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Qualche anno fa Al Gore iniziava la sua grande ascesa personale nelle vesti di gran sacerdote della guerra all’Anthropogenic Global Warming: produttore del film “Inconvenient truth”, speaker di fama chiamato a parlare a destra e a manca, suo il prestigioso ultimo intervento alla Convention Democratica che nominò Obama alle presidenziali di quattro anni fa, fino al climax del Premio Nobel per la Pace del 2007.

Poi è iniziata la parabola discendente. Politico, una rivista esperta in politica americana, ci dice che quest’anno i democratici – clamorosamente – si sono ben guardati dall’invitarlo:

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Gore’s evolution over the past four years — from a central figure in the Democratic Party to a no-show at its biggest event — matches what has happened to the issue of climate change itself, which moved to the sidelines alongside its chief crusader, environmentalists and some Democrats say.

L’evoluzione di Gore negli ultimi quattro anni – prima figura centrale del Partito Democratico, oggi non invitato al suo evento più importante – ricalca quello che è accaduto alla popolarità dell’argomento “cambiamento climatico”, che è stato messo in disparte insieme al suo principale paladino; così dicono gli ambientalisti ed alcuni esponenti del Partito Democratico.

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Forse perché nel frattempo la temperatura non sale come previsto e lo stesso IPCC è più prudente; ma soprattutto i posti di lavoro verde promessi non ci sono, la green economy registra mercati in coma e industrie fallite, gli americani non comprano auto elettriche e i trattati internazionali sulle emissioni sono in stallo. Nonostante il fatto che un evento notevole dell’anno è stata la siccità e la crisi di produzione agricola.

Invito a leggere tutto l’articolo, ricco di spunti ed opinioni interessanti.

La notizia spopola sui media, Mario Monti è finito in un fumetto della Marvel Comics che narra le ultime gesta dell’Uomo Ragno. Ma non è quella che ci interessa. Nella stessa storia, che si intitola “La fine del mondo”, compaiono anche molti altri potenti della Terra, insieme naturalmente all’acerrimo nemico di Spiderman, Octopus.

La minaccia globale riguarda lo strato do ozono, ormai sottile come un foglio di carta velina. Octopus promette di avere la ricetta giusta per scongiurare l’imminente distruzione finale, ma in realtà ha l’obbiettivo di favorire il processo e vincere finalmente l’ultima partita. Continue reading “Ci voleva un super eroe!” »

Le 24 ore di pura flagellazione climatica di Al Gore e della fratellanza del movimento salva-Pianeta raccontate in una serie di vignette.

C’è tutto, dagli orsi bianchi all’Hockey Stick al Gore-effect (dove va lui di norma nevica). Con un click qui la farete grande abbastanza da trascorrerci qualche minuto gradevole.

 

Sulle prime avevamo deciso di non dare spazio all’ennesima iniziativa mediatica dell’ex futuro vice presidente degli Stati Uniti Al Gore in tema di catastrofe climatica. E questo perché la sensazione è quella di una sorta di ultima spiaggia, sulla quale chi ha fatto dell’allarme ingiustificato sul clima la propria fortuna probabilmente sente di essere arrivato.

Tuttavia penso anche che i lettori vadano comunque informati, perciò, ecco qua.

Si tratta, letteralmente, di un evento fiume in cui il nostro si propone di svelare tutte le realtà climatiche che a suo dire costituirebbero la prova inconfutabile delle nostre malefatte. Una sorta di scorpacciata di scomode verità, alla stregua di quanto già fatto, dapprima con successo poi con numerose sconfessioni, con la clima-fiction An Inconvenient Truth. Si parte questa sera. Tenetevi pronti anche se c’è la partita.

Pare che saranno svelati anche un certo numero (forse tutti) di negazionisti al soldo dell’industria del petrolio. Questo ci tranquillizza, perché di Euro nei tre anni e passa di lavoro su CM non se ne sono proprio visti, e poi perché l’unica cosa che neghiamo, e lo facciamo con forza da sempre, è consentire a chicchessia di dirci cosa dobbiamo pensare, e siamo sicuri che non sia questa l’intenzione di Al e soci, non è vero? Il tutto, naturalmente, con ampia possibilità di donare, donare, donare e ancora donare per la buona causa (da non confondere con la bolletta energetica della faraonica villa del nostro eroe).

Comunque, memore di quanto ho scritto in apertura di questo breve post, non vi tedierò oltre con queste quisquilie.

Qui trovate l’evento, mentre qui il suo rebuttal in tempo reale. Enjoy.

Aggiornamento

Comincio a preoccuparmi. Judith Curry ha esordito su questo argomento esattamente con le mie stesse parole. Salvo poi naturalmente provvedere ad un commento breve ma decisamente più convincente del mio.

La sua opinione è che iniziative come questa invece di spazzare via i dubbi finiscono sempre per esacerbare il dibattito (qualora mai ce ne fosse bisogno viste le randellate che già volano), e che l’approccio futuro deve necessariamente dare maggior spazio ad approfondire il livello di incertezza della conoscenza scientifica, non come alibi naturalmente, ma per fornire un adeguato strumento decisionale ai policy makers.

Segue poi il rilancio di alcune diaboliche vignette sull’argomento.

Ri-enjoy.

Terreno minato, polemica politica probabile, perciò avviso i lettori e gli eventuali commentatori. Siano economiche o politiche le ragioni che stanno animando la trattativa di rinnovo del contratto di Current Tv con Sky, a noi di CM non ce ne frega un accidente. Ragion per cui non passeranno dissertazioni sulle frequenze, sulla fruibilità o proprietà delle stesse o su altri ameni accadimenti su cui la stampa sta comunque fornendo ampio intrattenimento.

La tentazione di intervenire sulle vicende del nostro Guru climatico preferito è però troppo forte. Infatti pare che nella diatriba dagli accesi toni politici e dagli ancor più accesi toni economici, c’entri anche nientepopòdimeno che l’atteggiamento di vile occultamento del disastro climatico di Fox News, cioè della stessa proprietà di Sky.

Ma, dicevo, il terreno è minato, per cui me la cavo tirando il sasso e nascondendo la mano, indicandovi cioè la lettura del post di Piero Vietti sull’argomento e raccomandandovi in quanto imperdibili il primo e il settimo commento giunti sul suo blog.

Segnalazione doverosa. Ora, col vostro permesso, continuo a rotolarmi dalle risate.

Solo poche righe riprese dal blog di Antony Watts. Al Gore ammette che sostenere l’incentivazione e lo sviluppo della politica di ricorso all’etanolo per ridurre i consumi di carburanti fossili e quindi anche le emissioni di CO2 è stato un errore.

Senza entrare tanto nel particolare, chi ci segue da tempo sa cosa ne pensiamo e comunque basta leggere il post di Watts per capire,  e senza indagare più di tanto su chi ci abbia guadagnato e chi ci abbia perso, questo è il classico esempio della somministrazione della cura sbagliata.

Tanto rumore, tanti danni all’ambiente (per salvarlo), un impatto molto serio sulle politiche alimentari e sull’impiego delle risorse idriche, quasi nessun guadagno in termini di emissioni ed un bel finale con dietrofront e annessa apertura ad una nuova risolutiva iniziativa, i biocarburanti di seconda e terza generazione. Speriamo bene.

Tutto questo mentre navi cariche di cereali per autotrazione viaggiano dai “paradisi ambientali” del Sud America verso l’Europa, ansiosa di far uso di cotanta mirabile invenzione per acquisire i propri target di riduzione delle emissioni.

Il Pianeta ringrazia sentitamente il suo salvatore.

Era da qualche tempo che James Hansen non ci allietava più con le sue filippiche sul global warming antropico. Caso vuole che mi sia capitata tra le mani l’esegesi del suo ultimo libro (nonchè il primo), intitolato: “Storms of My Grandchildren: The Truth About the Coming Climate Catastrophe and Our Last Chance to Save Humanity”. Avete già capito tutto, vero? Lo ammetto, il libro è uscito a dicembre del 2009, ma siamo ad agosto, voi siete sicuramente in vacanza e tutto sommato vale la pena leggerne alcuni interessanti passaggi.

Il fatto che in questo libro venga enunciata l’ultima possibilità per salvare il genere umano, mi spinge a consigliarvene l’acquisto, di cuore. Ecco l’incipit:

The startling conclusion is that continued exploitation of all fossil fuels on Earth threatens not only the other millions of species on the planet but also the survival of humanity itself—and the timetable is shorter than we thought (…)

In italiano, leggiamo: la conclusione è che il continuo utilizzo di tutti i combustibili fossili presenti sulla Terra minaccia non solo milioni di altre specie sul pianeta, ma anche la sopravvivenza dell’umanità stessa, e il tempo è più breve di quanto si pensi.

Un buon inizio, non c’è che dire. Hansen, che è uno scienziato, fornisce anche un fondamento scientifico all’affermazione precedente:

During the past few years, however, it has become clear that 387 ppm (CO2) is already in the dangerous range. It’s crucial that we immediately recognize the need to reduce atmospheric carbon dioxide to at most 350 ppm in order to avoid disasters for coming generations

In poche parole, solo recentemente abbiamo capito in modo indubitabile che 387 ppm di CO2 sono già nel range pericoloso. Di conseguenza dobbiamo immediatamente tornare ad almeno 350 ppm, per evitare il disastro per le future generazioni.

Come fare ce lo spiega subito, e per chi segue l’Hansen-pensiero non è una novità: immediata decarbonizzazione del globo terracqueo, con la tecnica del fee-and-dividend (una sorta di carbon tax, dove però il 100% degli introiti viene obbligatoriamente ridistribuito tra i cittadini). I sostituti del petrolio, secondo Hansen, sono il solare e l’eolico. Dal momento che la domanda di petrolio per la trazione privata è sostanzialmente inelastica, ve l’immaginate che razza di tassazione dovrà essere imposta per decarbonizzare le nostre auto?

Le sue parole:

Our goal is a global phaseout of fossil fuel carbon dioxide emissions (…)

E poi, sarebbe per me oltremodo utile che intervenisse un geologo o un paleoclimatologo e mi spiegasse come mai agli attuali livelli di CO2 si prospetta l’Armageddon, quando in passato a livelli n-volte superiori scorrazzavano bestie alte 3 piani, felici e pasciute. Questo rimane e, probabilmente rimarrà, un mistero, per me sia chiaro. Capisco che i catastrofisti abbiano ben chiara tutta la faccenda.

Attenti al climax, però:

The above scenario —with a devastated, sweltering Earth purged of life—may read like far-fetched science fiction. Yet its central hypothesis is a tragic certainty—continued unfettered burning of all fossil fuels will cause the climate system to pass tipping points such that we hand our children and grandchildren a dynamic situation that is out of control

Attenzione, dice Hansen, lo scenario che si prospetta – ovvero una Terra devastata, soffocata dal caldo e purgata da ogni organismo vivente (parole sue, sia chiaro) – potrebbe sembrarci fantascienza. Ma no, no e poi no. L’ipotesi centrale su cui si fonda quello scenario è una tragica certezza. Lasceremo ai nostri figli e ai nostri nipoti una situazione dinamicamente fuori controllo.

Ora, sappiamo tutti su CM che la Terra è un sistema dinamico complesso, da sempre, addirittura da prima che stampassero il libro di Hansen. Come è possibile, mi chiedo, pensare anche solo per un attimo che la Terra possa essere un sistema dinamico complesso sotto il nostro controllo? E’ un nonsense fisico e matematico. E invece no, l’uomo onnipotente può decidere quale livello di energia complessivo fornire al sistema e, addirittura, renderlo stabile e in equilibrio (almeno fino alla nascita dei nostri nipoti, poi se la vedano loro).

Qualcuno sostiene che Hansen non sia più uno scienziato, bensì un politico. Io pensavo ad altro, in realtà. Bisogna rendergliene atto, è comunque una mente libera: per sua stessa ammissione, infatti, ha sostenuto le candidature di Gore e Lieberman nel 2000, nel 2008 ha provato addirittura entusiasmo per McCain ad un certo punto della sua campagna elettorale, e si è commosso per l’elezione di Obama.

Il problema di chi urla alla catastrofe è che, non verificandosi nulla di così devastante, è costretto ad alzare sempre di più la voce. E il buon senso ci dice che, a forza di alzare la voce: 1) nessuno più ci ascolta; 2) prima o poi ne spariamo una grossa, ma grossa davvero. Purtroppo ad Hansen sta capitando di attraversare entrambe le fasi, ed è un peccato, perchè è probabilmente il più grande climatologo di tutti i tempi (citazione da verificare).

Concludo, riportando quanto Al Gore dice del libro di Hansen:

The title refers to his growing concerns about the world his grandchildren may inhabit if we do not do all in our power to address man-made pollution to the atmosphere

Ovvero, il titolo si riferisce alle crescenti preoccupazioni di Hansen circa il mondo in cui vivranno i suoi nipoti se noi non riusciremo a fare tutto ciò che è in nostro potere per ridurre l’inquinamento antropico dell’atmosfera.

Alt, fermi tutti!

Ha detto inquinamento?

Enhanced by Zemanta

Nel nostro modo di vedere il mondo, raggiungere una decisione all’unanimità rende normalmente quella decisione inappellabile da chi la subisce. Questo devono aver pensato gli esperti di comunicazione della scienza del clima, perseguendo per anni lo scopo di costruire un solido muro di protezione attorno ad una ipotesi che in quanto tale non potrebbe altrimenti essere così largamente condivisa, almeno fino a che non dovesse assurgere al rango di teoria scientifica.

Eppure il consenso sull’AGW è enorme, o almeno così ci viene detto ogni volta. Ma volete scherzare? Come possono essere tutti in errore ben 2500 scienziati riunitisi in sessione plenaria per concorrere armonicamente alla stesura dell’ultimo rapporto dell’IPCC? Ehm…ma ci sono dentro avvocati, economisti, sociologi, psicologi, che ne sanno di fisica dell’atmosfera? Nulla, però consentono, e tanto basta. Questa la litania, almeno fino a pochi giorni fa.

Poi esce fuori una vocina, quella di Mike Hulme, insider convinto, già autore del libro “Why we disagree about climate  change” con il quale aveva sollevato più di qualche perplessità circa la dimensione globale del problema dei cambiamenti climatici, che sembra volerci dire che forse forse tutto questo consenso non c’era e non c’è, per la semplice ragione, ripetuta migliaia di volte ma inascoltata, che ognuno “consente” al proprio specifico campo di applicazione, il cui collegamento con l’affermazione finale che la maggior parte del riscaldamento occorso negli ultimi anni sia originato dalle attività umane può essere estremamente labile oppure del tutto inesistente.

Eppure la storia dei 2500 non ce la siamo di sicuro inventata noi. Sarà forse stata frutto di incomprensione? Forse sì, se si pensa che anche l’ultimo lavoro di Hulme, che verte proprio sul tema del consenso, è stato oggetto di libere interpretazioni piuttosto fuorvianti, tanto da richiedere una sua precisazione chiarificatrice. Bene, alla fine, nella foresta di link e dichiarazioni varie, abbiamo stabilito finalmente che il consenso riguarda uno sparuto numero di scienziati (10/20 persone) che si sono occupati di dirimere gli aspetti di detection e attribution del riscaldamento globale. Argomenti chiave su cui però, facilmente, gli altri 2480 che hanno fornito il loro supporto al lavoro facilmente non consentono o non sanno. Però dicono, come quel ricercatore consenziente che ha serenamente attribuito una riduzione di “stazza” del 5% delle pecore di un’isoletta scozzese al riscaldamento globale.

E allora? Non sono scettici, non fanno della Voodoo Science, come ebbe a dire il Dott. Pachauri, ottimo rettore dell’IPCC, circa quanti sollevarono a suo tempo dei legittimi dubbi sullo scioglimento dei ghiacci dell’Himalaya. Non sono sostenitori della Teoria della Terra Piatta, come sempre lo stesso leader amò definire chi non consentiva. E non sono tra quelli che, sempre secondo Pachauri, dovrebbero cospargersi il viso di amianto, essendo tali e quali a quanti negano che esso sia pericolosissimo per la salute.

Ma, a quanto pare, quelle dichiarazioni sono evidentemente acqua passata. Ora è giunto il momento della riconciliazione, delle revisioni di quanto è stato fatto in passato e della correzione degli errori, della rinascita del dibattito, che per anni ci hanno raccontato che era finito. E volete sapere perché? Perché sempre Pachauri, sempre quello della Voodoo Science, della Terra Piatta e dell’amianto, ora ci fa sapere di non essere affatto sordo alle ragioni di quanti non sono d’accordo con le origini antropogeniche del riscaldamento globale, e che l’IPCC e la comunità scientifica dovrebbero accogliere con favore un “vigoroso dibattito” sulla scienza del cambiamento climatico.

Un bel dietrofront, non c’è che dire! E ora chi lo dice a quelli di RealClimate o della versione italica Climalteranti. Chi lo dice al National Geographic, a Nature, a Science, ai quotidiani, ai policy makers che in nome del consenso continuano a incontrarsi in esotiche località per porre rimedio al problema del clima che cambia? E, soprattutto, chi lo dice ad Al Gore?

Sarà, ma con il 5° Report IPCC da preparare, con le risorse che scarseggiano, con l’opinione pubblica arcistufa di proclami catastrofici, e soprattutto con un clima ed un riscaldamento globale che non collaborano mica più tanto, questa apertura mi sa tanto di biscotto, coockies, appunto.

Al Gore nel suo libro “La scelta” auspica che l’agricoltura intensiva mondiale si trasformi in biologica rigenerativa, ovviamente per salvare il pianeta, e cita l’azienda Rodale uno tra i più grandi produttori bio americani, impegnata anche nella ricerca:

“Il successo dell’implementazione dell’agricoltura biologica rigenerativa a livello nazionale dipenderà da due fattori:

  • una forte richiesta di cambiamento che arrivi dal basso
  • dall’alto un diverso approccio delle politiche locali e nazionali per sostenere gli agricoltori impegnati nella transizione, che dovrebbero essere pagati in base a quanto carbonio immettono e conservano nel terreno, non solo per quanti litri di frumento producono (litri? probabilmente uno dei tanti errori di traduzione)

Gli incentivi incoraggeranno la tutela delle risorse e altri sistemi attenti al carbonio, per produrre raccolti poi impiegati come cibo, mangime o fibre”.

Purtroppo molti fanno confusione sulle emissioni dell’agricoltura e della zootecnia biologica che, come vedremo, non ha nulla a che fare con le tecniche di minima lavorazione che sequestrano carbonio nel terreno chiamate da Al Gore biologica rigenerativa.

Il WWF non fa eccezione. Si sta lanciando infatti lo studio “il carrello della spesa“ che dovrebbe quantificare le emissioni per ogni alimento acquistato e quindi l’impronta ambientale delle diverse diete. Il carrello della spesa virtuale del WWF è stato creato grazie alla collaborazione del prof. Riccardo Valentini dell’Università di Napoli, del quale leggiamo così: “l’attività del Prof. Valentini inoltre si è indirizzata alle questioni di politiche ambientale globale e sviluppo sostenibile. Nel 2007 è stato insignito del Premio Nobel per la Pace, insieme ad altri scienziati del Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC), per le ricerche relative ai cambiamenti climatici”. Insieme a lui la prof.ssa Simona Castaldi e il dott. Mauro Moresi dell’Università della Tuscia.

Lo studio del WWF riporta, con riferimento ai generi alimentari, i dati pubblicati dagli stessi nello studio “Il contributo del settore agro-alimentare italiano alle emissioni di gas serra”.

Dal “Carrello della spesa” leggiamo:

“Privilegia prodotti biologici: L´agricoltura biologica non solo consente di disporre di cibi più sani ma comporta anche una serie di benefici ambientali sia in termini di eliminazione dell´uso di sostanze particolarmente impattanti quali pesticidi, diserbanti e concimi chimici, sia rispetto ai cambiamenti climatici in atto. È, infatti, noto come le coltivazioni biologiche siano in grado di migliorare fortemente la capacità dei suoli di assorbire e fissare il carbonio, sottraendo così anidride carbonica dall´atmosfera. Un campo coltivato con metodo biologico sequestra oltre 5 volte il carbonio di uno coltivato con metodologie convenzionali (basato su monocolture, arature profonde, con l´uso di diserbanti, concimi e pesticidi). Alle pratiche agricole biologiche sono anche solitamente associati minori consumi di energia dovuti all´impiego di tecniche e macchinari meno energivori rispetto a quelli usati nelle coltivazioni convenzionali.
Peraltro l’agricoltura biologica, preservando la diversità genetica delle colture, permette maggiori possibilità di resistenza prima e di adattamento poi ai cambiamenti climatici. Inoltre, riducendo la necessità dell´irrigazione intensiva contribuisce a salvaguardare le risorse idriche, dato che oggi l’agricoltura in Italia è responsabile di oltre il 60% dei consumi idrici nazionali.”

I media spesso fanno confusione tra consumo e utilizzo di acqua. Il consumo è il prelievo urbano da fonti e falde con scarico in mare, questo cambia il ciclo del’acqua perchè il prelievo è maggiore dell’evaporazione, mentre in agricoltura e in zootecnia l’acqua è utilizzata, non consumata, perchè l’acqua che non resta negli alimenti, ritorna in falda o evapora e quindi ritorna in breve tempo nel ciclo dell’acqua. Inoltre mi sfugge come il biologico possa fare la stessa produzione del convenzionale con meno irrigazione, sarebbe davvero una magia!

La produzione agricola biologica non ha nulla a che fare con la tecnica delle minime lavorazioni agricole, (ad es senza arare) che determinano una minore degradazione di sostanza organica nel terreno e quindi un sequestro di carbonio. Nel protocollo europeo della cerealicoltura biologica è ammessa l’aratura, mentre nell’agricoltura intensiva ad alto rendimento che utilizza la chimica e gli OGM, già in molti coltivano senza arare. Ad es il gruppo Power feed per cui lavoro, coltiva circa 400 Ha a doppio raccolto senza arare, la tecnica è conveniente, per ora, soprattutto agli allevatori, perchè non acquistano i concimi e utilizzano prodotti agricoli a ciclo più breve come i pastoni, gli insilati, e i foraggi.

Non è assolutamente vero che a parità di produzione il biologico richiede meno energia! E’ vero altresì il contrario, basti pensare nella maiscoltura, alle sarchiature aggiuntive necessarie per controllare meccanicamente le infestanti, e al fatto che per ottenere la stessa produzione si debba coltivare più terra. Anche nel biologico si deve concimare, solo che non si possono utilizzare concimi di sintesi, ma solo concimi organici la cui produzione comunque comporta emissioni sia per gli effluenti zootecnici, sia nell’estrazione, confezionamento e trasporto di guano o torba. In alcune produzioni biologiche di cereali citate dal Moresi effettivamente le emissioni risultano inferiori a quelle dell’orzo convenzionale, questo probabilmente perché grazie alla rotazioni agricole con le leguminose che fissano azoto nel terreno, in queste campi di orzo biologico probabilmente non hanno concimato, quindi le emissioni totali risultano inferiori.

Il confronto annuale però potrebbe falsare il dato perché se per l’orzo biologico si applica la rotazione, nell’arco di dieci anni per ottenere la stessa quantità di orzo convenzionale, servirebbe molta più terra. Coltivare superfici molto più estese nel biologico a parità di produzione con il convenzionale comporta maggiori emissioni per le lavorazioni e per l’irrigazione. Per una valutazione più corretta bisognerebbe (secondo me) introdurre altri tipi di misura come le emissioni della produzione decennale all’ettaro di proteina o di calorie.

Nel “carrello della spesa WWF” il prodotto biologico risulta, nel caso dei legumi, il 40% meno climalterante in CO2 equivalenti rispetto ai legumi convenzionali. E’ un dato che faccio fatica a comprendere visto che i legumi essendo appunto azoto fissatori richiedono poca concimazione, ed il biologico producendo meno richiede più terra coltivata.

Le produzioni zootecniche biologiche accrescono enormemente il consumo di mangimi e di energia a parità di produzione, ma per i prodotti zootecnici l’opzione biologica nel “carrello della spesa virtuale” non c’è, eppure sul mercato ci sono uova, yogurt, formaggi, salumi ecc biologici, probabilmente risultano più climalteranti delle produzioni convenzionali.

Gli autori del carrello della spesa citano SIMApro dove il Kg di prodotto biologico risulta essere meno energivoro. 

Gli amici ricercatori dell’ottimo blog “Biotecnologie basta bugie” citando pubblicazioni peer review, ci dicono invece che:

  • la produzione biologica, che è senza OGM, è assolutamente inefficace, e richiederebbe il 64% di terre agricole in più per mantenere la stessa produzione agricola della produzione convenzionale1.
  • I dati suggeriscono che l’agricoltura ad alto rendimento (compresa quindi anche la zootecnia intensiva,) sono quelle che permetteranno in futuro la persistenza di più specie selvatiche (biodiversità) rispetto alle produzioni biologiche2.
  • Una ricerca durata 18 anni in Svezia ha dimostrato che con la coltivazione convenzionale il rendimento, la fertilità del suolo e il sequestro del carbonio, sono superiori rispetto alla coltivazione biologica3

Fonte: "Biotecnologie basta bugie"

Questa immagine è accompagnata da un commento:

“Oggi si coltivano circa 1,5 miliardi di ettari a livello mondiale. Per produrre le medesime quantità di prodotti agricoli, non solo di cibo, senza l’uso della chimica o degli OGM, (crop protection che è il sistema biologico) ne servirebbero 4 miliardi, il che tradotto in termini planetari vorrebbe dire mangiarci praticamente tutte le praterie. Qualora si facesse una proiezione sulla richiesta di beni agricoli da parte di una popolazione mondiale, al 2025, di 8 miliardi di persone, i miliardi di ettari salirebbero a 6. (nell’immagine è la 3° colonna without crop prtotection). Con buona pace anche delle foreste.”

Alla fine, quello di associare il biologico al sequestro di carbonio come nella minima lavorazione, è un gioco di parole. Peccato che non sia vero.

  1. http://www.ipni.net/ppiweb/bcrops.nsf/$webindex/5C4DB79980D02F8285256F9E002114F6/$file/05-1p24.pdf – By H. Kirchmann and M.H. Ryan “Nutrient Exclusivity in Organic Farming. Does It Offer Advantages?”
    Better Crops vol. 89 (2005, No. 1)  []
  2. http://www.sciencemag.org/cgi/content/abstract/307/5709/550 - Rhys E. Green,1,2* Stephen J. Cornell,1,3 Jörn P. W. Scharlemann,1,2 Andrew Balmford1,4 “ Farming and the Fate of Wild Nature” Science 28 January 2005: Vol. 307. no. 5709, pp. 550 – 555 DOI: 10.1126/science.1106049 []
  3. http://agron.scijournals.org/cgi/content/abstract/99/4/960 - Holger Kirchmanna,*, Lars Bergströma, Thomas Kätterera, Lennart Mattssona and Sven Gessleinb “Comparison of Long-Term Organic and Conventional Crop–Livestock Systems on a Previously Nutrient-Depleted Soil in Sweden” Agronomy journal 99:960-972 (2007) DOI: 10.2134/agronj2006.0061 []

Sono cosciente che queste mie poche righe potrebbero sollevare qualche polemica, ma la voglia di scrivere su questo argomento è troppo forte.

Nei giorni scorsi l’ex giornalista, ex senatore, ex vice presidente degli Stati Uniti d’America, premio Nobel Al Gore si è presentato nel nostro paese ed è stato accolto come un profeta. Tutti potrebbero pensare profeta dell’ecologismo mondiale, e invece no.

Questa volta l’argomento clima è stato solo accarezzato e sempre dopo domande specifiche dei vari intervistatori. In quei due giorni di permanenza italiana dell’ Ex ecc. ecc. ho potuto seguire i due principali interventi di Al Gore, quello con Beppe Severgnini e quello moderato da Maria Latella al quale ha partecipato anche Roberto Saviano. Bene, in ognuna di queste occasioni il focus di ogni discorso e di quasi tutte le risposte era pubblicizzare la TV satellitare gestita da Al Gore, e pur di fare questo e di accreditarla come unica fonte di verità il caro Al non ha esitato a sparare a zero su quasi tutta la stampa italiana.

Del clima come abbiamo detto non si è parlato. Che qualcosa stia cambiando anche nelle priorità  di Mr. Gore? Di professioni e di priorità  ne ha cambiate parecchie in questi anni, infatti ha cominciato la sua carriera come giornalista anche in Vietnam, poi tutto il cursus honorum della politica americana, mancando solo la presidenza, poi la vocazione ecologista che non risale come molti credono al dopo Casa Bianca, già  nel 1976 alla sua prima legislatura alla camera presentò una lodevole legge sulla tutela ambientale e fino al temine della sua vice presidenza si è sempre impegnato in favore dell’ambiente, infine come in un cerchio che si chiude il ritorno al giornalismo.

Di tutta l’esperienza politica di Gore io vorrei mettere in luce un periodo particolare, nel quale Al ha dato i natali ad una legge particolare il cosiddetto Gore Bill. Il nome esteso di questa legge è High Performance Computing and Communication Act of 1991, legge che ha favorito in maniera determinante le crescita delle reti internet e dei sistemi di calcolo avanzati come quelli necessari per la mappatura del DNA o la modellistica climatica.

La modellistica climatica…..? La cosa è perlomeno curiosa, la persona a cui tanti devono molto nel settore del calcolo computerizzato avanzato si chiama Al Gore, è grazie a lui che anche il settore della modellistica ha avuto un così forte impulso e così ingenti finanziamenti. Nella migliore delle ipotesi potremo chiamarla sudditanza psicologica.

Più tardi il senatore Gore è tra i più importanti promotori dell’istituzione e del finanziamento del National Research and Education Network che pone tra i suoi obiettivi: lo sviluppo di modelli utili per il design di nuovi vaccini, farmaci, comprendere il global warming o l’economia mondiale. Qui potete trovare un interessante PDF che spiega per esteso gli scopi e le funzioni del National Research and Education Network, e a pagina 14 i punti programmatici riguardanti il global warming e la modellistica economica.

Forse, e lo dico senza ironia, questi super calcolatori non hanno avuto accesso ai migliori dati possibili, perchè per adesso in fatto di clima, vaccini, e modellistiche economiche non ne hanno azzeccata una, quasi quasi per Al è molto meglio tornare al vecchio lavoro di giornalista.