Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

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  • cip6

Sono tempi duri, non c’è che dire. Occorre si da subito dare ossigeno al sistema produttivo, schiacciato dalla crisi, dagli oneri fiscali e dai costi di produzione, tra cui primeggiano senz’altro quelli di approvigionamento energetico. Ben venga quindi il decreto ministeriale del 5 aprile scorso con cui si è deciso di varare alcune norme per alleggerire il costo che le imprese devono affrontare per il comparto energia. In sostanza dovrebbe funzionare così: Le imprese italiane più “energivore”, quelle con un costo totale dell’energia superiore al 3% del fatturato, avranno diritto ad agevolazioni sulle accise, mentre le aziende con un rapporto di almeno il 2% tra costo energetico e giro d’affari potranno usufruire di una riduzione degli oneri di sistema.

 

Anche la piccola e media impresa approda quindi tra quanti potranno godere di “sconti” sul costo dell’energia. Ma, dal momento la pecunia bene o male da qualche parte dovrà saltar fuori comunque, nel primo caso (aziende al 3%) si tratterà di un minor introito fiscale per lo Stato, mentre nel secondo (aziende al 2%) il mancato gettito si scaricherà su tutte le altre utenze che sostengono con il loro contributo il sistema degli incentivi alle fonti rinnovabili, cioè i consumatori, sulla cui bolletta il sistema pesa già per il 20% circa.

 

La faccenda, con il decreto uscito ad inizio aprile (emanato del resto in attuazione dell’ancor precedente decreto sviluppo), è “sfuggita” a gran parte dei media generalisti, con l’unica puntuale eccezione della Nuova Bussola Quotidiana (qui, a firma di Fabio Spina). Ora, magicamente, se ne accorgono con appena un mese di ritardo anche tutti gli altri, Authority e media mainstream compresi. Complimenti.

  • IRU

Un sabato non proprio di bel tempo, anzi, con qualche chances che la pioggia possa essere oltre che diffusa anche piuttosto forte. Per cui, per restare in argomento, vi invito a consultare questa presentazione in pdf di Roger Pielke jr.

 

Ci sono molte delle immagini e degli spunti che abbiamo riportato anche sulle nostre pagine, dal momento che Pielke si occupa da parecchio tempo di ricerca nel campo dei danni causati dagli eventi atmosferici intensi. Quegli eventi che dovrebbero divenire sempre più pericolosi a causa del riscaldamento globale e che, nonostante la consistente porzione dello stesso che abbiamo sin qui sperimentato, NON sono divenuti né più forti né più frequenti.

 

Per contro, i danni da essi causati sono aumentati, ma le vittime sono diminuite. Cioè ci sono più beni da distruggere, ma è aumentata la capacità di difesa. Entrambe le cose sono legate al progresso e alla crescita economica.

 

Visto che ogni volta che il maltempo fa danni vengono mostrate immagini accompagnate dalle solite litanie del pericolo clima che cambia, sarà bene ricordarsi dei dati presenti in questa presentazione, dai quali emerge chiaramente che NON è possibile estrarre alcun segnale di un qualsivoglia trend nella frequenza e/o intensità degli eventi più distruttivi.

 

Buon sabato.

  • tafazzi

L’ultimo uovo di colombo in materia di lotta al clima che cambia, con l’uso del termine lotta fa il paio con il titolo  di questo post. Viene dal Center for Economic and Policy Research la soluzione a tutti i nostri mali: per limitare le emissioni di gas serra e quindi avere a che fare con meno cambiamenti climatici (sic!), sarebbe sufficiente ridurre le ore di lavoro. Trattasi naturalmente di un report nuovo di pacca:

 

Reduced Work Hours as a Means of Slowing Climate Change

 

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  • co2

Da che mondo è mondo il commercio si basa su una regola d’oro che l’istrionico presidente di una squadra di calcio della massima serie ha più volte sintetizzato così: “pagare moneta vedere cammello”. Cioè, in una transazione, qualunque essa sia, è necessario che ci sia un controvalore. In assenza di quello la transazione non si fa.

Da qualche anno a questa parte invece, complice forse il leggiadro atteggiamento del mondo finanziario che ha escogitato il sistema per tirar fuori crediti dai debiti, cioè con controvalore di segno opposto, qualcuno ha pensato che si potesse vendere l’aria e, ancor di più, che questo potesse avvenire a scala globale.

 

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  • grano

di Fabio Spina

Era l’estate scorsa gli USA sono stati colpiti da una siccità del livello di quella descritta nel famoso e bellissimo romanzo dal titolo “Furore” dello scrittore statunitense John Steinbeck, premio Nobel per la letteratura del 1962, pubblicato nel 1939 a New York. I titoli degli articoli su quanto stava accadendo erano del tipo:

Siccità 2012: è globale e ci saranno guerre per fame” o “Stati Uniti: per l’emergenza siccità prezzi agricoli alle stelle” o “La siccità negli Usa accende il rischio di crisi alimentare” (Il Sole 24 Ore) o “La siccità “brucia” frumento, mais e soia nel mondo torna l’allarme prezzi” (La Repubblica).

 

Ci si chiedeva di quanto sarebbero aumentati i prezzi delle commodities agricole, più di qualcuno prevedeva che Continue reading “Wall Street – Il grano non dorme mai” »

  • WindTurbines

Tra tutte le forme di generazione di energia rinnovabile, quella eolica è sicuramente la più contestata. E i motivi sono molteplici: innanzitutto, diciamocelo, sono orribili. E’ apprezzabile il lavoro di marketing svolto dalle lobby verdi che hanno convertito le centrali eoliche in “Campi eolici”. Direste mai di un campo di girasoli che sia brutto? No, mai. Anzi, è un perfetto capolavoro della natura. E allora ecco qui, ti servo un campo di bellissimi steli d’acciaio (e pale rotanti). In pochi istanti, incredibilmente, questa operazione di marketing fa sì che i più accaniti ambientalisti e paesaggisti dimentichino, ma solo per le pale eoliche, ogni tipo di lotta portata avanti nei decenni precedenti per qualsiasi cosa andasse a cozzare con il loro concetto di ambiente a misura di… ambiente (l’uomo è una virgola da non considerare). Tuttavia gli aspetti estetici e le contraddizioni palesi con cui devono confrontarsi gli ambientalisti sono solo alcuni dei motivi che rendono così odiose le pale eoliche.

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M’illumino di meno diventa istituzionale, tornano i secoli bui? Dal blog onoff di assoelettrica:

Il disegno di legge di stabilità approvato ieri dal Governo prevede, tra le altre misure, la reingegnerizzazione della rete di illuminazione pubblica.

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In particolare nella bozza della legge viene riportato:

Per finalità di contenimento della spesa pubblica, di risparmio di risorse energetiche, nonché di razionalizzazione ed ammodernamento delle fonti di illuminazione in ambienti pubblici siano stabiliti standard tecnici di tali fonti di illuminazione e misure di moderazione del loro utilizzo fra i quali, in particolare:

a) spegnimento dell’illuminazione ovvero suo affievolimento, anche automatico, attraverso appositi dispositivi, durante tutte o parte delle ore notturne;

b) individuazione della rete viaria ovvero delle aree, urbane o extraurbane, o anche solo di loro porzioni, nelle quali sono adottate le misure dello spegnimento o dell’affievolimento dell’illuminazione, anche combinate fra loro;

c) individuazione dei tratti di rete viaria o di ambiente, urbano ed extraurbano, ovvero di specifici luoghi ed archi temporali, nei quali, invece, non trovano applicazione le misure sub b);

d) individuazione delle modalità di ammodernamento degli impianti o dispositivi di illuminazione, in modo da convergere, progressivamente e con sostituzioni tecnologiche, verso obiettivi di maggiore efficienza energetica dei diversi dispositivi di illuminazione. 

Un provvedimento che ha come obiettivo la riduzione della bolletta energetica per l’illuminazione pubblica per la quale vengono consumati su base annua più di 6 TWh (6,2 TWh nel 2011, 6,4 TWh nel 2010), all’incirca il 2% dei consumi di energia elettrica italiani, per una spesa annua quantificabile in circa un miliardo di euro.

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Se credete. leggete il resto qui.

Un provvedimento tra luci ed ombre è il caso di dire! Da un lato la necessità di risparmio energetico, che come leggiamo appare essere significativo, benchè una parte di esso, quella non direttamente riconducibile al costo vivo dell’energia, finirà poi per essere a carico di altre utenze ed è preferibile non non pensare quali. Dall’altro qualcosa che deve far riflettere: siamo arrivati al punto di dover spegnere la luce, e non per scopi ambientali, almeno non primari. Non mi pare una buona notizia.

Solo pochi giorni fa Luigi Mariani esprimeva in un commento il suo parere circa la relazione tra le oscillazioni del clima e gli eventi stremi.ne riporto qui sotto i tratti salienti:

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[..] penso che dobbiamo intenderci su cosa si intende per evento estremo, nel senso che la definizione di evento estremo che usiamo oggi è del tutto antropocentrica. Quando Lindzen indica che in un pianeta più caldo diminuisce il gradiente termico equatore-polo e dunque cala l’energia per li eventi estremi, penso che questo vada riferito ad eventi tipo cicloni tropicali o perturbazioni delle medie latitudini o piogge estreme. Nel caso delle grandi siccità, legate alle grandi anomalie circolatorie (quali i blocchi anticicolonici), penso che la considerazione di Lindzen non sia applicabile e che dunque durante le fasi calde (come la nostra) la siccità sia un rischio da tenere presente, come ci insegna la lezione dei gradi optimum sopra citata. Il concretizzarsi di tale rischio dipenderà ad esempio dalla frequenza e persistenza dei blocchi o dall’intensità del monsone o…..

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Una breve introduzione.

Nelle ultime settimane abbiamo aperto un thread che sta diventando molto articolato. Nel proseguire la nostra ricerca della trasposizione nella realtà delle dinamiche passate, presenti e soprattutto future del clima, abbiamo pubblicato diversi post sulla relazione tra le oscillazioni climatiche di breve, medio e lungo periodo e le dinamiche delle oscillazioni dei prezzi e della disponibilità di risorse alimentari primarie, cui contribuiscono non poco quelle politiche di presunta mitigazione climatica che stanno spostando il business della coltivazione dalla produzione di cibo a quella di biocarburanti.

Tutto questo si inquadra in quel contesto di catastrofismo dilagante secondo il quale ogni pioggia è un problema, ogni siccità è una catastrofe e, naturalmente, ogni forma che questi eventi atmosferici e climatici dovessero assumere in futuro, porrà enormi difficoltà ove non addirittura problemi insolubili all’umanità, con i più deboli, come sempre, a pagare il prezzo più alto.

Abbiamo iniziato con il post “L’insostenibile leggerezza del calcolo“, in cui senza mezzi termini si chiariva il fatto che la fame nel mondo, parola della FAO, è un problema di distribuzione e quindi accesso alle risorse, non di disponibilità delle stesse in valore assoluto. A seguire tre post più mirati alla relazione pane-clima, “Per un pugno di pop corn“, “Sull’orlo del disastro” e “Risorse alimentari, un nuovo approfondimento“.

Con sorpresa e non poca soddisfazione, abbiamo avuto il piacere di ascoltare le nostre tesi, non sappiamo se solo per condivisione delle fonti o per aver attinto direttamente alle nostre pagine, nel corso della trasmissione “Focus Economia” condotta da Sebastiano Barisoni su Radio24 (qui il podcast), in un approfondimento sulla speculazione finanziaria in atto in questi mesi proprio sulle risorse alimentari primarie.

A completare il quadro, ma non certo a chiudere il discorso, un commento molto interessante scritto sull’ultimo dei nostri post dal Dott. Benedetto Rocchi, ricercatore dell’Università di Firenze. Nella convinzione che quanto aggiunto in quella sede debba avere massima visibilità, ho chiesto ed ottenuto il permesso dal Dott. Rocchi di pubblicare il suo commento in forma di post.

Lo trovate qui di seguito, buona lettura.

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L’equazione eventi meteorologici estremi = variazioni dei prezzi estremi che usa Oxfam è ovviamente semplicistica, il che non stupisce dato l’orientamento sempre abbastanza ideologico dei suoi studi.

Alcune considerazioni:

  • L’inversione del trend globale dei prezzi alimentari a cui stiamo assistendo dopo decenni di diminuzione tendenziale in termini reali è dovuta ad un complesso di fattori sia congiunturali che strutturali.
  • Tra quelli strutturali l’ipotesi prevalente tra gli specialisti è l’incremento tendenziale della domanda nelle grandi economie emergenti a fronte di un non altrettanto rapido adattamento dell’offerta (si parla di insufficienti investimenti in tecnologie agricole e di non razionale sfruttamento delle risorse agricole disponibili);
  • Esiste anche un impatto di trascinamento nel prezzo delle materie prime energetiche (prezzo del petrolio) che nel breve periodo sta incidendo significativamente: tutto da dimostrare se si tratti di una tendenza di lungo periodo o se piuttosto non incidano sopratutto fattori di instabilità geopolitica e le turbolenze sui mercati finanziari.
  • La competizione delle colture non food nell’uso delle superfici agricole è quasi completamente policy-driven e quindi potrebbe essere rimossa “facilmente” (metto tra virgolette perchè ovviamente l’esistenza di sussidi così impattanti richiede un certo tempo per essere eliminata anche solo per il processo politico necessario, la PAC insegna).
  • L’andamento sfavorevole di alcune annate agrarie in paesi grandi produttori ha sicuramente avuto un impatto sui prezzi, ma questo è stato esacerbato dal fatto che le scorte a livello mondiale sono scese a livelli più bassi rispetto al passato perchè da almeno un paio di decenni i grandi produttori hanno perseguito una politica di riduzione delle eccedenze produttive (anche qui PAC docet); in passato la presenza di scorte elevate (generate anche da politiche distorsive) creava un effetto buffer che limitava l’impatto di breve periodo dei cattivi andamenti stagionali sui prezzi; più che introdurre nuovamente il sostegno dei prezzi di una volta è necessario definire nuove politiche di riduzione del rischio alimentare a livello sovranazionale nell’ambito delle quali ci sarebbe spazio anche per incentivi “accoppiati” (più produci più prendi) finalizzati a ripristinare un livello ottimale di scorte.

In conclusione: è chiaro che l’andamento stagionale ha sempre un forte impatto sui prezzi nei mercati agricoli e sempre lo avrà: il rischio meteorologico è aspetto caratterizzante della produzione agricola e la domanda alimentare, sopratutto nel brevissimo perido è rigida; però tutto questo ha a che fare con la variabilità dei prezzi agricoli più che con il loro trend di lungo periodo; paradossalmente anche in un ipotetico scenario fantaclimatico in cui aumentassero gli eventi estremi, con adeguate politiche di incremento della produttività e di riduzione del rischio alimentare potremmo immaginare una stabilizzazione del trend e gestire meglio l’instabilità dei prezzi nel breve periodo. Senza bisogno di spendere soldi per far finta di “mitigare” il cambiamento climatico sovvenzionando l’industria americana dell’etanolo e quella cinese dei pannelli solari.

Di catastrofismo ne abbiamo parlato spesso (e malvolentieri). Chi ci conosce sa che preferiamo ragionare a mente fredda sugli eventi, così come sa che invece ci “disturba” la notizia urlata e l’annuncio della catastrofe prossima ventura. Personalmente ritengo che a forza di urlare alla catastrofe, si genera una tale assuefazione nei lettori, tale da ottenere un danno doppio: primo, non gliene importa più niente a nessuno, secondo, quando arrivano le vere catastrofi, nessuno se ne accorge (finchè non sia troppo tardi).

Tutto questo preambolo per dire cosa? E’ semplice: per la terza volta in 5 anni potremmo essere prossimi ad un baratro, ad una catastrofe umanitaria prima e chissà cosa poi.

Che questo 2012 sia stato un anno a dir poco periglioso per i raccolti di mezzo mondo è un dato di fatto innegabile (peraltro Guido Guidi ne ha parlato più volte nelle ultime settimane, qui su CM e in particolare negli ultimi giorni sono stati approfonditi proprio questi stessi temi, a riprova che l’argomento è veramente un hot topic). Che cosa sta per accadere? Prima un breve riassunto dei fatti.

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