Rabbia e Disperazione

Elisabeth Kübler-Ross, celebre psichiatra svizzera, è la madrina della psicotanatologia, ovvero degli studi sulla morte, per farla semplice. A lei si deve l’identificazione dei 5 stadi dell’elaborazione del lutto: negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione. Non ci dilunghiamo oltre sulla trattazione, perché l’argomento è serio e deprimente, ma assolutamente calzante, come si dimostrerà nel resto dell’articolo.

Ebbene, il carrozzone nero del climatismo che per decenni ci ha ammorbati con spettacoli itineranti di danza macabra dal sapore medioevale all’insegna del “Ricordati che devi morire… Di caldoooooooo!” sembra averla ricevuta lui, la diagnosi fatale. Su due piani differenti.

Il primo, più pratico, riguarda il ritiro degli Stati Uniti dal club molto chic della COP21, quello dei salvamondo pavigini. Il colpo è più che altro simbolico visto che l’accordo (non vincolante nella sua natura) era ben lontano dall’essere ratificato, considerata la maggioranza repubblicana alla Camera e al Senato. Del resto, già nel lontano 1997, il Senato aveva votato con una risicata maggioranza di appena 95-0 la Risoluzione di Byrd-Hagel con la quale si seppelliva la ratifica dell’accordo di Kyoto, che nessuna amministrazione nei 20 anni successivi (Obama incluso) ha osato riproporre al Parlamento americano per approvazione. Ed è a dir poco surreale il fatto che, appena un anno dopo la risoluzione in questione, i dati delle stazioni meteo di Hadcrut, quelli satellitari, nonché i radiosondaggi hanno confermato l’esistenza di uno hiatus, ovvero di una decelerazione del riscaldamento rispetto agli anni precedenti.

Fig.1 – Hiatus pre-Nino (dati satellitari e radiosondaggi) . Fonte: http://www.drroyspencer.com

 

Ancora più male alla causa ha fatto il minacciato taglio ai programmi delle Nazioni Unite dedicati al Climate Change, finanziati dagli USA attraverso il Green Climate Fund. Non si parla di spiccioli: l’amministrazione americana precedente aveva infatti elargito ben 1 miliardo di dollari al fondo in questione. A cui si aggiungono i tagli all’EPA (il braccio armato dell’amministrazione precedente in fatto di leggi sull’ambiente) tagli inferiori a quanto preventivato, ma comunque significativi e conditi dai licenziamenti promessi in campagna elettorale.

Il secondo piano, però, è ancora più delicato se possibile. In barba alla narrativa-bufala del 97%, e avendo probabilmente annusato un clima appena più favorevole rispetto a quello solito di caccia alle streghe, hanno cominciato a levarsi più forti le voci degli scienziati dissidenti. Scienziati di fama mondiale come Lindzen, o addirittura gole profonde come John Bates, scienziato del NOAA che ha smascherato i retroscena imbarazzanti dello studio “ammazza-hiatus” di Karl et al.

Messo di fronte al cambiamento di clima (questo sì, reale) il carrozzone nero del climatismo ha reagito con un rigurgito di rabbia, incendiando ulteriormente i toni e frustando con più forza i cavalli, ché i pericoli sono tanti, e potenzialmente mortali.

Sarà sicuramente un caso, ma nelle ultime settimane abbiamo visto uscire in rapida sequenza due studi controversi, entrambi “ammazza-hiatus”. Dopo aver risolto il problema dei dati terrestri con Karl, è toccato infatti ai dati satellitari:

  • Un primo studio (referato a tempo di record) attribuisce la pausa rilevata dai satelliti alle stesse forzanti naturali che per qualche decennio ci avevano giurato non contassero nulla rispetto alla CO2.
  • Un secondo studio, in modo diametralmente opposto, sostiene invece che la colpa è del satellite, e quindi piuttosto che chiamare in causa le forzanti naturali, con un tratto di penna si correggono (al rialzo) i dati raccolti negli anni fino ad oggi. Per la serie: “avevamo scherzato“.

Ma lo sforzo maggiore del carrozzone è stato profuso nell’informazione, se così la si vuole chiamare: una vera e propria guerra mediatica climatico-catastrofista come non si era mai vista nella storia. Articolata e declinata in tutti i paesi contemporaneamente. Il tema è uno solo: l’estate 2017 deve essere la più calda di tutti i tempi, la più rovente, la più mortale, la pistola fumante del fatto che gli USA sono rovinamondo e la COP21 è la nostra unica speranza di salvezza. E se non fa caldo come si vorrebbe, il clima è comunque “impazzito”. Qualche esempio:

  • Giorni fa in America i giornali riportavano come un fatto straordinario il caldo tra Nevada, California e Arizona. Forse la Valle della Morte era una località in cui si praticava lo sci estivo? O è piuttosto quella che detiene un record di temperatura intorno ai 57 gradi? Immagini di cartelli stradali deformati, asfalto fuso, uova cotte sul metallo rovente, non si sono fatti mancare nulla. Ironicamente, in calce agli stessi articoli catastrofisti talvolta campeggiavano i commenti dei residenti che si chiedevano dove fosse la novità.
  • A Parigi un banale temporale estivo è stato trasformato in “bomba d’acqua senza precedenti” per via di tre stazioni della metro allagate: 49 ricchi millimetri di pioggia. Wow… praticamente un monsone…

Ma il climacatastrofismo, che sia per moda, per imitazione, per gli effetti del caldo o semplicemente per salvare la narrativa, impazza anche in Italia, con esiti assolutamente grotteschi. Ne citiamo solo un paio ma anticipiamo che ci sarà spazio anche per altri, prossimamente…

In data 12 Luglio tutti gli italici media a fanfare unificate celebravano la morte dell’Antartide per il distacco di un iceberg dalla Piattaforma Larsen C. Dimentichi del fatto che si chiama Larsen C perché si sono già staccati due iceberg in passato dalla stessa piattaforma: Larsen A nel 1995 e Larsen B nel 2002. Il fenomeno infatti è assolutamente normale, come spiegato dai professori Siegert e Shepherd su un quotidiano al di sopra di ogni sospetto negazionista. “Business as usual” l’hanno definito: “ordinaria amministrazione“. E del resto la massa glaciale antartica se la passa benone: stabile secondo alcuni, addirittura in crescita secondo altri. Ma la narrativa impone di presentare Larsen C come un fatto straordinario e i media si adeguano volentieri, forse per pigrizia, forse per ignoranza, o magari al solo scopo di sostenere la narrativa.

Ma il vero articolo rivelatore dello stato in cui versano i profeti del mainstream è sul Fatto Quotidiano. Titolo sobrio e asciutto: “Uccidete il mondo senza accorgervene. Roba da psicologi”. Si tratta di una intervista alla climate-star Luca Mercalli dai toni talmente sconnessi da risultare quasi illeggibile e in cui si dice, sorpresa delle sorprese, che va tutto male ed è solo colpa dell’uomo. Ma il fatto veramente rivelatore è in questo pasaggio dell’intervista, un grido di dolore rabbioso e disperato: “Non c’è allarme che tenga, sapere che convinca, disastro che allerti. La gente se ne sbatte di noi, delle nostre previsioni, della cura con la quale dimostriamo l’ineluttabile, il mostro che ci mangerà. La questione è divenuta così seria che abbiamo chiesto aiuto agli psicologi, qui siamo di fronte a un enorme fenomeno di dissonanza cognitiva

Se uno non leggesse il resto dell’articolo potrebbe illudersi che dallo psicologo ci voglia andare l’intervistato insieme ai suoi colleghi, per risolvere i loro problemi di autostima, le loro allucinazioni mostruose e le loro dissonanze cognitive. Dissonanze che da bravi psicologi della domenica avevamo già intravisto alcuni mesi fa. E invece no: in un ben noto meccanismo psicanalitico di proiezione, l’oggetto di indagine psichiatrica diventa “la gente”,  perché “se ne sbatte” degli allarmi, delle previsioni e della cura con cui loro, i sapienti, “dimostrano l’ineluttabile” (aggiungerei anche una indagine sulle manie di grandezza, già che ci siamo).

#mainstreamstaisereno

Se posso permettermi di pormi sullo stesso piano del linguaggio usato nell’intervista mi viene da pensare, sommessamente, che  la gente se ne sbatte perché si è rotta le scatole di sentire previsioni catastrofiche che non si avverano mai. Sono 20 anni che si cerca di convincere il signor Rossi che deve morire di caldo, che il mare lo sommergerà, che brucerà come un tizzone per colpa della CO2, e invece la realtà di tutti i giorni gli suggerisce che non è così, che si sta come 20 anni fa, si fa il bagno nello stesso mare e l’inverno si va a sciare sulle stesse Alpi che i grandi scienziati davano per spacciate. La stessa realtà dei fatti suggerisce che il mondo è più verde e che la produzione agricola è in aumento e che non ci sono evidenze di un aumento dei fenomeni estremi.

Niente di quello che i climatologi avevano previsto si è avverato, sia nella realtà quotidiana del signor Rossi che nello spietato confronto tra quei modelli fatti “con cura” e i dati reali che con quegli stessi modelli fanno a cazzotti da decenni a questa parte. E siccome il signor Rossi non è ancora del tutto rimbecillito come forse qualcuno vorrebbe, bisogna concedergli il sacrosanto e democraticissimo diritto di sbattersene di certe profezie sempre sbagliate e di preoccuparsi, piuttosto, di problemi veri, seri ed attuali che si chiamano disoccupazione, salari, crisi economica, precariato, conflitto sociale, emigrazione, immigrazione, terrorismo.

E giusto per chiudere il cerchio rimanendo in ambito psicanalitico, mi permetto di notare che dopo la negazione del dissenso (la fake news del 97% già citata) tanti climatologi sono probabilmente entrati nella fase della rabbia. È il secondo stadio dell’elaborazione del lutto di cui si è parlato all’inizio dell’articolo.

Forse è davvero il caso che dallo psicologo ci vada qualcun altro.

 

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Author: Massimo Lupicino

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14 Comments

  1. bene così… restiamo in attesa della fase “tre” in cammino verso la accettazione finale che già oggi, la banale e semplice vita quotidiana, suggerisce come logico epilogo.
    Grazie per il bell’articolo
    Stefano Ricci

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  2. ‘La stessa realtà dei fatti suggerisce che il mondo è più verde e che la produzione agricola è in aumento e che non ci sono evidenze di un aumento dei fenomeni estremi.’ Notevole! Tre autocitazioni in una sola frase. Bravo, veramente credibile!

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  3. Luca Mercalli hai toccato il fondo. Ho letto l’articolo. Un vero delirio, secondo me si sta rendendo conto che ormai è arrivato alla frutta. Ha sostenuto per anni una teoria del riscaldamento globale antropico che non ha alcun senso e ora non sa più che pesci pigliare…
    Andrà lui dallo psicologo prima di noi….
    Saluti
    Mauro

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  4. Bell’ articolo e ben documentato, checche’ ne pensi qualcuno.

    Ammiro il coraggio di ML che, malgrado l’ esercito di avvocati che lo stanno puntando,, si permette di criticare I due articoli “amazza hiatus”.

    Avviso amichevole: Guarda che, come dicono da queste parti, “you are sakating on thin ice”! Meno male che I ghiacci per ora reggono!

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  5. La mattina mentre faccio colazione guardo rainews24, e alle 7 meno 5 ci sono spesso 2 minuti di editti/perle di saggezza da parte del climatologo col collo più corto del pianeta. L’altroieri ha quasi avuto un ictus cerebrale tanto era arrabbiato con la gente che non crede ai climatologi come lui, che lui ha studiato e scritto tanto… e nel dire questo brandiva una pila di 4-5 grossi volumi blu… pubblicazioni di climatologia, ovviamente.
    Preoccupante… ma ora che leggo questo articolo qui capisco che non sono il solo ad aver notato certi comportamenti schizofrenici. 🙂

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  6. Caro Massimo, credo che il distacco del maxi iceberg da Larsen C meriti qualche considerazione in più.
    Le piattaforme glaciali come quella di Larsen sono costituite da lingue glaciali che si protendono dai ghiacciai terrestri e, galleggiando sulla superficie del mare, si estendono per centinaia se non migliaia di chilometri verso il largo. La fisica ci insegna che questa estensione non può procedere all’infinito: ad un certo punto la mensola costituita dal ghiaccio galleggiante deve rompersi per forza.
    Allo stato dell’arte non si conosce il meccanismo con cui avviene la rottura. Da strutturista non ho difficoltà a capire la complessità del sistema statico costituito da un corpo galleggiante soggetto al proprio peso ed alle sollecitazioni dell’acqua su cui galleggia. Non mi stupisco, pertanto, della perplessità con cui diversi addetti ai lavori considerano il fenomeno.
    Le piattaforme glaciali costituiscono un sistema complesso che può avere comportamenti imprevedibili. Si tratta di sistemi in equilibrio instabile, per cui basta poco a determinare la formazione di meccanismi il cui esito può essere fatale per l’intera struttura. In campo strutturale siamo abituati ad aver a che fare con sistemi dotati di intrinseca instabilità e siccome conosciamo la delicatezza del problema, operiamo in maniera tale da restare lontani (molto lontani 🙂 ) dalla soglia dell’instabilità. Non sappiamo, in altre parole, come si potrebbe comportare il sistema, per cui utilizziamo sezioni maggiori di quelle strettamente necessarie.
    .
    Per le piattaforme glaciali il discorso è enormemente più complesso e, cosa non secondaria, non possiamo fare nulla per allontanarci dalla “zona critica”.
    Ci troviamo di fronte, pertanto, a sistemi complessi di cui ignoriamo il comportamento statico e dinamico e di cui abbiamo difficoltà a conoscere i parametri fisico-meccanici che ne regolano il comportamento.
    Nei passati decenni abbiamo potuto assistere al collasso delle parti A e B della piattaforma di Larsen (si sviluppa lungo tutta la Penisola Antartica e le parti A e B ne costituivano la porzione più occidentale).
    Questo collasso avvenne in modo assolutamente imprevisto tanto da lasciare di stucco i ricercatori: nessuno immaginava che il collasso potesse essere così rapido.
    Accertato che le piattaforme di ghiaccio galleggianti possono presentare simili gradi di instabilità, i ricercatori si cominciarono a chiedere il perché di questa instabilità. Ad oggi nessuno è in grado di fornire una risposta (certa) a questa domanda. Secondo qualche studioso il collasso della piattaforma è preceduto dalla comparsa di acqua liquida sulla sua superficie che genera tanti “laghetti”. In questo caso sorge spontanea una domanda: come può lo scioglimento superficiale di una piattaforma spessa centinaia di metri determinarne il collasso?
    Eppure leggendo qua e là, si ha l’impressione che le piattaforme collassino a causa del riscaldamento globale. Secondo me è molto più plausibile che la causa vada cercata nelle correnti che si sviluppano sotto le piattaforme ed il cui cambiamento può determinare l’instabilità della massa glaciale sovrastante. Un po’ come successe con il famoso ponte sospeso di Takoma: il ponte fu investito da correnti d’aria e le raffiche determinarono la nascita di fenomeni di risonanza nella struttura che ne determinarono il crollo poco dopo la sua inaugurazione. Le correnti oceaniche sono, però, causa del collasso? Anche in questo caso la risposta non la possiamo dare. E allora?
    Come spesso capita in questi ambiti, brancoliamo nel buio. Nel dubbio la causa del collasso delle piattaforme glaciali non può che essere una: il cambiamento climatico. 🙂
    Ciao, Donato.

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