando sprechi e abusi alimentari.

Ritengo invece le accuse alle multinazionali una pressione a cambiar fornitori, a cui è difficile sottrarsi, ma che risulta essere assolutamente inefficace nella lotta alla deforestazione, nel contempo però crea danni di immagine e quindi di introiti alle ditte accusate da Greenpeace come causa di deforestazione.

Il WWF in collaborazione con i professori S. Castaldi, R. Valentini e M. Moresi ha creato un sistema per valutare le emissioni di ogni prodotto della nostra spesa cioè il “carrello della spesa virtuale”. Quelli che seguono sono i dati per una persona di sesso maschile.


Bovino 500gr 3,09 kg CO2 eq.

Ovino 500 gr 0,88 kg CO2 eq.

Pollo 500 gr 0,93 kg CO2 eq.

Maiale 500 gr 1,15 kg CO2 eq.

Salumi 100 gr 0,44 kg CO2 eq.Ortaggi 500 gr congelati 1,39 kg CO2 eq

Pesce allevato 500 gr 0,9 kg CO2 eq.

Pesce pescato 500 gr 0,61 kg CO2 eq

Latte locale 1 lt 0,17 kg CO2 eq

Latte non locale 1 lt 0,27 kg CO2 eq

Parmigiano locale 200 gr 0,53 kg CO2 eq

Parmigiano non locale 200 gr 2,21 kg CO2 eq

Mozzarella locale 125 gr 0,09 kg CO2 eq

Mozzarella non locale 125 gr 0,1 kg CO2 eq

Uova n 6 0,05 kg CO2 eq

Riso 500 gr 0,23 kg CO2 eq

Farina di Mais 500gr 1,95 kg CO2 eq

Pasta 500 gr 0,91 kg CO2 eq

Pane 500 gr 0,44 kg CO2 eq

Legumi busta da 500 gr
Non locali, non stagionali, non bio 1,37 kg CO2 eq

Legumi busta da 500 gr
Bio non locale non stagionale 1,08 kg CO2 eq

Legumi busta da 500 gr
Locale-bio-stagionale 0,7 kg CO2 eq

Per alcuni alimenti come le verdure ci sono varie opzioni: locale, biologica e stagionale. Per latte e derivati c’è solo l’opzione locale, per le carni non ci sono opzioni.

Il dato del latte cioè 0,17 kg di CO2 eq. per ogni litro è circa 14 volte inferiore al dato della FAO 2010 “Emissions from the Dairy Sector: A Life Cycle Assessment” che è di 1,8 – 3 kg di CO2 eq come media 2,4 kg. Ma anche la stessa analisi della Fao presenta punti di criticità perché infatti non tiene conto di vari fattori:

  • Il metano zoogenico non altera la concentrazione di metano atmosferico e nemmeno del carbonio atmosferico se il numero di animali non cambia come già spiegato più volte.
  • Il mangime sostitutivo da fornire ai vitelli che non poppano.
  • Il ciclo che porta la vitella a vacca da latte è molto più lungo rispetto al ciclo che porta il vitello a manzo, e che quindi richiede più foraggi e più mangimi.
  • Le rese in carne delle razze bovine da carne sono di molto inferiori rispetto alle razze da latte e gli accrescimenti a parità di unità foraggere possono essere addirittura la metà. La rimonta delle vacche da latte è bassa, 30-40% quindi il 60%-70% dei nati da vacche da latte cioè tutti i maschi e le femmine di scarto dovranno essere indirizzati alla produzione di carne, ma un manzo di frisona cresce pochissimo rispetto ad esempio ad un manzo di piemontese; non è una cosa da poco conto.
  • I prodotti non edibili come i pellami (questo per stessa ammissione degli autori del rapporto FAO).

Se poi si pensa che per i vegetariani la carne delle vacche a fine carriera e dei vitelli maschi non dovrebbe essere consumata come qualcuno male informato pensa succeda in India, le emissioni della produzione di latte si gonfierebbero in modo esponenziale. In India non si possono abbandonare nelle campagne le vacche e i buoi a fine carriera, perché esiste una specie di anagrafe bovina che lo vieta e poi non conviene economicamente. In realtà questi capi sono raccolti e venduti all’estero oppure agli stati regione all’interno dell’India a maggioranza musulmana dove esistono macelli di bovini altrimenti vietati nelle regioni a prevalenza indù. Anche l’utilizzo dei buoi (cioè i manzi castrati) per i lavori agricoli è una pratica in abbandono, sostituita dalla meccanizzazione.

Secondo il carrello della spesa virtuale la produzione di latte e derivati a parità di calorie comporta una minore emissione rispetto alla carne bovina, questo non è credibile, infatti con i dati della FAO è esattamente il contrario.
La differenza è ancora maggiore nei confronti della carne suina e di pollo che comporta a parità di calorie delle emissioni di molto inferiori rispetto al latte e ai derivati.

Un altro dato da analizzare è la differenza tra le emissioni degli ovini (0,88 CO2 eq) e quelle dei bovini, che risultano essere maggiori di 4 volte (3,09 CO2 eq). Anche questo è poco credibile. Non bisogna considerare le emissioni ad animale, è logico che il bovino essendo 10 volte un ovino emetta di più, le emissioni vanno confrontate a Kg carne come nel carrello della spesa, anche se sarebbe molto più corretto a kg di peso vivo più il non edibile come lana, pellami e letami. E gli ovini al pascolo non possono avere 4 volte in meno di emissioni rispetto ai manzi al pascolo che rappresentato il 60-70 % della carne venduta in Italia. E’ impossibile sono entrambi ruminanti, inoltre i manzi hanno una resa in carne molto più alta degli ovini!

Se ci basiamo sui dati dell’IPCC contenuti nelle linee guida, nel capitolo 10 del volume 4, i bovini da kg 600 di peso emettono kg 66 di metano anno nel west europa (pg 38) mentre gli ovini da kg 65 di peso emettono kg 8 di metano capo anno, (pg 28) ci sono poi differenze a seconda della taglia e della temperatura ambientale, ma mediamente, gli ovini ogni 600 kg di peso vivo emettono 74 kg di metano meno dei bovini di peso uguale!

La differenza che tra bovini e ovini evidenziata nel carrello della spesa virtuale è dovuta probabilmente al confronto tra bovini in stalla (con razioni alla Pimentel cioè all’americana) e ovini al pascolo, considerando che mangimi e foraggi per i bovini si ottengano con concimi minerali e non con gli effluenti come in UE. E’ un confronto discutibile, in UE se i manzi in stalla sono nutriti a insilati ottenuti con doppio raccolto richiedono sen’altro più energia, ma determinano una riduzione di un fattore 10 delle superfici di terra necessarie, rispetto al pascolo, inoltre la gran parte della carne bovina venduta in UE proviene da allevamenti al pascolo.

Nella valutazione sulle emissioni spiccano altre due differenze enormi, quelle tra la carne bovina e il latte e quella suina e avicola le cui emissioni sono circa 3 volte meno, questo è dovuto quasi certamente alla valutazione del metano di ruminazione, che però è molto discutibile.

Il legumi che invece dovrebbero sostituire la carne sono considerati solo in busta, immagino freschi perchè c’è l’opzione “di stagione”, e non inscatolati e cotti come li si consuma preferibilmente. Interessante il dato degli ortaggi surgelati da cui si evince che 500 gr di piselli surgelati che hanno circa 500 kcal e 33 gr di proteina vegetale comportano 1,39 kg di CO2 eq emissioni, molto più della carne di suino e di pollo.

Inoltre 500 gr di carne di manzo sono circa 860 kcal ma ben 85 gr di proteina animale quindi in equipollenza proteica le proteine animali vanno moltiplicate per 1,4 (Pimentel 2004), quindi 119 gr (85 x 1,4) di proteina contro 33 gr dei piselli, il che vuol dire 3,6 volte meno. Se moltiplichiamo le emissioni della produzione dei piselli surgelati per 3,6 cioè 1,39 x 3,6 = 5 kg di CO2 eq che è molto più della carne bovina che è 3,09 kg di CO2 eq.

Nel caso invece che i legumi siano locali, biologici e stagionali emettono 0,7 kg di CO2 eq per 500 gr sempre per 500 Kcal Nel confronto con la carne suina bastano 170 gr, 295 kcal etto medio, per fare 500 kcal quindi solo 0,4 kg di CO2 eq di emissioni (1,15 kg CO2 di emissioni per ogni 500 gr su 170 gr sono 0,4) mentre per il pollo, 210 kcal etto medio, ne bastano 230 gr quindi solo 0,43 kg di CO2 eq (0,95/5 x 2,3), quasi la metà dei legumi.

Nel carrello della spesa virtuale come già analizzato qui sul biologicoqui non c’è nulla che torna.