Cap and Trade e Bolla Speculativa o Carbon Tax e Recessione?

Il Sole24Ore è un quotidiano finanziario, gli interventi, si tratti di cronaca, politica o altro, strizzano sempre l’occhio agli aspetti economici di quanto riportato. Così è stato per questa intervista a James Hansen, intercettato in Italia in occasione della sua lecture alla Fondazione Peccei. Mi stupisce però che l’opinione di Hansen sia riportata con toni alquanto superficiali in ordine ad alcuni risvolti di carattere economico e finanziario che, riflettendoci su, sarebbe il caso di approfondire.

Il noto climatologo non ha affatto dismesso i panni da scienziato del clima, ma già da tempo ama vestire anche quelli di ideologo delle policy per fronteggiare la presunta deriva catastrofica del clima. Preso atto degli effetti pressoché nulli della politica messa in moto dal Protocollo di Kyoto et similia, che produce un aggravio dei costi di produzione di energia con faraonici introiti per chi la gestisce ad unico danno dei consumatori, lasciando intatte le emissioni di gas serra, ci propone una soluzione dal vago sapore retrò, tassare per redistribuire.

Avete una vita o un’attività produttiva ad elevato costo fossile? Vi sarà applicato un “prelievo” (che non si chiama tassa perchè altrimenti fa spavento) proporzionale alla vostra impronta ambientale. In cambio, con un meccanismo che mi è sinceramente poco chiaro, ne dovreste ricevere un credito fiscale, con risultato netto positivo. Questo è quanto propone Hansen, un sistema che la Columbia Britannica (Canada) ha recentemente tradotto in un provvedimento legislativo. Mi sorge un dubbio, l’aumento dei crediti fiscali dei cittadini riduce il gettito. Se questo è inferiore a quanto “prelevato”, il deficit chi se lo accolla?

Andiamo con ordine. In pratica si tratta di un approccio che segue la logica di disincentivare l’uso di un bene -nella fattispecie i combustibili fossili- attraverso una specifica tassazione sui consumi, impiegando le risorse così ottenute per incentivare lo sviluppo delle fonti rinnovabili, in modo diretto destinandovi dei fondi, o indiretto semplicemente rendendone più conveniente l’impiego. Hansen sembra preferire questa seconda soluzione.

L’idea non è nuova, in pratica da noi è già in una realtà, perchè gli incentivi per le fonti rinnovabili sono finanziati con un prelievo sui consumi con la voce A3 della bolletta delle luce. La differenza è solo formale, perché, di fatto, si tratta comunque di una tassa che non si chiama carbon tax ma è la stessa cosa, con l’aggravante dell’essere applicata indistintamente a tutti i consumi elettrici, a prescindere dalla fonte con cui è prodotta l’energia consumata. La proposta di Hansen ne vedrebbe un’applicazione ad ogni forma di consumo, giacché non c’è ambito della nostra quotidianità che non sia riconducibile alle fonti fossili, si parli di ciò per cui il collegamento è diretto, come la mobilità, o si parli di qualunque altra cosa.

Sarebbe un male? Non è detto, perché il concetto è semplice e pure nobile, però l’approccio deterministico che essa prevede, ovvero l’impiego di uno strumento economico per determinare un effetto ben preciso entro confini molto ristretti, è una forma di economia controllata, che nasconde il grave difetto di condurre il progetto al fallimento se applicata in un mercato libero, le cui dinamiche rifuggono ogni forma di controllo e rispondono a logiche non sempre coincidenti con quanto deciso in partenza. Tutto ciò senza tener conto delle contingenze non prevedibili, o, se tali, comunque trascurate come l’attuale crisi, che possono sovvertire completamente l’ordine degli avvenimenti. Non credo sfugga più a nessuno, infatti, che gran parte del consenso politico sulle tematiche del clima sia venuto meno perché sono venute a mancare le risorse, che altrimenti sarebbero già state entusiasticamente ed elettoralmente impiegate, sia reale o no l’origine antropica del riscaldamento globale.

Resta il fatto che questi interventi generano deficit che si può pensare di ripianare traendo beneficio dal volume di affari generato e dalla ricaduta occupazionale che potrebbero avere. Questa è la ragione per cui sentiamo cantare ogni giorno le lodi della rivoluzione verde, anche se poi questi benefici sono ancora tutti da dimostrare. In Spagna, ad esempio, una politica di incentivi troppo spregiudicata prima ha fatto esplodere l’eco-business e ora rischia di farlo implodere.

Oppure si deve immaginare di ripianare il bilancio attraverso presunti risparmi sulla salute pubblica. L’esempio tipico è quello del fumo: riduco il numero dei fumatori e risparmio sulle cure altrimenti necessarie per tutti quelli che sarebbero diversamente affetti dalle patologie che esso provoca. Ma, nella fattispecie del clima, su cosa si dovrebbe risparmiare? Se si parla di ciò che deriva dalla combustione -leggi particolati e quant’altro- siamo tutti d’accordo, allora però le tasse vanno messe su quelli, e non sulla CO2. In questo caso dovremmo comunque reinventare il sistema della mobilità, ma altre larghe fasce del sistema produttivo sarebbero esenti dalla carbon torture. Se invece si insiste sulla CO2, vuol dire che, commettendo un falso clamoroso, la si cataloga come inquinante, nella scia di ciò che ha fatto l’EPA1 appena pochi mesi fa.

La terza opzione è quella che vede gli stati farsi carico di un deficit per scongiurare un pericolo o per dare un mondo migliore alle generazioni future. Un costo da molti ritenuto necessario per avere ad esempio un PIL più attento alle problematiche ambientali, non a caso la commissione Attali, in Francia, ha posto il problema dell’individuazione di forme di misura del benessere alternative al PIL stesso che tengano conto di questi temi. A prescindere dal fatto che il mondo è sempre migliorato, con buona pace di quanti pensano il contrario e dimenticano che oggi nel mondo civilizzato si vive il doppio più a lungo di ieri, è comunque necessario che questo pericolo sia accertato, osservato, compreso etc etc e non vagheggiato da strumenti di prognosi i cui cugini in campo finanziario non sono stati in grado di prevedere la più grossa crisi del dopoguerra un mese prima che arrivasse. Altrimenti l’onere sostenuto per somministrare al malato la cura sbagliata, consegnerebbe un mondo ben peggiore ad un numero consistentemente inferiore di aventi diritto; già, perché il calo della produttività dovrebbe essere coperto con nuovi prelievi, innescando una spirale di peggioramento della qualità della vita (non parlo di beni, ma di sanità pubblica, salute, risorse alimentari etc.) che si sintetizza in una unica parola: decrescita.

Mi rendo conto che per molti sostenitori dell’AGW, forse Hansen compreso, questo sarebbe anche un obbiettivo allettante, ma credo di essere in buona compagnia nel dissentire. Che la nostra società debba prima o poi affrancarsi dalle fonti fossili è fuor di dubbio, sul fatto che questo debba avvenire tornando indietro nel tempo piuttosto che riponendo speranza nel futuro, come hanno fatto gli uomini da sempre, avrei qualche remora. Sarebbe un ritorno fisiologico? Non credo, vedremo.

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Author: Guido Guidi

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1 Comment

  1. Anche i medici fono all’800′ sostenevano la bontà dei salassi nella cura di molte malattie; in questo modo acceleravano la morte a gran parte dei loro già debilitati pazienti. Nessun economista che abbia un minimo di serietà professionale potrebbe mai sostenere che in un’economia in crisi è positivo aumentare indiscriminatamente le tasse per sostenere tecnologie antieconomiche. Qualcuno potrebbe obiettare che gli stati in passato hanno adottato misure anticrisi anche peggiori, come il protezionismo, l’assistenzialimo, fino al riarmo e che quindi investire nell’economia verde sia sempre meglio che mandare le persone in pensione a 40 anni o produrre armi. Ora francamente non capisco perché non si possano adottare semplicemente le politiche anticrisi che nel corso della storia si sono rivelate vincenti, come il rilancio delle grandi infrastrutture, inoltre ritengo che questa economia verde sia più pericolosa di quanto si possa credere. Infatti l’assistenzialismo e il riarmo, pur creando deficit senza creare una reale ricchezza non alterano il sistema economico; l’economia verde invece si insinua in tutti i settori, senza rispondere a logiche di mercato, ma anzi, alterandone regole e comportamenti.

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