Quanto pioverà in Italia?

A volte i post nascono in un modo, ma evolvono in un modo completamente imprevisto. A questo post è capitata una cosa del genere.

Nel mese di ottobre, appena dopo l’alluvione nel Sannio del 14 e 15 del mese, sfogliando “Le Scienze” mi capitò sotto gli occhi un articolo di Jacopo Pasotti dal titolo “Italia a secco” (Le Scienze – ottobre 2015 – pagg. 50-55). Più che il titolo ciò che mi parve più interessante fu il sottotitolo: il futuro delle risorse idriche in un clima sempre più caldo. Reduce da poco dalle conseguenze dell’alluvione, decisi di scrivere un post a commento dell’articolo, ma poi gli eventi presero un’altra piega: impegni di lavoro e, poi, la COP 21 deviarono i miei interessi per cui ho rimesso mano al post nel periodo natalizio, dopo la pubblicazione di alcuni post di F. Zavatti sulle precipitazioni misurate in 8 stazioni pluviometriche dell’Italia centro-meridionale (qui, su CM). Rispetto ad ottobre molti dubbi circa le conclusioni dell’articolo di “Le Scienze” cominciarono ad affacciarsi alla mia mente per cui ho cominciato ad approfondire e ad indagare. Alla fine ho individuato due macro aree dell’articolo che meritano di essere approfondite e che interessano essenzialmente l’Italia settentrionale e quella meridionale.

L’articolo di J. Pasotti prende spunto da una serie di studi condotti, tra gli altri, da Paola Mercogliano e Renata Vezzoli in collaborazione con il Servizio Idro-Meteo-Clima dell’ARPA Emilia Romagna, pubblicati su “International Journal of Climatology” (da ora Mercogliano et al., 2015) ed i cui estremi bibliografici, nonché i relativi contenuti, sono riportati sinteticamente qui.

Mercogliano et al., 2015 partono dalla constatazione che i modelli climatici operano su griglie di circa 100 chilometri di lato che non riescono a modellare efficacemente l’evoluzione climatica con un dettaglio sufficiente per aree come quella italiana in cui le condizioni meteo-climatiche variano sensibilmente nell’arco di pochi chilometri. Allo scopo di migliorare le capacità predittive dei modelli climatici, i ricercatori hanno elaborato un modello climatico ad altissima risoluzione. Partendo dal modello COSMO-CLM, capace di operare su griglie di 25 chilometri quadrati, i ricercatori di CMCC (Centro Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici) e CIRA (Centro Italiano Ricerche Aerospaziali), hanno implementato un modello che opera su griglie di soli 8 chilometri quadrati e, quindi, perfettamente in grado di simulare il clima italiano. Il modello ha, inoltre, una risoluzione tale da consentire lo studio dell’evoluzione climatica di aree estremamente ridotte: al limite una singola azienda.

La cosa mi è parsa estremamente interessante in quanto consentirebbe di risolvere definitivamente ogni problema di modellazione regionale, ma anche troppo bella per essere vera. Ho fatto una breve ricerca in rete e ho potuto avere un’idea di come funziona il modello ad alta risoluzione di Mercogliano et al., 2015. I dati di input del modello ad alta risoluzione sono gli output di un comune modello GCM che vengono integrati con i dati esterni rilevati sulla griglia di simulazione (caratteristiche fisiche della regione e stato della vegetazione, per esempio). Tali dati sono successivamente interpolati sulla griglia di COSMO-CLM da un apposito programma informatico che genera, in tal modo, gli input per COSMO-CLM  (con tale dizione intendo, anche se impropriamente, tanto il modello ad altissima risoluzione che il modello propriamente detto). Tali notizie sono liberamente disponibili sul sito della CLM-Community.

Come si vede ci troviamo di fronte ad un modello ad alta risoluzione che dipende da un modello a bassa risoluzione e che, a mio avviso, risente di tutte le tare che caratterizzano questi modelli. Detto in altre parole ho la netta impressione che il modello utilizzato non è altro che un’applicazione dei modelli climatici globali adattata alla scala regionale che soffre, pertanto, delle stesse problematiche dei suoi “fratelli maggiori” e di cui tante volte abbiamo discusso su queste pagine.

Tutto ciò premesso vediamo come funziona il sistema. Si parte dai risultati di un normale GCM basato sugli scenari di emissione IPCC ed in particolare RCP 4.5 ed RCP 8.5. Come è noto, il primo è quello che contiene le emissioni a fine secolo entro un valore tale che esse determinino concentrazioni atmosferiche di diossido di carbonio inferiori al doppio della concentrazione atmosferica di CO2 dell’epoca pre-industriale, l’altro è quello in cui le emissioni proseguiranno al ritmo attuale. Essendo gli studi di riferimento a pagamento non ho potuto leggerli per cui potrei aver commesso qualche errore di valutazione, ma, stando alle specifiche di funzionamento del modello ad alta risoluzione, reputo sensato presumere che i risultati delle elaborazioni del modello COSMO-CLM sono CO2 dipendenti allo stesso modo di quelli dei GCM, per cui sopravvalutano i parametri antropici caratterizzanti i cambiamenti climatici allo stesso identico modo di questi ultimi: abbiamo dei risultati a risoluzione molto più alta, ma gli stessi inconvenienti di quelli a bassa risoluzione.

Dopo aver capito l’antefatto, veniamo ora all’articolo di “Le Scienze”. Gli output del modello hanno consentito di appurare che nel caso dello scenario RCP 4.5 le temperature medie italiane alla fine del secolo attuale, dovrebbero aumentare di un valore compreso tra i 3 ed i 4 gradi centigradi. Secondo lo scenario peggiore l’aumento delle temperature medie italiane dovrebbe essere compreso tra i 6,3 ed i 7,5 gradi centigradi: nulla di nuovo rispetto a quanto già sapevamo.  Quello che ci interessa, però, riguarda le riserve idriche: in un mondo più caldo è necessario avere più acqua a disposizione. Nell’articolo di J. Pasotti si considera il caso di studio del numero di giorni di magra del Po a Pontelagoscuro e si scopre che nel periodo compreso tra il 2070 ed il 2100 il numero di giorni di magra a gennaio, febbraio marzo ed aprile sarà inferiore a quello odierno, mentre nei restanti mesi il numero dei giorni di magra aumenta di molto: dal doppio al triplo. Nel mese di dicembre il numero di giorni di magra è uguale: oggi e nel 2100. La cosa che più mi ha intrigato riguarda il numero di giorni di magra sotto lo scenario RCP 4.5 e quello sotto lo scenario RCP 8.5: praticamente lo stesso nei mesi di luglio, agosto e settembre. A maggio, giugno, ottobre e novembre si nota, invece, una netta differenza tra i due scenari di emissione. Cosa significa tutto ciò? Comunque vadano le cose dal punto di vista delle emissioni di CO2, pioverà di meno, ma non molto di meno rispetto ad oggi: le precipitazioni si ridurranno mediamente del 10% ed in modo disomogeneo sia dal punto di vista spaziale che temporale. In particolare rispetto alla media trentennale di riferimento si avrà una riduzione delle precipitazioni soprattutto in primavera ed estate ed un aumento delle precipitazioni in inverno ed autunno. E ciò accadrà soprattutto nelle regioni settentrionali. Questo per quel che riguarda le medie.

Lo studio ha evidenziato anche un aumento degli “eventi estremi”: aumenteranno le notti calde ed i periodi aridi (cioè i periodi senza precipitazioni) così come le quantità di pioggia unitarie. Avremo, cioè, minori precipitazioni, ma maggiori intensità di pioggia.

Il futuro sarà, quindi, nero, anzi nerissimo per il nostro Paese: alluvioni e frane aumenteranno di intensità e numero a causa degli eventi meteorici più violenti, mentre al Nord le piene del Po saranno più violente ed i giorni di magra aumenteranno, consentendo all’acqua marina di risalire verso l’entroterra ed invadere le falde freatiche.

Come si vede il modello ad alta risoluzione conferma tutto quanto si sapeva dalle applicazioni dei modelli a bassa definizione e ciò non mi meraviglia più di tanto visto che il modello ad alta risoluzione è alimentato con gli output del modello a bassa definizione. Mi sarei molto meravigliato se fosse successo il contrario.

L’articolo è stato da me sintetizzato in modo molto spinto: chi può e vuole, potrà leggerlo nella versione originale su “Le Scienze”. Quello che in questa sede voglio evidenziare non è tanto il valore numerico delle variazioni di pioggia previste, ma il modo in cui questi valori sono stati ottenuti. I GCM sono dei modelli che hanno molti punti deboli in quanto basati su una fisica che ancora non abbiamo compreso in toto e le cui prestazioni risentono di questo limite come ben sappiamo. Se io alimento con gli output di questi modelli un modello a maggiore risoluzione non faccio altro che trasferire tutte le criticità del modello “padre” al modello “figlio”. Nell’articolo tutto sembra funzionare a meraviglia ed i risultati vengono presentati come il frutto di un modello ad alta risoluzione per cui caratterizzati, implicitamente, da una maggiore affidabilità rispetto a quelli dei modelli a minor definizione. Non viene precisato da nessuna parte che tali risultati sono il risultato dell’interpolazione degli output di quelli a minor risoluzione. E’ ovvio che se io considero i modelli di circolazione globale realistici, non ho motivo di dubitare della bontà dei risultati dei modelli a maggior risoluzione da essi derivati per cui nell’ambito del paradigma del riscaldamento globale di origine antropica, il ragionamento non fa una grinza. Per quel che mi riguarda, però, non è così.

L’ultima parte dell’articolo di J. Pasotti è riservata al meridione dell’Italia. Per il sud dell’Italia, secondo Pasotti ed altri esperti da lui interpellati, le cose andranno ancora peggio e le condizioni ambientali vireranno verso l’aridità che, come ben sappiamo, è cosa diversa dalla siccità: nascerà il deserto italiano che assomiglierà a quello del Nord Africa. Vediamo che cosa significa desertificazione e, per non sbagliare, facciamo riferimento alla definizione di desertificazione dell’UNCCD (1994):

“[…] il degrado del territorio nelle zone aride, semi aride e sub umide secche attribuibile a varie cause fra le quali variazioni climatiche e le attività umane”.

E’ pacificamente riconosciuto nella comunità scientifica che il Meridione italiano sia uno degli ambienti a maggior rischio di desertificazione in quanto rientra tra le zone aride, semi aride e sub umide. Le tecniche agricole e l’uso del suolo sono tra i principali responsabili del processo di degrado del territorio in quanto vanno a modificare il rapporto tra apporti idrici ed evapotraspirazione dei vegetali. L’irrigazione aumenta, in particolare, la salinità del suolo e le lavorazioni profonde modificano la struttura del terreno e favoriscono il degrado dello stesso per dilavamento. L’antropizzazione del territorio modifica il grado di permeabilità del terreno e, in ultima analisi, riduce gli apporti idrici alle falde freatiche ed aumenta quelli che corrivano nei corsi d’acqua superficiali contribuendo all’erosione ed al degrado del suolo. Esaminati sommariamente i contributi umani al processo di desertificazione, passiamo a quelli climatici. E’ ovvio che se le precipitazioni diminuiscono e le temperature aumentano, il processo di desertificazione avanza. J. Pasotti nel suo articolo sposa questa tesi: i modelli prevedono maggiori temperature e minori precipitazioni per cui il deserto non potrà che trionfare. A me questo asserto non sembra molto realistico.

Nelle scorse settimane F. Zavatti ha pubblicato un post sui dati pluviometrici di 8 stazioni dell’Italia centro-meridionale. Per chiarire meglio il mio pensiero prendo a prestito dal post di F. Zavatti il grafico seguente in cui sono riportate le tendenze lineari delle otto stazioni indagate.

Fig.1. a) Precipitazioni annuali di tutte le stazioni. I dati, in mm, sono divisi per 10 per una migliore rappresentazione. Come riportato nella legenda a destra, le precipitazioni di Montevergine sono ulteriormente divisi per 3. b) fit lineari delle serie in a). I valori numerici delle pendenze sono riportati nella legenda in alto.

Fig.1. a) Precipitazioni annuali di tutte le stazioni. I dati, in mm, sono divisi per 10 per una migliore rappresentazione. Come riportato nella legenda a destra, le precipitazioni di Montevergine sono ulteriormente divisi per 3. b) fit lineari delle serie in a). I valori numerici delle pendenze sono riportati nella legenda in alto.

Per comodità di lettura specifico che MCim = Monte Cimone, MTer = Monte Terminillo, MGin = Marina di Ginosa, Gio = Gioia del Colle, MSAn = Monte S. Angelo, MVer = Montevergine, CPal = Capo Palinuro e Boni = Bonifati.

Dall’esame dei diagrammi si vede chiaramente che solo la metà delle stazioni evidenzia un calo delle precipitazioni mentre la restante parte evidenzia un aumento delle precipitazioni o una stazionarietà delle stesse. Cosa possiamo dedurre da questi dati? Dagli anni ’50 del secolo scorso in poi l’andamento delle precipitazioni non è univoco in tutta l’area indagata per cui non si può parlare di una costante tendenza alla riduzione delle precipitazioni in tutto il Meridione italiano. Lo studio di F. Zavatti et al., sulle precipitazioni e sulle temperature di alcune stazioni del Sud dimostra che in Puglia, per esempio, in alcune aree le precipitazioni crescono, in altre diminuiscono ed in altre sono stazionarie.

La Puglia è sempre stata caratterizzata da carenze idriche (tutti conosciamo la natura carsica del Tavoliere e le vicende dell’Acquedotto Pugliese) per cui essa è la principale candidata alla desertificazione incombente. In questo quadro il clima sembra non collaborare con l’ipotesi della desertificazione in quanto il dato osservativo non è univoco sia dal punto di vista termico che pluviometrico. Ancora una volta i modelli e la realtà tendono a divergere.

Nello stesso articolo si può notare che la stazione di Montevergine è quella che individua un andamento delle precipitazioni che meglio di altre si accorda all’Indice di Circolazione Mediterranea (Brunetti et al., 2002) per cui può essere considerata esemplificativa dell’andamento climatico dell’area meridionale del nostro Paese sia dal punto di vista termico che pluviometrico.

  1. Zavatti qui su CM analizza la storia pluviometrica di Montevergine (valori cumulati da novembre ad aprile) e da questa analisi si vede che la stessa è caratterizzata da una tendenza costantemente negativa a partire dal 1880: la quantità di acqua che cade tende a diminuire in modo costante da oltre un secolo. Questo fatto la dice lunga circa la dipendenza delle precipitazioni dal cambiamento climatico di origine antropica: sembra fuori discussione, infatti, che l’influenza della CO2 sul clima si sia cominciata a sentire verso la metà del secolo scorso in quanto fino ad allora, come dimostrano anche test effettuati con la causalità di Granger, era il Sole a dominare la scena climatica. Come ha dimostrato F. Zavatti nel suo articolo, esiste una perfetta coincidenza tra la tendenza dell’indice geomagnetico AA (cambiato di segno) che è strettamente correlato all’attività solare e la tendenza delle precipitazioni cumulate di Montevergine. Per rendere più comprensibile la cosa mi sono permesso di riportare il grafico elaborato da F. Zavatti con la relativa didascalia.
figura_3

Fig.3. a) Precipitazione annuale cumulata di Montevergine. b) Indice geomagnetico AA scalato alla precipitazione e con segno rovesciato. Da notare la quasi coincidenza tra le pendenze.

L’andamento della tendenza pluviometrica di Montevergine sembra essere influenzato, pertanto, dal Sole per cui potrebbe risentire dei cicli solari e presentare periodi decadali o multidecadali. Tale relazione non mi sembra un semplice accidente matematico, ma ha, a mio avviso, un ben preciso significato fisico in quanto la nucleazione delle nuvole sembra essere legata ai raggi cosmici galattici, a loro volta modulati dall’attività solare, come dimostrano diversi studi scientifici.

Contrariamente a quanto scrive J. Pasotti nel suo articolo, pertanto, io ho maturato la convinzione che le osservazioni sembrano smentire gli output modellistici tanto a bassa che ad alta o altissima risoluzione spaziale e non consentono di escludere la variabilità naturale tra le cause della variazione climatica in atto e della desertificazione. Probabilmente il regime pluviometrico e termico dell’Italia cambierà nel futuro, probabilmente pioverà di meno, ma non possiamo escludere a priori che le ragioni del cambiamento siano anche naturali ed attribuire il cambiamento climatico esclusivamente all’attività umana.

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Author: Donato Barone

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4 Comments

  1. F. Zavatti, L. Mariani e F. Vomiero che ringrazio per le loro preziose considerazioni, hanno sollevato diverse interessanti questioni che, a mio giudizio, sono unite da un sottile fil rouge: il sistema climatico è estremamente vario e difficile da prevedere e modellare sia da un punto di vista empirico che fisico.
    .
    Sembra la scoperta dell’acqua calda, ma non è così. Media generalisti e non solo sono convinti, a volte, di aver trovato l’equazione del clima. Ciò non è vero, ma pochi se ne rendono conto. In ognuno dei commenti di Franco, Luigi e Fabio si notano una o più sfumature diverse, ma tutti insieme riescono a dare un’idea della complessità del sistema nel suo complesso e per questo credo che abbiano compreso appieno lo spirito del mio post. Il genere umano ha capito così poco del sistema climatico terrestre che a volte mi sento smarrito e sconfortato. E’ proprio questo senso di smarrimento che intendevo trasmettere con le mie considerazioni.
    .
    Il mio atteggiamento critico nei riguardi dei lavori divulgati da “Le Scienze” non vuole assolutamente essere una condanna dell’operato degli scienziati che hanno messo insieme le procedure informatiche per cercare di capire come evolverà la situazione climatica italiana: essi sono dei benemeriti. Ciò che critico è l’opera di chi costruisce ipotesi di regolamentazione sociale, economica e politica sulle conclusioni dei loro lavori. Tali conclusioni sono aleatorie perché è il sistema ad esserlo e ci vorrà ancora molto per capirlo meglio e, forse, riuscire a prevederne in modo statistico o deterministico il comportamento, per cui sarebbe opportuno andarci con i piedi di piombo nell’individuare il colpevole di tutto nella CO2 e nelle attività umane.
    .
    L’uomo non è estraneo al cambiamento climatico in atto, ne sono convinto, ma non ne è il solo responsabile in quanto sono all’opera forze naturali che esercitano un’influenza pari se non addirittura superiore a quella antropica. Puntare il dito in un’unica direzione rischia di farci sbagliare strada e può portare a delle posizioni politiche, sociali ed economiche che rasentano l’utopia come ci avverte L. Mariani.
    .
    F. Zavatti ci anticipa che in Australia i dati sembrano dimostrare la follia dell’AGW duro e puro. L. Mariani ci invita ad andarci con i piedi di piombo anche con i dati che invece di migliorare sembrano deteriorarsi qualitativamente. E’ ridicolo di fronte a quella che molti definiscono la più grande emergenza planetaria rinunciare agli unici strumenti che consentirebbero di tenere il sistema sotto controllo costante: le reti di misurazione termo-pluviometriche. Guardando i dati grezzi da cui è stato tratto il grafico delle temperature che da qualche giorno compare in alto a destra di questa pagina, sono restato esterrefatto nel vedere che molte stazioni di misura stanno sono state disattivate negli ultimi anni. E’ come se io avessi la febbre e buttassi via il termometro: come diavolo faccio a tenere sotto controllo il mio stato termico? Sembra lapalissiano, ma così non è, purtroppo.
    .
    E come dare torto in questa ottica a F. Vomiero? I modelli lasciano molto a desiderare, ma nonostante tutto si punta molto di più al loro sviluppo, anche di aspetti marginali e poco interessanti, che a potenziare le reti di monitoraggio ambientale, ad assicurare una corretta manutenzione delle stesse ed a favorire lo studio di base per comprendere meglio come funziona il sistema nel suo complesso. Probabilmente è molto più comodo restare in un ambiente confortevole di fronte ad un computer che macina dati, piuttosto che sporcarsi le scarpe per andare a controllare una stazione meteorologica o installarne una nuova e seguirne l’evoluzione. Forse un giorno arriveremo a determinare i dati in pochissimi punti e ad interpolare tali dati sull’intero pianeta. Avremo un bel modello del mondo, ma sarà coerente con la realtà? Ne dubito fortemente.
    Ciao, Donato.

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  2. In effetti il problema della previsione del regime precipitativo in Italia, così come credo anche per quanto riguarda il resto del mondo, a livello regionale, rimane ancora un nodo cruciale, molto difficile da sciogliere. La questione scientifica appare oggi ancora più complessa rispetto a quel che concerne le temperature superficiali, per esempio. In Italia, i dati ci dicono (es. fonte ISAC) che dalla fine degli anni settanta è in corso una fase di deciso riscaldamento globale non accompagnata però da significative variazioni a livello pluviometrico, almeno per quanto riguarda i dati di piovosità media e annuale, se si eccettua un leggero trend negativo, ma statisticamente poco significativo. In realtà, però, la non significatività della variazione del parametro a livello nazionale, considerando questi dati, potrebbe anche essere solo apparente, in quanto quello che potrebbe essere cambiato è il regime, inteso come frequenza e intensità delle precipitazioni stesse. Perché poi, anche se mi pare non esistano dati quantitativi certi, la sensazione, peraltro condivisa anche da alcun lavori, es. Brunetti et al. 2004 e Brunetti et al. 2006, è che, almeno per alcune zone, le precipitazioni siano magari meno frequenti, ma più intense e concentrate in spazi temporali più brevi, il che testimonierebbe comunque la presenza di un cambiamento climatico in atto e di un mutato impatto sulle strategie di gestione delle risorse idriche, naturalmente al netto dell’aspetto, non meno importante, legato al conclamato dissesto idrogeologico del territorio. Riguardo comunque le previsioni per il futuro, credo che Donato abbia naturalmente colto, e discusso abbondantemente sui limiti e quindi sulla bassa affidabilità modellistica in merito. Tuttavia, e io aggiungerei, per fortuna, come ho già discusso in altri commenti, in climatologia non esistono soltanto i modelli fisico-matematici, ma esistono anche osservazioni, monitoraggi, trend, modelli concettuali, conoscenze teoriche e logica, aspetti che acquistano ancora maggiore rilevanza quando, come in questo caso, le previsioni modellistiche appaiono assolutamente ancora inadeguate e discordanti tra di loro (es.ISPRA 2015). Il che, non risolve comunque il problema della predicibilità, ma, così come nel caso del riscaldamento globale, può aiutare a considerare alcuni scenari di previsione più probabili di altri.
    Saluto sempre cordialmente

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  3. Caro Donato,
    ti ringrazio per il commento critico al lavoro uscito sull’Int.J.Climatology e divulgato da Le scienze.
    Credo che su certe operazioni occorra essere drastici: con i modelli previsionali attuali abbiamo difficoltà a prevedere in termini quantitativi le precipitazioni a tre giorni, immaginiamoci la prevedibilità a 100 anni ottenibile con modelli basati sulla stessa tecnologia (meccanica newtoniana della continuità) ma che per ragioni ovvie debbono operare su pixel di dimensioni molto più elevate rispetto a quelle adottate per i modelli che lavorano a breve e medio termine, per cui non possono considerare tutta una serie di processi a mesoscala che agiscono in modo determinante nel dar luogo alle precipitazioni.
    Su questo poi trovi sempre qualche “dama di carità” pronta a salvare capra e cavoli operarando un dowscaling, che tuttavia inevitabilmente si traduce in un “garbage in, garbage out”.
    Sulla totale inattendibilità degli output pluviometrici dei GCM ci sono ad esempio i lavori del gruppo del professor Koutsoyiannis ed in particolare segnalo
    Anagnostopoulos, G. G., Koutsoyiannis, D., Christofides, A., Efstratiadis, A. & Mamassis, N. (2010) A comparison of local and aggregated climate model outputs with observed data. Hydrol. Sci. J. 55(7), 1094–1110 (scaricabile gratuitamente dal sito http://www.informaworld.com/smpp/content~db=all?content=10.1080/02626667.2010.513518) che ebbi modo di commentare su CM alcuni anni orsono.
    Penso allora che sarebbe molto più serio se si tenessero in condizioni operative migliori le reti (ci sono in giro dei diagrammi pluviometrici che fanno spavento per il totale irrealismo, non ultimo quello di uno dei diagrammi che riporti tu e che ho già segnalato a Franco Zavatti quando lo pubblicò: una stazione calabra della figura 1a supera i 2000 mm per tre anni di fila…). Il rischio con questo tipo di dati osservativi è che finiremo per appoggiarci ai modelli e basta, per cui in climatologia finiremo per approdare alla pura metafisica (cosa dalla quale non siamo poi così lontani quando in sede COP21 si parla di “evitare di superare la soglia di 1.5°C”).

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  4. Caro Donato,
    sono lieto che i grafici dei miei recenti post ti siano stati utili per
    approfondire in modo molto interessante gli aspetti, anche per me problematici, dei modelli ad alta risoluzione. Non ho letto i lavori che citi ma ho guardato un po’ i modelli regionali di Hans Von Stork e le sue tecniche per integrarli agli output dei modelli generali e l’uso che ne fa per prevedere i frequenti storm surge della zona di Amburgo dove lavora.

    Non sono in grado di valutare nei dettagli i risultati ma ho la tua stessa sensazione: mi sembra come voler ingrandire un’immagine a bassa risoluzione sapendo in anticipo che si ingrandiranno solo i difetti o l’appiattimento dei dettagli dovuto alla convoluzione.

    Proverò a riguardare “con i tuoi occhi” i numerosi dati di precipitazione che nel 2012 avevo ricevuto da Reinhard Boehm, ma ho appena finito di fare i conti con le temperature (max e min) di 44 stazioni australiane che mostrano pendenze variegate e non appiattite sulla CO2, e la pioggia è legata (anche) alla temperatura. Al contrario, nelle serie europee che Luigi
    Mariani ha pubblicato (nella banda destra di CM), le 9 stazioni che ho finora guardato hanno tutte una pendenza positiva, con valori diversi.

    E’ un po’ (solo un po’) abusato ma mi viene da dire che il mondo è bello perché è vario e soprattutto perché non dipende da un unico fattore, come qui su CM si dice da tempo.

    Complimenti per il post.
    Franco

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