I professionisti del disastro climatico si sono recentemente lamentati di non aver saputo comunicare efficacemente il loro messaggio, contribuendo quindi all’inerzia o per meglio dire inconcludenza delle ultime adunate globali di CO2penhagen e Can’tCun. Il discorso è ben diverso, la realtà è che sanno esattamente come fare. Regola numero uno, ripetere il messaggio come un mantra fino a che non viene completamente assorbito, a prescindere dalla validità dei contenuti. Su quelli, infatti, si può sempre lavorare. Il mantra in questione è questo: “2010 anno più caldo di sempre“. L’ultima ripetizione la troviamo sull’Ansa:
Il clima mondiale non sembra voler aspettare i grandi della Terra, e se si è già ‘mangiato’ una buona fetta dell’aumento di 2 gradi previsto come massimo per evitare i disastri peggiori: a confermare le previsioni che già serpeggiavano durante il summit appena concluso in Messico arrivano i dati del Goddard Institute for Space Studies della Nasa, secondo cui il 2010, dopo aver battuto tutti i record parziali, è l’anno più caldo da quando sono iniziate le misurazioni, 131 anni fa. Il primato a cui si riferiscono gli esperti statunitensi si riferisce all”anno climatico, usato dagli scienziati per le simulazioni, che inizia il primo dicembre e si conclude il 30novembre, anche se le proiezioni parlano di un record confermato anche per l’anno solare. Secondo i dati appena pubblicati, ripresi dal sito della rivista Science, la temperatura media mondiale dei 12 mesi passati è stata di 14,65 gradi, 0,65 in più rispetto alla media di riferimento, che è quella tra il1951 e il 1980. Una cifra superiore al record precedente, che era stato raggiunto nel 2005 con 14,53. A determinare il caldo inusuale sono state le temperature della terraferma, schizzate a 14,85 gradi di media, che hanno largamente compensato la lieve diminuzione di quelle oceaniche. Se si considera invece il solo novembre la colonnina di mercurio è schizzata ancora più in alto, a 14,74 gradi, relegando al secondo posto lo stesso mese del 2009, finora il più caldo con 14,68 gradi. “La situazione più preoccupante è nell’Artico – spiega James Hansen, direttore dell’istituto – la baia di Hudson ha visto temperature di 10 gradi più alte rispetto alla media,anche a causa dell’assenza di ghiaccio in una zona che di solito ne era coperta”. Dai dati risulta inoltre che i maggiori aumenti si sono verificati nell’emisfero settentrionale, in cui l’incremento rispetto alla media dei mesi di novembre 1951-1980 è stato di 1,19 gradi. Quello meridionale ha segnato un aumento di 0,48gradi. Le anomalie più forti si sono registrate appunto nella fascia polare artica, con aumenti fino a 10 gradi centigradi edi 4 gradi nel Nord Europa, mentre in Italia lo scostamento è stato minore, tra 1 e 2 gradi. Quanto l’aumento delle temperature sia più vicino del previsto agli obiettivi di Cancun si capisce ancora meglio se si guarda alle tendenze su tutto il secolo, sottolineano gli esperti, si vede che c’é stato un aumento che tocca ormai quasi un grado, di cui i quasi due terzi si sono verificati dopo il1975. Di questo passo gli effetti delle misure decise dai grandi potrebbero arrivare troppo tardi.
Un vero e proprio mantra, iniziato poche settimane prima di Can’tCun per essere sicuri che il messaggio arrivasse a segno, con l’aggiunta di uno straordinario spirito d’iniziativa, il calcolo dell’anno climatico dicembre-novembre, spuntato fuori dal cilindro perché la conferenza era a dicembre. Per l’anno prossimo a Durban, sede della COP17, l’anno finirà a ottobre, giusto in tempo per la plenaria.
Come abbiamo già detto qualche giorno fa, poco importa che i dataset gestiti da altri, come quello dell’Hadley Centre e quello della NOAA dicano cose diverse, si pesca naturalmente il vociare di quelli che in questo caso strillano di più, quelli del GISS della NASA. Considerato il fatto che notoriamente i dataset poggiano con percentuali bulgare sugli stessi dati grezzi del GHCN, a qualcuno dovrebbe sorgere il dubbio che l’allarme lanciato da Hansen e Co. (gestori del dataset del GISS) poggia tutto sugli interminabili massaggi cui sottopongono quei dati grezzi.
E sì che il suggerimento per il dubbio è nello stesso messaggio: l’aumento delle temperature è soprattutto nell’Artico. E arriva anche la spiegazione secondo cui l’assenza di ghiaccio nella Baia di Hudson, sarebbe all’origine della persistenza dell’anomalia positiva avendo innescato un feedback positivo sulle temperature dell’aria. Una spiegazione che reggeva finché non c’era il ghiaccio, ora il ghiaccio c’è e l’anomalia positiva pure. Qualcosa non funziona.
D’altro canto, si deve giustamente fare attenzione a non confondere la percezione con la realtà. Se l’anomalia positiva alla alte latitudini artiche fosse realmente così accentuata, sarebbe giusto parlare di sbilanciamento positivo dell’equilibrio termico del Pianeta, e dunque forse dell’anno più caldo di sempre, anche in presenza di eventi prolungati di freddo intenso come quelli che hanno caratterizzato gli ultimi due inverni e questo iniziale scorcio di stagione fredda nell’emisfero settentrionale. Però è pur vero che il confine tra la meteorologia e la climatologia è tutt’altro che rigido, infatti è proprio la persitenza delle situazioni atmosferiche a rendere un segnale distinguibile se analizzato con approccio climatologico, e il mero calcolo numerico, non può prescindere dalla base concettuale: l’anomalia positiva in artico è strettamente connessa con quella negativa sulle terre emerse del Nord America e dell’Europa, perché così funziona la circolazione atmosferica.
Fermandosi ai numeri e compilando classifiche, si corre il rischio di restare prigionieri degli stessi, specie se quei numeri, come è il caso di quelli che descrivono le temperature in area artica, sono decisamente poco rappresentativi. Già più volte abbiamo discusso del metodo di calcolo di queste anomalie, che vedono una griglia di 1200km per le procedure di interpolazione, per cui questa volta non ci tornerò su, mi limiterò a fare un confronto tra serie di dati.
Questa qui sotto è l’anomalia delle temperature superficiali globali nel periodo dicembre 2009-novembre 2010 calcolata rispetto al periodo 1951-1980. Come si vede nell’immagine, gran parte delle latitudini settentrionali dell’emisfero nord sono colorate di rosso, e l’area tra Groenlandia e Canada settentrionale è addirittura marrone. Non c’è da stupirsi se James Hansen, che cura il datset con cui sono calcolate parla di temperature in Artico molto superiori alla norma.

http://data.giss.nasa.gov/gistemp/maps/
Questo invece è l’andamento delle temperature della zona artica per l’anno 2010 calcolata dal DMi Centre for Ocean and Ice, mediando tutti i punti di griglia delle analisi a nord di 80°N e confrontandolo con il dataset ERA40 del Centro Europeo per le Previsioni a Medio termine (ECMWF).

Non sembra che ci sia stato questo spaventoso scostamento dalla media. Una media se vogliamo anche più rappresentativa, perché comprende il periodo 1958-2002, mentre il periodo di riferimento della mappa di anomalia è, come detto, 1951-80, il trentennio più “freddo” del secolo scorso.
Ora, se questo dicono le analisi, da dove scaturisce l’informazione diffusa dal GISS e commentata da Hansen in ogni suo pubblico intervento? Semplice, viene da sud, ma non nel senso che si tratta di aria calda in arrivo da meridione (che per certi aspetti è anche vero in base alla circolazione atmosferica come scritto qualche riga fa), viene da sud perché si considerano rappresentativi per l’intero Artico quei pochi dati disponibili appena a sud della zona in esame o quelli ancora più scarsi compresi nella stessa.
A questo link su ClimateAudit, il blog di Steve McIntyre, ci sono delle mappe molto interessanti sulla distribuzione delle stazioni di osservazione sul Pianeta dal dataset GHCN (i dati del GISS vengono a maggioranza da lì) per cinque periodi di riferimento ognuno pari a un ventennio. Per comodità riporto qui sotto solo quelle dei due periodi più recenti, così componendoli si completano le ultime decadi del secolo scorso e i primi anni di questo nuovo.


Un punto blu è una stazione con serie completa, uno rosso una stazione con serie incompleta. Quanti punti ci sono in area artica? Forse ho sbagliato, l’anomalia positiva così accentuata non viene da sud, esce pure quella dal cilindro.
E non è tutto. Scorrendo tutte le immagini rese disponibili da McIntyre, si può notare come la copertura delle osservazioni sul Pianeta sia cresciuta costantemente nel secolo scorso, per poi crollare drammaticamente dopo gli anni ’90, in pieno rombante riscaldamento globale. In pratica, mentre diminuiva drasticamente la rappresentatività della distribuzione spaziale delle osservazioni, aumentavano vertiginosamente le temperature e la confidenza che chi ci racconta le dinamiche di questo aumento ha dei propri dati, al punto che oggi, con il numero delle stazioni disponibile che non è mai stato più basso, ci dicono che abbiamo vissuto l’anno più caldo di sempre….col cappotto. Questo per me resta un mistero.