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Appena ieri è stata discussa in Consiglio dei Ministri la bozza di riforma fiscale pronta da alcuni giorni. Il testo definitivo non è stato approvato, lo sarà presumibilmente al prossimo CdM (la delega fiscale è al punto K del testo linkato). Chissà se in quella occasione il Premier Monti, leggendo la parte relativa alla tassazione ambientale (green e carbon tax) e ricordando che negli USA aveva dichiarato di voler cambiare il modo di vivere degli italiani, affermerà riprendendo un famoso motto: “Vi faremo vedere le tasse verdi!”

Della riforma del sistema di tassazione in Europa, che sta spostando il carico dal lavoro all’emissione/consumo di energia ne scriveremo probabilmente in futuro. Ora preme di più porre l’attenzione su alcuni aspetti di quanto scritto nel testo della Relazione illustrativa alla Delega per la riforma fiscale. In essa è scritto a chiare lettere come sia “opportuno prevedere l’introduzione di una carbon tax, il cui gettito potrebbe essere utilizzato prioritariamente per rivedere il sistema di finanziamento delle fonti rinnovabili” secondo “il principio dell’inquinatore-pagatore”. La Relazione in una nota riporta i risultati di uno studio di Bankitalia secondo cui un’accisa applicata al litro di carburante tra i 4 e 24 centesimi porterebbe una riduzione delle emissioni da trasporto tra 1,1 e 1,6 milioni di tonnellate e un aumento delle entrate tra i 2 e i 10 miliardi  (Qui la Relazione, qui la Delega). Continue reading “Vi faremo vedere le tasse verdi!” »

Questo post ha due puntate precedenti.

La prima: No AViation Without Taxation – 16 gennaio 2012

La seconda: Lotta alle emissioni e aviazione: Incoscienza (in)consapevole – 23 gennaio 2011

Così abbiamo chiarito l’argomento, cioè la politica – per alcuni ambiziosa per altri suicida – della UE in tema della tassazione delle emissioni del comparto dell’aviazione civile.

Nelle ultime settimane questo argomento è stato affrontato sui media con scarso entusiasmo. Ora che sono entrati nel merito il Financial Times (a pagamento) e la Reuters, forse qualcuno drizzerà le antenne.

Voi ci imponete una tassa se con i nostri vettori decolliamo, atterriamo o semplicemente attraversiamo il territorio della UE? E noi non compriamo più i vostri Airbus. Questa la mossa dei committenti cinesi. Totale: 2000 posti di lavoro a rischio nel territorio UE (Germania, Gran Bretagna, Francia e Spagna) e 12 miliardi di Euro che sfumano, per 45 velivoli che i cinesi minacciano di non acquistare.

Così ben sette tra le compagnie aeree più importanti hanno preso carta, penna e calamaio e hanno scritto una letterina ai leader politici dell’Unione chiedendo di rivedere la decisione.

Davvero una interessante dinamica di ripresa.

Soddisfatto il famoso – per molti famigerato, Al Gore – ha ribadito che si tratta di “un momento storico”: “Con questo voto, il mondo è a una svolta fondamentale nello sforzo collettivo per risolvere la crisi climatica. Questo successo è il frutto del lavoro instancabile di una coalizione senza precedenti. E’ un voto che aiuta a salvaguardare il futuro di tutti gli australiani”.

Ma di quale incredibile provvedimento ambientale si tratta? Il parlamento australiano ha approvato la cosidetta “Carbon Tax”. A partire dal 2012, le aziende dovranno sborsare 23 dollari australiani, circa 17 euro, per ogni tonnellata di CO2 emessa nell’atmosfera. A detta di alcuni esperti, le cui dichiarazioni sono state riprese dai mass-media di tutto il mondo, siamo di fronte ad una delle più grandi riforme economiche dell’ultimo decennio, che riveste un ruolo importante anche a livello internazionale, in vista dei negoziati sul cambiamento climatico che si svolgeranno a Durban, in Sudafrica, nel mese di dicembre.

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Chiarisco subito ogni eventuale equivoco: con questo post non vi racconterò di una inversione di tendenza rispetto al calo d’interesse per gli argomenti climatici commentato appena ieri, il declino della consapevolezza climatica è confermato.

Oggi si parla di pazzi veri, sebbene sia consapevole del fatto che usare questo termine colloquiale per definire chi è affetto da disturbi mentali potrà apparire poco politically correct. Però penso proprio che sia giunta l’ora di posare il fioretto e passare alla clava. Del resto, in qualità di scettico climatico, credo di essere stato inserito già da tempo nelle liste di quanti dovrebbero essere sottoposti a terapie di sanificazione mentale, come proponeva una università inglese qualche tempo fa. I pazzi fanno i pazzi no?

In atetsa che la Croce Verde parcheggi davanti a casa mia vi propongo questo spettacolare lancio d’agenzia:

Salute: cambiamento clima aumenta malattie mentali – Ricercatori australiani, prove chiare effetti

(ANSA) – SYDNEY, 30 AGO – Fra le conseguenze deleterie del cambiamento climatico vanno considerati i tassi crescenti di malattie mentali. Secondo una ricerca australiana, condotta dall’autorevole Climate Institute, la perdita di coesione sociale in seguito a severi eventi legati al cambiamento climatico, come cicloni e siccita’, puo’ essere legata a ansia, depressione, stress post-traumatico e abuso di droghe.

Il rapporto intitolato ‘Un clima di sofferenza: il reale costo dell’inazione sul cambiamento climatico’, definisce gli ultimi 15 anni ”un’anteprima della vita sotto un riscaldamento globale incontrollato”. Lo studio collega la siccita’ durata un decennio e i recenti cicloni, incendi e alluvioni, con l’indebolimento delle strutture sociali causato dalla perdita di lavoro e dalla conseguente instabilita’, ricordando che nelle comunita’ rurali del Paese il tasso dei suicidi e’ aumentato dell’8%.

”Vi sono prove realmente chiare degli effetti di severi eventi meteorologici e disastri naturali sulla salute mentale. Ora abbiamo mezzi piu’ accurati per valutare le conseguenze di questi eventi sulla salute mentale”, ha detto uno degli autori dello studio, il prof. Ian Hickie dell’Istituto di ricerca sul cervello e la mente. ”Quello che finora e’ stato gravemente sottovalutato e’ l’effetto sulla coesione sociale, che e’ molto difficile da ricostruire e ha effetti critici sulla salute mentale degli individui”, ha aggiunto. (ANSA)

Sicché se non ci sbrighiamo a correre ai ripari rischiamo veramente di brutto, e ho paura che in Australia la faccenda sia già molto preoccupante, se quanto riportano questi ricercatori dovesse essere vero.

Ma, un momento, il governo australiano infatti ha da poco imposto ai propri cittadini il pagamento di una Carbon Tax, ovvero di una tassazione direttamente riferita alle emissioni di CO2. Ma non sarà che i nostri amici di downunder sono stati colti dall’ansia e dalle manie depressive cercando inoltre rifugio nelle sostanze stupefacenti per questa ragione?

Uno dei paesi che si sta più impegnando politicamente per la riduzione delle emissioni, ovvero per la monetizzazione di questo processo è l’Australia. Nel paese dei canguri la carbon tax è infatti una realtà.

Al Multi Party Climate Change Commitee che ha fornito le basi “scientifiche” per supportare questa policy ha partecipato anche il prof. Will Steffen, direttore esecutivo dell’ANU Climate Change Institute (dal nome dell’istituzione non si direbbe affatto che possa essere vagamente interessata a sostenere l’ipotesi del cambiamento climatico).

Il suo contributo è consistito in una presentazione in cui tra molto allarmismo, ha trovato spazio anche lo spaghetti graph protagonista dell’affaire Hide the Decline. Ricordate? Nessun occultamento di discesa delle temperature ovviamente, “solo” una scrupolosa omissione del problema della divergenza. Tradotto, i dati proxy ricavati dalle serie dendrologiche e le osservazioni cessano di andare d’accordo in un punto specifico della ricostruzione mostrata, che ovviamente porta la firma di Mann, Briffa etc etc…

La serie di Briffa (arancione nel grafico) è quella troncata per evitare di mostrare la divergenza.

In sede di divulgazione scientifica allo scopo di indirizzare le policy, il grafico rispunta in tutto il suo splendore, senza alcun accenno a tutta la polemica che lo ha accompagnato, né all’incertezza (e quindi suggeribile prudenza) che quei dati portano con sé.

Di che si tratta secondo voi? Politicizzazione della scienza o scientificizzazione della politica?

Qualcuno potrà pensare che stiamo diventando noiosi, forse è vero, ma non credo sia tutta colpa nostra. E’ che da un po’ di tempo a questa parte le notizie che girano sono sempre le stesse.

Prendete questa, ad esempio, “Negli USA morte annunciata per il mercato della CO2“, da Il Sole24Ore. L’argomento è lo stesso che abbiamo trattato qualche giorno fa, forse primi e forse anche unici in Italia almeno sin qui, la chiusura del CCX il Chicago Climate Excahnge.

Per raccontarci l’accaduto, IlSole inizia dalla figura chiave del mercato delle emissioni, Richard Sandor, definito uno dei “papà” del mercato dei futures e quindi precursore delle alchimie finanziarie. Sandor è sicuramente un nome nel campo finanziario, ma da alcuni anni ha sfruttato il suo sapere anche nel campo del clima, o meglio nella monetizzazione dello stesso.

Il CCX lo aveva fondato lui, mettendoci addirittura un milioncino suo. Per questo Time lo aveva annoverato tra gli eroi ambientali nel 2007, definendolo il più innovativo e influente protettore del pianeta. Se non sapessi di far sacrilegio avrei un certo aggettivo da attribuire al Pianeta, e subito la figura di “protettore” dovrebbe essere inquadrata in tutt’altra prospettiva.

Quel milione -la faccenda è sfuggita al Sole- ne ha resi 98,5 quando ha ricevuto la sua quota del 16,5% del CCX in occasione della svend…no, liquidaz…no, sola della cessione del CCX ad una società che lo farà a pezzi cercando di raschiare il fondo del barile.

E sapete qual’è il cruccio che si intravede nell’articolo? Il fatto che, a causa della mai avvenuta ratifica del Protocollo di Kyoto e del definitivo recente abbandono del Climate Bill e della formula “governativa” del Cap and Trade, negli USA lo scambio dei certificati di emissione funzionasse esclusivamente su base volontaria.

Meglio, molto meglio, l’obbligatorietà del mercato europeo (l’ECX, fondato sempre da Sandor e parimenti venduto ad una società che lo farà a pezzettini), dove dai 30 Euro dei tempi d’oro, quando il Cap and Trade sembrava dovesse diventare legge globale (almeno così diceva l’oste), ora la tonnellata di CO2 vale meno della metà, e non scende più giù solo perché esiste l’obbligo di scambio dettato dalle regole del suddetto protocollo. E così sarà fino al 2012 o poco prima, ossia fino alla scadenza del trattato. Forse è per questo che l’biettivo principale della UE alla prossima kermesse climatica di Cancun è quello di ottenere una proroga degli “effetti” dell’accordo.

Ma, non temete investitori obbligazionari (nel senso dell’obbligo, non del titolo), se per adesso siete stati fregati solo a metà, quando anche il mercato europeo imploderà, la sola diverrà completa e ci potremo consolare tutti con una bella carbon tax. Non saranno più necessarie alchimie finanziarie, i beneficiari della gabella potranno farne serenamente quel che vogliono, senza vestirsi da protettori del Pianeta, la copertina di Time sarà comunque assicurata.

Per quanto il sistema di scambio sul mercato delle emissioni non sia più una novità, e per quanto non sia esattamente un esempio di successo sfolgorante, mi è dato di capire, leggendo anche i commenti su questo sito, che l’argomento susciti un rinnovato interesse. Cerchiamo allora nuovamente di approfondire la questione. Avendo scritto in passato altri articoli (qui e qui), oggi cercherò di affrontare il tema da una angolazione completamente diversa: cercheremo di costruire un piccolo sistema di scambio casalingo. Un sistema molto simpatico, credo, che consentirà a tutti noi di comprendere meglio i meccanismi del Cap and trade.

L’assunto di base di questo e degli altri miei articoli è che nel trattare questi argomenti utilizzeremo soltanto gli occhi dell’economista. Sulla validità effettiva a livello climatico di questi sistemi, vi lascio alle decine di altri articoli che vengono pubblicati su CM. Prima di passare all’esempio pratico, cominciamo a fare un po’ di chiarezza tra i vari concetti e metodi adottabili per ridurre le emissioni. In ordine decrescente di efficacia nella riduzione delle emissioni, abbiamo:

  • Messa al bando delle emissioni di CO2;
  • Carbon tax;
  • Aste sui permessi di inquinare;
  • Scambio delle emissioni sul mercato (Cap and trade, Emission trading);
  • Moral suasion;
  • Business-as-usual.

L’elenco di cui sopra, ci fa capire innanzitutto che il sistema di scambio delle emissioni sia già una soluzione intrinsecamente ed estremamente depotenziata.

Un esempio pratico

Si prenda la seguente situazione, che vede 3 aziende inquinanti alle prese con un target di riduzione delle emissioni. Questo esempio è tratto da uno degli esercizi (più difficili) presenti nel testo di Gregory Mankiw “Principi di microeconomia”1 . Vediamo di risolverlo insieme. I nomi delle aziende sono di fantasia, nel testo originale erano semplicemente A,B e C.

Tab.1 – Situazione iniziale
Azienda Livello di inquinamento Costo unitario di riduzione dell’inquinamento
Ciccio Bulloni Spa 70 20€
ACME Srl 80 25€
Nuovi Orizzonti Spa 50 10€

L’obiettivo consiste nel ridurre le emissioni a complessive 120 unità, ovvero con una riduzione pari a (70+80+50) – 120 = 80 unità di inquinamento. Una ulteriore ipotesi: il governo concede 40 permessi di inquinare a ciascuna delle aziende.

Nel primo scenario che analizzeremo, i permessi non sono scambiabili. Nel secondo scenario, invece, quegli stessi permessi dati in concessione dal governo, saranno scambiabili sul mercato delle emissioni.

Un ultimo preambolo, come potete vedere la Ciccio Bulloni Spa e la ACME Srl hanno profili di inquinamento elevati, così come i loro costi per affrontare una riduzione delle proprie emissioni. Tutto questo ci fa pensare ad industrie manifatturiere o comunque molto inquinanti. La Nuovi orizzonti Spa inquina meno e, soprattutto, deve sostenere costi molto inferiori per affrontare una riduzione delle proprie emissioni. Potrebbe trattarsi di una società di servizi, oppure di una azienda manifatturiera estremamente attenta all’ambiente. Ma questi sono ragionamenti accessori.

Scenario 1

Torniamo al nostro esercizio di microeconomia. La concessione governativa di un permesso di inquinare pari a 40 unità, significa semplicemente che tutto ciò che viene emesso sopra i 40 si paga viene sanzionato in una qualche misura (è un deterrente).

Andiamo ad aggiornare la tabella 1.

Tab.2 – Introduzione dei permessi governativi
Azienda Livello di inquinamento Costo unitario di riduzione dell’inquinamento Riduzione prevista Costo
Ciccio Bulloni Spa 70 20€ 30 unità 600€
ACME Srl 80 25€ 40 unità 1000€
Nuovi Orizzonti Spa 50 10€ 10 unità 100€

Come avevamo anticipato, la Nuovi Orizzonti Spa deve affrontare costi per la riduzione delle proprie emissioni decisamente inferiori, rispetto alle altre aziende. A conti fatti, per raggiungere l’obiettivo imposto dal governo, di complessive 120 unità di inquinamento, la nostra piccola struttura industriale di 3 aziende, deve complessivamente sostenere un costo di 1700€.

Quali riflessioni possiamo trarre da questo primo scenario? L’imposizione di un obiettivo e la concessione di permessi uguale per tutti è sicuramente una scelta poco corretta dal punto di vista morale. Con questo sistema stiamo cercando di ridurre le emissioni, ma stiamo anche andando ad aggravare notevolmente la situazione di una delle tre aziende (la ACME Srl). Di certo questo scenario non è equo. D’altronde l’intrinseca asimmetria informativa presente tra governo e attori del mercato, non consente al primo di conoscere la struttura delle emissioni di ciascuno. Questo sarebbe utile per andare a modulare i permessi a priori per ciascuna delle nostre aziende. Ciò tuttavia non è di facile realizzazione, di certo è molto più semplice individuare un target (40 nel nostro caso) di permessi uguale per tutti, da offire in concessione. Sull’efficienza di questo primo scenario, al momento non possiamo dire nulla. Per lo meno, non prima di aver analizzato lo:

Scenario 2

La situazione iniziale è esattamente la medesima del precedente scenario, possiamo quindi riferirci alla Tabella 1. La differenza sostanziale, tuttavia, consiste nella possibilità adesso di scambiare i permessi, sul mercato secondario. In altre parole, una volta concesse dal governo, le 40 unità di permesso di inquinare, possono essere contrattate e scambiate, tra le aziende.

Introduciamo adesso una nuova tabella, che ci fornisce qualche dettaglio in più sui prezzi di scambio.

Tab.3 – Prezzi di scambio
Azienda Livello di inquinamento Costo unitario di riduzione dell’inquinamento Prezzo di acquisto Prezzo di vendita
Ciccio Bulloni Spa 70 20€ [pmath size=10]<[/pmath]20€ >= 20€
ACME Srl 80 25€ [pmath size=10]<[/pmath]25€ >= 25€
Nuovi Orizzonti Spa 50 10€ [pmath size=10]<[/pmath]10€ >= 10€

E’ chiaro che, per esempio, se l’azienda Ciccio Bulloni Spa paga 20€ per la riduzione di ciascuna unità di inquinamento, potendo accedere al mercato secondario, acquisterà permessi che costino meno di quei 20€, risparmiando su un’operazione di riduzione interna delle proprie emissioni. Allo stesso modo la Ciccio Bulloni Spa non scenderà sotto i 20€ per il prezzo di vendita. E così via per le altre aziende del nostro esempio. Non dimentichiamo che ciascuna azienda ha a disposizione 40 permessi di emissioni da poter contrattare sul mercato. Chiaramente, nel momento in cui vendo uno dei miei permessi, trasferisco su un altro soggetto l’obbligo di ridurre le emissioni. Allo stesso modo, acquistando sul mercato un permesso, mi accollo io stesso l’obbligo di ridurre le emissioni, obbligo che era in capo ad un altro soggetto, immediatamente prima della transazione.

E’ il mercato, bellezza (spudorata auto-citazione, da qui)

A questo punto è venuta l’ora di complicare al massimo il nostro esempio. Abbiamo stabilito il livelli di acquisto e vendita per ciascuna azienda, adesso dobbiamo creare un mercato per lo scambio dei titoli. Abbiamo quattro ipotesi di prezzo (p):

  1. p < 10
  2. 10 < p < 20
  3. 20 < p < 25
  4. p > 25

Per il momento non approfondiamo troppo l’inclusione o l’esclusione di ciascuno degli estremi, nei vari intervalli. Verifichiamo la posizione di ciascuna azienda, in relazione ai livelli di prezzo sopra esposti.

p < 10

In questo caso tutte e tre le aziende vorranno acquistare, i permessi vengono scambiati ad un prezzo inferiore a 10€: conviene a tutti comprare i permessi, piuttosto che operare all’interno della propria azienda per ridurre le emissioni. Avremo per cui una domanda pari a 30 + 40 + 10 = 80 unità. Nessuno, tuttavia è disposto a vendere a quel prezzo. Questo è un caso estremo, con un forte squilibrio tra domanda e offerta.

10 < p < 20

Il prezzo p aumenta, la Ciccio Bulloni Spa e la ACME Srl decidono di acquistare (controllate la Tabella 3 per verificare i livelli di acquisto e vendita di ciascuna azienda). Per la Nuovi Orizzonti Spa, invece, il prezzo di acquisto è diventato troppo elevato: deciderà di non comprare, ma comincerà a vendere. Abbiamo quindi una domanda pari a 30 + 40 = 70 e una offerta di permessi pari a 40. Attenzione, perchè 40? Non dimentichiamo che i permessi dati in concessione dal governo, per essere scambiati, ammontano a 40 unità. Mentre in fase di acquisto, alle aziende serve solo la frazione necessaria al raggiungimento del loro target, in fase di vendita è possibile offrire l’intera quantità di permessi in quel momento disponibile. In questo caso, la Nuovi Orizzonti Spa ha da offrire l’intero portafoglio di 40 unità. Anche in questo caso abbiamo un certo squilibrio tra domanda e offerta, sebbene più ridotto rispetto al caso precedente.

20 < p < 25

A questo livello di prezzo, soltanto la ACME Srl ha ancora un vantaggio ad acquistare. La Ciccio Bulloni Spa e la Nuovi Orizzonti Spa invece vendono. In questo modo abbiamo una domanda pari a 40 e una offerta pari a 80 (per lo stesso motivo visto al paragrafo precedente). In questo caso abbiamo un eccesso di offerta, rispetto alle quantità domandate.

p > 25

Caso estremo. A questo punto nessuno vuole più acquistare, il prezzo è troppo alto per tutti. Al contrario, tutte le aziende hanno un vantaggio a vendere. Avremo per cui un totale di 120 permessi acquistabili sul mercato, ma nessun acquirente.

Fissiamo noi il prezzo: p*=20

Adesso che abbiamo compreso il meccanismo, verifichiamo cosa accade al sistema nel suo complesso, fissando noi stessi un prezzo ottimale per il mercato, ipotizziamo p*=20.

Essendo questo il prezzo di acquisto, prima di procedere, dobbiamo notare come 20€ renda del tutto indifferente l’azienda Ciccio Bulloni che compra per prezzi inferiori a 20€ e vende per prezzi superiori a 20€. In questo caso, e per questo specifico motivo, è l’unica azienda che non opererà sul mercato.

Riassumendo, la Ciccio Bulloni Spa non opera sul mercato e procede autonomamente a ridurre le proprie emissioni, con un costo pari a 30 unità x 20€ = 600€ (si veda la Tabella 2). La ACME Srl invece acquista 40 permessi, con p*=20, è ancora conveniente. Infine la Nuovi Orizzonti Spa trova convenienza nel vendere i propri permessi, cioè 40, sebbene vendendo tutti i suoi permessi, si trova a ridurre le emissioni per l’ammontare totale, pari a 50. Mettiamo tutto in una tabella.

Tabella 4 – Il mercato nel suo complesso
Azienda Vendita permessi Acquisto permessi Costo per la riduzione delle emissioni Costo netto Costo senza scambio dei permessi
Ciccio Bulloni Spa 0€ 0€ 600€ 600€ 600€
ACME Srl 0€ 40 x 20€ = 800€ 0€ 800€ 1000€
Nuovi Orizzonti Spa 40 x 20€ = 800€ 0€ 500€ -300€ 100€

Torniamo alla domanda iniziale: quale dei due sistemi è più efficiente? Quello senza possibilità di scambio, o quello con un mercato atto a offrire i propri permessi di emissione?

Innanzitutto calcoliamo il costo totale per lo scenario con il mercato di scambio: (600€ + 800€ – 300€) = €1100. Questo è il costo complessivo da sostenere dall’insieme delle nostre tre aziende, a fronte di un costo pari a €1700 dello scenario 1. Da notare l’aspetto interessante circa i costi pagati da ogni singola impresa. Mentre per la Ciccio Bulloni Spa (che non ha operato sul mercato) non è cambiato nulla, per le altre due aziende lo scenario si è modificato. La ACME Srl affronta costi inferiori e la Nuovi Orizzonti Spa addirittura ottiene degli utili. In poche parole, possiamo dire che il sistema di scambio dei permessi è sicuramente più efficiente per quanto riguarda la riduzione del costo complessivo. Rimangono ampi margini di dibattito sulla equità della distribuzione dei costi e dei ricavi, sebbene il secondo scenario sia sicuramente più equo rispetto al primo.

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  1. “Principles of Microeconomics”, Gregory Mankiw, 4th Edition, 2006 – Cap.10, ex. 10 []

Nel periodo della Pasqua un evento ha preoccupato ed indignato molte persone, l’aumento del prezzo del carburante. Molti i colpevoli individuati: l’euro debole a causa dei disastrosi bilanci dei famosi paesi cosiddetti “pigs”, l’aumento del prezzo del petrolio, la rigidità della rete di distribuzione italiana, l’avidità dei petrolieri capaci di sfruttare a proprio favore l’oscillazione del prezzo del petrolio, l’enormità della percentuale delle accise sul prezzo del carburante (sulle quali si paga anche l’IVA), etc. Gli italiani non pagano prezzi tra i più alti d’Europa solo per i combustibili fossili acquistati presso i distributori di benzina, ma ad es. anche il gasolio per riscaldamento costa il 51% in più (1.164 EURO/litro in Italia contro 0.768 prezzo medio europeo, 0.574 il costo minimo in Lussemburgo). A parte gli “odiati” petrolieri ed il gettito dello Stato, nessuno sembra scorgere aspetti positivi della situazione.

Invece leggendo i sondaggi dovrebbero essere moltissimi i felici, almeno tutti i sostenitori della “carbon tax” (la “carbon tax” altro non è che una tassa sulle emissioni di CO2 ed è un meccanismo che, nelle sue intenzioni, dovrebbe scoraggiare chi utilizza i combustibili fossili; nella proposta europea di cui si era parlato nei mesi scorsi la sua applicazione sarebbe stata circoscritta a famiglie, trasporti e piccole aziende, cioè al 50 per cento delle emissioni che per il momento sono fuori dal controllo degli strumenti comunitari).

L’attuale aumento dei prezzi nei fatti, senza imposizioni ma “dolcemente”, dovrebbe dissuadere dall’uso dei combustibili fossili favorendo l’uso di tecnologie più efficienti e l’eliminazione degli sprechi, crea un gettito che finisce nelle casse dello Stato e ritorna ai cittadini come servizi. Gli stessi effetti richiesti a gran voce dagli ambientalisti italiani sostenitori della “carbon tax” di cui recentemente Sarkozy era divenuto paladino (forse perché rassicurato dall’alta percentuale di energia prodotta con il nucleare in Francia), finché i risultati delle ultime elezioni francesi non hanno trasformato questa sua idea in un’illusione.

Per un attimo però giochiamo un po’ con i numeri, non per dire cifre esatte, ma per fornire un’idea degli ordini di grandezza in gioco. Sarkozy, nonostante la bocciatura del consiglio costituzionale, prevedeva entro luglio 2010 di istituire in Francia una “carbon tax” del valore di 17 euro a tonnellata di CO2 (un milione di grammi). Un’auto che emette tra i 218 g/km di CO2 (di una BMW 335i) ed i 119 g/km (di una  Fiat Panda ECO),  avrebbe dovuto spendere circa 20 euro in più per percorrere rispettivamente 5397 Km o 9886 Km. Se la tassa dovesse essere estesa a tutte le emissioni in Italia, che ad esempio nel 2006 sono state pari a 567,9 milioni di tonnellate di CO2, l’introito sarebbe  indicativamente pari a 9,6 miliardi di Euro (per un raffronto sono di più delle stime di quanto rientrato con lo scudo fiscale che varrebbe “ben oltre 6 punti di prodotto interno lordo” portando ad un gettito relativamente di soli 4,7 miliardi). Viste le previsioni di incremento nelle emissioni nei prossimi anni, sarebbe un graduale affiancamento della tassazione del reddito con l’energia (tassazione che in passato ha lentamente abbandonato il patrimonio).

La sensazione è che se il prezzo dei carburanti aumenta per “salvare il pianeta malato” tutti sono d’accordo e contribuiscono “piacevolmente”, quando è il mercato (e/o altri fenomeni) a produrre gli stessi andamenti questi divengono molto più indigesti, nonostante generino per certi aspetti gli stessi effetti.

Sembra ripetersi quanto accaduto per alcuni sostenitori della “decrescita felice”, sempre presenti sui mass-media in tempi di vacche grasse, quando il problema su cui ci si accapigliava era come spartire il tesoretto (a proposito, che fine ha fatto?). Con l’arrivo della crisi economica e conseguente disoccupazione e povertà, anziché esultare paiono aver cercato posizioni meno esposte. Quando finalmente il destino sembra aver deciso di sperimentare le loro idee, quando si realizza quanto proposto per un mondo migliore possibile ma finora non capito dal popolo consumista e rintronato dalla televisione, in alcuni casi “i sogni” rischiano di trasformarsi in incubi poco gradevoli al momento che sono vissuti dalle persone sulla propria pelle.

Come visto nel caso della stima dell’incremento di costi per l’auto dovuto alla tassazione delle emissioni, dopotutto la “carbon tax” non comporta costi insostenibili per società ricche come quelle sviluppate. Il vero rischio è che la rivoluzione verde si traduca solo nel dover pagare delle tasse per fare le stesse cose che si facevano prima, sostenendo con gran parte dei ricavi la burocrazia che si creerebbe nella gestione di questo nuovo settore “verde”. Gli italiani con quanto pagano i combustibili a causa di accise e tasse varie, senza saperlo da tempo sborsano una cospicua “carbon tax” più di quanto sperava Sarkozy, quindi o con questo siamo divenuti un paese virtuoso dal punto di vista ambientale (nonostante quello che dicono gli ecologisti) oppure è inutile imporre altre tasse.

Una domanda però rimane; gli introiti della “carbon tax” dovrebbero servire solo ad incentivare le nuove tecnologie verdi (in realtà esiste già un contributo di questo tipo pagato nella bolletta dell’energia elettrica, leggete qui e qui), invece le semplici tasse pagate sul prezzo dei carburanti finanziano servizi generici al cittadino. Questo è vero, non c’è però da preoccuparsi, anzi creare una bolla temporanea di richieste solo dovuta agli incentivi a lungo termine non è mai stato benefico. Chi invece crede nella rivoluzione della “green economy” fatta di nuove tecnologie che aiutano la qualità della vita e sono veramente competitive, deve aver fiducia che nel tempo emergeranno: il cellulare, l’auto, il computer, la lampadina, gli elettrodomestici, l’energia elettrica, etc., all’inizio si sono diffuse senza incentivi e nonostante qualcuno fosse preoccupato per la presenza delle lobby delle poste, delle carrozze, delle macchine da scrivere, delle candele, etc. Quello che dovrebbe essere il “nuovo mondo” dovrà reggersi sulle proprie gambe, non può basarsi sugli incentivi come se fosse la sostituzione del decoder (mentre per diffondere la Tv non erano serviti).

Si sa, l’Italia ha sforato le emissioni, questo potrebbe costare molto caro a tutti, ovviamente con riferimento alle bollette, come ci ricorda un articolo di Giuseppe Sarcina sul Corriere della sera. Poi, ancora Sarcina e sempre sul Corriere della sera ci svela le speculazioni sul commercio di quote CO2 e sugli utili che ne derivano, fattori questi che nulla hanno a che fare con una eventuale mitigazione climatica la cui efficacia, tra l’altro, ancora dev’essere dimostrata.

Cito:

“L’acciaieria franco indiana Arcelor-Mittal ha guadagnato 108 milioni di dollari vendendo permessi ad emettere CO2 sul mercato di “emission trading” europeo. Ancora meglio ha fatto la cementeria francese Lafarge: 149 milioni incassati nel 2009 allo stesso modo…..i numeri …sono la dimostrazione di quanto sia finita fuori strada, rispetto alle più nobili intenzioni, la strategia antinquinamento della UE”

Sembra che Nicola Sarkozy sia l’unico a svegliarsi di colpo, chiedendo una import carbon tax per le merci in entrata nel mercato europeo, per evitare le speculazioni delle aziende che delocalizzano la produzione in India e Cina dove non ci saranno restrizioni alle emissioni ancora per un bel pò.

Traslando il Cristicchi:

“La verità è come il vetro
Che è trasparente se non è appannato
Per nascondere quello che c’è dietro
Basta aprire bocca e dargli fiato!
…Carla Bruni… Carla Bruni…
Ma meno male che c’è Carla Bruni
Siamo fatti così – Sarkonò Sarkosì
Che bella Carla Bruni
Se si parla di te il problema non c’è
Io me la prendo con qualcuno
Tu te la prendi con qualcuno
Lui se la prende con qualcuno
E sbatte la testa contro il muro
Io me la prendo con qualcuno
Tu te la prendi con qualcuno
Lui se la prende con qualcuno
Noi ce la prendiamo…”

Fonte Reuters

Ricompare Moìsès Naim, economista venezuelano non nuovo ad interventi in materia di economia e clima che cambia (qui, sul Sole24Ore). E lo fa con un suggerimento che ricalca molto quanto detto appena pochi giorni fa da James Hansen nella sua visita a Roma. E’ necessario alzare il prezzo di quello che stiamo impiegando per “sporcare il mondo”. Secondo lui, ad oggi, quello che paghiamo per muoverci, mangiare e fare qualunque altra cosa che sia connessa con l’impiego di risorse energetiche e con le conseguenti emissioni “nocive”, è troppo poco. Se pagassimo di più saremmo indotti a tirare la cinghia, per aumentata percezione delle eventuali conseguenze o, più probabilmente, per necessità.

Non sono discorsi assurdi, sono anzi facilmente comprensibili e condivisibili. Ma quello che non riesco a capire, e che posso passare ad Hansen che di mestiere fa il climatologo, ma non posso passare a Naìm che è un economista, è come si possa ignorare completamente il legame indissolubile che c’è tra il nostro modello di società e la qualità della vita che esso ci consente. Attenzione, non sto parlando di telefonini o di viaggi per le vacanze, sto parlando di bisogni primari. Pensare che questi possano essere scollegati da tutto il resto e quindi comunque soddisfatti in un economia contratta in modo forzoso è semplicemente utopistico.

Chi ha perso il lavoro a causa della recente crisi economica, unica congiuntura capace di far scendere di qualche punto percentuale le emissioni antropiche di anidride carbonica, sta già avendo modo di sperimentare sulla propria pelle il collegamento purtroppo diretto tra l’uso che facciamo dell’energia e la qualità delle nostre vite. Lo sforzo dovrebbe essere profuso per consentire a chi tutto questo non lo ha di giungere ad averlo, non per tornare indietro nel tempo. Deve sicuramente esserci qualcosa che mi sfugge. Possibile che un uomo della levatura di Naìm la pensi diversamente?

E poi, sono sicuro che non l’ha scelta lui, deve essere stata un’idea di chi ha curato questa sua incursione sulle pagine del Sole, ma proprio la Foresta Amazzonica dovevano metterci in contropagina per scuotere la coscienza di noi perfidi consumatori a buon mercato? Lo avranno fatto per contiguità continentale tra Venezuela e Brasile, ma non lo sanno che al grido di “abbasso i combustibili fossili” la stanno praticamente distruggendo per far posto alle coltivazioni di zucchero di canna per ricavarne etanolo con cui mezza Europa spera di raggiungere i nobili obbiettivi del 20201? No, probabilmente no.

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