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Patrick Moore è un uomo che di ambiente se ne intende, anche se la maggior parte dei suoi colleghi direbbe che forse lo è stato, ma ora certamente non più, da parecchio tempo. Nel 1985, infatti ha lasciato l’organizzazione che aveva contribuito a fondare e di cui era divenuto massimo dirigente che ora è una multinazionale dell’ambiente, Greenpeace. Da allora ha cominciato a interpretare e divulgare il pensiero ambientalista in modo realista, abbandonando e spesso combattendo tenacemente tutte le utopie, le esagerazioni, i fanatismi e gli estremismi di un movimento di cui dice che la peggior cosa che gli potesse capitare era quella di ricevere il postfisso “ismo”, perché:

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“Ambientalismo” è un “ismo” come capitalismo e socialismo. In quel senso connota un’ideologia o una serie di convinzioni condivise non necessariamente basate su prove scientifiche. Un ambientalista è quindi diverso da un ecologista, dato che l’ecologia è una scienza.

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C’era una volta in cui l’attivismo faceva la scienza, e le opinioni per nulla condizionate dei militanti facevano bella mostra di se nei report scientifici. Qualche esempio, tra l’altro recente, in questi post di CM:

Ora che la scienza sembra aver faticosamente ripreso il suo corso e nell’SPM dello Special Report sugli eventi estremi leggiamo che ci sono molti più dubbi che certezze e che proprio non c’è verso di collegare gli eventi tipicamente meteorologici alle dinamiche del clima, ancor di più ad un presunto clima che cambia per cause antropiche, l’attivismo se ne frega e continua imperterrito per la sua strada.

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E’ disonesto dire al mondo che hai messo insieme un gruppo di ciclisti competitivi, quando nella tua squadra molti corrono con il triciclo.

Questa l’opinione di Donna Laframboise circa l’IPCC e le credenziali di un discreto numero di quanti sono chiamati a scriverne i rapporti.

La solita propaganda negazionista? Il solito atteggiamento facilone poco informato? Queste probabilmente saranno, anzi di fatto lo sono già, le critiche che le saranno mosse. Ha infatti appena pubblicato un libro con questo titolo:

The Delinquent Teenager Who Was Mistaken for the World’s Top Climate Expert

C’è bisogno della traduzione? A chi sarà riferito l’ironico complimento? Non è difficile scoprirlo, perché in effetti si tratta di giornalismo investigativo, non di un romanzo. Ci sono nomi e cognomi, titoli, credenziali, curricula, carriere, passato e presente di molti tra quelli che sono stati spacciati per il non plus ultra della scienza del clima.

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Basta spostarla ogni volta un po’ più in alto. Le temperature non crescono più malgrado dovessimo essere già arrosto? Niente panico, le nuove previsioni mostrano chiaramente e inequivocabilmente che dopo questa misteriosa parentesi, presumibilmente indotta sempre dalle attività umane, esse torneranno a crescere. Global warming wil resume, come dicono quelli bravi.

Le rinnovabili faticano a trasformarsi in qualcosa di visibile nei grafici del consumo energetico malgrado gli sforzi enormi e le ancora più enormi risorse ad esse destinate, nonostante le previsioni di Amory Lovins per conto degli Amici della Terra (Friends of the Earth) di “appena 35 anni fa? Niente panico, ci pensa Greenpeace a rinnovare la speranza.

Et voilà. Dal blog di Steve McIntyre, le immagini e l’idea. Cambiano gli anni e le proiezioni temporali, restano salde le utopie. Nel linguaggio scientifico i due grafici si direbbero decisamente simili. A sinistra la proiezione di un articolo di Lovins per gli Affari Esteri redatto nel 1976. A destra i numeri espressi nell’ultimo special report dell’IPCC sulle fonti rinnovabili e relativi allo scenario indicato da Greenpeace. Piuttosto interessante notare lo shift in avanti di una trentina d’anni almeno perché le rinnovabili si facciano finalmente vedere. Curiosamente però il definitivo declino dei derivati del carbone dovrebbe cominciare più o meno ora e terminare con l’annientamento tra una quindicina d’anni, sia per l’utopia di allora che per quella di oggi.

Non succederà? Dal punto di vista di chi campa suggerendo questo genere di “percorsi morbidi” poco importa, ci sarà sempre un report da riempire.

Insomma, non è proprio una gran figura quella che ci fa il Sancta Sanctorum della scienza del clima “pizzicato” per l’ennesima volta a fare largo uso di letteratura non scientifica per compilare i propri report e a prediligere quanto suggerito da queste discutibili fonti per la comunicazione mediatica.

Non è una gran figura neanche quella che ci fa Greenpeace. Se infatti quella di arrivare a influire sul processo decisionale è una legittima aspirazione di una associazione così impegnata nei temi dell’ambiente, arrivarci attraverso l’attività di lobbyng istituzionale non è il massimo per chi ha sempre fatto dell’indipendenza da certi processi la propria bandiera.

Ci sono però in gioco valanghe di quattrini, e si sa che in questi casi tutti i confini tendono a divenire molto meno definiti.

Un po’ più nette invece (forse troppo?) le parole di James Delingpole sul Telegraph. Ne ha per tutti, ma in particolare ne ha per l’oliatissima macchina burocratica salva-pianeta dell’AGW. Ecco la sua opinione:

L’industria del riscaldamento globale di origine antropogenica è una bufala, una truffa di dimensioni epiche, alimentata dalla più grande epidemia mondiale di isteria di massa, fomentata da politici che muoiono dalla voglia di trovare una scusa per imporci più tasse e più regolamentazione mentre si fanno vedere ”alle prese con” una questione di massima urgenza, nutrita dalle menzogne stridule e dalla propaganda strappalacrime di attivisti che non possiedono alcuna comprensione del mondo reale oltre a un odio istintivo e scomposto del capitalismo, fornita di una patina di rispettabilità scientifica da scienziati post-normali che credono che il loro lavoro sia quello di comportarsi da politici, piuttosto che da ricercatori spassionati della verità, acclamata da imprese che vogliono vivere di parassitismo e sussidi, finanziata dalla UE, dall’ONU e dalle fondazioni di beneficenza di ricchi vittime del senso di colpa, e promossa in ogni dove da insegnanti, docenti universitari, scatole di muesli biologico, pacchetti di patatine, la BBC, CNBC, Al Gore, il Principe di Galles, David Suzuki, la British Antarctic Survey, Barack Obama, David Cameron e Knut – il defunto, difficile-per-i-dislessici, piccolo di orso polare, già allo Zoo di Berlino.

Niente male come didascalia.

NB: Grazie a Maurizio Morabito

Ha capacità di attrarre ogni genere di interessi, da quelli più nobili a quelli più nefandi. Un colore una garanzia. E’ il colore dei soldi, solo incidentalmente (ma forse varrebbe la pena cercar di capire perché a suo tempo si deciso di stampare le banconote con questa tonalità) è anche il colore dell’ambiente.

Loschi traffici si celano dietro l’atteggiamento del mondo e dei suoi grandi, sempre più recalcitranti nell’imbracciare le armi per combattere la catastrofe climatica e ambientale che ci attende dietro l’angolo. Quante volte avete sentito parlare di queste cose? Qualcuno ha coniato anche dei neologismi per arrivare prima al cuore di chi legge o ascolta. Sarebbero, anzi sono, i bigoilisti (quelli delle big oil) i più cattivi.

E invece no, ora si scopre (ohibò come faranno i duri e puri?) che anche tra quanti propongono soluzioni salva-pianeta da mattina a sera, qualche interesse per i verdoni c’è.

Trattasi di McInsey, la società di consulenza ambientale meglio accolta nei salotti buoni della governance globale. Greenpeace ha pubblicato un rapporto in cui dichiara apertamente che i dati sulla deforestazione forniti da questa società sono gonfiati ad arte per far arrivare sovvenzioni più ricche ai paesi deforestatori nell’ambito dei cervellotici accordi di redistribuzione degli sforzi per la lotta al global warming sottoscritti alla Cop16 di Cancun.

Adesso, ma non è che ce ne fosse bisogno, abbiamo capito perché non potendo (e non sapendo) parlare di scienza e di clima, in queste salvifiche kermesse mondiali ci si preoccupa sempre tanto di giungere ad accordi di tipo economico. Sarei curioso di sapere quanta azione di lobbyng ha fatto McInsey alla Cop16 per esempio. Potrebbero essere informazioni istruttive.

NB: lo aveva segnalato un lettore qualche giorno fa, ora c’è il link all’articolo sul Corriere. Un avvertimento: diffidate dell’ultimo periodo del pezzo, sta lì per dovere d’ufficio.

Beh, proprio niente no, diciamo solo un po’ più ecosostenibile. Proprio così, direttamente da Greenpeace (qui in italiano), quelli che una volta erano i profeti dell’amore libero ora professano l’amore verde. Luci basse o spente del tutto, docce in comune, “accessori” naturali e così via.

Idea spiritosa e divertente che avremmo potuto (e forse dovuto) ascoltare da qualcuno dei cabarettisti di Zelig, invece ci arriva in forma di decalogo a tratti piuttosto pecoreccio che cessa subito di essere divertente per cedere il passo alla solita solfa ideologica di gente che incredibilmente non si accorge di scadere nel ridicolo.

Diciamo che per un buon successo di marketing (perché di questo si tratta, marketing d’opinione), i punti avrebbero dovuto essere parecchi meno di dieci, limitati appunto a quelli più divertenti. Tutti gli altri, l’accusa alle multinazionali del petrolio di “fottersi” il pianeta, gli strali lanciati all’ex presidente americano (colpevole sin qui di aver fatto le stesse cose del suo successore) e all’uso degli OGM, inquinano tutta la faccenda di superficialità e, appunto, ideologia.

Teniamo per buono il consiglio finale, sperando vivamente che vogliano seguirlo anche loro, perché la guerra ideologica fa anch’essa i suoi bravi danni.

NB: Grazie a Massimiliano per la segnalazione.

Quante volte abbiamo scritto che tutto il chiasso che si fa attorno alle dinamiche del clima ed alla loro presunta anomala evoluzione oltre che molto appetibile per i media e molto poco scientifico è soprattutto propedeutico ad una nuova ed alquanto creativa branca della finanza internazionale?

Bene, cioè male, specialmente per chi ci è magari suo malgrado rimasto coinvolto, per chi in buona fede ha deciso di investire e soprattutto per chi in questo mercato ci si è dovuto infilare per legge. Quello che segue è il deprimente grafico dell’andamento del prezzo dei crediti di carbonio e del volume di traffico degli ultimi cinque anni al CCX (Chicago Climate Exchange).

Direi che è piuttosto interessante il picco del 2008, sul quale mi piacerebbe sapere quanto possa aver influito l’onda emozionale del 4° Rapporto dell’IPCC giunta contestualmente all’inizio del quadriennio di implementazione del Protocollo di Kyoto. Molto meno interessante, anzi, decisamente preoccupante e chiarificatorio invece, è l’andamento -se così si può chiamare una retta che non va proprio da nessuna parte- dell’ultimo anno.

Galeotta fu senz’altro la crisi, ma almeno qualcuno nel frattempo avrà allargato gli occhi, mentre qualcun altro sta presumibilmente stringendo altro, perché è in procinto di fare il botto.

Tra questi, i cui panieri si vanno facendo sempre più leggeri, potrebbe forse figurare più di qualche volenteroso donatore di questa o quella associazione ambientalista che, dimentica del proprio mandato, ha deciso di dedicarsi a tempo pieno al terrore climatico. Ad esempio ho letto di recente che a Greenpeace, con un budget annuale di 270 mln di dollari, ne servono 700.000 al giorno per esistere. In un modo che non so se considerare ipocrita o paradossale, nella lista dei donatori compaiono molte fondazioni di ricchissime dinastie proprietarie di mezzo mondo, oltre ad un notevole numero di “consumisti” di professione, cantanti, attori e star di vario genere. Pare proprio che combattendo a spada tratta un certo sistema, qualcuno sia in procinto di accoppare la propria gallina dalle uova d’oro. O forse no, alla gallina basta far finta di suonargliele per continuare ad esistere.

Aggiornamento

Non mi pare che il mercato abbia preso tanto bene la notizia della pubblicazione del rapporto IAC, forse chi si dimostra così ottimista sul fatto che un giudizio “tutto sommato positivo” non celi piuttosto qualcos’altro dovrebbe rifletterci su. Il clima e tutto il movimento attorno ad esso sono entrati nei salotti buoni della finanza con il Rapporto Stern nell’epoca delle vacche grasse, anzi, obese. Ora che le suddette stringono la cinghia, più o meno con le stesse modalità con cui è entrato, ne sta uscendo, anche piuttosto velocemente.

Ieri l’altro al Chicago Climate Exchange (la borsa della CO2 d’oltreoceano), la tonnellata del venefico cibo per piante ha perso ben il 50% del suo valore, già prossimo al pavimento. Per dirla con Antony Watts, a meno di non passare ai centesimi, il prossimo numero che si dovrà usare per rappresentare il prezzo di scambio di una tonnellata di CO2 sarà zero.

Nel frattempo la borsa chiude e non riaprirà per il trading prima del 7 settembre, ammesso che per allora ci sia ancora qualcosa da scambiare.

La lega antivivisezione LAV ha lanciato il “Cambia menu”. Dalla finestra ambiente cito le seguenti affermazioni:

La carne ci sta consumando! E noi ne siamo ignari! Non sappiamo quanto una sola bistecca possa davvero costare all’ambiente e al nostro corpo. E’ arrivato il momento di scoprirlo e di fare una scelta consapevole: diminuire il consumo di carne e cambiare il menù……4°C di aumento delle temperature previsti in questo secolo a causa degli allevamenti ……la zootecnica determina meno ossigeno per tutti, più fame nel mondo, risorse di acqua a secco, e buco dell’ ozono.”

Una bistecca costa al pianeta 17,5 mq di foresta… il 70% delle aree forestali disboscate sono state destinate al pascolo…. 80 milioni di bovini pascolano dove c’era la foresta

4°C di aumento previsti entro il secolo solo a causa della zootecnia è una proiezione che non ha nessun riscontro scientifico. Vi risparmio tutte le accuse, sul consumo di acqua che invece è utilizzo, sulla fame nel mondo che resta sempre fame, sui chili di cereali per fare chili di carne che sono i confronti ridicoli fatti a peso, sul buco dell’ozono da CFC vietati dal 1987, sulla deplezione di ossigeno che mai mancherà, perché ne abbiamo già parlato.

Analizzerò invece la deforestazione perché anche il WWF accusa la zootecnia di esserne la causa.

“Una delle maggiori cause di emissioni di gas serra è infatti la deforestazione: ogni anno si perde nel mondo un’area di foresta equivalente a mezza Inghilterra (oltre 120.000 km2) e la causa principale di questa perdita è proprio l’espansione del sistema produttivo alimentare, per la produzione di raccolti e l’allevamento di animali.”

La deforestazione ha molte cause, riconducibili ad una sola cioè il reddito, è legata allo sfruttamento dei legnami e non solo alla ricerca di nuovi pascoli o di nuovi terreni agricoli, quella è spesso una conseguenza non una causa. L’aumento della popolazione zootecnica è legata all’aumento demografico, ma anche al’aumento del benessere e del potere di acquisto nei paesi in via di sviluppo. La richiesta di terreni per per la zootecnia potrebbe essere una causa di deforestazione nel futuro, ma non adesso, quando ci si può permettere di destinare milioni di ettari di terreno agricolo a scopi non alimentari come coltivazioni energetiche, tessili, thè, caffè, cacao o alla produzione di alcolici.

Infatti il WWF dice:

“In Africa, più precisamente in Costa d’Avorio, la foresta tropicale è stata quasi totalmente abbattuta per fare spazio a delle monoculture, principalmente a delle piantagioni di cacao e caffè.”

Addirittura per decenni e fino al 2009 obbligavano gli agricoltori europei al set aside cioè ad un periodo di fermo produttivo del 5-15% dei campi agricoli per evitare la sovraproduzione dei cereali e il crollo dei prezzi, eppure in questi decenni la deforestazione è stata massiccia,ma non era certo dovuta ai fabbisogni di cereali.

La produzione dei terreni destinati alla bioenergia, viene a mancare sul mercato, ma i fabbisogni di cereali, foraggi o soia non cambiano. Quindi per colmare gli ammanchi o si procede alla deforestazione o all’aumento delle produzioni all’ettaro con la meccanizzazione e il doppio raccolto annuale.

Purtroppo queste colture, colza e piantagioni di palma da olio per il biodiesel, pioppelle da cippato per le centrali a biomassa su terreni agricoli dove prima si coltivava riso o mais, cereali come mais orzo e sorgo, per etanolo o biogas (più del 90% dei nuovi impianti di biogas sono ad integrazione cioè grano mischiato ai liquami), spesso determinano una nuova richiesta di terre, perché l’aumento produttivo unitario va a colmare le richieste dovute all’aumento demografico.

I contributi ai biocarburanti in UE furono fortemente voluti dal partito dei verdi tedeschi (sempre per salvare il pianeta), mentre in USA da Al Gore durante l’amministrazione Clinton, salvo pentirsene col senno di poi. Al Gore nel suo libro “La scelta” afferma che i contributi alle bioenergie sono sbagliati perchè hanno causato deforestazione.

Purtroppo il WWF accusa la produzione di carne di essere causa di deforestazione in amazzonia.

“Anche limitare il consumo della carne è un’azione immediata ed efficacie nella salvaguardia delle foreste tropicali: la deforestazione dell’Amazzonia è causata principalmente dal bisogno di far spazio al pascolo dei bovini e per produrre la soia. Quest’ultimo prodotto agricolo è importato in Svizzera per dar da mangiare ai nostri bovini: mangiare meno carne è quindi un ottima iniziativa a favore delle foreste tropicali.”

Sottolineo il fatto che quasi nessuno in Europa produce uova e latte senza soia, però le accuse stranamente sono sempre alla produzione di carne. Ma la produzione di carne in Italia (o in Svizzera) non è aumentata negli ultimi decenni anzi, quindi non può aver causato la richiesta di deforestazione per produrre più soia.

Sempre il WWF dice:

“Lo studio del WWF Brasile, dell’ Amazon Enviromental Research Institute (IPAM) e dell’Università di Minas Gerais (UFMG), supportato dal Woods Hole Research Centre del Massachusetts (USA), quantifica la quantità di carbonio stoccato in tutte le aree protette gestite dall’ARPA e la confronta con la deforestazione stimata di queste aree se non fossero nel programma. I risultati dimostrano che grazie all’ARPA vengono stoccati 4,6 miliardi di tonnellate di carbonio, che rappresentano un decimo del carbonio totale stoccato nella parte rimanente della foresta amazzonica brasiliana. Ciò equivale a 20 volte le emissioni annuali della Germania.”

Dal punto di vista del bilancio del carbonio, ridurre la zootecnia potrebbe diminuire la deforestazione, quindi ci sarebbe più carbonio stoccato nelle foreste, ma verrebbe meno il carbonio stoccato nella lunga filiera zootecnica cioè nelle colture agricole, negli animali zootecnici stessi e nei loro reflui. Il mais capta molto più di un bosco di pioppi in accrescimento, utilizzando un indice indiretto come il fabbisogno di azoto il mais ne richiede circa 3 volte più del pioppo coltivato che cresce più di un bosco naturale. Stornando gli enormi stock temporanei di carbonio contenuti nella filiera zootecnica, che si rinnovano annualmente, i bilanci del carbonio sono molto diversi rispetto ai dati di stima citati dal WWF. Paradossale la regola UE che permette i contributi per energia rinnovabile solo se la biomassa utilizzata è stata prodotta in UE e a una distanza massima di 70 Km dall’utilizzo. Mettiamo che in Lombardia ci siano 10.000 Ha destinati a bioenergia, (secondo me contando il biogas sono molto di più) l’ammanco nella produzione di cerali, sarà colmato da cereali importati proprio dal Brasile, alla faccia dei 70 km. Per aumentare la produzione di cereali purtroppo spesso si procede alla deforestazione quindi i 10.000 ettari lombardi destinati a bioenegia equivalgono a 10.000 Ha di deforestazione in Brasile.

Greepeace invece lancia accuse dirette alle multinazionali di essere causa di deforestazione in Indonesia e Malesia a causa dell’utilizzo di olio di palma.

“Il rapporto di Greenpeace “Come ti friggo il clima” ha dimostrato come, a causa della crescente domanda sul mercato internazionale di un prodotto come l’olio di palma, le più grandi industrie alimentari, cosmetiche e di biocarburanti stanno distruggendo le torbiere e foreste pluviali indonesiane. Tra queste; l’Unilever, la Nestlè e la Procter& Gamble che insieme originano enormi volumi di consumo di olio di palma proveniente prevalentemente da Indonesia e Malesia…”

“Olio di palma: deforestazione e clima in coma. Il sapone Dove e la Nutella tra i responsabili”

In una nota inchiesta chiamata “Amazzonia che macello” Greenpeace accusa direttamente la zootecnia di essere causa di deforestazione in Amazzonia, ma solo per quanto riguarda la carne e i pellami.

“Un paio di scarpe Geox, Nike o Adidas, un divano di pelle Chateaux d’Ax, un pasto a base di carne Simmenthal o Montana possono avere un’impronta devastante sull’ultimo polmone del mondo e sul clima del nostro pianeta”

Stranamente i pellami vengono considerati solo come causa di deforestazione ma non vengono mai stornati dal conteggio delle emissioni zoogeniche.

Molte di queste ditte si sono affrettate a cambiare fornitori per non essere accusate da Greenpeace e quindi considerate dall’opinione pubblica negativamente perchè causa indiretta di deforestazione. Cambiare fornitore però non cambia assolutamente nulla nel mercato globale. Se l’olio di palma, la carne e i pellami anziché importati fossero prodotti in UE, questo aiuterebbe la lotta alla deforestazione? Ma neanche per idea! Confrontiamo la stessa tipologia di allevamento bovino, quindi allevamento intensivo in Brasile cioè bovini in stalla alimentati con insilati, sostituiti con manzi in stalla in Italia. Con cosa dovremmo nutrire i manzi?

Bisogna destinare migliaia di ettari in Italia alla coltivazione di foraggi e insilati, vuol dire che queste superfici non produrranno cereali, che mancheranno al mercato, e che quindi verranno importati dal Brasile con emissioni 10 volte superiori rispetto ad importare mezzene di manzo. Per aumentare la produzione di cereali in Brasile come già detto purtroppo spesso si procede alla deforestazione.

Se invece il confronto è tra allevamento estensivo in Sudamerica e intensivo in Italia (come avviene in realtà perché per l’estensivo in Italia mancano spazi) la differenza è ancora maggiore, 15-20 volte di più, perché verrebbe meno lo sfruttamento dei pascoli del sudamerica altrimenti improduttivi.

La stessa cosa vale per l’olio di palma, se la Ferrero è costretta a non comprare l’olio dall’Indonesia, perché Greenpeace ha deciso che questo salva la foresta e il pianeta dalla catastrofe climatica, per la produzione di Nutella l’olio verrà comprato magari dalla Thailandia, dove si faranno piantagioni di palma da olio in terreni che prima erano destinati magari alla produzione di riso, quindi senza deforestare, e tutti saranno contenti. Ma l’ammanco di riso in Tahilandia da dove sarà colmato? Dall’Indonesia, dove semineranno il riso nei terreni deforestati, e nulla cambierà per le foreste.

La deforestazione è un problema serio, che a mio avviso va affrontato soprattutto con la creazione di aree protette, con un’attenzione particolare nel limitare l’esplosione demografica con una prevenzione sulla gravidanza responsabile, cercando di meccanizzare il più possibile le aree agricole del pianeta per raddoppiare i raccolti unitari, evitando sprechi e abusi alimentari.

Ritengo invece le accuse alle multinazionali una pressione a cambiar fornitori, a cui è difficile sottrarsi, ma che risulta essere assolutamente inefficace nella lotta alla deforestazione, nel contempo però crea danni di immagine e quindi di introiti alle ditte accusate da Greenpeace come causa di deforestazione.

Una breve ma per me interessante segnalazione. Le notizie che arrivano dal Golfo del Messico sono tragiche, quanto accaduto sarà difficile da metabolizzare sotto tutti gli aspetti, sia quello ambientale, con riferimento all’ecosistema dell’area interessata dallo sversamento di greggio, sia quello politico, tenendo conto del peso che eventi come questo hanno sull’opinione pubblica, sia quello economico, perché le perdite sono decisamente ingenti ed i danni sono astronomici.

Logico dunque che di queste notizie siano piene le pagine di tutti i giornali. Ove più, ove meno, si leggono cronache, si azzardano bilanci, si riportano decisioni. Tra tutte la più ovvia è quella che la compagnia petrolifera proprietaria della piattaforma che ha subito l’incidente -la BP- ha promesso di farsi carico dei danni.

Questo ed altro come ormai da giorni anche sulle pagine di Repubblica. Ma, un momento, date un’occhiata in basso a destra all’interno dell’articolo. Una bella pubblicità di Greenpeace, con un’immagine animata che mostra il logo della multinazionale dell’ambiente e pochi secondi dopo è sostituita dalla famosissima immagine dell’evoluzione dell’uomo da primate e homo petroliens sotto la quale campeggia la scritta:

I CAMBIAMENTI CLIMATICI, TUTTA COLPA DELL’UOMO

Un vero colpo da maestro dell’informazione.

Chiudo con un triste paradosso, la BP è la compagnia che negli ultimi anni ha tentato più di tutte le altre di tingere di verde il suo business, addirittura cambiando nome, da British Petroleum a Beyond Petroleum (oltre il petrolio), investendo somme enormi nel marketing eco-compatibile (chissà se ha dato una mano anche a Greenpeace), perché, a quanto pare, nemmeno chi al petrolio deve un’immensa fortuna, ha il coraggio di ammettere quanto la nostra società sia da esso dipendente.