Climatemonitor - Un modo nuovo di leggere l'informazione meteorologica e climatologica.

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Un po’ perché comincia dividendo il mondo in ottimisti e pessimisti, come spesso facciamo scherzando ma fino a un certo punto tra meteorologi. Un po’ perché quella di Annalena Benini è una penna spettacolare. Ma, soprattutto, perché i personaggi oggetto del suo articolo pubblicato sabato su Il Foglio affollano davvero tutte le categorie compresa quella di chi dibatte in materia di meteo, clima e affini.

Quante volte infatti ci è capitato di pensare che il nostro interlocutore “credente”…o, viceversa, quante volte avranno pensato di noi “scettici” che siamo…beh, lasciamocelo dire da lei.

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I catastrofici negoziati di Durban e l’inutilità dei carrozzoni “salva clima”

E’  uno spettacolo già visto e un po’ stanco, quello che va in scena a Durban, dove il diciassettesimo summit dell’Onu sul clima si sta chiudendo con le solite corse contro il tempo per tentare di far firmare a tutti un qualche accordo più o meno vincolante sul taglio alle emissioni. I colloqui, ancora in stallo ieri sera dopo oltre dieci giorni di lavori, sono continuati questa notte e proseguono in queste ore, con trattative degne di un suk: tutti cederanno un po’ sulle posizioni di ieri (l’Europa a capo di un gruppo di paesi che vuole rinnovare il protocollo di Kyoto fino al 2015 e impegnarsi a trovare un nuovo accordo dopo quella data, paesi come Russia, Canada e Giappone contrari, e altri ancora, come gli Stati Uniti, che vogliono un nuovo accordo, ma non legalmente vincolante e solo dopo il 2020) e il risultato sarà un documento con impegni aleatori.

Continua a leggere su Il Foglio

Leggete qui, Carlo Stagnaro su Il Foglio:

Se sei uno scettico del clima non puoi riunirti pubblicamente
In Belgio una lettera del comitato dell’Onu che studia il clima blocca una conferenza sui cambiamenti climatici

Siamo al fascismo del clima? In Belgio, è bastata una lettera minacciosa e diffamatoria dell’Intergovernmental Panel on Climate Change – il comitato intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici – per impedire il normale svolgimento di una conferenza sul riscaldamento globale, sospettata di essere un sedizioso raduno di eretici. Non è distopia ma cronaca, come raccontano due dei protagonisti della vicenda, il matematico Claes Johnson dell’Università di Stoccolma e Henri Masson della Société Européenne des Ingénieurs et Industriels (Seei).

L’antefatto: da diversi mesi un gruppo di lavoro spontaneo della Société Européenne des Ingénieurs et Industriels, un’organizzazione tecnico scientifica di Bruxelles, si riunisce per discutere della scienza del clima presso i locali della Fondation Universitaire della capitale belga. Il gruppo ha maturato un approccio scettico verso l’allarmismo sul riscaldamento globale. Il punto rilevante, qui, non è se abbiano ragione i dubbiosi o i catastrofisti: il punto è che ciascuno ha diritto di valutare argomenti e prove a favore delle diverse tesi, e maturare un’opinione informata sul tema. Approfittando della presenza a Bruxelles di Johnson e di Fred Singer, fisico all’Università della Virginia, il gruppo aveva organizzato un evento pubblico, inizialmente previsto per l’1 settembre. Come sempre organizzato sotto l’egida della Seei, come sempre ospitato dalla Fondation Universitaire.

Meno di 24 ore dopo che la mail con l’invito era stata fatta circolare, il 22 agosto scorso, la Seei riceve una mail dal vicepresidente dell’Ipcc, Jean-Pascal van Ypersele, climatologo belga e autore di un rapporto commissionato da Greenpeace (il che, naturalmente, è indice di cristallina trasparenza e puro interesse scientifico del tutto disconnesso da un’agenda politica purchessia). Van Ypersele scrive di Singer che “la sua integrità morale lascia molto a desiderare” e aggiunge che “eminenti colleghi mi hanno scritto che il signor Johnson non è migliore”. In un raro esempio di integrità morale, Van Ypersele ritiene dunque che sia “scandaloso” che tali individui siano associati alla Seei e pretende di “sapere rapidamente quali misure la Seei abbia intenzione di prendere per distanziarsi da questo evento”.

Il resto è comica allo stato puro. La Seei e la Fondation Universitaire chiedono a Masson, l’organizzatore, di cancellare l’evento, ciascuna giustificandosi con l’argomento che non intendeva mancare di rispetto all’altra. Il presidente della Seei, Michel Van Hecke, scrive a “mon cher Henri” Masson che, a causa delle “varie reazioni totalmente negative” impongono di “salvaguardare le relazioni”, cioè sacrificare la libera discussione. Il commento di Claes: “l’unica ragione per bruciare i libri, o per sopprimere una discussione, è che presentano tesi corrette, ma spiacevoli”. La reazione di Singer: “il nostro collega dell’Ipcc mette in discussione la mia onestà. Bé, proprio ora l’Ipcc mi usa come revisore scientifico, pubblico regolarmente su riviste sottoposte a revisione paritaria (peer review), e sono un socio eletto di molte società scientifiche. Quindi dev’esserci qualcuno che è in disaccordo con van Yp”.

Epilogo: l’evento si svogerà comunque, stessa data (1 settembre), stessa ora (le 18,00), stesso programma (Singer e Claes) ma in un luogo diverso (Place Royale, 44, 1640 Rhodes Saint Genèse) e in forma strettamente “privata” con accesso solo su invito, anch’esso strettamente “privato”. Il problema non è più il clima. E’ la libertà di parola e di ricerca, e l’ostinata lotta contro di essa da pate di una lobby ideologica pagata dai contribuenti.

Però, interessante. Del resto non vedo dove sia il problema. Cosa vogliano intendere i sapientoni del clima quando usano il termine “negazionista” è cosa nota. Appena qualche giorno fa poi l’ottimo Al Guru ha avuto modo di paragonare gli scettici ai razzisti, argomentando che la battaglia da compere nei loro confronti è come quella combattuta (e purtroppo non ancora vinta) contro chi pone in essere discriminazioni razziali.

Evidentemente ligio al dovere, l’altrettanto ottimo vice-presidente dell’IPCC ha mosso la prima pedina, discriminando chi la pensa diversamente da lui e utilizzando il peso di una organizzazione potente come l’IPCC che nessuna università, fondazione o lobby vorrebbe mai avere contro, per impedire un libero confronto di opinioni. Che spettacolo!

NB: grazie a Andrea per la segnalazione.

Dalle pagine del Foglio di Giuliano Ferrara, Piero Vietti scrive un lungo articolo con il quale il giornale assegna al climatologo Franco Prodi il premio “Man of the Year”, alla stregua di quanto fatto da Time ogni anno.

E lo fa per la pacatezza, la prudenza e la consapevolezza di non sapere con cui Prodi affronta da sempre la discussione sui cambiamenti climatici quando viene chiesta la sua opinione.

Non è scettico, non è catastrofista, semplicemente non partecipa alla bagarre e mette sempre l’accento sui dubbi piuttosto che sulle certezze. Forse perché il suo specifico settore di applicazione è quello della fisica delle nubi e delle precipitazioni, guarda caso proprio quella parte del sistema su cui si sa meno, specie con riferimento all’interazione della nuvolosità con la redistribuzione del calore sul pianeta.

Qui, per leggere l’articolo per intero.

Se siete qui avete già acceso il PC e siete connessi alla rete, direi che siete pronti per rovinarvi la giornata. Perché? Semplice, perché non c’è assolutamente nessuna soddisfazione a dire “Ve l’avevamo detto”, come i lettori e commentatori di questo blog hanno fatto sin dal primo giorno della sua presenza in rete.

E’ decisamente peggiore la sensazione di fastidio che si prova nell’apprendere che le cose stanno proprio come abbiamo sempre detto e, sotto certi aspetti, anche sperato che non fosse vero.

Si tratta di due inchieste, entrambe a puntate, non so quante ma la prima di ognuna vale certamente la lettura.

La prima è di Carlo Stagnaro, dalle pagine del Foglio, si intitola “Povera Green Economy” e comincia così:

La festa è finita. L’incrocio tra la crisi economica ne lo stop politico al “cahange” di Barack Obama cambia i termini della discussione ambientale. le rinnovabili non sono più un dogma, il clima non è più una religione civile, l’ambientalismo “politico” – con il suo portato di sussidi e obblighi, target e timetable- non è più il grande, scontato e redditizio balzo in avanti [...]

E prosegue con la cronistoria della traiettoria circolare del sogno della rivoluzione verde d’oltreoceano, ormai tornata decisamente al punto di partenza, passando attraverso il fallimento del vertice di CO2penhagen, la legge sul clima e l’energia di fatto mai nata e il futuro fallimento del vertice di Cancun (ma che li fanno a fare se si sa già che falliranno? Costa davvero così tanto una settimana di ferie ai caraibi?). Qui, per leggerla per intero.

La seconda è di Nino Cirillo, dalle pagine del Messaggero, si intitola “Eolico, soffia il vento degli sprechi: costi alti, poca energia, affari d’oro” e comincia così:

Via dal vento, se ancora si può. Via da questo pazzo vento di incentivi scandalosi per quantità e durata, via da questa forsennata corsa all’ultima pala che qualcosa frutterà anche se per ora non gira, via da questi “sviluppatori” – nuova sofisticata figura di mezzani – che stravolgono e offendono la quieta esistenza dei piccoli comuni giocando a nascondino con le royalties, via da questi sprechi, da queste mafie in agguato, da quste bollette ogni giorno più care perché il Balletto dell’Eolico ha i suoi costi. E che costi, per produrre poco o nulla [...]

E prosegue con le risibili cifre del rapporto costo-beneficio della foresta di mulini a vento dell’era moderna che sta invadendo il Paese, dopo aver fatto altrettanto (senza portare benefici tangibili) in altri e ben più efficienti, organizzati e ventosi paesi europei. Qui, per leggerla per intero.

NB: Oggi sul Foglio in edicola è uscita la seconda e ultima puntata dell’inchiesta di carlo Stagnaro, mentre sul messaggero c’è la seconda puntata dell’inchiesta di Nino Cirillo. Non appena saranno disponibili i link aggiornerò questo post.

Aggiornamento

  • L’Europa è al verde – Solo la recessione riduce le emissioni di CO2, e senza soldi pubblici la Green Economy non va. Un po’ di sano realismo, che fa il paio con quello dimostrato di recente dai leader europei che stanno tentando di smorzare l’entusiasmo delle Commissione Europea. Qui il pdf del secondo pezzo di Carlo Stagnaro.
  • Eolico, l’affare delle pale ferme che valgono milioni di Euro. Una gita in Molise, che si rivela essere più che altro uno slalom tra le già oltre 400 torri eoliche installate e le 1340 domande di nuovi impianti, singoli o in forma di parco. Qui la seconda puntata dell’inchiesta di Nino Cirillo.

Aggiornamento #2

L’inchiesta di Nino Cirillo continua e se tanto mi da tanto finirà per somigliare al giro d’Italia. Dopo il Molise, la Puglia, altra ventosa regione italiana dove a breve ci saranno più pale che pugliesi, perché arriverà da sola a produrre più di quanto sia possibile ricavare dalla forza del vento in tutta la penisola secondo le stime più recenti dell’ANEV.

Quello che più mi lascia attonito è il candore dell’assessore regionale all’energia che, contemplando le richieste di autorizzazione di nuovi impianti -30.000 megawat per almeno 12.000 torri- paragona il tutto a “una specie di foresta del Mato Grosso”. Prima di lasciarvi ai link un piccolo estratto:

Tanto per riepilogare, il meccanismo è questo: arriva lo “sviluppatore”, contatta piccole amministrazioni con le casse vuote e contadini che ormai delle loro terre non vivono più, presenta il progetto delle pale, impacchetta tutto e aspetta la grande azienda. Per rivendersi a milioni di euro quell’autorizzazione e perché cominci un altro affare, questo alla luce del sole, ma altrettanto discutibile: un kw di energia che vale 6,5 centesimi di euro verrà pagato a chi la produrrà con queste pale praticamente il doppio, e per quindici lunghissimi anni. Chi ci rimette, sempre per riepilogare, è il povero cittadino che paga la bolletta: c’è una voce che gli viene addebitata proprio perché partecipi anche lui -ma solo da spettatore pagante- a quest’abbuffata, una voce che in questo 2010 vuol dire, come incentivo su scala nazionale a carico degli utenti, 3 miliardi di euro, 5 miliardi nel 2015 e 7 miliardi nel 2020. Bell’affare.

E qui. finalmente penserà qualche lettore, i link alla terza (Eolico: invasione-pale a Sant’Agata, e quelle del sindaco valgono il doppio) ed alla quarta (Eolico, la corsa all’oro in Puglia: record di pale e anche di sprechi) parte dell’inchiesta.

La caricatura dei tea party si arricchisce di un nuovo elemento: oltre a essere brutti, razzisti, ignoranti, estremisti e fascisti, neppure credono nel riscaldamento globale – e dunque sono infedeli da mandare al rogo. L’ennesimo stigma viene appiccicato sulla pelle dei tea-partisti da una storia di prima pagina del New York Times, che da qualche settimana reagisce alla teiera a stelle e strisce allo stesso in modo in cui il toro di fronte al drappo rosso. Sicché basta raccogliere qualche intervista un po’ surreale tra i militanti durante una manifestazione (il global warming “è una menzogna”, per l’elettricista Norman Dennison, “è semplicemente ridicolo”, per una tale Kelly Khuri) per arrivare alla conclusione senza passare dal via. Da lì in poi il passo è più scontato che breve.

Quello che il quotidiano americano non dice è che, dietro il folklore, che non è nello schieramento dei tea party più forte che altrove ma solo più politicamente scorretto, si nasconde una lettura del problema assai realista. Gli Americans for prosperity descrivono non già il cambiamento del clima, ma il “climate bill” di Barack Obama come “the largest excise tax in history”, cosa che probabilmente non si allontana molto dal vero (o magari lo sottostima). Freedom Works, vittima ieri di un attacco hacker, lo definisce “power grab”, e spiega: “qualunque sforzo di rendere l’elettricità e i carburanti più costosi o di limitare o regolamentare la CO2 non farà altro che esacerbare una situazione già critica e causare un tremendo danno economico”. Naturalmente, tutto questo si spiega solo coi “soldi dell’industria petrolifera”, secondo il Nyt, che in tal modo pecca due volte. Perché, se è vera la tesi marxiana per cui sono gli interessi che muovono la storia, allora è vera per tutti: e, così come i tea party riflettono gli interessi dei petrolieri, allora i fautori delle politiche climatiche rappresentano a loro volta altri interessi particolari – non necessariamente più virtuosi (lo straordinario film di Jason Reitman, “Thank you for smoking”, spiega molte cose, a questo proposito). Ma il Nyt pecca, soprattutto, perché rigettare a priori le tesi del supposto avversario è una manifestazione di enorme debolezza intellettuale, che non può che portare a conseguenze politiche deludenti.

Continua a leggere su “Il Foglio” a firma di Carlo Stagnaro.

Ne avevamo letto già da qualche giorno, ma certe notizie vanno fatte riposare, come un buon vino rosso: aprire e lasciare che respiri, può solo migliorare, cioè avvicinarsi al suo gusto vero.

E di gusto ce n’è nella faccenda di cui sto scrivendo. Alcuni giorni fa si è saputo che Bjørn Lomborg, celebre ambientalista scettico, già autore di un libro che a Co2penhagen avrebbero usato per scaldarsi e già bersaglio di insulti senza pari (epigono di Hitler per capirci), si sarebbe convertito alle ipotesi -o dogmi- dell’AGW dichiarando che servono 100 mld di dollari all’anno per contrastare il riscaldamento globale. Praticamente una capriola.

I voltafaccia, si sa, non piacciono a nessuno, tranne a quelli verso cui a seconda dei casi si volta la faccia. In quelli, di casi, c’è sempre qualcuno disposto a turarsi il naso e ad accogliere la “pecorella smarrita”, foss’anche soltanto per fare un dispetto agli avversari.

Questa è una pratica antipatica ma molto diffusa, anzi, assolutamente bipartisan, perciò, poco male. Il problema però è che stavolta pare che il voltafaccia non ci sia stato, com ci spiega Carlo Stagnaro dalle pagine del Foglio, per cui semmai, ad essersi convertiti potrebbero essere i numerosi pastori che hanno volenterosamente accolto la pecorella appena pochi giorni fa e ora, presumibilmente, la vorrebbero fare alla brace.

Già, perché l’occasione della presunta conversione di Lomborg, è l’uscita di un suo nuovo libro, in cui, guarda un po’, dice quello che ha sempre detto, però ha dovuto pagare lo scotto di veder estratto dalle sue pagine un highlight che risultasse appetitoso per i lettori del quotidiano cui si è rivolto per avere un po’ di pubblicità. In tempi in cui i temi finanziari e climatici, specie se correlati, si vendono come il pane, l’idea di chiedere al mondo lo sforzo di impiegare 100 mld l’anno per contrastare il cambiamento climatico, fa decisamente alla bisogna.

E così, ci sono cascati con tutte le scarpe, come si suol dire, perché, come dice sempre Stagnaro, le idee di Lomborg sono sempre le stesse, soprattutto una, la più condivisibile, cioè quella che con cui definisce gli strumenti ideati ed implementati per affrontare il problema (tanto cari ai suoi detrattori di sempre e ora ignari ammiratori), costosi e inefficaci, molto più inclini a far del bene al novello mercato del carbon trading che al clima.

Certo, il progetto di spendere 100 mld di dollari l’anno è impegnativo, e con ogni probabilità seguirà il destino degli altri faraonici progetti del think tank climatico, cioè quello di non vedere mai la luce, ma se qualcuno avesse voglia di capire esattamente quanti sono, sarà sufficiente arrivare in fondo all’articolo, dove c’è un interessante paragone con i costi stimati per l’implementazione del piano europeo per la riduzione delle emissioni (20-20-20). 50 mld di Euro all’anno e solo in Europa, le cui emissioni sono importanti, ma mai quanto lo sono quelle di giganti come USA, Cina e India.

Che ne dite? Non è migliore adesso questo vino?

Dieci e Lode a Piero Vietti, giornalista e blogger del Foglio, che evidentemente non va in ferie o se ci va lo fa secondo la moda del momento, cioè con il pc collegato in wifi sulla spiaggia. Il giornale su cui scrive ed il suo blog, sono stati infatti gli unici a sottolineare il “naufragio estivo” (perdonate l’allusione) del famigerato Climate Bill americano.

La legge che doveva fornire alla nazione che più emette venefici gas climalteranti gli strumenti operativi per abbatterne le emissioni non ci sarà, almeno per tutto il 2010. Non stiamo facendo della facile esterofilia, è un fatto che senza la “collaborazione” degli Stati Uniti, nessun accordo locale o globale, di ampio respiro o asfittico che possa essere sarà mai raggiunto.

Nonostante ciò a Bonn sono ripresi i negoziati preparatori al prossimo megasummit di Cancun, e da lì, proprio i rappresentati degli Stati Uniti fanno sapere di essere intenzionati a tener fede al loro proponimento di ridurre le emissioni di CO2 del 17% rispetto ai livelli del 2005. Che non è neanche lontanamente paragonabile a quanto sarebbe loro richiesto di fare nell’ambito del moribondo Protocollo di Kyoto (che del resto gli USA non hanno mai ratificato), che non è certamente la riduzione dell’80% entro il 2050 prevista nel corpo del defunto progetto di legge, ma che vuol dire semplicemente BUS, ovvero Business As Usual, nel solco del normale iter di decarbonizzazione che i processi produttivi stanno già avendo secondo convenienza. Perchè le centrali a carbone di oggi non sono quelle di ieri, perché si è deciso di tornare (seppur molto sommessamente) a dare impulso all’energia nucleare, e perché volente o nolente il Business è soprattutto sulle fonti rinnovabili, che vanno accudite, coccolate e adeguatamente sostenute onde evitare che perdano la battaglia dei costi di produzione che le vede necessariamente perdenti nel confronto con tutte le altre fonti energetiche.

Questo è un punto particolarmente interessante, perché nel dare comunicazione delle intenzioni, sembra sia stato anche detto che con una legge sarebbe stato più facile, ma anche senza, si cercherà di dar comunque seguito ai proponimenti attraverso meccanismi di diverso genere.

Sarà per questo che la CO2 è stata “per legge” inserita tra i gas velenosi, con buona pace della biosfera che con la CO2 ci campa. Sarà per questo che appena qualche giorno fa la NOAA ed il Met Office (USA e UK) hanno proclamato per l’ennesima volta che non c’è più nulla da discutere, il global warming è una realtà incontrovertibile, punto. Perdonate l’uso della lingua originale: so what? O, se preferite, embè? Non mi pare che nessuno l’abbia mai messo in dubbio, il problema semmai è quanto, come e perchè. Oppure sarà per questo che è puntualmente arrivato l’ennesimo studio, ovviamente ripreso dai media di tutto il mondo, che spiega come l’energia solare abbia già dei cicli produttivi con costi al Kw più bassi dell’energia nucleare. Con buona pace della matematica, che in materia di energia e soprattutto di clima è sempre più un’opinione, troviamo ancora sul foglio un significativo intervento di Carlo Stagnaro, che in poche righe ci spiega che non è così, ovvero lo è soltanto in parte e soltanto se si tiene conto degli incentivi che tutti gli stati elargiscono a quanti si gettano nel Business (appunto!) delle fonti rinnovabili.

E così, la prossima kermesse climatica di Cancun è morta prima di essere concepita. Nessun accordo sarà possibile, però si cercherà comunque muovere un po’ di quattrini, ovvero Business As Usual.

Una provocazione, non meno intrigante di quella che ha spinto a suo tempo la multinazionale delle multinazionali a cambiare il proprio nome per essere (apparire?) più politically correct, più al passo con i tempi, più pronta per l’economia del futuro, divenuta del passato prima ancora di cominciare.

Una provocazione dicevo, che come spesso accade si avvicina forse alla realtà. La trovate in un articolo di Carlo Stagnaro su Il Foglio, dal quale, se si ritiene che la sua tesi sia plausibile, si impara la lezione che non basta una mano di verde per cambiare, mentre basta poco per perdere di vista la propria mission d’impresa.

Nel frattempo il mondo, che piaccia o no di questa mission non può ancora fare a meno, si ritrova con un disastro ambientale senza precedenti e una chiara incapacità di farvi fronte.

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Troppa economia verde è all’origine della marea nera di Bp
Il gruppo petrolifero per anni si è voluto mostrare a tutti i costi “amico dell’ambiente”, dimenticando il suo mestiere

Ian McEwan, uno che con le previsioni a tinte fosche ci andava a nozze, uno che a trent’anni era convinto di non arrivare a sessanta perché il mondo sarebbe finito causa catastrofe nucleare o causa disastro ambientale. Ora che invece ci è arrivato, scrive un romanzo climatico che si intitola “Solar“, in cui dipinge uno scienziato vincitore di premio Nobel interessato più alla propria fama e ricchezza che al bene dell’umanità  (l’ispirazione gli è venuta proprio da un incontro con premi Nobel a Potsdam per discutere di cambiamenti climatici).

Ora è ottimista invece e ripone le sue speranze per il futuro -udite udite- nell’energia nucleare, dato che null’altro è disponibile per “far funzionare le nostre città  nelle notti senza vento a febbraio”. Le sciagure e le previsioni di disastri climatici dovuti all’inquinamento sono passate di moda: Ian McEwan ha lanciato, fra le celebrità, la nuova tendenza dei prossimi anni, l’ottimismo nucleare.

Questo ed altro qui, sul Foglio quotidiano, a firma di Annalena Benini.