Molto rumore per nulla

Posted on 1 luglio 2009
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Ormai viviamo di pane e proiezioni. Tra un pò rimarranno solo le seconde perchè il grano potrebbe essere destinato all’autotrazione, ma questa è un’altra storia e magari ne parleremo un’altra volta. Ora è tempo di leggi sul clima. Nell’ultimo post abbiamo appena introdotto l’argomento degli sforzi legislativi che si starebbero compiendo negli Stati Uniti per fronteggiare l’emergenza clima. Senza andare tanto per il sottile abbiamo anche detto che il target che questa nuova legislazione si propone di acquisire non è quello della mitigazione del riscaldamento globale ma, oltre all’evidente necessità di dar vita almeno in apparenza ad un nuovo corso politico, quel che si vorrebbe affrontare è il problema energetico.

Non che l’argomento non ci stia a cuore, ma per evidenti ragioni di contiguità professionale e visto che qualcuno ha il coraggio di dire che provvedimenti come questo sarebbero la salvezza del pianeta, preferiamo continuare ad analizzare gli aspetti prettamente climatici del problema. Il primo dubbio che si solleva è che se in qualche modo racconto al mondo che voglio fare qualcosa per una ragione e poi la ragione è un’altra vuol dire che quell’altra è meno presentabile. Lo abbiamo sperimentato anche con la legislazione “climatica” con cui abbiamo a che fare già ora. Un dubbio che diventa una certezza quando calcolatrice alla mano si scopre che tale legislazione dal punto di vista degli effetti sul clima -perdonate la battuta- lascia il tempo che trova.

Meno di un decimo di grado o, se si preferisce, cinque anni in meno di corsa al fritto misto per il pianeta Terra. Questi i benefici che l’implementazione del piano US porterebbe. Soprattutto negli ultimi anni però, molte altre realtà nazionali hanno dato la scalata alla classifica dei cattivi in termini di emissioni di gas serra; è un dato di fatto che Cina, India, altri paesi in rapida crescita e la stessa Europa, siano tutti gravemente implicati in questo tremendo affare del riscaldamento globale di origine antropica. Giusto quindi provare a capire cosa potrebbe accadere se, improvvisamente -e aggiungo alquanto sorprendentemente- anche tutti questi altri decidessero di dar luogo ad analoghi provvedimenti, ovvero decidessero di ridurre le proprie emissioni in ragione dell’83% rispetto ai valori del 2005 entro il 2050.

Il problema potrebbe apparire molto complesso, ma sulla rete sono disponibili le risorse per fare praticamente qualunque cosa e, nell’era dell’isteria climatica, figuriamoci se non esiste qualcuno che ha messo a punto un giocattolo del genere. Bingo, basta andare a questo link e troviamo MAGICC1 , ovvero un simulatore di modelli climatici che permette di esplorare a grandi linee le diverse opzioni cu ci si troverebbe di fronte con diversi scenari di emissione. Nulla di veramente complesso come un General Circulation Model, ma un efficace strumento di comparazione delle diverse possibilità. Basta avere sempre presente che trattasi di finzione e non di realtà.

Ebbene, l’impatto dei provvedimenti che si vorrebbero prendere negli States sarebbe come abbiamo detto risibile e continuerebbe ad esserlo anche se si potessero coinvolgere la gran parte dei paesi industrializzati, quelli per intenderci che costituiscono il gruppo dei più cattivi secondo la classificazione degli scenari di emissione dell’IPCC. Così facendo non si riuscirebbe ancora a superare la soglia del 10% del previsto aumento della temperatura media globale. Per tirar fuori qualcosa di tangibile si dovrebbero assolutamente imbarcare anche le due nazioni emergenti per antonomasia, cioè Cina e India. In questo modo, dalle misere cifre di cui sopra si passerebbe ad una riduzione del presunto riscaldamento di ben 2,37°C rispetto ai 4,5°C previsti dal peggiore degli scenari proposti dal panel delle Nazioni Unite. Praticamente poco sotto il 50%2.

Sarebbe bello? Non credo, per un certo numero di ragioni. Innanzi tutto perchè comunque non si riuscirebbe a rimanere sotto la famosa soglia dei 2°C di aumento della temperatura rispetto al periodo pre-industriale e, volendo (solo per un secondo per carità) dar credito a tutto il gran parlare che si è fatto di punti di non ritorno, di sostenibilità dell’impatto antropico etc etc, non saremmo forse a rischio cottura, ma saremmo ancora esposti all’innesco di tutti i catastrofici effetti collaterali che le cassandre del clima ed i modelli di simulazione climatica prevedono, per cui, nulla di fatto. Secondariamente, ma forse avrei dovuto dirlo prima, perchè una tale riduzione delle emissioni, tradotta in qualità della vita, sarebbe probabilmente difficile da affrontare dove lo sviluppo è già arrivato, ma annienterebbe completamente qualsiasi speranza di progresso per tutti i paesi più arretrati, Cina e India comprese. Stiamo parlando di miliardi di esseri umani. Capisco che qualcuno possa pensare che al mondo siamo troppi, ma non per questo sarebbe il caso di mettere in piedi provvedimenti da “soluzione finale” come questi. Anche perchè tali provvedimenti dovrebbero essere spontanei, e quindi si tratterebbe più che altro di suicidio (improbabile), oppure magari imposti con regole di mercato o coercizioni di vario genere presenti ad esempio nel Climate Bill americano, che preferisco non classificare perchè di pericolose analogie parlando di questi argomenti ne abbiamo fatte anche troppe.

Per la cronaca, se al di là dell’oceano impazza il dibattito politico su questi atti legislativi, in Asia non hanno nessuna intenzione nemmeno di affrontare il dibattito. Non passa giorno infatti che non arrivi qualche dichiarazione ufficiale che sgomberi il campo da ogni dubbio: i paesi che si stanno affacciando ora al progresso non accetteranno mai di fare un passo indietro per inseguire le velleità di mitigazione del clima (quelle sì decisamente antropocentriche) dei benpensanti del mondo già sviluppato.  

Mi preme concludere con una precisazione. Tutti i numeri che abbiamo dato -forse questa non è una battuta- sono riferiti a simulazioni e non alla realtà delle cose, tanto per quel che riguarda il comportamento delle temperature medie globali, tanto per quel che attiene agli scenari emissione. E’ noto infatti che le temperature stanno seguendo un percorso sostanzialmente diverso da quello previsto e le emissioni continuano sì ad aumentare, ma con rateo di crescita inferiore alle proiezioni. Per cui cosa possa prospettarci il futuro nell’uno e nell’altro settore è altamente indefinito. Queste non mi sembrano le basi basi più solide su cui tentare il rilancio dell’asfittica economia globale ma, di sicuro, c’è chi ne sa più di me.

Fonti:

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  1. Model for the Assessment of Grrenhouse-gas Indiced Climate Change – National Center for Atmospheric Research – Environmental Protection Agency []
  2. qui e qui trovate la trattazione completa []
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2 Replies to "Molto rumore per nulla"

  • Il gioco delle parti | Climate Monitor
    26 luglio 2009 (19:55)
    Reply

    [...] giorno fa abbiamo fatto due conti, scoprendo che senza la partecipazione delle economie emergenti, qualunque intervento di [...]

  • Follia all’ultimo Stadio! | Climate Monitor
    10 settembre 2009 (17:52)
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    [...] del Climate Bill, sulla cui inesistente efficacia climatica abbiamo già discusso qui, è inviso anche ad una parte consistente di chi sostiene l’esecutivo. Però, quanto sarebbe [...]


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