Climatemonitor
Forse un libro da leggere. Sto ancora meditando se comprarlo. Il titolo è stuzzicante:
Signori della Green Economy. Neocapitalismo tinto di verde e Movimenti glocali di resistenza – di Alberto Zoratti e Monica di Sisto, EMI editore.
Pare che facciano nomi e riportino numeri sul verde dollaro della green economy. Così scrive Maurizio Landini nella prefazione:
Scopriamo che le multinazionali, perfettamente consapevoli di ciò che fanno, usano dipingersi di verde per guadagnare di più, sfruttando al massimo uomini e donne e risorse del pianeta.
La perplessità sorge a causa del termine “glocale”, che mi sa tanto di utopico, o quantomeno di non realizzabile su vasta scala. Resta il fatto che forse qualcuno sta aprendo gli occhi, anche dove meno te lo aspetti.
Tempi bui per ogni genere di produzione quelli recenti. Non fa eccezione il comparto delle rinnovabili. Del resto come potrebbe? Le materie prime sono sempre quelle e l’energia per costruire sistemi di conversione ‘nobili’ viene sempre da sottoterra.
Se c’è però un settore dove si vorrebbero riporre le speranze di ripresa questo è proprio – ci dicono – quello verde. E allora è giusto dare un’occhiata a come se la passa l’indice che raccoglie le performance delle trenta più grandi compagnie che fanno business con le fonti rinnovabili.
A casa mia questo si chiama botto.
Lavori verdi, tutti ne parlano, molti forniscono numeri, altri li invocano. Ci siamo mai chiesti concretamente cosa siano i Green Jobs? Per capirlo, oggi, ci rechiamo negli Stati Uniti, l’economia più potente e avanzata del mondo. Negli USA sono stati conteggiati 3,5 milioni di posti di lavoro verdi, i famigerati Green Jobs e questa è una notizia di pochi giorni fa. Probabilmente il dato ha suscitato più scalpore oltre oceano che in Europa ma, potete scommetterci, a breve argomenti simili spunteranno come funghi anche qui da noi.
Cai Steger, analista presso l’NRDC (Natural Resources Defense Council) ha dichiarato pomposamente che:
These green jobs are very real and important to our rebuilding economy. It isn’t just about keeping kids safe or the environment clean, it’s about jobs … it’s about rebuilding our economy
In italiano: “Questi lavori verdi sono assolutamente reali e fondamentali per la ricostruzione della nostra economia. Non si tratta solo della salute dei bambini o dell’inquinamento ambientale, si tratta di lavori, si tratta di ricostruire la nostra economia”.
Davvero altisonante come discorso e in tutta sincerità, potrebbe pure essere condivisibile il concetto espresso. Semmai sono i mezzi con cui tutto questo viene perpetrato ad essere assolutamente opinabili. E per dar forza alle proprie tesi, ecco che vengono snoccialati dati incredibili: ben 3,5 milioni di lavori verdi (il 2,4% dell’intera forza lavoro americana). Quando siano stati creati questi posti di lavoro non è dato saperlo. Quello che invece si sa, è che l’amministrazione Obama sostiene che sul totale di 3,5 milioni di posti di lavoro verdi, ad essere stati creati dal nulla sono circa 220 mila, a fronte di uno stimolo economico complessivo pari a 80 miliardi di dollari. Per inciso, Obama punta a 5 milioni di posti verdi.
Il tema è stato affrontato più volte su CM (se usate il campo di ricerca, troverete i vecchi post). Chi ha scritto prima di me aveva già sollevato un problema che sarebbe diventato, prima o poi, dirimente. Cosa si intende per Green Jobs?
Facciamo un esperimento, prima di proseguire nella lettura dell’articolo, soffermatevi qualche secondo e datevi una risposta, una definizione e poi confrontatela con quella fornita dal Bureau of Labour Statistics americano.
Attenzione, questa è la definizione ufficiale1 , per lavori verdi si intende:
Innanzitutto un disclaimer da parte dell’ente:
The planned BLS surveys may identify and count some jobs twice
Ovvero il sondaggio potrebbe identificare (e quindi conteggiare) due volte lo stesso lavoro.
Detto questo nella prima categoria vengono ulteriormente identificati gruppi di prodotti e servizi, ovvero il vostro lavoro è conteggiato tra i green jobs se lavorate in una azienda che produce o fornisce i seguenti prodotti o servizi.
Un bell’elenco, non c’è che dire. Ma attenzione, ci sono ancora i lavori verdi del secondo gruppo, quello per cui siete verdi se contribuite a rendere più verde la vostra azienda. E quindi sarete conteggiati come Green Jobs se nella vostra azienda:
Come avrete ben capito, la prima definizione riguarda gli output di una azienda, la seconda definizione invece copre i processi adottati internamente all’azienda. Siamo certi che con il passare del tempo tale definizione verrà affinata, tuttavia in questo momento lascia sicuramente posto a diverse interpretazioni e paradossi. Per esempio, secondo la prima definizione se lavorate in una centrale nucleare siete dei lavoratori verdi. Se invece lavorate in una fabbrica di biciclette, no. Anche se chi acquisterà biciclette non emetterà gas serra per circolare. E ancora attenzione. Se lavorate in una fabbrica alimentata da pannelli fotovoltaici e che produce auto elettriche, il vosto posto di lavoro potrebbe essere conteggiato due volte, perchè ricade in entrambe le definizioni viste in apertura.
Un bel pasticcio insomma. Con questo articolo non si vuole dimostrare nulla, si vuole invece fornire qualche strumento per guardare d’ora in poi con più senso critico i dati che ci vengono forniti sui lavori verdi. I numeri che vengono forniti, quindi, solo per una minima parte sono costituiti da nuovi lavori creati dagli immensi sussidi forniti alla Green Economy. La maggior parte di questi lavori verdi, invece, è costituita da lavori già esistenti che però ricadono in questa nuova tipologia.
Un’ultima curiosità. Se siete dei broker finanziari e un giorno vi dovesse capitare di scambiare sul mercato dei certificati di emissione di CO2, ebbene, sappiate che sarete inclusi nella categoria dei Green Jobs.
Gli ultimi dodici mesi sono stati segnati dal fallimento di numerose società dedicate all’installazione di pannelli fotovoltaici. La maggior parte dei fallimenti riguarda società piccole, che di certo non faranno la storia ma alcuni fallimenti hanno toccato società molto più grandi e famose.
Ebbene, lo stillicidio prosegue e la settimana scorsa un altro colosso (americano) del fotovoltaico ha intrapreso la via dell’oblio. La Abound Solar, a fronte di un finanziamento di 400 milioni di $ a tassi agevolatissimi garantito addirittura dal Dipartimento dell’energia, ha dichiarato di dover lasciare a casa la metà della propria forza lavoro.
Certo, gli analisti ci dicono che è ancora presto per sapere se Abound Solar sarà la nuova Solyndra del 2012 (535 milioni di $ di finanziamenti pubblici andati in fumo), ma le premesse sono tutt’altro che rosee.
Convertitevi fratelli, l’Apocalisse è vicina!Ricordatevi che tutti dobbiamo morire!
Fino a pochi giorni fa la possibilità di salvarsi era alla nostra portata, sembrava di sentire il monaco Zenone nell’Armata Brancaleone, saggio predicatore medioevale:«Abbiate fede ne lo cavalcone! Isso è forte!». Per “lo cavalcone”, naturalmente, si intende la green-economy, l’unica in grado di salvare noi ed il pianeta dalla terribile anidride carbonica.
Questo l’incipit con cui a maggio 2010, e poi nuovamente a marzo 2011, iniziava il post “L’Unep lancia l’allarme: le risorse della green economy non sono infinite – Aggiornamento” con cui su CM si iniziava a scrivere riguardo il fatto che anche le “terre rare”, indispensabili alla green-economy ed alle tecnologie “più sofisticate”, non sono infinite. Proprio come i combustibili fossili.
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La notizia è ufficiale: l’ufficio stampa di General Motors ha annunciato lo stop per 5 settimane della produzione del proprio autoveicolo a propulsione elettrica, la Chevy Volt. La motivazione principale è la necessità di riallineare lo stock fin qui prodotto alla domanda debole (oltre ogni previsione). Nel corso del 2011 sono state vendute 8000 unità, in ogni caso al di sotto della previsione di vendita, fissata a 10000.
Dal momento che non tutti siamo appassionati delle quattro ruote, ecco una breve descrizione della Chevrolet Volt. Il modello in questione è estremamente complesso: è dotato di ben tre motori, due elettrici e uno endotermico a benzina. Il motore a benzina non è un vero propulsore, ma interviene a supporto di uno dei due propulsori elettrici. Insomma, la tecnologia non manca (d’altronde è un prodotto americano). Teniamo conto inoltre che questo mezzo ha (avrebbe) una autonomia di ben 1000 chilometri e vanta una velocità massima di tutto rispetto: quasi 200 Km/h. Ce n’è per soddisfare il pilota più incallito.
A ciò si aggiunga il prezzo, circa 41000 dollari e il fatto che negli USA, se acquistate la Volt, ricevete un sussidio.
Eppure non vende.
Come mai?
La risposta degli esperti è la seguente:
The price premium on the Volt just doesn’t make economic sense for the average consumer when there are so many fuel-efficient gasoline-powered cars available, typically for thousands of dollars less.
In italiano, il differenziale di prezzo sulla Volt non ha alcun senso per l’acquirente medio, soprattutto in un mercato nel quale sono presenti numerose auto con motori a benzina sempre più efficienti e di svariate migliaia di dollari più economiche.
Quindi emergono due riflessioni. Da un lato, come sempre, il prodotto Green, Eco, Bio si posiziona sempre e comunque per una fascia economicamente alta di acquirenti. Questo avvalora il concetto che vivere Green è una cosa da ricchi.
La seconda riflessione è che laddove il prodotto venga lasciato “in pasto” al mercato (evidentemente i sussidi per la Volt non sono tali da drogare le vendite), dicevamo se il prodotto Green viene inserito in un contesto di acquisto in concorrenza, perde.
Per estensione, vi invito a riflettere su tutto ciò che di Green ci viene propinato (ovviamente a prezzo più caro), ogni singolo giorno della nostra vita.
Se domani vi sveglierete e guadagnerete di più (ok, è solo un esempio…) ci saranno dei beni che non acquisterete più (la vostra domanda di quel bene diminuisce), ma ci saranno anche dei beni che finalmente potrete acquistare o acquisterete in quantità superiore (la vostra domanda di quel bene aumenta). In economia si distinguono varie tipologie di bene, nella fattispecie stiamo parlando di beni normali e di beni inferiori.
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All’inizio del suo mandato presidenziale il presidente Obama aveva indicato alcune aziende come modelli di sviluppo della nuova società economica americana, tra queste troviamo la Solyndra. Questa azienda produce, o meglio produceva, pannelli solari nell’assolata California, dico produceva perché a quanto apprendiamo dall’ANSA l’azienda in oggetto sarebbe fallita lasciando a casa 1100 dipendenti. L’amministrazione americana, inoltre, era passata dalle parole ai fatti concedendo un prestito di oltre 500 milioni di dollari alla società oggi apparentemente fallita. Naturalmente i repubblicani non si lasceranno scappare l’occasione di evidenziare un clamoroso buco nell’acqua, pardon nel silicio.
Se questo è il modello di sviluppo che ci salvera dalla crisi ho già i brividi lungo la schiena e non certo per l’emozione. Sarebbe interessante capire perchè questa azienda non è riuscita a sopravvivere e generare profitto, forse è stata solo sfortuna o forse, senza poderosi oneri a carico della comunità come accade nel nostro Paese, non c’è oggi futuro per il fotovoltaico costruito al di fuori di quel paese dove la manodopera costa zero il cui nome è Cina.
Se volete approfondire andate qui, sul NYT.
Aggiornamento:
La notizia approda anche sulle pagine di Repubblica. Particolari poco edificanti che stanno emergendo per effetto delle indagini avviate dopo la comunicazione del fallimento.
Non è un classico esempio del fatto che ‘tutto il mondo è paese’, non è la dimostrazione del fatto che pompare quattrini in attività che esistono solo in ragione di quel sostegno è sbagliato, non è la dimostrazione del fatto che la green economy è ben lungi dall’essere quella panacea di tutti i mali che vorrebbero farci credere. No, è solo colpa della ‘troppa fretta di rilanciare la crescita‘.
Maestà il popolo non ha pane. Dategli le brioches. Maestà il popolo non ha lavoro. Dategliene uno verde.
Forse un po’ stiracchiata questa analogia? Non so, non credo, almeno non sembra leggendo l’articolo di David Brooks, apparso sul New York Times e tradotto in Italia da Repubblica.
L’argomento non è nuovo per CM, questo, ad esempio, è l’ultimo post di Claudio Gravina in cui si è parlato di green jobs e green economy.
Pare che la panacea di tutti i mali abbia un po’ di affanno, o almeno, come leggiamo dalle righe di Brooks, pare che quando si tratta di tradurre le parole in fatti questi scarseggino ad arrivare. Vuoi per le contingenze sfavorevoli, vuoi per l’incapacità di chi dovrebbe operare la traduzione, vuoi, soprattutto, perché le bugie hanno le gambe corte.
E così le soluzioni verdi, senza dubbio utili per l’ambiente, più che dar lavoro pare lo tolgano.
Dov’è la novità? Solo ed esclusivamente nel fatto che qualcuno se ne sta accorgendo.