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Ecco sul ring i pesi massimi. Dopo più di 45 giorni dalla pubblicazione dell’outlook del Tropical Meteorology Project, arriva la previsione della NOAA per la prossima stagione degli uragani.

Chi si attendeva una smentita del lavoro del TMP resterà deluso, così come quanti pensavano che si sarebbe andati nella direzione della persistenza di una media di stagioni di elevata attività iniziato a metà anni ’90.

Il fatto è che i fattori predittivi per i quali si pensa di aver individuato delle solide teleconnessioni con le probabilità di sviluppo di uragani in area atlantica e nel Pacifico orientale sono pochi: temperature di superficie della Main Developement Region, Wind shear verticale e segno dell’ENSO. Per quel che riguarda la prossima stagione questi vanno tutti nella direzione di un’attività non intensa.

La NOAA, tuttavia, immagina un ampio margine di incertezza e propende più per una stagione prossima alla norma (1981-2010) e, come sempre, emette una previsione con spread di incertezza piuttosto ampio. Se dovete programmare le vacanze in America centrale o sulla costa atlantica degli States è difficile trarre conclusioni da questi outlook, ma, del resto, non è questo il loro scopo. A dire il vero, lo scopo è più che altro accademico, perché lo sforzo reale che può fare la differenza come accaduto l’anno scorso al passaggio di Irene, è quello delle previsioni operative, se e quando se ne dovranno fare.

Al riguardo, sempre in tema di previsioni operative e di informazione, forse non tutti sanno che esiste un servizio di informazione su questi eventi che copre tutto il mondo anche da noi. Lo trovate qui.

Qui, invece, il comunicato stampa della NOAA (da cui arriva anche l’immagine in testa al post)

Le anomalie di temperatura media mondiale (GHCN-M 3.1.0) scaricabili da qui sono state aggiornate con i dati relativi al mese di aprile 2012. Ho descritto l’aggiornamento precedente (marzo 2012) qui.
Le differenze di temperature (novembre 2011-aprile 2012) si presentano così (pdf)

Fig.1: Differenza tra l'anomalia di novembre 2011 e quella di Aprile 2012. Ricordo che questa differenza corrisponde ad una differenza di temperatura (TNov-TApr) se la temperatura di riferimento è la stessa.

insieme alla posizione temporale degli eventi caldi (triangoli rossi) e freddi (triangoli blu) riportati negli elenchi a destra.
Si nota un avvicinamento alla linea di zero, in particolare nella parte iniziale del grafico (1880-1920), come si vede nel confronto tra tutti i dataset disponibili (pdf)

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Le anomalie di temperatura media mondiale scaricabili dal server ftp della NOAA sono state aggiornate con i dati relativi al mese di febbraio 2012. Ho descritto l’aggiornamento di gennaio 2012 in questo post su CM.

La mia speranza era quella di utilizzare le pagine di CM per poter affermare che le variazioni di anomalie da un mese all’altro erano frutto di aggiustamenti dovuti alla revisione del dataset e che i dati si andavano stabilizzando verso una forma qualsiasi di equilibrio. Le differenze di anomalia tra novembre 2011 e febbraio 2012 soddisfano parzialmente questa speranza: i dati più recenti (da circa il 1930 in poi) mostrano una stabilizzazione mentre i precedenti presentano una dispersione grande abbastanza da toccare e superare il centesimo di grado.

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Le anomalie di temperatura rese disponibili dal NOAA e scaricabili da qui sono state aggiornate con i dati relativi al mese di Gennaio 2012.

Come è noto, questo file mantiene sempre lo stesso nome anche se ogni mese viene ricalcolato con algoritmi che coinvolgono tutti i dati, a partire dal 1880; ogni mese i dati mensili medi delle anomalie di temperatura vengono modificati di quantità dell’ordine di qualche millesimo di grado centigrado. Mi sono proposto di verificare di quanto cambia il file ogni mese e avevo iniziato il confronto tra i dati fino a novembre 2011 e quelli fino a dicembre 2011 su Climate Monitor qui e anche qui (per favore prendere nota: per un motivo che non conosco, se si tenta di accedere al mio server con www.zafzaf.it si ottiene l’errore “not found”. Bisogna accedere con zafzaf.it – quindi senza il www- e va tutto bene).

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[info]
Franco Zavatti legge CM. Questo è l’unico suo difetto di cui sono a conoscenza. Laureato in Astronomia, già ricercatore universitario al Dipartimento di Astronomia Università di Bologna. Si è occupato di stelle variabili, struttura dei nuclei galattici, deconvoluzione di immagini, didattica dell’astronomia. Ha insegnato all’Università di Bologna, dal 1992 al 2010 Esperimentazioni di Fisica per Astronomia; dal 1996 al 2000 Calcolo delle Probabilità e Statistica per Scienze dell’informazione (Cesena). Dal 2001 a tutt’ora: Libera Università di Bolzano, Facoltà di Scienze della Formazione.

Dopo la nostra discussione circa il progressivo ‘riscaldamento’ delle serie storiche della NOAA, ha tirato giù un po’ di dati e li ha visualizzati. Una rappresentazione interessante.

Buona lettura.

gg[/info]

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La NOAA ha emesso un comunicato stampa lo scorso 8 settembre: NOAA’s Climate Prediction Center: La Niña is back. Non proprio una buona notizia. Una nuova virata verso il territorio negativo dell’indice ENSO avrà certamente i suoi effetti. In primo luogo fornirà ancora carburante alla stagione degli uragani in area Atlantica. Questo potrà magari far piacere a chi aveva emesso già in maggio la previsione di una stagione “sopra la norma” in termini di intensità e frequenza di questi eventi, ma non sarà gradito certamente a chi vive nell’area caraibica e sulla costa orientale degli Stati Uniti.

Seguiranno poi rischi elevati di piogge torrenziali sull’Australia orientale, si spera con violenza diversa da quella dell’anno scorso. E sarà inoltre confermata la fase siccitosa negli Stati uniti centrali. A tutto questo, con molto minore capacità di comprensione e prognosi, si sommeranno tutte le altre teleconnessioni che accompagnano gli eventi di raffreddamento del Pacifico equatoriale, compresa la possibilità di un inverno piuttosto rigido per l’area europea.

Sicché, mentre il tempo atmosferico e il clima stagionale continuano ad andare per i fatti loro, registriamo l’ennesima insuccesso per una allora dubbiosa, oggi veramente incomprensibile prognosi di un ruggente ritorno di El Niño, ovvero del caldo, ovvero del riscaldamento globale, ovvero del disastro climatico, che James Hansen, gestore del dataset delle temperature superficiali globali della NASA (GISS), aveva esternato nel marzo scorso:

“Sulla base delle temperature sub-superficiali oceaniche, sul modo con cui si sono evolute nel corso del recente passato, e in analogia con lo sviluppo di precedenti episodi di El Niño, riteniamo che il sistema stia evolvendo verso un forte El Niño ad iniziare da questa estate [quella appena finita per intenderci]. Non è sicuro ma è probabile.”

Nessun problema, tutte le previsioni possono essere sbagliate. Tranne, naturalmente, quelle di un clima disfatto tra qui a cent’anni.

Ieri, 19 maggio, la NOAA ha diffuso il proprio outlook per la stagione degli uragani, un periodo che nominalmente va da giugno a novembre, con riferimento all’Atlantico e con un ritardo di 15 giorni invece per il Pacifico orientale. I numeri da centrare sono sostanzialmente tre:

  • il numero delle tempeste tropicali cui sarà assegnato un nome (assegnazione che dipende dalla forza del vento)
  • il numero di tempeste che evolverà in uragano;
  • il numero delle tempeste o degli uragani che colpirà le coste degli Stati Uniti.

L’anno scorso le tempeste nominate sono state 19, di cui 12 sono diventate uragani. Nessuna di queste, perpetuando una fortunosa anomalia che dura da qualche anno, ha colpito le coste USA.

Le condizioni climatiche attuali, stando a quanto diffuso dalla NOAA sono favorevoli ad una stagione con attività superiore alla norma climatica con probabilità di occorrenza del 65%, pari alla norma 25% e inferiore alla norma 10%. Gli effetti ancora presenti seppur attenuati della Niña, che nel corso della stagione dovrebbe evolvere verso condizioni di neutralità dell’indice ENSO. La temperatura di superficie della porzione di Oceano Atlantico dove normalmente si formano le tempeste ancora in anomalia positiva, cioè con maggiore quantità di energia potenzialmente disponibile. La persistenza di stagioni con attività superiore alla norma a partire dal 1995. Nell’immagine sotto si può vedere come si colloca l’outlook della prossima stagione in termini di Accumulated Cyclone Energy Index.

http://www.cpc.ncep.noaa.gov/products/outlooks/figure3.gif

In sostanza dunque la NOAA prevede una forchetta di 12-18 tempeste nominate e 6-10 uragani di cui 3-6 potrebbero essere di categoria uguale o superiore al livello 3 della scala di riferimento (Saffir-Simpson).

Analogamente alla NOAA, anche le previsioni dell’ECMWF (protette da copyright) vanno nella direzione di una stagione superiore alla norma, sia per il numero delle tempeste che per quello degli uragani, che per quello dell’ACE.

Appena un paio di giorni prima della diffusione di questo outlook, Michael Mann ha divulgato la sua previsione, con numeri molto simili a quelli della NOAA, ovvero un outlook di 16 +/- 4 tempeste stagionali.

A seguire, ma leggendo il suo articolo sembra che le sue previsioni siano più datate, ovvero che si sia sbilanciato con largo anticipo, Joe Bastardi, noto meteorologo americano ha detto la sua dalle pagine di Weatherbell: 14 +/-1 tempeste nominate nella stagione.

Avrete notato che nessuno o quasi si sbilancia sul numero delle tempeste o uragani che arriverà sulle coste degli USA. La NOAA anzi dichiara ufficialmente di non provarci nemmeno a fare la previsione. Questo accade perché la traiettoria di una tempesta una volta che si è formata, è strettamente dipendente dalle condizioni atmosferiche del momento, in poche parole si parla di tempo e non di clima.

Staremo a vedere e, vada come vada, speriamo che se quella in arrivo dovrà essere una stagione intensa, sia almeno clemente in ordine alle conseguenze.

Qui l’outlook della NOAA.

Qui la previsione di Mann.

Qui l’articolo di Joe Bastardi.

In questi ultimi mesi sono successe delle cose strane. Dopo che per molti anni il mondo climatologico ha prestato sempre molta attenzione a tenere ben separati gli argomenti del tempo atmosferico e del clima – all’uopo abbiamo spesso scherzato sull’esistenza di un “Dipartimento il tempo non e’ il clima” – la situazione si è rovesciata. Con il persistere di condizioni atmosferiche piuttosto rigide, difficilmente collegabili concettualmente ad un mondo in fase di riscaldamento, le cronache scandalistiche del clima sono state invase da climatologi ansiosi di collegare gli eventi correnti ai capricci antropici del clima.

L’ultimo e per molti aspetti il più gustoso di questi interventi, è stato quello che qualcuno ha definito lo “snowjob“, ovvero la minuziosa spiegazione climatica delle storiche nevicate arrivate in Europa a novembre e negli USA a dicembre e gennaio.

Mark Serreze, capo dell’NSIDC, l’ha messa più o meno così: più caldo meno ghiaccio, meno ghiaccio più freddo, più freddo più neve; sarebbe infatti la diminuzione del ghiaccio artico ad aver innescato le condizioni favorevoli perché l’Oscillazione Artica, un indice con il quale si monitorizza il comportamento dei sistemi barici dinamici in Atlantico, assumesse valori fortemente negativi, scatenando le tempeste di neve di cui sopra.

Ma che c’entra Harry Potter? Beh, è stato proprio Serreze a tirarlo in ballo, perché a suo dire il clima non può essere visto come qualcosa che muta in funzione di caratteristiche magiche, deve necessariamente esserci una ragione perché questo accada. Come dargli torto? Certo, il fatto che l’unica ragione plausibile egli la ravvisi nell’aumento delle temperature per cause antropiche che sarebbe all’origine della diminuzione dell’estensione del ghiaccio e giù a cascata fino ad arrivare al ragionamento sulle nevicate di poche righe fa, è un po’ deboluccio.

Già in tempi non sospetti abbiamo provato (e non sono arrivate smentite, non so se perché abbiamo ragione o per disinteresse, lo ammetto) a spiegare che quello che è accaduto con il ghiaccio artico c’entra come le mele con le pere. Un po’ difficile infatti che si possa parlare di un maggiore contributo di umidità giunto dalle acque artiche fin sulle coste degli USA quando la neve è arrivata con anomalie negative dell’acqua precipitabile e quando si scopre che in realtà l’inverno sempre per gli USA non è stato poi così piovoso. Semplicemente, causa pattern fortemente meridiano innescato dall’AO e dal segno dell’Enso, tutto quello che è venuto giù lo ha fatto in forma solida.

A dar manforte a questa spiegazione, capita a fagiolo l’opinione del CSI (Climate Scene Investigation – lo so che fa ridere, ma quelli della NOAA ne sanno una più del diavolo anche in fatto di comunicazione) un team che dopo aver vagliato attentamente l’accaduto non ha riscontrato alcuna “impronta digitale” antropica nei fatti dei mesi scorsi, bensì un eccellente esempio di variabilità interannuale, ovvero, appunto, il tempo non è il clima. Piaccia o no a chi vorrebbe trovare una spiegazione antropica a tutte le disgrazie atmosferiche con cui abbiamo a che fare.

Semmai, il fatto che questo sia avvenuto per due anni di fila e non abbia riguardato solo gli USA ma anche gran parte dell’Eurasia, in concomitanza di un minimo solare molto prolungato e di una Oscillazione Decadale del Pacifico (altro indice che con il clima di medio lungo periodo ha molto a che fare) che ha cambiato di segno, dovrebbe far riflettere su due cose: la debolezza delle argomentazione di Serreze, come detto, e la possibilità che sia cambiata la musica, cioè che dopo aver assistito a condizioni climatiche “calde” nelle ultime decadi del secolo scorso, ora dobbiamo confrontaci con il loro opposto. Ma questo lo dirà solo il tempo, noto galantuomo. Attenzione però, le parole caldo e freddo, non devono essere intese in valore assoluto, nulla impedisce ad un inverno di essere tiepido o a un’estate di essere fresca (o l’esatto contrario come nell’ultimo anno) pur in presenza di modalità climatiche in apparenza non favorevoli. Il sistema oscilla nel suo complesso, e il fatto che non si sia ancora capito come, non è una buona ragione per attribuire all’ignoranza (nel senso letterale del termine) caratteristiche magiche.

Tra l’approccio potteriano e quello investigativo del CSI seppur condito da allusioni alla fiction, direi sia da condividere molto più il secondo, proprio come ha fatto Judith Curry in questo post, da dove ho tratto lo spunto per queste righe.

Chi segue Climate Monitor sa che non amiamo le classifiche di stampo calcistico sulle temperature, anzi, per dirla tutta le consideriamo esclusivamente per quello che sono, una leva mediatica nel migliore dei casi, uno strumento di propaganda nel peggiore.

Questa volta sono stati perseguiti entrambi gli scopi, e la marcia di avvicinamento è iniziata con congruo anticipo, giusto prima della conferenza di Can’tCun, così, tanto per avere anche lì un po’ respiro mediatico in un contesto che i media snobbano sempre di più, la catastrofe climatica.

Inizialmente, pensavamo che gli annunci prematuri sarebbero rimasti quel che erano, e che nessuno avrebbe avuto il coraggio di arrivare sino in fondo. E invece NOAA e NASA, gestori di due dei tre più completi dataset di temperature superficiali, nonché utilizzatori al 90% e oltre degli stessi dati, hanno deciso di dichiarare il 2010 anno più caldo dall’inizio delle misurazioni escludendo dal computo il mese di dicembre, proprio quello in cui le temperature superficiali, specialmente sull’emisfero nord, hanno subito una drastica diminuzione.

Vedere per credere. Nel comunicato NOAA c’è un link ad una immagine che riproduce le anomalie di temperatura in formato grafico. L’intestazione del grafico recita dicembre-gennaio, ed è stato aggiunto il 2010. Quando però si vanno a vedere le anomalie nella speciale classifica degli anni compilata per l’occasione si scopre che il paragone è stato fatto con i periodi gennaio-novembre. Sotto ancora un’altra classifica, in cui il periodo torna ad essere gennaio-dicembre ma c’è un asterisco che poi non trova spiegazione nei paragrafi successivi.

Veramente incomprensibile ed al limite della farsa. Ma se i dati non sono consolidati, come loro stessi ammettono, che bisogno c’era di fare l’annuncio? Vogliamo scommettere che poi non sarà così quando includeranno dicembre e la faccenda passerà inosservata?

I professionisti del disastro climatico si sono recentemente lamentati di non aver saputo comunicare efficacemente il loro messaggio, contribuendo quindi all’inerzia o per meglio dire inconcludenza delle ultime adunate globali di CO2penhagen e Can’tCun. Il discorso è ben diverso, la realtà è che sanno esattamente come fare. Regola numero uno, ripetere il messaggio come un mantra fino a che non viene completamente assorbito, a prescindere dalla validità dei contenuti. Su quelli, infatti, si può sempre lavorare. Il mantra in questione è questo: “2010 anno più caldo di sempre“. L’ultima ripetizione la troviamo sull’Ansa:

Il clima mondiale non sembra voler aspettare i grandi della Terra, e se si è già ‘mangiato’ una buona fetta dell’aumento di 2 gradi previsto come massimo per evitare i disastri peggiori: a confermare le previsioni che già serpeggiavano durante il summit appena concluso in Messico arrivano i dati del Goddard Institute for Space Studies della Nasa, secondo cui il 2010, dopo aver battuto tutti i record parziali, è l’anno più caldo da quando sono iniziate le misurazioni, 131 anni fa. Il primato a cui si riferiscono gli esperti statunitensi si riferisce all”anno climatico, usato dagli scienziati per le simulazioni, che inizia il primo dicembre e si conclude il 30novembre, anche se le proiezioni parlano di un record confermato anche per l’anno solare. Secondo i dati appena pubblicati, ripresi dal sito della rivista Science, la temperatura media mondiale dei 12 mesi passati è stata di 14,65 gradi, 0,65 in più rispetto alla media di riferimento, che è quella tra il1951 e il 1980. Una cifra superiore al record precedente, che era stato raggiunto nel 2005 con 14,53. A determinare il caldo inusuale sono state le temperature della terraferma, schizzate a 14,85 gradi di media, che hanno largamente compensato la lieve diminuzione di quelle oceaniche. Se si considera invece il solo novembre la colonnina di mercurio è schizzata ancora più in alto, a 14,74 gradi, relegando al secondo posto lo stesso mese del 2009, finora il più caldo con 14,68 gradi. “La situazione più preoccupante è nell’Artico – spiega James Hansen, direttore dell’istituto – la baia di Hudson ha visto temperature di 10 gradi più alte rispetto alla media,anche a causa dell’assenza di ghiaccio in una zona che di solito ne era coperta”. Dai dati risulta inoltre che i maggiori aumenti si sono verificati nell’emisfero settentrionale, in cui l’incremento rispetto alla media dei mesi di novembre 1951-1980 è stato di 1,19 gradi. Quello meridionale ha segnato un aumento di 0,48gradi. Le anomalie più forti si sono registrate appunto nella fascia polare artica, con aumenti fino a 10 gradi centigradi edi 4 gradi nel Nord Europa, mentre in Italia lo scostamento è stato minore, tra 1 e 2 gradi. Quanto l’aumento delle temperature sia più vicino del previsto agli obiettivi di Cancun si capisce ancora meglio se si guarda alle tendenze su tutto il secolo, sottolineano gli esperti, si vede che c’é stato un aumento che tocca ormai quasi un grado, di cui i quasi due terzi si sono verificati dopo il1975. Di questo passo gli effetti delle misure decise dai grandi potrebbero arrivare troppo tardi.

Un vero e proprio mantra, iniziato poche settimane prima di Can’tCun per essere sicuri che il messaggio arrivasse a segno, con l’aggiunta di uno straordinario spirito d’iniziativa, il calcolo dell’anno climatico dicembre-novembre, spuntato fuori dal cilindro perché la conferenza era a dicembre. Per l’anno prossimo a Durban, sede della COP17, l’anno finirà a ottobre, giusto in tempo per la plenaria.

Come abbiamo già detto qualche giorno fa, poco importa che i dataset gestiti da altri, come quello dell’Hadley Centre e quello della NOAA dicano cose diverse, si pesca naturalmente il vociare di quelli che in questo caso strillano di più, quelli del GISS della NASA. Considerato il fatto che notoriamente i dataset poggiano con percentuali bulgare sugli stessi dati grezzi del GHCN, a qualcuno dovrebbe sorgere il dubbio che l’allarme lanciato da Hansen e Co. (gestori del dataset del GISS) poggia tutto sugli interminabili massaggi cui sottopongono quei dati grezzi.

E sì che il suggerimento per il dubbio è nello stesso messaggio: l’aumento delle temperature è soprattutto nell’Artico. E arriva anche la spiegazione secondo cui l’assenza di ghiaccio nella Baia di Hudson, sarebbe all’origine della persistenza dell’anomalia positiva avendo innescato un feedback positivo sulle temperature dell’aria. Una spiegazione che reggeva finché non c’era il ghiaccio, ora il ghiaccio c’è e l’anomalia positiva pure. Qualcosa non funziona.

D’altro canto, si deve giustamente fare attenzione a non confondere la percezione con la realtà. Se l’anomalia positiva alla alte latitudini artiche fosse realmente così accentuata, sarebbe giusto parlare di sbilanciamento positivo dell’equilibrio termico del Pianeta, e dunque forse dell’anno più caldo di sempre, anche in presenza di eventi prolungati di freddo intenso come quelli che hanno caratterizzato gli ultimi due inverni e questo iniziale scorcio di stagione fredda nell’emisfero settentrionale. Però è pur vero che il confine tra la meteorologia e la climatologia è tutt’altro che rigido, infatti è proprio la persitenza delle situazioni atmosferiche a rendere un segnale distinguibile se analizzato con approccio climatologico, e il mero calcolo numerico, non può prescindere dalla base concettuale: l’anomalia positiva in artico è strettamente connessa con quella negativa sulle terre emerse del Nord America e dell’Europa, perché così funziona la circolazione atmosferica.

Fermandosi ai numeri e compilando classifiche, si corre il rischio di restare prigionieri degli stessi, specie se quei numeri, come è il caso di quelli che descrivono le temperature in area artica, sono decisamente poco rappresentativi. Già più volte abbiamo discusso del metodo di calcolo di queste anomalie, che vedono una griglia di 1200km per le procedure di interpolazione, per cui questa volta non ci tornerò su, mi limiterò a fare un confronto tra serie di dati.

Questa qui sotto è l’anomalia delle temperature superficiali globali nel periodo dicembre 2009-novembre 2010 calcolata rispetto al periodo 1951-1980. Come si vede nell’immagine, gran parte delle latitudini settentrionali dell’emisfero nord sono colorate di rosso, e l’area tra Groenlandia e Canada settentrionale è addirittura marrone. Non c’è da stupirsi se James Hansen, che cura il datset con cui sono calcolate parla di temperature in Artico molto superiori alla norma.

http://data.giss.nasa.gov/gistemp/maps/

Questo invece è l’andamento delle temperature della zona artica per l’anno 2010 calcolata dal DMi Centre for Ocean and Ice, mediando tutti i punti di griglia delle analisi a nord di 80°N e confrontandolo con il dataset ERA40 del Centro Europeo per le Previsioni a Medio termine (ECMWF).

Non sembra che ci sia stato questo spaventoso scostamento dalla media. Una media se vogliamo anche più rappresentativa, perché comprende il periodo 1958-2002, mentre il periodo di riferimento della mappa di anomalia è, come detto, 1951-80, il trentennio più “freddo” del secolo scorso.

Ora, se questo dicono le analisi, da dove scaturisce l’informazione diffusa dal GISS e commentata da Hansen in ogni suo pubblico intervento? Semplice, viene da sud, ma non nel senso che si tratta di aria calda in arrivo da meridione (che per certi aspetti è anche vero in base alla circolazione atmosferica come scritto qualche riga fa), viene da sud perché si considerano rappresentativi per l’intero Artico quei pochi dati disponibili appena a sud della zona in esame o quelli ancora più scarsi compresi nella stessa.

A questo link su ClimateAudit, il blog di Steve McIntyre, ci sono delle mappe molto interessanti sulla distribuzione delle stazioni di osservazione sul Pianeta dal dataset GHCN (i dati del GISS vengono a maggioranza da lì) per cinque periodi di riferimento ognuno pari a un ventennio. Per comodità riporto qui sotto solo quelle dei due periodi più recenti, così componendoli si completano le ultime decadi del secolo scorso e i primi anni di questo nuovo.

Un punto blu è una stazione con serie completa, uno rosso una stazione con serie incompleta. Quanti punti ci sono in area artica? Forse ho sbagliato, l’anomalia positiva così accentuata non viene da sud, esce pure quella dal cilindro.

E non è tutto. Scorrendo tutte le immagini rese disponibili da McIntyre, si può notare come la copertura delle osservazioni sul Pianeta sia cresciuta costantemente nel secolo scorso, per poi crollare drammaticamente dopo gli anni ’90, in pieno rombante riscaldamento globale. In pratica, mentre diminuiva drasticamente la rappresentatività della distribuzione spaziale delle osservazioni, aumentavano vertiginosamente le temperature e la confidenza che chi ci racconta le dinamiche di questo aumento ha dei propri dati, al punto che oggi, con il numero delle stazioni disponibile che non è mai stato più basso, ci dicono che abbiamo vissuto l’anno più caldo di sempre….col cappotto. Questo per me resta un mistero.

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