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Tag: Sensibilita’ climatica

Ma che clima insensibile!

L’immagine qui sopra l’avete già vista pochi giorni fa. Per la verità non era esattamente questa, infatti è stato necessario aggiungerle qualcosa. Si tratta per chi non conoscesse l’argomento di un riassunto grafico di tutte le più recenti stime della sensibilità climatica, cioè dell’aumento della temperatura atteso per un raddoppio della concentrazione di anidride carbonica rispetto ai livelli pre-industriali. Sono tutte stime al ribasso, compresa quella oggetto del nostro post di oggi e che ha reso necessaria la modifica all’immagine.

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Il Global Warming c’è, sopra le nuvole

L’immagine in testa a questo post, sebbene piuttosto nota a chi ci segue abitualmente, necessita di una spiegazione per i non addetti ai lavori. Tutte quelle linee colorate si chiamano in gergo ‘spaghetti’ e ognuna rappresenta l’uscita di un modello climatico globale sulle temperature della media troposfera intertropicale. La linea nera un po’ più grande è la media di tutti i modelli. I quadratini sono invece le osservazioni ricavate dai palloni sonda e i cerchietti infine quelle rilevate dalle sonde satellitari.

 

Quelli rappresentati sono i modelli utilizzati per il 5° report IPCC, forzati con uno scenario delle emissioni (rcp8.5) in cui nulla o quasi viene fatto per abbatterle, cioè con un aumento della concentrazione di CO2 molto veloce e significativo (qui sugli rcp). Appare chiaro che non c’è un modello che riesca ad avvicinarsi efficacemente alla realtà osservata, specialmente in questi ultimi tre lustri. Da notare che se la realtà delle temperature globali è ben lontana da quella prospettata dai modelli, la concentrazione di CO2, nonostante i molti sforzi comunque quasi tutti nominali e inefficaci, continua a crescere senza dar segni di rallentamento. L’unica eccezione l’hanno fatta segnare i primi due anni della crisi economica mondiale.

 

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AGW, è iniziata la capriola?

Difficile a dirsi, anche perché i rigurgiti di catastrofismo da quattro soldi continuano a presentarsi ad ogni buona (si fa per dire) occasione. Però, tra quanto è trapelato mesi fa circa la bozza del redigendo prossimo report dell’IPCC e quanto pubblicato su Nature qualche giorno fa, i segnali di un certo – diciamo così – nuovo orientamento del mainstream scientifico in effetti ci sono.

 

Quella in testa a questo post è una delle figure contenuta nella bozza del report in questione. Non è dato sapere se effettivamente avrà l’onore di essere pubblicata in sede di stesura finale, ma è certamente un’immagine che fa riflettere. L’argomento è quello del paragone tra le proiezioni climatiche e la realtà delle osservazioni in termini di temperatura globale. Non direi che si possa sostenere che sia stata trovata l’equazione del clima, non vi pare?

 

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Il fresco profumo della Natura

I prati, le foreste, le aree rurali, chissà quante volte vi sarà capitato di recepire delle sensazioni olfattive particolari girando lontano dagli insediamenti urbani. Bene, quel profumo, scrivono gli autori di una letter appena pubblicata su Nature Geoscience, è in grado di mitigare il riscaldamento globale.

 

Warming-induced increase in aerosol number concentration likely to moderate climate change

 

Si parla di feedback, cioè di quei meccanismi possibilmente innescati dall’aumento delle temperature che possono potenziare o limitare, come in questa fattispecie, l’ampiezza della stessa causa che li ha generati. Come molti sanno e come ci è capitato di scrivere più volte, la potenziale pericolosità del riscaldamento globale non è direttamente ascrivibile alla relazione esistente tra l’incremento dei gas serra e la temperatura, perché questa è tale da generare un aumento delle temperature non molto significativo. Il problema, piuttosto, verrebbe dall’innesco di feedback con prevalente segno positivo, cioè in grado di amplificare l’entità del riscaldamento. Questo almeno è quanto scaturisce dalle simulazioni climatiche, strumenti essenzialmente “istruiti” con una sensibilità climatica – leggi entità del risaldamento del sistema al raddoppio della CO2 – dominata da fattori di amplificazione e quindi piuttosto elevata.

 

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Un clima insensibile ma di gran moda

Un paio di settimane fa abbiamo parlato del nuovo paper pubblicato sulla rivista dell’AMS a firma di Nick Lewis sulla sensibilità climatica. Uno studio che va a collocarsi tra quelli che, specie negli ultimi tempi, sono orientati a descrivere il sistema climatico come scarsamente sensibile al forcing antropico. Per sensibilità climatica, lo ripetiamo per quanti non dovessero essere addentro al problema, si intende il riscaldamento atteso in ragione di un raddoppio della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera rispetto ai valori pre-industriali e scaturisce dalla somma del contributo diretto della CO2 più quello, amplificante o mitigante, di tutti i meccanismi (noti e non) che si metterebbero in moto in ragione di questo contributo. E’, di fatto, il tema centrale del dibattito sulle origini del riscaldamento globale e, soprattutto, sulla sua evoluzione.

 

A dimostrazione del fatto che la questione sia tutt’altro che conclusa, anche questo paper ha suscitato un vibrante dibattito nell’ambiente scientifico. La discussione si è accesa molto rapidamente, come ormai accade spesso da quando la rete si è popolata di ambienti di discussione cui contribuiscono anche molti autorevoli scienziati, segnando una volta di più dei punti in favore del libero scambio delle informazioni anche al di fuori dei normali canali delle pubblicazioni scientifiche.

 

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Insensibilità climatica

Se a qualcuno fosse sfuggito, per quanto vi si voglia girare intorno, per quanto lo si possa arricchire con scenari catastrofici e risibili analogie con un clima attuale tutt’altro che disfatto, il tema del riscaldamento globale, mutato successivamente in cambiamenti climatici per latitanza del riscaldamento e poi in disfacimento climatico per comodità di comunicazione, è riassumibile in un unico problema: quanto si può scaldare il Pianeta in ragione dell’accresciuta concentrazione di gas serra (specie CO2) in atmosfera?

 

I più scaltri avranno già capito, anche oggi parliamo di sensibilità climatica, appunto il parametro che dovrebbe rappresentare quel “quanto”. Torniamo a farlo perché questo tema, in realtà molto tecnico, sta conoscendo una discreta diffusione anche sui sistemi di comunicazione generalisti specie nell’ultimo periodo, grazie all’eccellente pagina pubblicata sull’Economist un paio di settimane fa. In soldoni, più passa il tempo, più aumentano le conoscenze in questo settore. Questo potrà forse far sentire sollevati quanti pensano che si stia camminando sull’orlo del baratro climatico, perché questo miglioramento del livello di comprensione scientifica il baratro lo sta allontanando, nel senso che, man mano, l’aumento di temperatura “atteso” in ragione di un raddoppio della concentrazione di CO2 rispetto ai livelli pre-industriali, si sta riducendo. Infatti, ci si sta avvicinando sempre di più al limite inferiore delle stime comprese tra 1,5 e 4°C dell’ultimo report IPCC (con valore più probabile di 3°C).

 

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Per la gioia di chi pensa ai dettagli

Si dice, o meglio si sente dire, che i cambiamenti climatici siano scientificamente definiti, che le origini antropiche delle recenti dinamiche del clima siano ormai accertate. Quel che resta, dicono, è concentrarsi sui dettagli, cioè su come e dove il  global warm… no, cambiamento climat… no, disfacimento climatico colpirà. A meno che, dicono sempre, non si agisca ora e subito mettendo in pratica sostanziali azioni di mitigazione del nostro sciagurato contributo, prima tra tutte, ovviamente, la riduzione delle emissioni di gas serra.

 

I quali, invece, continuano ad aumentare, mentre le temperature, guarda un po’ non aumentano più. Sorge il dubbio che a qualcuno sia sfuggito qualcosa. Forse il sistema climatico è un po’ meno sensibile all’azione umana di quanto si ritiene. Questo non mi pare esattamente un dettaglio.

 

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Uhm…due gradi in più sono comunque meglio di niente…

I lettori più assidui di questo blog ricorderanno che qualche giorno fa abbiamo commentato l’apparizione nella blogosfera climatica della bozza di secondo ordine del futuro 5° Report IPCC. Un documento interessante, oltre che per il suo valore intrinseco, anche per quello che si potrebbe definire un accenno di cambiamento di rotta rispetto alle monolitiche convinzioni che hanno accompagnato nel recente passato il lavoro del Panel.

 

Ad oggi, tuttavia, non è dato sapere se questo cambiamento riguarderà anche uno degli argomenti più centrali in ordine al dibattito sul clima, ovvero la sensibilità climatica, cioè la stima dell’aumento delle temperature medie superficiali che sarebbe lecito attendersi per un raddoppio della concentrazione di CO2 rispetto all’era pre-industriale.

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CICERO pro domo nostra

Si chiama Cicero il Center for International Climate and Environmental Research di Oslo, ed è il posto da dove arriva il sasso nello stagno di oggi. Uno stagno, quello della catastrofe climatica, che sta diventando sempre più mosso. Pare infatti siano lontani anni luce i giorni in cui non passava giorno che qualcuno non tirasse fuori qualche nuova e mirabolante ricerca per dirci che nel breve volgere di qualche anno avremo fatto la fine del tacchino al forno.

 

Adesso succede esattamente il contrario e la spiegazione è semplice. Fino alla fine degli anni ’90, le temperature medie superficiali del Pianeta salivano senza tregua e tutti cercavano di spiegarci dottamente il perché. Adesso che hanno smesso di farlo, i dotti più irriducibili di allora ci dicono che tanto prima o poi ricominceranno a salire, mentre quelli di oggi cercano di capire cosa stia accadendo.

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Sarà, naturalmente, peggio del previsto

E’ uscito su Science un nuovo articolo firmato da John Fasullo e Kevin Trenberth:

A Less Cloudy Future: The Role of Subtropical Subsidence in Climate Sensitivity

Sui media lo troviamo come sempre in una forma un po’ diversa, con Science Daily che riprende pari pari il comunicato stampa dell’NCAR: Future Warming Likely to Be On High Side of Climate Projections, Analysis Finds

Come spesso accade, tanto nel comunicato stampa quanto nelle successive riproduzioni dei media, si cerca di mettere in risalto le parti più ad effetto dello studio in questione, anche se queste nello stesso sono piuttosto marginali. Questo è ovviamente fisiologico, anche se qualche volta ci piacerebbe che non accadesse. Vediamo di cosa si tratta.

Allo stato attuale della conoscenza, con riferimento alle proizioni climatiche, l’elemento di maggiore incertezza è rappresentato dall’impossibilità di quantificare con precisione la sensibilità climatica, che per definizione identifica la risposta del sistema climatico in termini di riscaldamento al raddoppio della concentrazione di CO2 rispetto ai livelli pre-industriali. La difficoltà consiste nell’identificazione delle dinamiche e della magnitudo dei feedback radiativi, cioè di quei processi di potenziamento/mitigazione del riscaldamento che si suppone debbano realizzarsi nel sistema in risposta ad uno squilibrio positivo del bilancio radiativo del Pianeta. Il più significativo di questi feedback, ma anche il più incerto, è il feedback delle nubi. La nuvolosità, infatti, ha il duplice ruolo di riflettere la radiazione solare e di trattenere la radiazione uscente dalla superficie, con un effetto complessivamente raffreddante. Ma la nuvolosità è la manifestazione visiva della presenza di vapore acqueo in atmosfera, per cui una modifica del tipo e della quantità di nubi presenti su vasta scala può modificare l’ampiezza di questo effetto generalmente raffreddante, di fatto amplificando il riscaldamento.

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Roy Spencer e la dissonanza cognitiva di massa

Dal blog di Roy Spencer: [blockquote] Dopotutto, se un modello climatico non riesce nemmeno a soddisfare il Primo Principio della Termodinamica, e il riscaldamento globale è…

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