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Da non crederci: Miocene più caldo, clima meno sensibile.

Non si può leggere tutto e tanto meno entrare nel merito specifico di ognuna delle tante pubblicazioni scientifiche che appaiono. Capita però che qualcuno lo faccia, o almeno decida di analizzare qualcosa, in una specifica pubblicazione, che altri non visto, letto o approfondito.

E’ il caso di questo articolo di Willis Eschenbach, pubblicato su WUWT. La pubblicazione in questione è di per se interessante:

A Warm Miocene Climate at Low Atmospheric CO2 levels

Alcuni degli highlights sono i seguenti, altri li trovate qui insieme alle immagini:

  • Il Clima durante il tardo e medio Miocene era più caldo e più umido di quello attuale, in accordo con i reperti fossili e i dati proxy disponibili;
  • Il gradiente lungo la longitudine tende a diminuire con l’aumento della concentrazione di CO2;
  • Le variazioni del trasporto di calore nel sistema atmosfera/oceani si compensano a vicenda;
  • La riduzione del gradiente è principalmente attribuibile a variazioni locali alle medie e alte latitudini, come effetto di variazioni della vegetazione e dell’albedo;
  • Le variazioni regionali della vegetazione, come la comparsa del deserto del Sahara sono ‘fattori climatici globali’;
  • Climi più caldi nel passato geologico possono essere riconciliati con concentrazioni di CO2 più basse delle attuali.

Da questa serie di alinea si evince che lo studio è sostanzialmente mainstream, ovvero che la presenza di una maggiore umidità, derivante da un feedback positivo del vapore acqueo e una importante modifica della quantità di radiazione assorbita e riemessa possono condurre ad un riscaldamento, anche in assenza di alte concentrazioni di CO2. Se queste poi concorrono al riscaldamento, gli effetti di cui sopra aumentano e il riscaldamento pure. Nel periodo in esame, la parte del leone nel determinare l’aumento delle temperature però, pare l’abbia fatta la distribuzione della vegetazione, incidendo pesantemente sull’albedo e riducendolo, portando a un riscaldamento che eccedeva di 3°C le temperature medie attuali.

Eschenbach, fa prima una disamina del genere di approccio utilizzato, mettendo innanzi tutto il solito ragionamento circolare dell’approccio modellistico. Leggiamo infatti che la vegetazione nel modello è un parametro fisso, rappresentato dalle variazioni di una serie di componenti che ne identificano le variazioni. Sicché la vegetazione è un input per il modello, non un output. Ad ogni modo, questo è il problema endemico delle simulazioni dei sistemi complessi di cui non si conosce completamente il funzionamento.

Sia pure con questi caveat però, l’aspetto più interessante di questo studio, aspetto che gli autori non hanno affatto evidenziato, è che dai loro conti e dalle loro valutazioni scaturisce un sistema climatico molto meno sensibile alle variazioni della concentrazione di CO2 di quanto non sia definito dalla letteratura scientifica mainstream, cioè dall’IPCC. Per sensibilità del sistema infatti, si intende quanto si pensa che esso debba scaldarsi per effetto di un raddoppio della concentrazione di CO2 rispetto ai livelli pre-industriali. Nella sua definizione l’IPCC individua un range di aumento delle temperature che va da 2 a 4,5°C, con una probabilità inferiore al 10% che tale riscaldamento possa essere più basso di 1,5°C.

Con una riduzione dell’albedo come quella da loro scoperta (che avrebbe concorso al 50% dei 3°C di riscaldamento, cioè a 1,5°C di temperatura in più) e con i valori di irraggiamento solare pari a quelli attuali (che hanno in effetti utilizzato), viene fuori che al raddoppio della CO2 la temperatura aumenta di 1,15°C. Il modello utilizzato ha una sensibilità climatica al raddoppio della CO2 di 3,35°C, dunque un valore medio rispetto alla forbice indicata dall’IPCC. I valori di cui sopra, quelli cioè dell’IPCC, scaturiscono infatti da una media di più modelli. Nessuno può sapere se qualcuno di questi o la loro media siano in effetti rappresentativi della realtà climatica del Miocene o di qualsiasi altro periodo. Con riferimento all’attualità, posto che molti dei parametri impiegati sono rappresentati per come oggi li conosciamo attraverso le osservazioni, sappiamo che queste simulazioni di problemi di rappresentatività ne hanno parecchi.

Tuttavia, se dobbiamo – e non vedo perché non dovremmo- prendere per buono il fatto che nel passato del Pianeta la vegetazione abbia giocato un ruolo così determinante attraverso le modifiche che induce all’albedo anche con basse concentrazioni di CO2, dobbiamo necessariamente prendere per buono anche il valore della sensibilità climatica che scaturisce da queste affermazioni.

Ah, naturalmente, un clima meno sensibile alla CO2, è un clima che si scalda di meno, un clima che cambia di meno, un disastro, insomma, che si allontana. Tutto questo, però, in questo studio non lo abbiamo letto, malgrado ci fossero tutti gli elementi per affermarlo. Peccato.

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Published inAttualitàNews

2 Comments

  1. Fabio

    Solo un dubbio: come fa una variazione della vegetazione a mutare l’albedo terrestre così tanto da incrementare la temperatura in modo così sensibile, visto che le terre emerse occupano solo un quarto della superficie del nostro pianeta? Dev’essere stata una variazione davvero notevole dell’estensione della vegetazione…..

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