Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

Blog

Si chiama Habibullo I. Abdussamatov, ed è certamente un personaggio controverso. Di professione astrofisico, non è certamente un peso leggero nel panorama scientifico del suo paese. Ha un grosso difetto, è clamorosamente scettico in materia di riscaldamento globale di origine antropica. Le sue ‘esternazioni’ sull’effetto serra hanno fatto discutere. Avrebbe potuto risparmiarsele e concentrarsi sul suo specifico settore di applicazone, sul quale invece sconsiglierei di affrontarci una discussione.

Ha pubblicato di recente un nuovo paper, il titolo è tutto un programma:

Bicentennial Decrease of the Total Solar Irradiance Leads to Unbalanced Thermal Budget of the Earth and the Little Ice Age

Continue reading “Non vendete il cappotto” »

E’ accaduto. Come previsto dai meteorologi più esperti degli Stati Uniti c’è stato l’Out-break di Tornado. Le conseguenze sono state purtroppo molto gravi, notizie ufficiali ma ancora provvisorie parlano di oltre 300 vittime.

I Tornado sono l’evento atmosferico di gran lunga più distruttivo e potente che la Natura sappia scatenare e, per ragioni difficili da spiegare e tutt’altro che chiare quasi il 90% di questi eventi capita negli Stati Uniti, più precisamente negli stati centrali della nazione. La conformazione orografica di quell’area, teatro della confluenza di aria calda e umida di provenienza meridionale con aria fredda e secca che scende dalle latitudini settentrionali è la causa principale dello sviluppo di temporali molto intensi, dai quali a volte si scatenano i tornado, il cui innesco e’ comunque condizionato dalla presenza di accentuate condizioni di wind-shear.

Stiamo parlando strettamente di tempo atmosferico, date le dimensioni spaziali e temporali di questi eventi. La domanda è comunque d’obbligo: sono eventi collegabili al clima? La risposta è contenuta nelle poche righe del paragrafo precedente ed è affermativa, perché quella breve descrizione a scala continentale è di per sé all’origine del clima di quella zona del mondo. In senso statistico, quel clima è più incline ad una elevata frequenza di occorrenza di questi fenomeni. Segue dunque un’altra domanda: c’entra qualcosa il cambiamento climatico? La risposta è ancora una volta affermativa, ma non nel senso in cui con molta superficialità si associa oggi il cambiamento climatico alle malefatte degli uomini sulla Terra, quanto piuttosto nel senso che una modifica di quelle condizioni climatiche su vasta scala può influire sui grandi numeri della frequenza di occorrenza degli eventi, mentre nulla può sul singolo caso o, come nella fattispecie, su questi episodi definiti out-breaks.

Nonostante ciò, qualora mai ce ne fosse bisogno, qualche sciacalletto climatico ha pensato bene di provare a segnare un paio di punti per la causa dell’AGW. Con moderazione e prudenza, come sul Sole24Ore, come sale sulla ricetta invece sull’Opinione, con una immane dose di qualunquismo politico su alcune fonti estere (salvo poi aggiornare l’articolo per ripararsi dalla pioggia di critiche) e, infine, con immensa sfacciataggine da parte di uno con le credenziali di scienziato in piena regola Peter Gleick.

A mettere in moto il cervello, dovrebbe bastare soltanto il mantra che stiamo ascoltando nelle numerosissime cronache degli ultimi giorni. Un numero così elevato di violenti tornado non si registrava da circa 4 decadi. L’ultima volta che è accaduto qualcosa di paragonabile era infatti l’aprile del 1974. Ma, attenzione, il punto non è nei tempi di ritorno di questi eventi. Smontare la tesi del “è sempre accaduto” sarebbe fin troppo semplice, anche perché le serie di dati disponibili non consentono di valutare situazioni con tempi di ritorno più lunghi di qualche decade, cioè decisamente troppo poco.

Il discorso è diverso e, pur con le dovute riserve circa la scarsità delle informazioni utilizzabili, si può provare a ragionarci su. Cominciamo dalle serie storiche relative ai tornado di intesità F4-F5 (il massimo della scala Fujita usata come riferimento).

Manca ovviamente il dato sul 2011, purtroppo ancora provvisorio, dal momento che la stagione dei tornado è di là da finire. Ma c’è una cosa che si percepisce immediatamente: in un mondo che si è scaldato e che ha visto scaldarsi anche gli Stati Uniti, la frequenza di occorrenza di tornado intensi è diminuita, non aumentata. Lo stesso dicasi, per fortuna, anche per il numero delle vittime (qui e qui), mentre sono consistentemente aumentati i costi del danneggiamento (ma entrambi questi due ultimi aspetti hanno a che vedere con aspetti sociali, organizzativi e urbanistici, non certo meteorologici o climatici.

Dov’è la chiave allora? Nel freddo. Già, l’ultimo out-break del 1974 arrivò in pieno global cooling, subito prima che le temperature cominciassero la loro scalata verso l’Olimpo dell’AGW. Le stagioni dei tornado intense, sembrano avere una correlazione con La Niña, proprio come quella dalla quale stiamo faticosamente uscendo. Dulcis in fundo (si fa per dire), quelle stagioni sono sempre associate con temperature anomalmente basse negli Stati Uniti centro meridionali, proprio come quelle attuali, con una primavera che sembra non voglia saperne di arrivare da quelle parti.

Roy Spencer ha postato sul suo blog una breve ma illuminante spiegazione al riguardo, concludendo in modo più che condivisibile, che se proprio si volesse fare un’associazione con il clima, si dovrebbe ammettere che è il global cooling a portare tornado più frequenti, non il global warming.

Ora, se come molti “esperti” continuano a dire siamo in regime di global warming inarrestabile, c’è qualcosa che non torna nell’associazione di idee. Se, come i dati dimostrano e come è molto più probabile il global warming ha subito una battuta d’arresto per lasciare spazio ad una tendenza al raffreddamento il discorso purtroppo torna, se non a carattere globale, quanto meno a livello regionale, dimostrando che agitare lo spauracchio dell’aumento degli eventi estremi in un regime di cambiamenti climatici di origine antropica ancora tutti da dimostrare e governati dal riscaldamento, è disinformante e incline alla persecuzione di obbiettivi politici, non certo scientifici.

Riguardo le posizioni degli “esperti” di cui sopra, Roger Pielke Jr ha scritto delle cose interessanti in un post dal titolo cinico ma esplicativo: Il tempo non è il clima fino a che la gente non muore. E’ una lettura interessante, e ancora di più lo sono i link che propone per ampliare la discussione sull’argomento. In particolare, direi sia da tenere a mente l’esternazione di Peter Gleick (che abbiamo letto sul suo blog qualche link più su) alla quale Pielke ne associa un’altra di soli pochi mesi fa. In quella sede Gleick si scagliava contro chi si macchia del peccato di avere dubbi (i dubbi esposti più o meno da tutti quelli che sono stati in questo caso interpellati) circa il collegamento tra global warming ed eventi estremi, colpevole a suo dire di fare cherry picking, scegliendo accuratamente le informazioni da dare e quelle da distorcere. Bene, ora sappiamo chi ha preso la ciliegia più grossa. Peccato abbia il verme.

Aggiornamento

Peter Gleick ha risposto a Roger Pielke jr e ha ricevuto una contro-replica. A mio modestissimo parere peggiorando non poco la sua posizione. Mentre Pielke parla di dati, Gleick fa filosofia, nega il senso delle sue stesse affermazioni e nuota nell’ideologia. Peccato ancora una volta che lo scienziato sia lui.
Trovate tutto qui.

Come sappiamo nel corso degli ultimi anni è divenuto sempre più evidente che nell’impossibilità di arrivare a riprodurre decentemente l’andamento delle temperature medie superficiali del secolo scorso, intercettando tutte le importanti oscillazioni che lo hanno caratterizzato, si è deciso che il problema del riscaldamento globale debba essere circoscritto alle sole ultime decadi del secolo, giusto al termine di un periodo di raffreddamento importante che ha rappresentato a lungo la bestia nera dei modelli di simulazione climatica.

Una parte importante della comunità scientifica si è comunque detta soddisfatta di alcuni risultati di studi di attribuzione che avrebbero individuato nell’accresciuta concentrazione atmosferica di aerosol per il boom industriale del periodo post bellico la causa di questo raffreddamento, capace quindi di confondere e mitigare il segnale del riscaldamento antropico dovuto all’aumento dei gas serra.

Al riguardo mi pare interessante questa affermazione di Judith Curry, che arriva al termine della disamina di un nuovo studio uscito su questo argomento.

It seems implausible to attribute the mid century cooling and the resumption of warming to an increase in sulfate emissions following WWII and then a decrease ca 1970 following the Clean Air Acts.  There may be some sort of complicated lag that may be evident to support the 1970-2000 warming (from the increase during the period 19501970), but the large cooling from 1940-1950 cannot be explained by aerosol forcing.

Non sembra plausibile attribuire il raffreddamento di metà secolo e la ripresa del riscaldamento ad un aumento nelle emissioni di solfati dopo la seconda guerra mondiale seguito da una loro diminuzione attorno circa al 1970 grazie al Clean Air Act. Potrebbe esserci qualche tipo di complicato ritardo nella risposta che potrebbe supportare il riscaldamento tra il 1970 ed il 2000 (dall’aumento tra il 1950 ed il 1970), ma l’importante raffreddamento tra il 1940 e il 1950 non può essere spiegato dal forcing degli aerosol.

Qui per le considerazioni che hanno portato a queste conclusioni e per le coordinate di questo nuovo studio. Interessanti in questo post anche i commenti di altri nomi noti del panorama climatico.

Allora, mentre gli esperti di turno si lanciano in mirabolanti spiegazioni di come l’ondata di freddo che ha raggiunto L’Europa sia da addebitare alla variabilità interannuale, significando che questa sarà sempre più accentuata dal momento che il manuale del riscaldamento globale prevede che debbano necessariamente prevalere gli estremi nel clima e nel tempo prossimi venturi, vorrei portare alla vostra attenzione un chiaro indice di come il clima non sia in effetti più quello di una volta.

Come dice Steven Goddard, una volta nevicava a causa del freddo, ora nevica a causa del caldo. Lo scorso inverno (e quello prossimo venturo pare avviato a fare anche meglio), l’estensione del manto nevoso sull’emisfero settentrionale è stato secondo solo a quello del 1978 (l’era del global cooling). In mezzo un trend assolutamente piatto, tra le cui straordinarie e “unprecedented” evoluzioni si cela la transizione dal global cooling al global warming. Su questo particolare parametro non è così evidente, ma un attento e soprattutto illuminato e allineato climatologo sarà senz’altro in grado di farla notare.

Volendo seguire il suggerimento giunto dai partecipanti al Bildeberg meeting di quest’anno, tutta gente che non ne sa di clima ma ne sa di Pianeta, è forse giunta l’ora di tornare a strapparsi i capelli per il raffreddamento globale, naturalmente partendo dalla vantaggiosa posizione di poter sostenere che il global cooling arriva a causa del global warming. E dunque tutte le misure, tutti i provvedimenti di legge, tutte le iniziative planetarie e, soprattutto, tutti i faraonici finanziamenti di cui queste attività hanno bisogno, devono necessariamente continuare ad esistere.

Il trend, ancora una volta non sarà visibile altrove che nelle serie di temperatura, ma quelle abbiamo ormai imparato ad addomesticarle alla bisogna. Ove poi comunque ci fossero delle difficoltà a mostrare delle evidenze digeribili per tutti quelli che di clima non ne sanno, sarà sufficiente dir loro semplicemente che l’argomento è troppo complesso per essere compreso e che bisogna aver fede.

Il successo è garantito.

“La Stampa” ha appena messo online il suo archivio dal 1867 a oggi. Quale migliore occasione per esplorare l’evoluzione delle riflessioni e notizie sul “raffreddamento globale” dal 1970 a oggi al di là dei soliti articoli britannici o americani? Con il valore aggiunto di raccogliere un sacco di nomi e altre parole chiave da utilizzare come … parole chiave per ulteriori ricerche.

Molto brevemente: nei 15 articoli che ho trovato finora:

  • La popolarità degli scienziati che prevedevano un’era glaciale è molto chiara fino al febbraio 1979 e al meeting internazionale della World Meteorological Organization
  • “Glaciazione imminente” è il meme d’obbligo, fino al 1985 almeno
  • Vi è un taglio serrista nel 1990, ma stranamente, gli argomenti di discussione sono più o meno gli stessi ancora centrali al dibattito nel 2010

Questa collezione indica fortemente che in Italia, come altrove, il lettore medio di quotidiani avrebbe avuto tutte le ragioni di credere in un “consenso sul raffreddamento globale” per gran parte degli anni 1970 e anche più tardi.

___________________________________

Ecco l’elenco degli articoli:

  1. 22 Giugno 1976 (n.145, pag.14): “Entro cento anni avremo una era glaciale” di Umberto Oddone
    • Menziona Reid Bryson
    • “Non tutti gli scienziati concordano”
    • Un Cesare Emiliani presso l’Università di Miami indaga su 700 mila anni di conchiglie marine e su isotopi dell’ossigeno
    • Rompighiaccio “Glacier” resta “bloccato nell’Atlantico”
  2. 27 Giu 1976 (n.150, p. 9): “Tra ghiacci e siccità” di Umberto Oddone
    • La Terra ha “la febbre”
    • Bryson di nuovo
    • Cesare Emiliani e analisi di conchiglie, di nuovo
  3. 19 Ottobre 1976 (n.229, p.21): “Fra Pochi Anni inverni freddissimi In Siberia spariranno i Cereali?” di Bruno Ghibaudi
    • 30 anni di tendenza al raffreddamento
    • Non è una nuova era glaciale ma le conseguenze previste saranno dure per l’Unione Sovietica
    • Menziona Nikola Volkov Prok, Direttore, Istituto di Ricerca dell’Artico e dell’Antartico, Leningrado
    • Temperatura del mare di Kara scesa da-10C a 13C-in 30 anni
    • Mari polari intorno, diminuzione di 1°C o 2°C
    • Rotte marine a Murmansk e Arkangelsk chiuse dal ghiaccio nei primi anni del 1900, aperte nel 1941-1945, ora di nuovo chiuse per il 60%
    • Due team di scienziati francesi completano ricerca in Antartide
    • Analisi degli isotopi di ossigeno indica cicli climatici, con un nuovo picco freddo nell’anno 3000 e un picco caldo nel 9000
    • Menziona un’influenza umana, e possibili conseguenze apocalittiche
    • Raccomanda un programma internazionale di controllo del clima
  4. Feb 14, 1977 (n.29, p.3): “E’ giunta l’era glaciale” di Alberto Rapisarda
    • Bryson di nuovo. Deve essere stato molto popolare.
  5. 3 gennaio 1978 (n.1, p.3): “Si torna all’era glaciale?” di Umberto Oddone
    • Parla di un nuovo libro “Climatologia” del Prof. Mario Pinna
    • Suggerisce di tenere vestiti caldi pronti, per alcuni decenni o per migliaia di anni
  6. Apr 14, 1978 – (n.85, p.15): “Aiuto, Arriva L’Era Glaciale” (articolo non firmato)
    • “Molti metereologi” “convinti” di una prossima piccola era glaciale
    • Clima per il 90% del tempo più caldo di oggi
    • Disaccordo sulle cause del raffreddamento
    • Cause econdo Juri Izrael, Direttore del Servizio Igrometrico per l’URSS: la deforestazione, il paesaggio cambia
    • Cause secondo James Hays della Columbia University e Nicholas Shackelton, dell’Università di Cambridge: variazioni orbitali
    • Hurd Willett del MIT pronostica temperature in diminuzione
    • “Molti metereologi” del parere che “è tutto a causa di cambiamenti nel Sole”
  7. Apr 27, 1978 (n.95, p. 9): “Siamo alla soglia dell’era glaciale” di Umberto Oddone
    • Menziona “18 noti climatologi americani” e una serie di articoli su Die Welt
    • Calotta polare settentrionale in aumento fra il 1971 e il 1978 del 12%
    • In Antartide aumento della massa del ghiaccio fra il 1966-1967 del 10%
    • Temperatura globale verso il basso in 30 anni di 0.5C
    • Menziona Bryson che si aspetta un ritorno a una piccola era glaciale
    • Menziona climatologi ben più pessimisti (“grande” era glaciale)
    • lavoro da parte del gruppo “Impact” guidato dal climatologo William Colby, ex capo della CIA – si parla dello “snowblitz”
    • Menziona Dansgaard
    • Menziona Calder come in sintonia di pensiero con “non pochi” scienziati
  8. 4 Gennaio 1979 (n.3, p.4): “Sta per cominciare un’era glaciale – secondo meteorologici giapponesi” dalla Ansa-Reuter
    • Menziona Junkichi Nemoto – Università di Saitama – dice che una “piccola era glaciale” è già in corso
    • Menziona conferenza WMO nel febbraio 1979 a Ginevra
  9. 9 gennaio 1979 (n.8, p.28): “Ma perche ‘parlare di un’era glaciale” di Stefano Pavan
    • Menziona guerre causate dal clima
    • Hubert Lamb, Alastair Woodroffe: “snowblitz” (accumulo di neve causa fusione incompleta alla fine dell’estate, 50cm/anno)
  10. Feb 19, 1979 (n. 48, p. 3): “Cambia il nostro clima – Il mondo va verso una nuova era glaciale?” di Fabio Galvano
    • Menziona Conferenza WMO a Ginevra
    • “400 climatologi” in riunione per discutere di come l’umanità può adattarsi ai cambiamenti climatici
    • Presidente Conferenza – Robert White
    • Menziona alcuni scienziati che ritengono che la Terra si sta muovendo verso un’era glaciale
    • Menziona che la maggior parte degli scienziati credano che la Terra si stia riscaldando a causa delle attività umane
    • L’effetto serra come “nebbia polare” fatta di acido solforico / solfuro di ammonio
    • Menziona Stephen Schneider che si aspetta 2C-3C di aumento nelle zone temperate nel 2050, con concentrazioni di CO2 doppie.
    • Cita William Kellogg in attesa di un altro raddoppio entro il 2100, con 6 C
    • Menziona +20 °C presso i Poli
    • Menziona l’Amazzonia che si trasforma in un Sahara (Harry Knowles)
    • Geoingegneria in URSS proposta dal climatologo Federov
  11. 20 gennaio 1982 (n.16): “Tranquilli, non e’ un’altra era glaciale” di James Wagner, il National Weather Service
    • Niente era glaciale
  12. Apr 21, 1982 (n.25, p. 3): “Questo freddo di aprile farà scendere i ghiacciai?” di Piero Bianucci
    • Grafico della temperatura dettagliata per gli ultimi 80 mila anni
    • Menziona l’inverno 81-82 come più freddo di quello del 77, considerato a sua volta “il più freddo del secolo” da “climatologi americani”
    • Walter Orr Roberts e il link fra Sole e siccita’
    • Menziona Stephen Schneider, secondo il quale “l’anno della svolta” da una tendenza al riscaldamento ad una di raffreddamento e’ stato il 1972, un anno con siccità in URSS, inondazioni in Pakistan, e una partenza ritardata della stagione monsonica.
    • Menziona Lamb che descrive un “effetto farfalla” sul clima

     

  13. 30 GENNAIO 1985 (n.155, p. 2): “Dietro l’angolo c’e’ un’era glaciale?” di Stefano Pavan
    • Nicholas Shackleton, dell’Università di Cambridge – analisi conchiglie indica una discesa verso era glaciale – per 5.000 anni, un accumulo di 50cm/year – “snowblitz”
    • Menziona glaciologi danesi che dicono che la insolazione estiva nell’emisfero nord è scesa, ed è inferiore rispetto a quando 90.000 anni fa ci fu un episodio repentino di raffreddamento
    • Menziona Nigel Calder “The Weather Machine”, con una lunga lista di paesi che sarebbero caduti contro la catastrofe climatica
  14. 10 Ottobre 1990 (n.436, p. 21): “Il clima cambia, ecco gli indizi” Angelo Tartaglia
  15. 10 Ottobre 1990 (n.436, p. 21): “I dati sono insufficientii” – “Non ci sono dati sufficienti” di Stefano Pavan
    • Entrambi gli articoli potrebbe essere stati scritti ieri, anche gli scettici al MIT e modelli di computer britannico Met Office.

Dall'articolo di Piero Bianucci del 21 aprile 1982

NB: Il post è uscito in lingua inglese su “Omniclimate” il blog di Maurizio Morabito.

Quante volte se lo saranno detto i partecipanti al Bildeberg meeting tenutosi in Spagna nel giugno scorso. Erano in parecchi pare, molti di cui si sa che contano, altri di cui non si sa ma così è, altri ancora del tutto insospettabili, almeno per un generico livello di ignoranza come il mio.

Breve spiegazione. Il Bildeberg meeting è il think tank dei think tank, non ne conoscevo l’esistenza e non credo la conoscano in molti. Non c’è una struttura, non c’è un’organizzazione, c’è un sito web che più scarno non si può e ci sono dei meeting, uno ogni anno più o meno, ai quali partecipano tutti nomi che, a dirla con Dillingpole del Telegraph, non importa come li si voglia classificare, di sicuro è gente che sa quale piega prenderanno le cose. Iniziata pochi anni dopo la fine della seconda guerra mondiale per avvicinare le sponde di Europa e USA discutendo off-the-record i problemi di allora, la tradizione continua con i problemi di oggi.

Questa che segue è la lista degli argomenti di “conversazione” del meeting del giugno scorso: Riforma finanziaria, Sicurezza, Cyber Tecnologia, Energia, Pakistan, Afghanistan, Risorse alimentari, Global Cooling, Social networking, Scienza medica, Relazioni EU-USA.

Porca malora! Global Cooling? Non è possibile, deve aver ragione Dillingpole, è un errore di stampa. Però, è un sito web, la frase sta lì da mesi e non mi pare che si tratti di gente sprovveduta. E allora?

Possibile che Roma brucia e loro si mettono a fare gli incendiari? Possibile che mentre il mondo si strappa i capelli per il riscaldamento glob…no, cambiamento clim…no, ah, sì, disfacimento climatico da caldo i potenti della Terra si riuniscono e discettano di raffreddamento del clima? Ne dobbiamo arguire che sono convinti che nel prossimo futuro il raffreddamento globale sarà un problema?

E chi lo dice a quelli di Cancunn? Cioè, chi lo dice a loro stessi visto che circa un terzo dei partecipanti al Bildeberg meeting sono rappresentanti di governi o comunque personaggi politici, che poi vanno ai summit climatici? E chi lo dice all’ETS, alle industrie eolica, fotovoltaica, automobilistica, al Protocollo di Kyoto, all’IPCC e al suo presidente, etc etc?

Ma, soprattutto, per la “riconversione” che in una tale eventualità molti dovrebbero fare, onde continuare a cavalcare serenamente le onde, si tratterà di un processo graduale o del classico colpo di spugna?

E’ uscita sull’inserto “Tutto Scienze” de La Stampa l’intervista a Don Easterbrook, geologo della Western Washington University, un pezzo nel quale è riportato parte del suo intervento all’ICCC di Chicago.

Ciclicità e variazioni della temperatura del pianeta desunte dai ghiacci groenlandesi, in un’altalena di oscillazioni anche molto brusche, giunte in epoche in cui di sicuro non si poteva parlare di emissioni. E’ un punto di vista controverso quello di Easterbrook, che fa inorridire chi sostiene l’AGW e trova invece sostegno tra quanti sono scettici al riguardo.

Variabilità solare, cicli delle temperature superficiali delle acque dell’Oceano Pacifico, osservati nel passato e proiettati nel futuro, un domani che secondo lui più che al global warming condurrà al global cooling, con tutto quello che questo comporta in termini di adattamento.

Solo un anno fa nessuno si sarebbe mai sognato di leggere qualcosa del genere sulla stampa nazionale, eppure Easterbrook come molti altri queste cose le va dicendo da sempre.

Qui, sulle sue pagine web, tutti i documenti delle sue ricerche.

Quanto sto per dirvi ce lo ha segnalato Piero Vietti dal suo blog , con la solita irresistibile sagacia. Si tratta dell’intervento di Don Easterbrook, professore emerito di geologia all’università di Washington, alla 4^ Conferenza Internazionale sui Cambiamenti Climatici in corso a Chicago. Il tono della conferenza è ben diverso da quello cui siamo abituati, del resto non potrebbe essere diversamente, visto che l’evento è organizzato dall’Heartland Institute, associazione no-profit che il global warming antropogenico proprio non lo digerisce.

E così Easterbrook, rivisitando le informazioni provenienti dai carotaggi nel ghiaccio, asserisce di aver individuato delle ciclicità nel comportamento delle temperature, tali da far immaginare una tendenza al raffreddamento piuttosto che al riscaldamento che dovrebbe durare per le prossime due decadi circa, ed essere seguita da un nuovo riscaladamento per altre tre decadi. Non sono affatto concetti nuovi quelli che ha ripreso, e godono anche del parere concorde di molti altri studiosi che appartengono alla categoria degli “olistici”, ovvero quelli che sostengono che il sistema vada guardato nella sua interezza e con particolare attenzione al passato, piuttosto che osservato per il solo tramite delle simulazioni modellistiche.

Nonostante ciò si tratta certamente di opinioni contro corrente -che chi legge assiduamente CM sa che troviamo largamente condivisibili- per cui nell’articolo su Fox News che ha commentato l’intervento troviamo giustamente e puntualmente anche i pareri difformi in accordo con il mainstream. Quello che non capisco è però la scelta degli argomenti con cui si è deciso di confutare questa tesi. Il primo è ormai noto per essere stato un deplorevole tentativo dell’IPCC di dar corpo alla tesi dell’accelerazione del global warming quando questa, di fatto, non c’è. L’intervistato, (che non è un climatologo ma è un manager del Roda Group, il che peggiora le cose perché vuol dire che più che saperle le cose le ha assorbite dal mainstream) si è bevuto senza se e senza ma la tesi dell’IPCC, peccato che questa sia stata abbondantemente smentita. Segue poi il dato sullo scorso aprile, che secondo le misurazioni superficiali sarebbe stato il più caldo di sempre. Mannaggia, ma non avevamo detto che si dovevano guardare periodi lunghi?

Ma no, quando si tratta di warming vanno bene tre mesi o anche uno o anche un giorno. Il fatto che la copertura nevosa globale abbia segnato due record consecutivi negli ultimi due anni non c’entra nulla. Evidentemente dobbiamo farcene una ragione. Nevica ma le temperature medie superficiali globali dicono di no, per cui non è vero che fa freddo. E non è neache vero che il global cooling fa più danni del warming, né che i consumi energetici aumentano e tanto meno che i raccolti subiscono dei danni. Del resto lo dicono le temperature no?

La mia! Quant’è bello non sapere e potersi abbandonare alle congetture!

Date un’occhiata alla breve serie di slides che Antony Watts ha pubblicato sul suo blog. Vengono dalle presentazioni fatte all’AGU (Americano Geophisycal Union) da un paio di irriducibili “solar addicted”. Noi non sappiamo né come né perché la nostra stella abbia improvvisamente deciso di entrare in una fase di quiete, né per quale ragione abbia lavorato a ritmo serrato per una buona parte del secolo scorso.

Però sappiamo che quando il Sole si calma il clima del pianeta assume dei tratti caratteristici piuttosto distanti da quel che avviene quando lavora a pieno regime. E’ accaduto alcuni secoli fa in modo spettacolare, poi subito dopo in modo appena meno significativo e poi, per un breve periodo anche a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. Ora sta accadendo di nuovo. Ripeto, beata ignoranza, non sappiamo né come né perché, ma sta accadendo. Per di più in barba a tutte le previsioni, sia astronomiche che climatiche.

Capisco che l’assenza di comprensione generi incertezza, e chi è abituato a investigare il perché delle cose fatichi a farsene una ragione, ma trascurare simili evidenze solo perché non se ne comprende il meccanismo è inspiegabile. E perseverare diviene facilmente imperdonabile. Può darsi che l’effetto antropico ne mitighi gli effetti, che il bias delle misurazioni della temperatura ne celi la reale portata, ma è un fatto che siamo entrati in una fase climatica diversa. Se l’aggettivo “fredda” non stonasse per l’uso eccessivo che è stato fatto del suo esatto contrario, non ci sarebbe altro modo per definirla, pur sapendo che questo non significa che dovrà per forza fare sempre più freddo o meno caldo del solito. Diciamo allora più semplicemente che per qualche tempo parlare di global warming potrebbe risultare demodè.

Diavoli di attivisti, avevano capito tutto cominciando per tempo ad usare la frease molto più politically correct “cambiamento climatico”. Essendo sempre accaduto, finisce per tornare buona per tutte le stagioni!

Quanto potrà pesare quasi un metro di neve posato su una superficie ampia come lo Stato di Washington? Difficile a dirsi, specie perchè mentre si approntavano le bilance la neve è tornata a cadere copiosa. Colpa del Global Cooling? Ci mancherebbe, tutti sanno che non esiste è come il bau bau di quando eravamo piccoli. Colpa del Global Warming? Esatto, la perfidia di questo fenomeno è micidiale. Al suo arco le frecce per far arrivare estati calde come quella del 2003 e inverni freddi e nevosi come questo.

Basta nascondersi dietro a un dito, bisogna dirlo forte e chiaro, fa freddo perchè dovrebbe fare caldo ed è ora di finirla con la baggianata del tempo atmosferico che con il clima non ha nulla a che vedere. Del resto, se a Milano (per ora) quest’anno è nevicato già sette volte una ragione ci sarà.

Dopo attenta riflessione ho deciso di gettare la spugna, e fidarmi di quanto affermato da questo reporter di MSNBC, specializzato in economia globale, mercati finanziari e politica, tutti settori che ormai con il clima vanno a braccetto. Ridicolo affermare che una nevicata così abbondante possa mettere in dubbio la teoria del riscaldamento globale, in realtà essa è esattamente l’opposto, ovvero la lampante dimostrazione di quello che fior di esperti ci avevano detto che il global warming avrebbe causato.

Lo ricordate il film il Ciclone di Leonardo Pieraccioni? Anche il titolo era evocativo, del resto l’arte è anche avere dei colpi di genio senza accorgersene. In una indimenticabile sequenza Massimo Ceccherini disse: “Dio c’è, ora c’ho le prove”. Bene, ora quelle prove le abbiamo anche noi.

NB: Da Il Tafano Climatico, di Maurizio Morabito.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...